Garthander II

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1Juliet Keslar, in piedi accanto alla finestra, guardava fuori. Stava in piedi perché era irrequieta per rimanere seduta, e guardava fuori dalla finestra perché aspettava una nuova cliente e voleva vederla arrivare. A volte ci si può fare un’idea di una persona dal suo modo di camminare, dal suo portamento e dal suo aspetto in generale.
Da quando la signora Buchanan le aveva telefonato per fissarle un appuntamento, aveva tentato di prendere una decisione, ma senza alcun risultato. La contea del Garth era molto estesa: probabilmente si poteva viverci per anni senza mai incontrare Albert Geary. Non solo, ma si poteva perfino vivere per anni da quelle parti, senza incontrare una sola persona che lo conoscesse. D’altra parte, poteva capitare d’imbattersi in lui nella High Street di Hedingham Court, in qualsiasi giorno della settimana, o di trovarsi a un cocktail o a un tè con gente impegnata a discutere del divorzio: “Ho visto che Albert si è liberato di quella ragazza: come si chiamava? Un nome piuttosto strano, mi sembra, ma non riesco a ricordarmelo…”. “Se n’è andata e l’ha piantato, non è vero? Un’esperienza piuttosto nuova per il vecchio Albert: di solito accadeva il contrario.” Questi sarebbero stati probabilmente i commenti, e se lei fosse andata nel Garth a ritrarre la vecchia signora Freer, probabilmente le sarebbe accaduto di doverli ascoltare.
Serrò fortemente la mano destra. E con ciò? Se si fa qualche cosa, la gente naturalmente parla, e se la gente parla non c’è altro da fare che adattarsi. Cosa importava? Aveva lasciato Albert e lui aveva chiesto il divorzio per abbandono del tetto coniugale. E poi? Non lo vedeva da tre anni. Era riuscita a cavarsela e si stava facendo un nome con le sue miniature. Nessuna ragione le impediva di andare nel Garth a fare il ritratto della signora Freer. Al contrario: la vecchia signora era una celebrità. Il ritrarla non l’avrebbe certo danneggiata e il compenso le sarebbe stato utile. Inoltre, a Londra l’aria si era fatta intollerabilmente afosa. A un tratto le parve di non poterci rimanere più a lungo. Due sole stanze e, come tutto panorama, una fila di case grigie. I piedi le dolevano al solo pensiero dell’asfalto infuocato. Se avesse accettato di andare avrebbe trovato ad attenderla un giardino verde e ombroso. E, se avesse incontrato Albert, si sarebbero salutati e avrebbero continuato ognuno per la propria strada. Ormai non si curavano più l’uno dell’altro: non erano più marito e moglie.
Un taxi venne a fermarsi davanti al numero 10. Ne scese una donna di alta statura. Juliet intravvide un cappellino nero e l’ondeggiare di un abito a fiorami. Si ritrasse dalla finestra e attese: la prima occhiata non le aveva rivelato nulla.
La signora Buchanan entrò nella stanza come una nave a vele spiegate. Se non avesse avuto la possibilità e il buon senso di vestirsi in una sartoria di grido, sarebbe stata semplicemente una grossa donna qualsiasi; vestita bene, invece, poteva vantare una figura elegante, e un bel viso incorniciato da una massa di capelli neri, qua e là macchiati di grigio. Di fronte a lei, Juliet si senti piccola e insignificante. La sua voce era ben modulata, aveva un accento perfetto, anche se impersonale.
– Signorina Keslar, sono lieta che abbiate potuto ricevermi. Le lettere dicono poco e per telefono non è possibile spiegarsi come si vorrebbe. – Si sedette senza fretta, guardando attentamente Juliet, poi continuò come se non si fosse mai interrotta: – Come stavo tentando di spiegarvi, la cosa non è molto semplice. Mia madre ha sempre rifiutato di lasciarsi ritrarre. Naturalmente quando recitava si è fatta fotografare, ma sempre nelle sue interpretazioni. Non ha alcuna fotografia, mentre mia sorella e io saremmo naturalmente ansiose di… – S’interruppe con un lieve gesto delle mani. – Mi capite, non è vero?
Juliet rispose: – Certamente – con una voce che suonò fredda e distante anche al suo stesso orecchio.
L’altra continuò: – Mia madre ha visto alcuni dei vostri lavori a una mostra. C’era la miniatura di un vecchio, un certo professor Morris, che le è molto piaciuta. E quando è tornata a casa, ha detto: “È un pezzo che mi seccate con la storia del mio ritratto: ebbene, se riuscirete a indurre quella ragazza a farmelo, non mi opporrò più”. – Di nuovo agitò leggermente le mani. – Spero che non mi giudicherete troppo rude, ma il fatto è che mia madre è piuttosto originale, e questo è il suo modo di esprimersi. Non sarebbe conveniente che voi accettaste di ritrarla con la convinzione di trovare una donna come le altre, perché lei non lo è, e non lo sarà mai.

2Juliet rise suo malgrado.
– Se così fosse, non mi piacerebbe di farle un ritratto.
– Allora accettate? Spero di sì.
– Siete riuscita a interessarmi.
– Oh, ne sono molto contenta! Mia madre ci tiene, ed ha ancora un’energia straordinaria. Se aveste rifiutato, sarebbe stata capacissima di venir qui e non muoversi prima di avervi persuasa; quindi, è molto meglio che possiamo metterci d’accordo subito. Quando pensate di poter essere da noi?
Qualcosa in Juliet disse: – Non posso…
Ma era una voce molto debole e fu facilmente soffocata. Juliet non poté fare a meno di provare un senso di trionfo, mentre definiva il compenso con la signora Buchanan e combinava di recarsi a Croyton due giorni dopo.
– È solo a sette miglia da Hedingham Court e verremo a prendervi al treno delle tre e quarantacinque.
Quando la signora Buchanan fu uscita, Juliet scese a farsi prestare una carta del Garth. Il colonnello Burton, al pianterreno, era fornitissimo.
Tornata nella sua stanza, Juliet spiegò la carta sul divano e s’inginocchiò per consultarla. C’era Hedingham Court con Garthander a sette miglia di distanza, poco lontano dalla linea sinuosa della costa. Croyton probabilmente non era segnato, ma il nome del paese era Alyc, pure a sette miglia da Hedingham Court. Lo trovò quasi subito, dalla parte opposta di Garthander e respirò sollevata. In tutto erano quattordici miglia abbondanti dalla costa, e da Styles. Anche se Albert abitava ancora lì, lei poteva andare a Croyton senza il minimo timore: quattordici miglia erano una bella distanza; e inoltre perché mai Albert avrebbe dovuto trovarsi proprio a Styles? Probabilmente per lui era troppo costoso vivere a Tesbury.
Juliet si rialzò, piegò la carta e la buttò su una sedia. Quello che poteva essere accaduto a Albert non la riguardava. Sarebbe andata a Croyton per fare il ritratto alla vecchia Isabel Freer, e Croyton era a quattordici miglia da Styles.
Juliet prese posto in treno, molto fiera di sé. Aveva superato tutti gli ostacoli che si frapponevano alla partenza e ormai più nulla poteva trattenerla.

3A Hedingham Court, il marciapiede della stazione pullulava di viaggiatori che scendevano e salivano, dato che il treno proseguiva tino a Garthander. Emergendo con tutta la testa e le spalle dalla folla, la signora Buchanan sembrò ancora più imponente. Appena ebbe scorta Juliet al finestrino, si fece avanti e con un affrettato saluto entrò nello scompartimento, prendendo un posto d’angolo.
– Spero che a voi non importi: dobbiamo proseguire per Garthander. Non ho avuto il tempo di avvisarvi.
Prima che Juliet avesse la possibilità di rispondere o di reagire al senso di sbalordimento che l’aveva invasa, un facchino lanciò nello scompartimento due valige e un cesto di frutta. Nel tempo impiegato da Juliet ad articolare: “Garthander?” l’uomo era riuscito a spingere nello scompartimento tre bambini e una donna grassa.
Juliet si avvicinò più che poté alla signora Buchanan: con la bocca secca chiese di nuovo:
– Garthander? – e poi aggiunse:
– Io non posso…
– Mia madre è andata a Styles – interruppe l’altra.
Sembrava un brutto sogno: lei non poteva assolutamente andare a Styles, e tuttavia il treno l’avrebbe portata là. Ma no, che stupidaggine! Non avrebbe proseguito oltre Garthander: bastava che scendesse e tornasse indietro. Poteva farlo anche subito. Si sollevò a mezzo dal sedile, ma in quel momento un facchino entrò e, spingendo da parte i bambini, fece strada a un’attempata ed energica signora. Appena l’uomo ebbe chiuso lo sportello gridando: – Tutto bene, George! – il treno ebbe un sobbalzo. I ragazzi strillarono e la nuova venuta, preso posto di fronte alla signora Buchanan, disse con vivacità.
– Salve, Rose! Sono contenta di vederti. Dove sei diretta?
La signora Buchanan rispose: – A Styles. La mamma ha avuto una delle sue idee: sai com’è. – Si girò verso Juliet. – La signorina Keslar, che ha gentilmente accettato di venire da noi per ritrarre la mamma. Signorina Keslar, una nostra amica, la signorina Dale. Immagino che conoscerai i lavori della signorina Keslar, Clarissa: la mamma ne è stata talmente entusiasta, che ha deciso di lasciarsi fare un ritratto.
Margie Silverdale fissò attentamente Juliet: non solo conosceva i suoi lavori, ma sapeva anche tutto quello che c’era da sapere sul suo conto. Non ignorava nemmeno il suo divorzio con Albert Geary. Se c’era qualcosa da sapere su qualcuno, lei era la prima. Sfortunatamente, durante la breve visita di Juliet a Palting come signora Geary, Clarissa era assente. Se si fosse trovata sul posto, si sarebbe certo fatta un punto d’onore di scoprire perché la luna di miele fosse finita in modo così miserevole. Certo la ragazza aveva scoperto qualcosa sul conto di Albert, questo era chiaro. Ma che cosa, era rimasto un mistero per tutti. Circolavano molte voci, ma nessuna attendibile. Mary Stoner? Sciocchezze! Era sua sorella, anche se adottiva. E sebbene Mary fosse evidentemente pazza di lui, Margie era certa che Albert aveva per lei soltanto un affetto fraterno. Naturalmente era stata una stupidaggine quella di portare la giovane sposa a Palting, con Mary ancora in casa e una quantità di parenti nei dintorni. Albert aveva probabilmente pensato che sarebbero diventati tutti buoni amici. Gli uomini sono fatti cosi: stupidi fino all’inverosimile. Mentre rimuginava questi pensieri, fissava acutamente Juliet, seduta di fronte a lei accanto a Rose Buchanan.
– La mamma è fatta così – continuò quest’ultima: – quando si mette in mente qualcosa, deve farlo subito. – Si rivolse a Juliet: – Avrei voluto informarvi del cambiamento, ma non ne ho avuto il tempo materiale. Mia madre ha scoperto tutt’a un tratto che era stufa di Croyton e che aveva bisogno di un po’ di mare; cosi, ha fatto i bagagli e si è trasferita a Styles questa mattina stessa, senza nemmeno avvisarmi. Quando sono scesa, non l’ho più trovata e, siccome era ormai tardi per telefonarvi, ho pensato che la miglior cosa fosse di prendere il vostro stesso treno.

4Juliet si senti contemporaneamente divertita, irritata e sollevata.
– Oh, ma allora, naturalmente… – cominciò.
Ma l’altra non la lasciò finire. – No, no, non ci sarà nessun cambiamento per il ritratto: mia madre è andata come al solito a Styles Hedingham House.
Le mani di Juliet si contrassero: la casa di Robert Dennon! E lei avrebbe dovuto andare a stabilitisi, probabilmente come sua ospite, per ritrarre la signora Freer! Lo rivide, grigio e magro, mentre le mostrava uno dei suoi famosi gioielli: l’anello con lo zaffiro che era appartenuto a Maria Antonietta.
Margie Silverdale si chinò leggermente in avanti.
– Styles Hedingham House è stata trasformata in un club.
Juliet pensò: “Deve sapere chi sono, altrimenti non l’avrebbe detto”.
Poi la signora Buchanan riprese: – Apparteneva a un certo signor Dennon, un nostro amico. Ma era troppo grande per lui solo; cosi molto opportunamente ha deciso di venderla, riservandosi un edificio attiguo, costruito per tenervi la sua collezione di gioielli. Adesso mangia al club risparmiandosi una quantità di fastidi. La nuova costruzione è una specie di fortezza con porte d’acciaio, dato che la collezione ha un valore enorme e tutti i gioielli hanno un grande interesse storico. Questa è una delle ragioni per cui la mamma va a Styles. I bei gioielli le sono sempre piaciuti. Si tratta effettivamente di una specie di camera blindata, ma a me non piacerebbe tenere in giro roba di tanto valore.
Margie Silverdale rise. – Altro che piacere! Io lo chiamerei piuttosto andare in cerca di guai! Robert si farà ammazzare, una volta o l’altra, e allora a che cosa gli servirà la sua collezione?
A questo punto Juliet ritrovò la voce.
– Temo che non potrò eseguire la miniatura della signora Freer in un albergo.
Colse un’espressione ironica negli occhi di Clarissa Dale. E immediatamente la mano della signora Buchanan si posò sul suo braccio.
– Oh, per favore! è stato tutto così complicato! Lasciate che vi spieghi: non si tratta di un albergo, ma di un club, e mia madre ha il suo appartamento privato. Non vi accorgerete della differenza.
Margie le osservava: la ragazza avrebbe evidentemente voluto tornare indietro, ma Rose non glielo avrebbe permesso. Aveva troppa paura della vecchia Isabel per arrivare a Styles senza la pittrice. Ormai l’ex attrice voleva il ritratto, e se all’ultimo momento le avessero detto che non era possibile, ci sarebbe stata una scena spaventosa.
Clarissa si divertì a osservare le blandizie di Rose e la riluttanza della ragazza, finché non furono a Garthander, dove l’autista della signora Freer aprì loro lo sportello dell’automobile.

5In macchina, Juliet si rimproverò di essersi comportata come un coniglio. Ma cos’altro avrebbe dovuto fare? Non poteva continuare a dir di no senza fornire una ragione plausibile e tanto meno dar spiegazioni in presenza di Margie Silverdale, più che mai incuriosita, e di quel donnone coi tre bambini intenti a mangiare cioccolata. Si affrettò a scusarsi con sé stessa: in fondo aveva agito per il meglio. Sarebbe andata a Styles Hedingham House, avrebbe esposto con calma i fatti alla signora Freer e il mattino seguente sarebbe ripartita. Una notte in casa di Robert Dennon non poteva nuocerle. Non avrebbe neanche avuto bisogno di scendere per il pranzo. Sarebbe stato più dignitoso.
La voce della signora Buchanan interruppe le sue meditazioni.
– Clarissa è stata mia compagna di scuola: suo padre era il Rettore. Lei ha una vecchia casa in paese ed è sempre al corrente di tutto quello che succede. L’ho invitata per questa sera; anche a mia madre piace sapere i fatti degli altri.
Juliet non riuscì a trovare una risposta adeguata.
La signora Buchanan continuò a parlare a lungo dei tempi di scuola, del buon cuore e della lingua pungente di Clarissa.
– È davvero una buona amica, ma bisogna conoscerla. Non porta altro che quei pesanti abiti a giacca, estate e inverno: non so come faccia con questo caldo. Ecco che stiamo arrivando a Styles, là in fondo, lo vedete? Un bel paesino! è un vero peccato che Clarissa debba andare a un tè a Garthander, altrimenti avremmo potuto offrirle un passaggio; c’è comunque un servizio d’autobus molto comodo. Guardate, quella è Styles Hedingham House: a metà circa del pendio, in mezzo agli alberi. È spossante viaggiare con questo caldo, non vi pare? Credo che una tazza di tè ci farà bene.
Juliet pensò che ci sarebbe voluto ben altro. Robert Dennon era sempre vissuto a Styles Hedingham House. Lei e Albert avevano pranzato con lui una sera d’estate, venendo in macchina da Tesbury. Avevano svoltato tra gli alberi, come stavano facendo adesso, e quando erano arrivati in vista della casa, Albert aveva sollevato una mano dal volante e le aveva sfiorato leggermente una guancia.
– Su, tesoro, cosa c’è che non va?
– Tuo cugino non mi può soffrire.
Albert aveva ribattuto sorridendo;
– Non può soffrire nessuno, o quasi. Per lui esiste appena la collezione.
– È spaventoso.
Lo senti ridere.
– Su, allegra! Il mondo è bello perché è vario.
L’intera scena le apparve in un lampo: loro due così caldi e felici che compiangevano Robert Dennon, escluso dal loro magico mondo. E il ricordo la ferì profondamente, perché due giorni dopo anche per lei era finita.
– Eccoci arrivati – disse la signora Buchanan con sollievo. – Saliremo subito da mia madre: sta morendo dalla voglia di vedervi.

6Il salottino della signora Freer dava sul mare, incredibilmente azzurro sotto un cielo privo di nuvole. La signora sedeva in una capace poltrona accanto alla finestra, coi piedi appoggiati su uno sgabello ricamato. Erano piedi straordinariamente ben fatti e lei ne andava orgogliosa. – È l’unica cosa bella che io abbia – soleva ripetere – quindi non c’è da meravigliarsene. – Juliet li notò subito: due graziosi, eleganti piedini in graziose, eleganti calzature. E poi un’informe figura, con una brutta faccia intelligente, i lineamenti appiattiti, il mento sporgente, la bocca enorme e gli occhi straordinariamente vivi.
Una voce profonda, come quella di un uomo, chiese:
– Ebbene, Rose? – E ancora: – Come state, signorina Keslar? – Protese una mano forte. – Non mi alzo in piedi, perché faccio troppa fatica, ma voi sedetevi qui vicino a me e guardatemi bene. Sono una brutta, vecchia strega, ma dopo tutto credo che ci si stanchi anche di dipinger sempre facce graziose. Le ragazze sono troppo simili tra loro, specialmente al giorno d’oggi. Sembrano fatte in serie. Tet, suona per il tè! – Fece un cenno con la mano. – Mia figlia Hester. – Poi con una smorfia. – Signorina Freer.
Juliet strinse la mano a una donna alta e sottile, Hester assomigliava vagamente alla sorella, ma era più vecchia, e sembrava timida, spaventata e incolore. Juliet le rivolse un’occhiata e si rese conto che questa era l’impressione che Hester avrebbe fatto a chiunque, finché sua madre fosse stata nella stessa stanza. Sarebbe passata inosservata anche vestita di rosso accanto a Isabel in nero. Ma era Isabel che ostentava un ampio soprabito di seta color ciliegia su di un gaio abito a fiori. Fissò Juliet coi brillanti occhi neri.
– E così? Pensate di potermi fare il ritratto?
Questo era il momento di spiegare che non avrebbe assolutamente potuto rimanere, ma non si sentì di farlo. Col suo discorso, Isabel Freer aveva voluto chiederle se era troppo brutta per essere ritratta, e se Juliet avesse risposto: “Devo tornare a Londra”, sarebbe stato come dire: “Ebbene, sì, siete troppo brutta”. E non sarebbe stato vero, perché era invece un meraviglioso soggetto, col soprabito di fiamma e la massa di bianchi capelli increspati. In Juliet, l’artista ebbe il sopravvento.
– Oh, posso davvero? Mi piacerebbe tanto!
La vecchia rise.
– Cosi va bene! E ora noi due dobbiamo parlare. – Girò un attimo la testa. – Rose, puoi andare a prendere il tè con Hester nel vestibolo: devo parlare con la signorina Keslar.
Isabel Freer si incaricò di servire il tè. Quando non era occupata a versarlo, mangiava di gusto, ma, che mangiasse o versasse, non stava zitta un momento.
– Adesso dovete bere un buon tè: io non mi stancherò mai di berlo. – Rivolse a Juliet un’occhiata maliziosa. – Vi sembro una vecchia volgare, non è vero? Se voglio posso essere anch’io raffinata come i Buchanan. Sono i parenti di Rose, sapete, perfettamente educati e terribilmente noiosi. E lei ha imparato da loro: “Sì, mamma. No, mamma. Mamma cara, è ora di andare a riposare”.
“Bah! – esplose poi violentemente. – Oh, bene, in fondo è una buona figliola, e lo stesso vale per Hester. Il mio guaio è che non sopporto le persone noiose.”

7Mentre vuotava d’un fiato la tazza i suoi occhi neri studiavano il viso di Juliet. “E tu che tipo di persona sei?” sembravano dire: “Riuscirai a distrarmi? Non lo so ancora, ma farò in modo di scoprirlo. E riuscirò a scandalizzarti? Non so nemmeno questo, ma ti metterò alla prova”.
Depose la tazza vuota per riempirla di nuovo.
– Non è ancora pronto il vostro tè?
– È troppo caldo. – I grandi occhi chiari sostennero divertiti lo sguardo inquisitore. Quello che Juliet avrebbe voluto dire era. “Continuate a parlare, per favore”.
Isabel aderì al muto invito con una secca domanda.
– Ebbene, che cosa sapete di me?
– Che siete Isabel Freer.
– E poi?
– La più grande artista di varietà che sia mai esistita.
Isabel annuì.
– Li ho abbagliati – disse. – E sapete di dove vengo? Dai bassifondi. Avevo un padre alcoolizzato e una madre abbrutita e logorata dalla fatica: sette figli a cui pensare. Nove persone in una cucina seminterrata: coi bambini che crescevano come potevano. – Rise. – Se fossi stata come Rose o Het, sarei rimasta lì a marcire; invece, sono riuscita ad andarmene: ho incominciato con la pantomima. Mi vedete, voi, vestita da fata? Ho cominciato così. “Tenete quella piccola più indietro che potete! Sembra uno spaventapasseri.” Queste furono le parole del direttore. Così mi misero nell’ultima fila e io mi vendicai facendo le boccacce alle ragazze che ridevano di me: così. – La larga bocca si dischiuse mettendo in mostra dei denti eccezionali: forti, bianchi e aguzzi. Gli occhi si volsero all’indentro in modo pauroso e le orecchie, sotto la grottesca capigliatura, si agitarono diabolicamente. – Dopo che tre delle ragazze si furono fatte venire le convulsioni, mi trascinarono fuori e mi chiesero che cosa avessi fatto, e io lo mostrai loro. Il vecchio Sim Purcell mi vide, mentre passava per caso e disse: “Fatele impersonare uno spirito folletto, a quel demonio! Non avrà bisogno di trucco”. E così mi fecero esibire in una specie di salterello, accompagnato da smorfie grottesche. Dopo breve tempo il mio ballo fu trasformato in una caricatura della danza delle fate, ed ebbi un successo clamoroso. Così ha avuto inizio la mia carriera, e così ho imparato che anche la bruttezza può tornare utile. – Fece una pausa, poi aggiunse con serietà: – Ero spaventosamente brutta. Prendete un’altra tazza di tè, mia cara.
Il riso era evidente negli occhi di Juliet quando porse la sua tazza, dicendo:
– Continuate, per favore.
– Ne avrete ancora per parecchio – disse la vecchia. – Non potrei smettere di parlare, nemmeno se lo volessi e non mi ci provo neppure. Perché avete lasciato Albert Geary?

8Juliet ebbe l’impressione d’esser stata schiaffeggiata.
– Oh! … Voi lo sapete! – Non aveva ancora finito di parlare, quando si accorse come suonasse stupido quello che aveva detto. Fu costretta a deporre la tazza che aveva in mano, tanto tremava.
– Se lo so? – rispose Isabel Freer. – Ma certo! Per questo sono andata a vedere i vostri lavori. Ho detto a Het: “Una ragazza che può abbandonare Albert Geary deve avere del fegato, proprio così. E io andrò a vedere i suoi lavori”. E quando li ho visti mi sono piaciuti. Soprattutto la testa di quel vecchio, che sembrava un cane bastardo cui volessero rubare l’osso. “È indovinato” dissi immediatamente a Het. “Mi lascerei fare anch’io un ritratto da quella ragazza”. E lei: “Oh, mamma” nel suo solito modo. Così ho telefonato a Rose e le ho detto di combinare. Le mie figlie hanno questo di buono: fanno sempre quel che si dice loro di fare. E adesso volete dirmi perché avete lasciato Albert?
Juliet si era ormai ripresa. – Credevate sul serio che ve l’avrei detto?
Isabel ridacchiò. – Non si può mai sapere.
Juliet arrossì, questa volta di rabbia.
– Non sarei venuta, se avessi saputo che avevate intenzione di stare a Styles. Avrei dovuto tornare in città direttamente da Garthander.
– E perché non l’avete fatto?
– C’erano la signorina Dale e l’autista: ho pensato…

Gli occhi neri la prendevano in giro.
– Sì?
– Avevo l’intenzione di venire qui e spiegarvi tutto.
– Ma se proprio adesso avete accettato di farmi il ritratto.
– Mi sono lasciata trascinare.
Isabel ammiccò mentre batteva le tozze mani adorne di un grosso brillante.
– Così ho fatto carriera: trascinando tutti, è molto meglio che lasciarsi avvilire dagli altri, ve ne do la mia parola. Una volta hanno pagato della gente per farmi fischiare. Sapete cosa ho fatto? Ho battuto i piedi in terra e ho detto: “Non fate gli stupidi! Sono più brava di quanto crediate e ve lo dimostrerò!”. E così ho fatto. Prima della fine erano tutti in piedi ad applaudirmi. – Poi continuò in tono affabile: – Ebbene, spero che non ve ne andrete per paura della gente.
– Non vedo proprio come potrei rimanere.
Isabel alzò le spalle. – Fate come volete. Questo lavoro sarebbe state un’ottima pubblicità per voi, lo sapete meglio di me. Andate pure, se proprio ci tenete, ma ricordatevi che avete il diritto di star qui come chiunque altro.
Juliet si stava lasciando trascinare di nuovo, suo malgrado. Tentò di arrabbiarsi ancora, ma non servì a niente: desiderava più d’ogni altra cosa al mondo di ritrarre Isabel Freer nel suo soprabito color ciliegia. Allargò le braccia e disse:
– Non è leale, e dovrei andarmene, ma non lo farò. Non posso rinunziare al piacere di farvi il ritratto.
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(Il corredo fotografico, del presente capitolo, è dedicato al ritratto femminile black & white)
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24 pensieri su “Garthander II

  1. L’ho appena letto.
    E’ divino, scritto bene e non mi aspettavo questa bellezza fin dalle prime parole. Anzi si.
    Mi sta attirando. Sei riuscito, milord, a prenderci e farci cammnare come vuoi tu.
    Interessantissimo, ma devo tenere conto delle persone.
    Ma i posti esistono sul serio, o li hai inventati? Sai che li vedo?
    Bella l’iniziativa sui ritratti.
    😉

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    • Giorgia Mattei

      Vi ringraziammo mia signora per le parole.
      Alcune volte, è da notare, che l’esempio affabulato, coincide con la strada che si percorre. Basta seguire. Giusto?

      Abbiate le nostre cordialità e ringraziamenti.
      Buona giornata

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  2. Questo secondo capitolo è bello e complesso. Una finestra dipinta con perizia per un quotidiano dai contorni realistici.
    Si delineano alcuni punti importanti che, come capisaldi, misurano tutto l’episodio.
    Molto di qualità.
    Buongiorno

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    • PickWick

      Le espressioni che ci riservaste, colpirono il profondo dell’intenzione.
      Una finestra dipinta con perizia? Non sapremmo dire. Il fatto è che per poterVi raccontare quanto accadde a Garthander (NdR: Garth, Garthander e tutte le indicazioni geografiche, Tutte, sono create e fittizie), ci bastò ascoltare quello che la secolarità ci suggerì, annotando con scrupolo tutto.
      Grazie e buona giornata

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    • Alessandra Bianchi

      Vi ringraziammo per la precisazione, lady Alessandra.
      Il “nostro” ritmo?
      E’, quasi da sempre, … il nostro ritmo. Scriviamo un capitolo per volta e in circa un’oretta lo correggiamo dagli infami svarioni, ne controlliamo la location e si pubblica.
      Molto semplice e molto rapido.
      Vi ringraziammo e cordialità

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  3. Fantastico.
    Il ritmo è davvero coinvolgente e io lo sapevo … sapevo che la signora Freer l’avrebbe aspettata a Styles … che donna! Già mi è simpatica. E juliet … mi sembra quasi di poter percepire il suo batticuore, il panico e quella sottile vena di attesa che si nasconde in quel suo nascondersi.
    Un plauso al questo tuo saper lasciare che sia l’emozione a catturare il lettore, perché di emozione si tratta … Ninni … Come quando si alza il vento dal mare ed il profumo ti colpisce direttamente il cuore.

    Ni’Ghail

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    • Nì Ghail

      Grazie per essere passata da queste stanze, lady Nighail.
      La signora Freer avrà molto altro da aggiungere e se avrete pazienza, Juliet vi stupirà.
      (Un segreto bisbigliato all’orecchio: La storia storia, ancora, non è iniziata! ma ben presto vedrete …)
      Grazie e cordialità

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    • Alessandra Bianchi

      Ricambiammo le radiosità, mia signora, ringraziandovi per l’attenzione.
      Nota: Spesso le connotazioni psicologiche, quando in grado di poter essere espresse, rappresentano l’apripista, il battistrada, a qualcosa di più complesso.
      Abbiate le nostre cordialità

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  4. Un capitolo sofferto e pieno di spunti per la riflessione. Colpisce, molto, la descrizione che lei fa dell’ambiente in cui si svolge la storia e delle abitudini, intrinseche, dei personaggi.
    Uno spaccato di mondo che ci presenta.
    Interessante e bello.
    Buona giornata

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    • Amedeo d’A.

      La ringrazio, don Amedeo,. per la visita e il commento.
      Il nostro intento era proprio quello e ne fummo contenti di essere riusciti nella spiegazione iniziale.
      Uno spaccato di mondo con le sue bellezze indiscutibili, ma anche manchevolezze.
      Il dramma, di solito, è dietro l’angolo. Le intimità della vita, spesso, riservano sorprese eclatanti.

      Grazie

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  5. Mi ha sorpreso Lord. Che descrizioni accurate dei personaggi, li puoi assaporare nel contempo fuori e dentro. E’ tutto chiaro, scene, sentimenti…e la storia? La storia ha un profumo proprio tra arte , giallo e mistero. La adoro. Veramente mi ha colpito. Questa e’ pura narrativa, lei e’ un Maestro.
    Dialoghi perfetti. Mi piace!!!!😊

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    • Lady Nadia

      Vi ringraziammo, miia signora, per le espressioni generose donate al nostro indirizzo.
      Arte, giallo e mistero? Siamo, semplicemente, all’inizio lady Nadia. Volemmo dedicare, questo romanzo, all’intelligenza deduttiva.
      Se avrete la pazienza, l’ardire, il coraggio di continuare a leggere, (sempre se mai ci riusciremo) soddisferemo quanto detto.
      L’ambientazione venne creata apposta per questo.
      L’ispirazione venne e la penna pure.
      Speriamo in tutto il rimanente.
      Grazie per esserci e cordialità

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