Memoria liquida XXIII e ultimo

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1Doveva trattarsi di un ospedale. O di una clinica. Era comunque un luogo abbandonato.
I muri dell’ambiente nel quale mi trovavo erano rivestiti fino a un metro e mezzo di piastrelle bianche insozzate e scheggiate. L’edificio sembrava accartocciarsi su se stesso e tremare a ogni raffica di vento. Un libeccio ululante si era levato dalla zona allagata.
Si preannunciava una notte di tregenda.
Mi trovavo legato su un lettino da medico. Zhu se ne stava appoggiato allo stipite della porta, sul limitare di un lungo budello aperto sull’oscurità. Rovesciati in terra c’erano vecchi armadietti divelti e apparecchiature dimenticate ormai ridotte a inservibili rottami.
Quel bestione di Zhu mi rivolgeva le spalle, un paio di auricolari ficcati nelle orecchie. Ondeggiava la voluminosa testa al ritmo di una musica che non potevo sentire.
Non avevo idea di dove fosse Astreana. Mi avevano portato fuori dalla ex Biblioteca Nazionale intimandomi di non farmi notare e di stare muto, premendomi la pistola d’ordinanza sui reni, poi in auto mi avevano messo un cappuccio in testa in pieno stile anonima sequestri e me l’avevano sfilato soltanto una volta dentro quell’ambulatorio in disuso.
Notai il rigonfiamento dovuto all’arma sulla parte posteriore dei jeans di Zhu.
E dunque: non solo il Grande Capo era un adepto della setta dei tassidermisti (o dei Signori delle Catacombe) ma, stando a ciò che avevo udito durante il simposio nell’Hotel California, Orca aveva anche avanzato una proposta al consiglio direttivo per ottenere un’altra ragazza imbalsamata! Un’altra… e la precedente lavorazione, dove la teneva nascosta? E cosa ci faceva? Chi era? Passava le serate a contemplare quella donna con rampini e gangheri incuneati nelle carni mummificate e si masturbava a raffica? Oppure lo considerava un semplice oggetto d’arredo, alla stregua di un guardaroba o di un comò? Quale gusto perverso ne ricavava dalla visione di quel corpo martoriato?
De Crescenzo uscì dal buio. Disse qualcosa a Zhu, il quale dovette sfilarsi un auricolare per capire cosa stesse dicendo il collega. In quel momento De Crescenzo estrasse la sua pistola dalla fondina ascellare e la spinse con forza contro il mento di Zhu, il quale rimase immobilizzato, principalmente per lo stupore. Altrettanto rapidamente, De Crescenzo allungò la mano verso le chiappe di Zhu e si impadronì della sua arma. Zhu, riavutosi dalla sorpresa, abbozzò una timida reazione, stroncata sul nascere da un deciso De Crescenzo che gli posizionò in un lampo la bocca della pistola tra gli occhi.
“Spegni quella merda” disse De Crescenzo, riferendosi al lettore digitale. “Mi fanno cagare i Village People.”
I Village People? Un macho come Zhu si sollazzava ascoltando una delle band riconosciute come delle icone gay?
Niente di male, ma lo facevo più tipo da best of Billy Idol.

2“Zhu, fai almeno una cosa utile nella tua servile esistenza, slega D’Altavilla…”
Zhu non riusciva a proferire parola, troppo stupito e probabilmente anche troppo incazzato per controbattere o per chiedere spiegazioni a De Crescenzo sul suo inspiegabile voltafaccia.
Anche io ero rimasto sbalordito quando avevo visto De Crescenzo rivolgere l’arma verso il suo compagno. Per me erano sempre stati culo e camicia, il Gatto e la Volpe, l’uno l’ombra dell’altro.
Per farla breve: che cazzo stava succedendo?
Dopo aver incaprettato Zhu in puro stile sardo (anche se De Crescenzo mi aveva un tempo confidato di essere originario della provincia di Benevento) raggiungemmo l’androne dell’ospedale pieno di rumori e sospiri. Lui mi passò una pistola e disse: “Fermiamoli, prima che riducano anche Astreana a una suppellettile…”
“Fermo! No, un momento, porcogiuda! Tu chi sei?”
“Uno dei pochi agenti del dipartimento non ancora asserviti al Grande Capo. Ero il braccio destro dell’Ispettore, questo dovrebbe spiegarti tutto. Sappiamo entrambi cosa dobbiamo affrontare…”
“Il Grande Capo, Orca, ha intenzione di usare Astreana per arricchire la sua collezione?”
“Ancora non l’avevi capito?”
“Durante la riunione aveva parlato di una ragazza, ma così, genericamente, senza entrare nei dettagli…”
“Te lo ricordi ancora come si spara?”
“Mi pare di sì. Dove siamo?”
“In quel che resta dell’ospedale Sant’Eugenio…”
“C’è ancora l’elettricità?”
“Solo alcune sezioni hanno l’energia. Si avvalgono di generatori. Io sono con loro da anni. Si riuniscono spesso qui…”

3Ai margini della zona allagata, l’ospedale Sant’Eugenio, così come il Palazzetto dello Sport, era stato uno delle centinaia di edifici abbandonati dopo l’alluvione del 2012. Le loro strutture cadenti e malfamate si levavano dalla palude barcollando, assaltate dai rampicanti e dalle erbacce, retaggi inquieti, strane iniziative di espansione umana che la natura aveva inghiottito e riportato al silenzio.
“Dove li troviamo?”
“Non ne ho idea. In giro, dovunque in queste stanze…”
“Cosa ne sai di Subcomandante?”
“È uno dei tanti macellai che si occupano di modellare le ragazze. Lui non conta niente. Muoviamoci, non ci metteranno molto a scoprire che sei scappato…”
“Zhu si è impossessato della copia della registrazione della riunione, ma il Santo Padre ha l’originale. Se usciamo vivi da qui possiamo incastrarli” dissi lasciandomi andare all’entusiasmo.
Salimmo circospetti le scale principali che conducevano al primo piano. I pavimenti erano disseminati di calcinacci, cemento, lattine di birra, c’erano persino dei materassi bruciati e delle biciclette. La luce andava e veniva. I lunghi neon sul soffitto crepitavano.
“Non capisco” dissi. “Non si riuniscono in una sala grande, come tutte le sette che si rispettino? Non hanno rituali o consuetudini?”
“No. Quando sono qui, ma capita anche in altri edifici abbandonati, si sparpagliano e ognuno si lascia andare alla perdizione come meglio crede. Alcuni si drogano. Altri si collegano ai siti sensoriali, altri si accoppiano selvaggiamente tra le macerie, immagine metaforicamente molto efficace. Il Grande Capo starà assistendo eccitato alla preparazione del corpo di Astreana per l’inizio dell’imbalsamazione.”
“Lo fanno in questo schifo?”
“È il degrado che li attira. Sono persone altolocate, gente ricca…”
“Sì, questo sì…”
“Adesso zitto…”
De Crescenzo si accucciò dietro un pilastro malridotto, dal quale spuntavano grovigli di ferro arrugginito. “Guarda…”
Dal profondo si notava una luce timida e ondivaga.
“Cambiamo strada” fece De Crescenzo. “Non voglio affrontarli di petto a meno che non sia strettamente necessario…”

4Ma chiunque fosse il proprietario della torcia, si era già accorto di noi.
“Chi è là?” gridò. Le sue parole rimbalzarono sui muri come palline di gomma.
Facemmo dietrofront e ci allontanammo seguendo un infinito corridoio tutto camerate e finestre sfasciate.
“Stiamo girando a caso, non la troveremo mai” considerai.
“Non possiamo dividerci.”
De Crescenzo entrò nel vano di un ascensore. Premette il pulsante di chiusura. Nonostante la corsia fosse completamente immersa nell’oscurità, le porte scivolarono sui binari, segno che in quella zona c’era ancora l’elettricità. Lui le bloccò con la mano.
Poi il piano dell’ascensore si inclinò paurosamente, cedendo di lato. De Crescenzo derapò all’indietro.
Si udirono delle voci.
Si avvicinavano.
Cercavano noi.
La porta scorrevole iniziò a chiudersi. La cabina ondeggiò. Afferrai il bordo tagliente di metallo e spalancai il passaggio. Lui era rotolato verso l’angolo flesso.
“Se ti muovi crolla…”
De Crescenzo mi guardò spaventato. I suoi piedi scivolavano sulla sporcizia e le sue mani bianche di calce danzavano nel buio come fate.
Di fronte a me si aprì il vuoto. L’ascensore venne inghiottito dalle tenebre.
Seguì il boato e l’urlo del metallo. Sembrava che le fondamenta dell’ospedale fossero deflagrate.
Un tanfo secco e sintetico risalì il pozzo. La nube di polvere mi spinse all’indietro.

5Le voci…
Il labirinto aveva mille anfratti, recessi, feritoie, angoli ciechi, controsoffitti crollati e aperti come fauci animali, vetrate strabuzzate sulla notte come occhi sbigottiti. Il labirinto si piegava e si intrecciava, il labirinto aveva spigoli visibili solo da prospettive alterate, l’edera cresceva e cresceva, inghiottendo il calcestruzzo e aprendo fenditure nel linoleum. L’ospedale si sbriciolava e il labirinto in cui si era tramutato sembrava progettato per accogliere creature disumane.
Le incontrai, quelle creature. Le vidi e loro videro me, mentre fuggivo dalle voci.
Gli spauracchi facevano capolino dai mobiletti dei medicinali rovesciati, occhieggiavano insidiosi da sotto i letti ferrosi, uno sull’altro come insetti, come rospi al momento dell’accoppiamento, rugosi, anodini, repellenti. Gli puntavo la pistola contro e loro mi osservavano innervositi dalla mia presenza, ma senza la minima vergogna.
Allora proseguivo, addentrandomi ancora di più nel labirinto. Da un piano all’altro, fendendo arcobaleni di luce e voragini di oscurità.
Una donna nuda veniva frustata e picchiata, e l’espressione estasiata sul suo viso era imperturbabile.
Quale avatar la rappresentava nell’Hotel California?
In un gabinetto ridotto a un angolo con un buco nel pavimento signori grassi e pettinati facevano a turno per ammirarsi reciprocamente defecare.
Due individui incappucciati e abbigliati da boia, dopo aver sistemato con molta cura le cinghie negli occhielli che fuoriuscivano dalla schiena di un uomo tracagnotto, iniziarono la pratica del sollevamento, lasciando che la tensione dei lacci consentisse al ciccione di fluttuare.
Errando per il labirinto, conscio solo delle voci che mi inseguivano, mi trovai a sbirciare dal buco della serratura di una camerata dalla quale proveniva una luminescenza bluastra.
“Vieni dentro” mi invitò il Comandante, mostrandomi le grazie della sua giovane moglie impegnata in un ballo forsennato, ma al contempo distratto, al suono farinoso di un foxtrot d’annata.
Scatole di surgelati erano rovesciate a terra. Tra il pattume, molluschi, seppie, alghe.
“Ti tengo io” disse lui.
“No, grazie, sto in piedi da solo.”
La giovane moglie danzava e si rovesciava addosso i pesci morti. Nei loro occhietti fissi si rifletteva la luce cobalto proveniente dalle lampade infossate nelle macerie e schermate con gelatine d’uso comune nella fotografia cinematografica.
“La vuoi?” mi propose il Comandante.
“Sì” risposi. “Ma il tempo, le voci… devo trovare Astreana prima che sia troppo tardi…”
La giovane moglie accostò il suo volto al mio e io dovetti abbracciarla per non lasciarla cadere. Il suo corpo era bollente e odorava di pesce. Riluceva per via delle squame che le si erano appiccate sui seni e sulle braccia. Le mie dita scivolarono sulla sua pelle viscida.
“C’è molto disordine…”

6Lasciai cadere la pistola.
Il Comandante disse che ordini superiori lo obbligavano a salpare. Non capii cosa intendesse e non potei domandarglielo perché la giovane moglie mi era già addosso, rapida, rovente, acquatica.
Il libeccio si gettò sibilando nella camerata.
Mi parve di udire il placido respiro di una risacca, ma si trattava certamente di suggestione. La giovane moglie si arrampicò su di me, stringendo i talloni contro i miei fianchi e tutto accadde con un trasporto raro e indimenticabile. Tra le dita mi colavano i brandelli dei molluschi schiacciati. La giovane moglie aumentò il ritmo, tagliandosi le ginocchia contro i calcinacci acuminati, gemendo, dondolando i capelli sporchi e raggrumati in ciocche sfavillanti di squame. Il vento sollevò i detriti, che le si appiccicarono al corpo, li sentivo sotto le dita mentre, scosso dalla febbre, lasciavo andare le mani d’istinto, esploravo le sue clavicole alate, il suo ano granuloso, le sue natiche spugnose. La sensazione era tanto inebriante che non riuscivo nemmeno a metterla a fuoco.
Poi all’improvviso tutto finì e il Comandante mi spinse fuori.
“Magari ci si vede su qualche rotta commerciale, io sto sempre in sala macchine mentre la signora si diverte” mi disse il Comandante. “Ora leviamo le ancore. Abbiamo il vento in poppa…”
Non capii se alludesse effettivamente al libeccio o se fosse solo un altro modo di dire in gergo marinaresco.
Mi guardai intorno. Le voci c’erano ancora e provenivano dappertutto: dal fondo della corsia, dalla strada, dalla tromba delle scale.
Il calore dell’accoppiamento con la giovane moglie era già svanito.
Adesso un alito freddo mi soffiava in faccia solo un olezzo di disperazione.
Quanto può durare una notte? Anche all’infinito. Per sempre. Può durare tutta una vita. Non è difficile scordarsi dell’alba.
Questo pensavo mentre camminavo veloce lungo il labirinto.
Astreana si trovava al terzo piano, o forse era il quarto? legata e imbavagliata, gettata da una parte come un pacco postale che nessuno vuole, mentre il Grande Capo e un uomo alto e ingobbito chiacchieravano fumando. Astreana aveva la testa incassata tra le spalle, i ricci sparsi nel sudiciume. A prima vista ancora non le avevano fatto del male, anche se un lettino posto sotto la finestra e una serie infinita di attrezzi chirurgici e boccette colorate lasciavano presagire un trattamento imminente sul corpo della mia amica.
Irruppi nella stanza urlando e con l’arma spianata.
“Fermi, perdio!”

7Il Grande Capo e il suo compare rimasero immobili, le sigarette che si consumavano al vento.
“Lo sai che tanto non uscirai vivo di qui, vero, Manlio?”
“Per il momento è lei ad avere una pistola puntata contro, non io…”
“Ma non li senti? Stanno arrivando” fece il Grande Capo, agitando il braccio in direzione del corridoio.
“Difatti togliamo subito il disturbo. Mi dispiace non poter collegare i vostri alter ego virtuali a delle facce in carne e ossa, ma ci tengo di più a salvare la pellaccia…”
Mentre parlavo aiutavo Astreana a slegarsi, senza perdere di vista i due tassidermisti.
“Non riuscirai a scappare dalla zona allagata…”
“Perché lei?” chiesi. “Perché Astreana?”
Astreana era troppo sconvolta per parlare, per chiedere spiegazioni, era troppo scossa anche solo per gridare, ma capii dal suo sguardo che nelle ultime ore si era posta lo stesso quesito.
Perché?
“Che vuoi che ti risponda? Perché è una bella ragazza? O perché era facile raccontare ai suoi genitori una balla e farne sparire il corpo? O magari perché me ne sono innamorato dal primo momento in cui ha messo piede nel mio ufficio… Tutte queste risposte sono valide e non lo è nessuna.”
Il Grande Capo appariva compiaciuto. E non troppo preoccupato della nostra fuga. Confidava nelle risorse del Coniglio Psicotico. Forse una certa apprensione gliela poteva provocare la possibilità che dessi di matto e lo freddassi seduta stante. Per tutta una serie di motivi, non ultimo il tradimento grossolano di cui si era reso responsabile. Invece afferrai forte la mano di Astreana e la trascinai via, mentre il Grande Capo gridava: “Non muore mai un leader. Mai!”
Mi interessava solo andarmene dal labirinto, lontanissimo dalla zona allagata, cambiare città, cambiare nome e fare del ricordo di Astreana un altare dedicato a ogni mia occasione perduta.
“Puzzi di pesce…”
“Lascia stare…”
“Manlio, volevo dire…”
“Niente.”

8Lei correva a occhi chiusi, strisciava i piedi, si reggeva a malapena. Anche io ebbi un capogiro dovuto alla stanchezza.
Oltre una porta antincendio, una scala a chiocciola si tuffava in un ambiente buio. Scendemmo per almeno dieci ore, sorreggendoci entrambi al muro, inciampando negli scalini triangolari, instabili come una coppia di beoni abbracciati a un lampione.
Alla fine di fronte a noi si aprì l’ennesimo corridoio dell’ospedale, il quale appariva ancora più intasato di detriti e rifiuti.
E lo era perché ci trovavamo al piano terra.
Da lì era facile volatilizzarsi nella palude. La salvezza era a un passo. Scavalcammo la balaustra e uscimmo attraverso una delle finestre.
“Portiamoci davanti, prenderemo un’auto” proposi.
“Fermiamoci a riposare. Sono così stanca…”
“No. Ce l’abbiamo quasi fatta!”
Sfiorando le colonne e mescolandoci alle ombre ruotammo attorno all’edificio. Alcune macchine erano parcheggiate sul piazzale fangoso.
Mentre scrutavo la facciata per vedere se qualcuno stesse controllando l’area, notai De Crescenzo squarciare l’oscurità che permeava il porticato e dirigersi verso la vettura di servizio. Zoppicava e i suoi vestiti erano lacerati. Nel complesso aveva un’aria abbastanza stravolta, ma era vivo e per di più camminava sulle sue gambe. Non potevo fischiare per attirare la sua attenzione perché non ho mai imparato a farlo (inoltre c’era il rischio che, colto alla sprovvista, mi avesse preso a pistolettate) ma lui aveva le chiavi dell’auto e non potevo farmi sfuggire una simile opportunità.
“De Crescenzo!” urlai. La mia voce risuonò sotto il portico e sembrò che l’eco dovesse durare in eterno. “Siamo noi, De Crescenzo!”
Lui ci guardò avvicinarci con un mezzo sorriso, senza accennare la minima reazione. Forse anche lui era talmente distrutto da non avere nemmeno la forza di reagire a un’imboscata.
“Immagino ci sarà un tempo per raccontarci le nostre avventure…” disse.
“Esatto. Magari davanti a un goccetto. Filiamo…”
Qualcuno urlò dall’alto.
Alla fine le voci mi avevano trovato.
Ci voltammo. Astreana si sorreggeva esausta al mio braccio.

9Vidi molte teste muoversi, persone agitarsi, latrare contro di noi, ma non vidi mai la pistola che iniziò a sparare.
L’impulso fu quello di ripararsi dietro l’auto…
Le energie mi abbandonarono all’improvviso e le mie scarpe persero attrito con il pantano. Finii con la faccia nella melma senza nemmeno accorgermene, mentre qualcuno continuava a vuotarci il caricatore addosso. Persi conoscenza per qualche secondo e quando riaprii gli occhi mi trovavo già all’interno dell’abitacolo. Una ragnatela si disegnò sul lunotto posteriore alle spalle di Astreana.
La vita defluiva dal mio corpo, potevo sentirla perdersi nell’aria come vapore. Mi portai la mano al ventre, nell’istante in cui De Crescenzo faceva decollare l’auto verso la città, triturando il terreno. Non mi stupii quando, sollevato il braccio, mi accorsi di avere le dita lorde di sangue. Astreana mi fissava. Incazzata, confusa, sconcertata.
“No, Manlio, non puoi morire, non puoi morire!”
Mi afferrò per il bavero e mi scosse.
“Non puoi morire! Non puoi morire!”
Continuava a ripeterlo.
Io avrei voluto risponderle che andava tutto bene, che in fin dei conti non era questa grande tragedia, ma non avevo la forza di parlare. Anche perché un liquido vischioso e dal sapore metallico mi risaliva l’esofago. Deglutii, ma fu peggio.
“Vai nella zona allagata!” intimò Astreana a De Crescenzo.
“Ci siamo già.”
“Vai nella kasba…”
“Potrebbero inseguirci!”
“Ti ho detto di andare nella kasba!”

10Morivo.
Morivo lentamente, purtroppo.
Ma non sentivo dolore. Si trattava più di un vago formicolio che dalla pancia si stava espandendo al resto del corpo. Come un muscolo anchilosato. Niente di insopportabile. Insopportabile era invece andarsene così, sdraiato sul sedile posteriore di un’auto, le mani di Astreana tra i capelli e le mie gambe, insensibili, abbandonate là come tozzi tubi di gomma.
Però, cazzo, avevo sempre pensato che prima avrei avuto una visione della mia dipartita!
Morivo.
Morivo lentamente, purtroppo.
D’Altavilla, l’imperdonabile. D’Altavilla, che non aveva saputo lasciare niente di sé a questo mondo. Che si era fatto sfuggire l’amore. Che aveva esitato quando era invece il momento di buttarsi. Che aveva sempre vissuto all’ultimo banco.
Sarebbe stata una vita bellissima, se solo avessi avuto un po’ più di coraggio.
Mi destai in un ambulatorio. Astreana era lì in piedi e piangeva. Qualcosa mi premeva sulla testa. C’erano molte apparecchiature ronzanti in quella stanza.
Soffiai fuori l’ultimo ansito. “Astreana.”
“Dimmi…”
Lei si curvò su di me.
“Come ti chiami? Non mi hai mai detto il tuo vero nome…”
Entrarono De Crescenzo e un tipo che aveva l’aria di essersi appena svegliato.
Ruotai il capo verso Astreana.
Lei aprì la bocca e…

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3
Da un computer portatile HP.
Non è stata Astreana a tirarmi fuori dal guscio. Posso solo immaginare che qualcosa sia andato storto nel processo di riconfigurazione. Io la mia storia l’ho raccontata a chiunque sia stato ad ascoltarmi. Questa camera, dove sono racchiuso dentro un hard disk da 500 gb, si dissolve come tutte le costruzioni psichiche. Ha avuto vita breve.
Spariscono gli articoli di giornale, la scrivania, le fotografie di Amodio; anche i fascicoli contenenti le lettere spedite a Cinzia dalle ragazze in lotta contro il cibo, in una anoressia che uccide mentalmente e dopo, molto tempo dopo, fisicamente.
Il nulla che vedevo dalla finestra si sta trasformando in un arcobaleno di colori.
Le strutture bizzarre e strambe di cui mi avevano parlato, sia l’Ispettore, sia mia figlia si erigono davanti ai miei occhi proprio in questo istante. Vedo anche le pozze policrome che si ingrandiscono e diventano oceano.
Sembra meraviglioso, invece è orribile.
È impossibile un reale scambio empatico.
Imploro l’inevitabile.
La sensazione della cancellazione è come una bruciatura, aveva detto l’Ispettore. Una fiammata …
E tutto finisce.
Adieu, Manlio muore nell’eternità
Luce, buio, e l’ultimo click: cancellazione eseguita correttamente!
End

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MEMORIA LIQUIDA
Grazie per aver letto questa storia
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30 pensieri su “Memoria liquida XXIII e ultimo

  1. Drammaticamente potente. L’emarginazione tuo malgrado.
    Molto bello. Ti lascia un po’ d’amaro in bocca. Noi siamo destinati a fare la medesima fine. E’ così e così è.
    Ciao amico mio e buona domenica.
    Voglio rileggerlo,. però, perché c’é qualche passaggio geniale.

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    • Il dramma, nella letteratura contemporanea, è una caratteristica principale.
      Le domande a cui rispondere, quando ci si accinge a comporre sono:
      Per chi scrivo?
      Chi mi leggerà?
      Chi vorrei che mi leggesse?
      E soprattutto, perché dovrebbero leggermi?
      Risposto a queste domande, si scrive.
      Io, però, avrei una formula per scrivere immediatamente a chiunque:

      Ubriacato con qualsivoglia cosa riesci a trovare e scrivi.
      Le risposte arriveranno.
      Grazie e ciao

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  2. Lo sapevo che avrei letto un apoteosi della storia. Siamo noi che ringraziamo te per averci dato una vicenda, strana e sistemata nel futuro, che è attuale e potrebbe essere nostra, nel quotidiano.
    La fine drammatica di Manlio ha sottolineato la sua umanità.
    Un uomo vero.
    Buona domenica milord

    Giorgia

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    • Grazie per aver definito, tutto questo, un “apoteosi”.
      Manlio, argomento primo di tutta la storia (anche se iniziata con altro comprimario) rappresenta il 90% di chi abita su questo pianeta.
      Credo che, se avesse potuto scegliere, avrebbe scelto quello che io ho scelto per lui.
      Grazie per esserci

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  3. Purtroppo non ho potuto seguirti sempre, come facevo qualche anno fa. Qualche vicenda familiare e il lavoro, mi hanno tenuta lontana.
    Ma questo, questo tuo romanzo, l’ho seguito dalla prima pagina. Mi ha tenuta qua e ti confesso che, questa mattina mentre facevo colazione pensavo, proprio, alla fine.

    Mi ha lasciata confusa e triste. La fine drammatica di Manlio l’avrei scongiurata ma, poi, non sarebbe stato così bello.
    Bravissimo mon cheri.

    Un caro saluto da Paris.
    Bisoussss

    22/11/2015

    Annelise pour toi

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    • Eccoci qua, Annelise.
      Anch’io ti ho seguita, ultimamente e soprattutto nell’ultimo tuo lavoro (abbastanza faticoso, immagino, ma che a te è risultato facilissimo).
      Le vicende familiari e/o sociali, alle quali mi sono ispirato, colmano e ricolmano la nostra vita e tutto il ritmo che ci “gira intorno”.
      Per tornare al “nostro”.
      Certo che l’impatto emotivo raggiunto da Manlio è forte.
      Facciamo, dunque, due considerazioni:
      Manlio, bastonato dalla vita (era un Commissario di Polizia) si dedica a “vivere” il quotidiano proprio perché ha capito la vita stessa. Oggi il sole sorge e questa sera tramonta.
      Una verità che, a quanto sembra, la maggior parte dei mortali non ha compreso. I mortali, infatti, nell’affrontare il minuto per il minuto successivo, si comportano da immortali perché sembra che la caducità della vita non li investa.

      Il sinonimo della vita, che non siamo riusciti a capire, salta fuori ora per ora, sia nei comportamenti che si aggrappano “al momento”, sia nelle parole ripetute.
      Importanti, è vero, ma non fondanti né fondamentali.
      Oggi ci sei … domani non più. Una scaletta che si ripete e che si fonda sul vivere stesso.

      E’ vero che ci sarebbe, poi, da definire: cosa è vivere.
      Sì, lo ammetto, come è vero che sprechiamo ogni momento alla ricerca di cose assurde.

      Alt, fermi tutti.
      Faccio una precisazione.
      Io non sono nessuno per poter definire, al posto di terze persone, che ci si spreca nella ricerca di cose assurde.
      Posso parlare per me e posso parlare secondo la “mia” ragion veduta.
      Non ti tedio più, cara Annelise.
      Ti auguro tanto e ancora tanto.
      Un abbraccio e ciao

      Embrasser les garçons et un baiser pour vous.
      Bonjour “beau femme”.

      Ninni pour toi

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    • Grazie Isabella.
      I temi umani, proprio per definizione, mi hanno affascinato da sempre.
      Anche se, devo dire, lungo questo cammino non mi sono trovato da solo. Giusto per parlare di WordPress (ma andava bene anche su Splinder) sono circondato di belle persone.
      Ti ringrazio, mia antichissima, amica e ti lascio un abbraccio.
      Grazie per esserci.

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  4. Grazie per averla scritta!
    Fra Ludlum e Stephen King emerge prepotentemente la vena corrosiva e diabolica del Milord. Scrittura di elevato livello, spessore narrativo, descrizioni e dialoghi: tutto al top.
    Una storia complessa ma veramente bella.
    Le mie radiose congratulazioni.

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    • Grazie a te per averla letta. Anzi per esserne stata una lettrice pedissequa senza, peraltro, aver meditato il suicidio dopo il capitolo n.1.
      Visto? Così (anche quella che definivo l’ultima storia), è terminata. Certo è stata impegnativa (scrivendotelo so, con certezza, che saprai comprendere in virtù del fatto che sei una bravissima e validissima scrittrice di Spy stories), soprattutto nella ricerca dei motivi morali che nascono, alcune volte e soltanto per individui speciali, da motivi immorali. Manlio si è adagiato. Si è costretto ad una vita senza significati (dal mio punto di vista) che si rivolge al quotidiano, come all’eternità.
      la “Amoralità” nasce dal fatto che l’evento circostante si evolve e si svolge, da principi amorali.
      Un esempio:
      L’omicidio di Cinzia, nei modi, tempi e significati.
      La vita di Manlio che rincorre i fantasmi di Francesca e della Pam.
      Tutto il corollario di personaggi, non ultima Astreana che, suora professa, è addestrata a uccidere, gira armata, conosce l’arte della seduzione e l’arte del sesso (lei stessa si offre a Manlio quando lo vede distrutto dalla notte prima, con la frase: “la prossima volta chiamami”), in nomi di quei principi che governano il mondo.
      Quei stessi principi che la portano ad essere, molto dissimulatamente, uno dei migliori agenti segreti del servizio più potente del pianeta e di cui nessuno parla mai: L’Entità. I servizi di spionaggio e controspionaggio vaticani).

      La “amoralità” dicevo, che nasce, indiscutibilmente, da alcuni fattori di innocenza (affidarsi a terzi, credere in tutto) spinti dalla curiosità …
      La stessa amoralità, però, mostra il lato nascosto, la via di sfogo, la via d’uscita.
      L’amoralità … si riscatta.
      Manlio muore dopo aver vissuto quello che aveva vissuto l’Ispettore e che lui trattava come un compagno di scrivania.
      Muore uccisi e riconfigurato dentro ad un PC, viene cancellato con un programma di disinstallazione qualsiasi:
      CANCELLAZIONE AVVENUTA CORRETTAMENTE
      END

      Ecco il significato ultimo dell’esistenza dei singoli.
      Grazie per esserci e cordialità

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    • Anch’io, sai?
      Centellinare quello spazio sacro che rimane fra noi e il prossimo. Sentire e non vedere, oppure ad inverso, vedere e non sentire o non poter sentire…
      Tutto il mondo è nuovo e tutto è vecchio.
      Chissà cosa riserva il prossimo cambio generazionale.
      Ti ringrazio.
      Ciao

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  5. Il protagonista Manlio, con il finale, fa ben capire che il problema della necessarietà della sua vita se l’era posto.
    Ci sono così tante persone che non si sono mai fermate a considerare quale sia il significato della vita. Costoro ripensano agli anni trascorsi e si chiedono perché le loro relazioni si siano disintegrate e perché si sentano così vuote, sebbene possano aver adempiuto quanto si erano prefisse di compiere.

    A un giocatore che aveva sfondato nel tempio del Calcio fu chiesto che cosa avrebbe desiderato che qualcuno gli avesse detto, quando aveva cominciato a giocare per la prima volta a baseball.
    Costui rispose: “Vorrei che qualcuno mi avesse detto che, quando si arriva in cima, lì non c’è niente”.
    Molte mète rivelano il loro vuoto solo dopo che sono stati sprecati interi anni per raggiungerle.

    Grazie a lei è stata una bellissima e interessantissima lettura.
    Buona sera

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    • Nella nostra società umanistica, la gente persegue molti scopi, pensando che in essi troverà significato.

      Alcuni di questi comprendono il successo lavorativo, la ricchezza, le buone relazioni, il sesso, l’intrattenimento, fare del bene agli altri, ecc. Alcuni hanno testimoniato che mentre perseguivano i loro scopi di salute, relazioni e piacere, percepivano ancora un profondo vuoto dentro: una sensazione di vuoto che sembrava non poter essere colmato da niente.
      Il nulla più profondo.

      Vanità delle vanità, […] vanità delle vanità, tutto è vanità” (Ecclesiaste)

      L’autore, del citato Ecclesiaste, aveva ricchezze oltre misura, sapienza al di là di qualunque uomo dei suoi tempi o dei nostri, donne a centinaia, palazzi e giardini che facevano invidia ai regnanti, il cibo e il vino migliori, e aveva ogni genere di intrattenimento possibile. Eppure, a un certo punto, egli disse che qualunque cosa il suo cuore volesse, egli lo ricercava. Eppure riassunse la vita “sotto il sole” (la vita vissuta come se tutto quello che c’è nella vita sia quello che possiamo vedere con i nostri occhi e sperimentare con i nostri sensi) dicendo che è vanità! Perché c’è un simile vuoto?

      Perché, allora, questo “presunto Dio” ci ha creato per qualcosa che va al di là di quanto possiamo sperimentare nel presente?

      Nel nostro cuore, di umani, abbiamo la consapevolezza che questo “presente” non sia tutto quello che esiste?
      Basta cercare …
      La ringrazio per esserci, don Amedeo.
      Buona serata a lei

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  6. Dal corpo della storia, all’anima di un finale che ti strappa quel sospiro rinchiuso nell’ultima pagina di un capolavoro emozionale ed emozionante.

    Ammetto di non essere sempre riuscita a comprendere fino in fondo alcune parti veramente cattive … più che altro credo per un rifiuto mio … un po’ come quando ti copri gli occhi quando guardi un film dell’orrore e vorresti essere da tutt’altra parte, cosa del tutto inutile anche perché l’audio è peggio delle immagini.Ti lascia intuire cose anche peggiori. In certi capitoli di questa storia mi sono rinchiusa in me stessa battendomi le mani sulle tempie per scacciare tutta quella follia e quella cattiveria … ho deciso di andare avanti perché sentivo che c’era qualcosa di più profondo ed ancora ignoto da sentire alla fine di tutto e non mi sbagliavo …
    … nonostante una strana tristezza che si mescolava ai passi, dentro a quei corridoi pieni di occhi e di silenzi.

    ” Imploro l’inevitabile “.
    Già.
    Ero lontano anni luce dalla Vita.
    Ora sono di Pietra e scorro come un fiume asciutto, lungo una corsia che urla dalle sue mille porte aperte … oltre le sponde che non possiedo più.

    Buio.
    ___
    Ninni,
    mi è piaciuto quello che ho letto e mi ha spaventata a morte … il finale mostra tutta la sua forza proprio nel silenzio dell’inevitabile. Bello e Complesso.

    I Miei Rispetti
    Ni’Ghail

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    • Le scene “cruente” in un fanta/horror/giallo/thriiller sono quasi imperative, cara Nighail. La sensazione che si prova nel leggere, comprendere, visualizzare e affinare un ulteriore ricerca della verità, è grande.
      Abbiamo i protagonisti che, in questo caso, erano in un’unica poersona.
      Certo è che, come comprimari, erano presenti altri protagonisti.
      Abbiamo avuto Amodio, Cinzia che hanno occupato una parte importante.
      Ho ricevuto qualche mail, pensa, con l’unvito a modificare la trama in quanto, il capitolo n. uno e quello due non lasciano, assolutamente, trasparire il vero svolgimento. Cosa si è raccontato, in definitiva e quanto?
      Presto detto.
      Ho voluto raccontare una storia che potrebbe, benissimo, essere nata in una delle periferie delle nostre grandi città “alveare”.
      Osservarla dal punto di forza del futuro è servita a creare quei luoghi di “detenzione” informatica che erano le “Basi”. Nel presente reale potrebbero, benissimo, identificarsi con le strutture sanitarie psichiatriche o con i lazzaretti per anziani. Quegli enormi canili per umani che, a causa guadagno sciacallato, comportano l’umiliazione stessa dell’uomo.

      Adesso tutto tace.
      La storia è finita e Manlio è morto due volte.

      Ti ringrazio per esserci.
      Buona serata

      Mi piace

  7. Buon giorno.
    Entro soltanto ora e mi accorgo della fine del romanzo.
    Dovevo leggere il capitolo precedente e mi sono accorta che era finito.

    😦

    Manlio ha avuto una fine ingloriosa e certamente sorda, come tutte le migliori persone.
    Ho imparato che quelle che si mettono sotto i riflettori e che abbiamo sempre sotto il naso, al 99,9999999 sono una pena.

    Buongiorno Milord.
    Buona giornata

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    • Cara Silvia,
      la morte di Manlio, quella reale, precede di poco la sua rinascita in una bomboniera informatica che, secondo l’odierna concezione, dovrebbe far diventare l’uomo eterno. Ma questa eternità, così fallace, comporta il confronto continuo con le realtà del momento.
      realtà che piacciono, o piacciono un po’ meno. Realtà che convincono e non. Comunquesia, sempre di realtà si parla mentre, quell’insieme di esperienze, emozioni, rabbia, amore, ecc. “poco probabilmente” digitalizzate, portano il soggetto ad essere schiavo dell’umore.

      Manlio muore, è vero.
      Muore due volte però.
      La prima per mano di un simile, … la seconda pure.
      Avrà l’Umanità, un po’ di ragione, in futuro?

      Chissà. Ormai, però, è tardi: tutto questo è impossibile cambiarlo. Forse sperando in un futuro migliore, ma ci credo poco.
      Grazie per esserci e buona serata

      Mi piace

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