Garthander V

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2Più tardi, si diressero verso Hedingham Court.
Albert svoltò nella Market Square, chiuse la macchina e la lasciò sotto la statua di Lord Horatio Nelson, primo visconte Nelson.
Tenendo Juliet per il braccio, si avviò verso il Emma and Emily Bubb.
Juliet prese posto su una panca, e Albert si allontanò per ordinare dei pasticcini.
Era assorta in profondi pensieri, quando, dall’altra parte di un arruffato palmizio e di una polverosa tenda arancione, una voce disse: – Oh, sì, di Albert posso fare quello che voglio. – Le parole furono seguite da una risata cristallina e irritante.
Se Juliet fosse stata in uno stato d’animo diverso, avrebbe riflettuto che Albert era uno dei nomi inglesi più comuni. Era una di quelle voci basse ed aspre rese popolari dai film, e a Juliet sembrò che si associasse perfettamente a una capigliatura rossa. La conclusione fu che solo una tenda arancione da poco prezzo e una foglia o due di palma la separavano da Eve McQueen e che questa parlava di Albert Geary. Pensò di tossire o di muovere il tavolo, ma non ne fece nulla. Si udì il mormorio indistinto di una voce maschile, poi di nuovo la donna.
– Andrà tutto bene, non devi preoccuparti. Farà quello che voglio io. – La frase seguente fu interrotta da un’esclamazione: – Perdinci, eccolo che viene! Che cosa facciamo?
Questa volta la risposta dell’uomo si udì chiaramente:
– Stiamo prendendo il tè. Persino Robert…
La donna sussurrò: – Zitto! Andiamocene. Abbiamo finito, in ogni modo.
Juliet rimase dov’era e li vide uscire. Aveva indovinato. La donna era Eve McQueen, in lino bianco, coi capelli che sembravano di rame sotto le luci arancione. E l’uomo era Francis Griffiths. Incontrarono Albert a mezza strada tra i tavolini, lo salutarono e se ne andarono.
Albert si avvicinò e depose un piatto di pasticcini sul tavolo. Juliet si chiese che cosa potesse significare quello che aveva udito, ma si astenne dal parlarne.
Juliet aveva l’intenzione di andare direttamente a letto, ma nel vestibolo s’imbatté in un gruppo di persone, che stavano uscendo dal salotto, dirette in casa di Robert. Robert stesso li guidava con aria d’importanza. Prima ancora che la signora Buchanan l’avesse presa a braccetto, Juliet aveva intuito che c’era in vista la collezione.
– Non so se l’abbiate mai vista, ma ne vale la pena. Ci sono delle cose fantastiche, per la maggior parte legate a storie paurose. E anche le copie di tutti i gioielli più famosi.
Senza lasciare a Juliet il tempo di rispondere, disse rivolta a Robert: – La signorina Keslar è arrivata in questo momento: niente in contrario che venga anche lei?
Lui si volse e Juliet incontrò i suoi occhi freddi. Gli stessi occhi che l’avevano osservata come moglie di Albert. Robert chinò leggermente il capo. – Certamente – disse con la sua voce stridula; poi s’incamminò lungo il corridoio. Juliet mormorò che doveva andare a letto, con l’unico risultato di sentire alle sue spalle la voce di Isabel Freer che diceva:
– Sciocchezze!

3Si volse e la vide, enorme nel vestito di broccato cremisi, con Francis Griffiths da una parte ed Hester dall’altra. Isabel ammise sinceramente:
– Voi li avete già visti e io pure. Ma ho sempre piacere di rivederli. Mi danno modo di desiderare qualcosa: hanno lo stesso effetto di un tonico.
La porta del club che dava sul corridoio a vetri era del tutto simile a una normale porta-finestra, con la parte superiore a vetri, dimodoché intero corridoio al di là di essa era perfettamente visibile dal vestibolo del club. Il corridoio non era illuminato perché era ancora giorno, ma Juliet udì Robert che spiegava:
– Prendo le mie precauzioni, come vedete. Al tramonto accendiamo la luce nel corridoio… Noi… Oh, Barret e io. Ho conservato il mio studio nel club, da questa parte della casa… Sì, questa porta alla mia destra. Era il mio studio e l’ho tenuto. Ma Barret e io viviamo di là. No, non ci sono finestre, ma abbiamo l’aria condizionata.
Erano tutti nel corridoio. Robert aprì la porta all’estremità opposta con una chiave che teneva attaccata a una sottile catenella d’acciaio. Questa porta era molto diversa dalla precedente. In metallo verniciato di verde, non sembrava la porta di una casa, ma di una cassaforte. Cera poi una piccola anticamera con una seconda porta ugualmente solida.
Robert proseguì: – L’intera costruzione e al sicuro dai ladri e dagli scassinatori. Questo è l’unico ingresso. Il corridoio a vetri è stato una mia idea. Chiunque tentasse di forzare questa porta sarebbe subito notato. E la luce si accende solo dall’interno, in modo che nessuno possa spegnerla.
Aprì anche la seconda porta e premette un interruttore, illuminando una stanza lunga e stretta, con drappeggi di velluto nero che scendevano dal soffitto al pavimento. Lungo le pareti erano disposte delle vetrine e nel mezzo, circondato da sedie, c’era un tavolo lungo e stretto coperto da un tappeto di velluto nero.
– Queste due porte a sinistra di chi entra danno nella camera da letto e nel bagno di Barret. Quella sul lato più lungo della stanza si apre su un corridoio che porta alla mia camera da letto e al laboratorio. – Si diresse verso le vetrine: – Qui, poi, c’è una parte molto interessante della collezione: le copie dei gioielli famosi.
Tutti si avvicinarono.
– Sono solo imitazioni, naturalmente, senza la luce e lo splendore degli originali. La “Stella del Sud”, trovata nel 1853 nella miniera di Bogagan da una povera negra. Pesava duecentocinquantasette carati e mezzo, prima di essere tagliata. Come potete vedere, ha delle sfumature rosa e deve essere uno dei più bei brillanti del mondo… Il “Koh-i-noor” pesava settecentottantasette carati prima di essere tagliato, secondo Tavernier che lo vide alla Corte di Aurungzeb. Naturalmente è stato tagliato di nuovo e può essere ammirato nella corona della Regina… Questa è la copia del famoso diamante del Rajah di Mattan: viene dal Borneo e pesa trecentodiciotto carati. È a forma di pera e non è sfaccettato.
Dennon passò alla vetrina successiva e iniziò una disquisizione sui rubini. Seguirono gli zaffiri, gli smeraldi, i topazi, le ametiste e infine le pietre con iscrizioni famose.
Poi Robert scomparve dietro un tendaggio di velluto, seguito da George Barret. Dopo un minuto o due si udì sbattere una porta e i due uomini tornarono portando un lungo vassoio coperto di un velluto nero e colmo di gioielli.
Questo era sempre un momento trionfale per Robert Dennon. Gli piaceva sentire i suoi ospiti che trattenevano il fiato, gli piaceva veder nascere negli occhi delle donne la meraviglia e il desiderio.
Juliet si trovò accanto Albert, che le sussurrò: – Degli schiavi nubiani sarebbero più in carattere, no? Ho sempre pensato che George e Robert rappresentassero una stonatura. Ma questa volta ci sarà una Sultana: guarda!
Juliet segui il suo sguardo: George e Robert avevano deposto il vassoio scintillante al centro del lungo tavolo. Eve McQueen si trovava dall’altra parte, di fronte a loro. Nel frattempo anche gli altri si erano avvicinati, ma lei spiccava fra tutti. Il vestito nero si confondeva con lo sfondo dello stesso colore, mentre le braccia, il collo e i magnifici capelli color rame risaltavano straordinariamente su tutto quel nero. Era piegata in avanti, con le mani appoggiate sul piano del tavolo e gli occhi fissi sulle pietre scintillanti. Gli occhi nocciola erano diventati verdi, restringendosi fino a formare due fessure. A Juliet ricordò un gatto intento a osservare un uccellino. Fu questione di un attimo, ma, finché durò, fu una sensazione orribile.
Eve scoppiò in una risata, staccò le mani dal tavolo e le batté dolcemente. – Oh, che meraviglia! E adesso dovete dirci tutto su di essi.
Robert fu ben lieto di ubbidire.
– Ebbene, sarà meglio che prima vi sediate, credo che ci siano abbastanza sedie, così tutti potranno vedere senza bisogno di affollarsi.

4Eve si lasciò cadere con grazia su una seggiola e appoggiò al tavolo le belle braccia bianche, nude fino alla spalla. Indubbiamente sullo sfondo di velluto nero e sotto la vivida luce artificiale quella donna produceva un effetto abbagliante. Anche Albert sembrò di questo parere, perché disse in tono leggero: – Non è uno splendore? – e andò a sedersi accanto a lei. Eve si era guardata attorno per un attimo. Forse quello sguardo era stato un invito rivolto a lui.
Juliet sedette a un’estremità del tavolo con Hester Freer alla sua destra. Dopo Hester c’era una coppia di mezza età: certi Brown; venivano poi Albert, Eve, Francis Griffiths, Mary Stoner, Isabel Freer e la Buchanan. Tutto quello splendore non si addiceva a Mary: i gioielli e l’ardente vitalità di Eve le davano un aspetto sfocato. La brutta, vecchia Isabel risaltava più di lei.
Isabel disse, con la sua voce profonda: – Avanti, Robert, cosa aspettate? Alzate il sipario!
– Ma voi sapete già tutto – protestò Robert.
Lei rise allegramente, increspando gli occhi. – Non c’è niente di nuovo sotto il sole, dicono. Ma io non mi stanco mai delle vecchie cose: vecchie canzoni, vecchi amici, vecchi tempi.
Robert immerse le mani nel mucchio scintillante che gli stava davanti, e ne trasse un anello. Lo smeraldo quadrato risaltava tra i brillanti che lo circondavano. Eve protese le mani, e davanti a sei paia d’occhi invidiosi, Robert lasciò cadere l’anello nel palmo della sua mano.
– Provatelo e fateci vedere come vi sta.
Lei lo infilò all’anulare della sinistra. Le stava magnificamente. Robert annui in segno d’approvazione.
– Le donne coi vostri colori dovrebbero sempre portare gli smeraldi: fanno risaltare il verde degli occhi.
Eve sollevò le lunghe ciglia scure.
– Ma i miei occhi non sono verdi. Generalmente sono considerati castani.
– Mi sono sembrati verdi. Se voi portaste degli smeraldi…
– Non ne possiedo. – I suoi occhi si posarono di nuovo sull’anello.
Robert alzò la voce, mutando il tono confidenziale che aveva assunto per un momento.
– È una pietra molto bella e ha una storia interessante. Qualcuno di voi ricorda il delitto Hellmester? Voi, Isabel, senza dubbio.
Isabel Freer annui. – La donna se lo meritò. È stato nel 1917, non è vero? Johnny Hellmester tornò a casa in licenza e trovò che la moglie se l’intendeva con un altro. Li freddò ambedue e saltò da una finestra del quinto piano quando arrivò la polizia. Conoscevo Johnny; un bravo ragazzo finché lei non lo fece impazzire. Non vorrete dirmi…

5Robert Dennon sorrise.
– Si, era il suo anello di fidanzamento. È stato il mio ultimo acquisto. Una novità anche per voi. – Si protese attraverso il tavolo e sfilò l’anello dal dito di Eve. – Ora, questo braccialetto – sollevò una spessa fascia d’oro alta due centimetri, incrostata di brillanti e rubini – questo colò a fondo col Empress Victoria. L’ho comprato venticinque anni fa dalla nipote della donna che lo portava. E questo, no, non è né bello né prezioso: è solo un fermaglio per capelli guarnito di perle, ma salì sul patibolo con la signora Manning, l’avvelenatrice. Quando fu impiccata indossava un abito di raso nero, e nessuno lo volle portare per una generazione.
Hester Freer, seduta accanto a Juliet, disse con voce tremante: – Non porterei uno di quei gioielli, nemmeno se mi pagassero.
Juliet era dello stesso parere. Ognuno degli oggetti che Robert mostrava con tanto orgoglio aveva una storia e ogni storia parlava di sangue e di lacrime.
Robert Dennon doveva aver sentito. La guardò di traverso con freddo risentimento. Hester non vi badò, ma Juliet fu percorsa da un brivido.
Lui aveva preso in mano una spilla scintillante.
– Ben poche donne potrebbero odiare questa – disse. – Naturalmente i brillanti non si addicono a chiunque. – Il suo sguardo indugiò crudelmente su Hester e tornò alla spilla. – Bella, non è vero? è la spilla Marziali: cinque brillanti perfettamente simili, di quattro carati ciascuno. Un dono di nozze del marito a Giulia Marziali. Lei la portava quando il marito la pugnalò, tre anni dopo, nel 1820, insieme col suo amante. La cosa fece scalpore a Roma, ma il conte si uccise prima del processo. La contessa era sarda, e molto bella, è strano pensare che queste splendide pietre furono bagnate dal suo sangue.
– Basta! – esclamò Hester.
I Brown accanto a lei non giunsero a questo estremo, ma dichiararono che non avrebbero desiderato possedere oggetti simili.
Eve si volse un attimo a guardarli.
– Davvero? – disse. Poi con un rapido sguardo a Robert: – Spero che non li prenderete in parola, potrebbero ripensarci. E, vi avviso, non crediate che io rifiuti un gioiello solo perché chi lo portava è stato ucciso. Io adoro queste cose deliziose. – Tese le mani verso la collana che egli stava sollevando. – Oh, Robert, lasciatemela provare, ve ne prego, solo per un momento!
Lui lasciò che Eve prendesse la collana e se l’allacciasse al collo. I brillanti formavano delle rose, piatte e regolari, ognuna portante al centro uno smeraldo. Juliet la guardò e non riuscì più a staccare gli occhi da lei. Udì Robert che diceva:
– Veramente questa collana non è legata a nessun delitto. Appartenne a una mia antenata, Damaris Geary, dama di corte della regina Anna. Damaris era bella e virtuosa: visse fino a tarda età e morì rimpianta da una numerosa famiglia. Tutte le donne dei Geary sono state belle e buone.
Robert sapeva a memoria il suo discorso. Aveva detto le stesse parole tre anni prima, quando aveva mostrato quella collana a Juliet. Poi Albert gliel’aveva allacciata intorno al collo. Juliet non si illudeva che le fosse stata bene come a Eve McQueen, ma allora era corsa davanti al lungo specchio in fondo alla sala e vi si era ammirata, tutta vestita di bianco, con i brillanti e gli smeraldi che formavano dei piccoli arcobaleni sotto la luce. I suoi occhi al disopra delle pietre erano scintillanti, e le sue guance rosee di felicità; Albert, poi, l’aveva guardata con tanto amore. La scena le tornò alla memoria, mentre Eve balzava in piedi e correva, proprio come aveva fatto Juliet, verso la specchiera, posta tra due tendaggi di velluto. Poi ebbe un’altra visione, quella che non avrebbe mai potuto dimenticare: due sere dopo allorché Albert le volgeva le spalle, in piedi, davanti al tavolino del suo spogliatoio. C’era accesa una sola luce, mentre Albert stava lì con la collana fra le mani. Era mezzanotte e c’era un gran silenzio intorno. La camicia da notte le era scivolata giù da una spalla e i suoi piedi sul tappeto erano freddi. E Albert era là con la collana di Damaris Geary fra le mani.
Tornò alla realtà con l’impressione che il pavimento le mancasse sotto i piedi. Perché la collana era lì: Robert Dennon ne era tornato in possesso. Stava mandando lampi dall’immagine di Eve, riflessa nello specchio in fondo alla stanza.
Eve si volse. La udirono trarre un profondo sospiro. Poi tornò al suo posto muovendosi come in sogno: una deliziosa, vitale creatura, con gli occhi verdi come gli smeraldi che portava. Sollevò con riluttanza le mani al fermaglio, poi fece ondeggiare la collana, accarezzandola con gli occhi, e la buttò a Robert Dennon attraverso il tavolo, con un gesto brusco.
– Oh, prendetela, prendetela! E sarà meglio che facciate presto, altrimenti non riuscirò più a staccarmene.
Lui accolse questa stravaganza con un leggero sorriso.
– Però vi sta bene.
Juliet vide i loro occhi che si incontravano e pensò: “Non ci vorrà molto tempo prima che Eve la possieda”.

6Sembrò strano, tornare alla luce del sole. Erano rimasti da Robert un’ora soltanto e fuori era ancora chiaro. Albert si trovò a dover accompagnare Eve. Accadde così, senza che avesse potuto fare qualcosa per impedirlo.
I due si allontanarono insieme.
Robert rientrò, richiudendo la porta Juliet salì nella sua stanza.
Il sentiero che porta a Rosbury si avvolge e gira intorno alla scogliera, cadendo a strapiombo sul mare. Con l’alta marea non si vede che acqua, ma quando l’acqua si ritira affiorano gli scogli. Dalla parte interna del sentiero corre invece un orlo rialzato, che non supera quasi mai i tre metri. Qua e là, l’orlo è scavato in modo da formare un sedile. Nell’insieme costituisce una piacevole passeggiata in una sera d’estate.
Albert si stava chiedendo per quale ragione fosse stato prelevato dal gruppo. Non certo per ingelosire Robert, dato che Eve si era data da fare tutta la sera per tenerselo buono. Infine risolse che la cosa migliore fosse aspettare che la donna scoprisse il suo gioco.
Le stava raccontando una storiella generalmente reputata interessante, quando lei lo interruppe. – Albert, ho bisogno di parlarvi.
Dramma? Ebbene, erano affari suoi. Per proprio conto avrebbe preferito… Ma non ebbe tempo di completare il suo pensiero, perché Eve gli disse senza preamboli: – Robert mi ha chiesto di sposarlo.
Lui annui gravemente. – Con quale dei due devo congratularmi?
– Non ho accettato… non ancora.
– In questo caso dovrei congratularmi con lui.
Eve ebbe uno scoppio d’ira. – Come potete essere cosi odioso? Ma non riuscirete a irritarmi!
– Una decisione ammirevole. Vorrà dire che mi congratulerò con tutti e due.
– Per che cosa?
Le arcuate sopracciglia si sollevarono. – Per la vostra esitazione, riluttanza o cos’altro è.
– Albert, siete odioso!
– Perché oso insinuare che riuscirete solo a rendervi scambievolmente infelici?
– E perché mai?

Lui la guardò con una sfumatura d’ironia – Non si può vivere di soli smeraldi. O mi sbaglio?
– Rappresentano già qualcosa – rispose Eve.
– In tal caso è il vostro funerale.
– Robert ha fatto un testamento in mio favore.
Albert si permise di sorridere. – Adesso mi congratulo realmente con voi.
Eve arrossì. – Non sono stata io a suggerirglielo: è stato un caso. Volevo io stessa fare testamento. Ho chiesto a Robert di fare da testimone, ma quando ha saputo che volevo lasciargli qualcosa…
– Una trovata veramente geniale!
Lei si fece spavalda. – Non è vero? Comunque ha detto che non poteva farlo, dato che era una parte interessata, e allora ha finito col chiedermi di sposarlo. Poi ha preso il modulo e lo ha riempito, lasciandomi erede di tutto e ha detto che avrebbe cercato due testimoni; qualcuno estraneo al club, per evitare chiacchiere.
Albert le rivolse uno sguardo enigmatico. – Ma non è ancora firmato. Mi meraviglio che non abbiate battuto il ferro finché era caldo.
Gli occhi di Eve ebbero uno sguardo di trionfo.
– Oh, lo firmerà. È pazzo di me. Comunque per adesso si tratta più che altro di un gesto. Il testamento vero e proprio lo farà la settimana prossima, quando andrà dai suoi avvocati. Questo è solo una garanzia, come ho detto prima, per il caso di una disgrazia. È sempre meglio mettersi al sicuro, non è vero? – Chinò la testa da un lato e lo guardò da sotto in su. – Ebbene?
– Ebbene, che cosa?
– Non avete niente da dire? La cosa non vi interessa? Non avete intenzione di fare qualcosa?

7Lui le rivolse il suo sorriso disarmante.
– Potrei buttarvi giù dalla scogliera, naturalmente. Sarebbe una soluzione.
– Ci sarebbe un’altra via – osservò Eve con voce dolce.
Albert maledisse tutte le donne dagli occhi verdi e dai capelli rossi.
– Non ne vedo altre. – Poi cambiò tono. – Ascoltate, Eve, questi sono affari vostri e non voglio immischiarmene. Robert può sposare chi vuole e lasciare i suoi soldi e la sua maledetta collezione a chi gli pare e piace. Se lo amate, sposatelo pure. Starete molto bene con gli smeraldi. Se non lo amate, vi consiglierei di pensarci bene. Conosco Robert da molti anni e non sarete certo voi a cambiarlo. Una volta passato il primo entusiasmo, voi conterete meno della collezione. Perché, vedete, questo è il suo vero amore. Qualsiasi donna può essere solo un diversivo temporaneo per Robert. Vi posso dire onestamente che non lo ritengo capace di amare qualcos’altro. Continuerà a vivere in quel mausoleo con i suoi fantastici ninnoli e voi diverrete un elemento accessorio e inutile. C’è già quel poveraccio di Barret per questo. Ma George non può portare i gioielli, voi invece sì. Uno per custodire i suoi gioielli, un’altra per sfoggiarli. Se non mi sbaglio, nei trionfi romani le prigioniere venivano coperte di pietre preziose. Ebbene, questa sarebbe più o meno la parte che vi sarebbe riservata accanto a Robert.
Eve continuò a fissarlo. I suoi occhi erano davvero bellissimi: grandi e luminosi, di un colore cangiante fra il grigio, il castano e il verde: lo stesso insidioso colore che l’acqua assume in vicinanza di un porto verdeggiante.
– Albert…
Lui distolse con uno sforzo gli occhi dai suoi. – Bene – disse. – Siete avvisata.
Erano fermi. Il sole era molto basso ormai. Dal mare veniva una leggera, piacevole brezza. Albert si mosse e lei lo seguì.
Dopo un momento disse col tono di una bimba arrabbiata: – A che cosa serve avvisarmi? Io devo pur avere qualcosa e voi non mi suggerite nient’altro.
– La mia parte è quella di uno spettatore in grado di seguire la maggior parte del gioco.
– Senza prendervi parte?
– Oh, no. Ha anche lui il proprio gioco: non gli converrebbe mischiare le due cose.

8Eve rise con ira. – Allora non mi resta che diventare vostra cugina, mio caro!
Juliet salì nella sua stanza e chiuse la porta a chiave. Fatto ciò rimase irresoluta per un po’ di tempo. Poi si mosse e andò a sedersi accanto alla finestra. Questa dava sulla casa di Robert e verso la collina contro la quale l’edificio era stato costruito.
A un tratto si rese conto di aver freddo. Prese un soprabito e se l’avvolse strettamente attorno alla persona. Aveva rotto il suo matrimonio a causa della collana di Damaris Geary, perché Albert l’aveva rubata; perché lei non poteva sopportare l’idea di aver sposato un ladro. Ma adesso Robert Dennon ne era tornato in possesso. Albert doveva avergliela restituita. Forse l’aveva rimessa a posto prima che Robert se ne accorgesse. Ma che differenza c’era? Albert era un ladro. Lentamente, penosamente poté riudire Mary che diceva: “Lo ha sempre fatto, ma non è mai stato scoperto. Siamo riusciti a evitarlo, rimettendo tutte le cose al loro posto. Ciò ha spezzato il cuore di mia madre e adesso sta spezzando anche il mio. Perciò non ho voluto sposarlo. Non avrebbe mai dovuto sposarsi. Speravo che non te ne saresti mai accorta.”
Ripensare a sé stessa giovane e immatura era come guardare ad un’altra persona. Non poteva vivere con un ladro. Albert era un ladro: quindi lei non poteva vivere con Albert. Non poteva sopportarlo, non poteva parlargliene, non avrebbe mai potuto parlarne. Solo a pensarci si sentiva piena di vergogna. Doveva andarsene subito. Quello che voleva restare era il suo corpo. Ma il corpo poteva essere costretto a ubbidire alla volontà. Juliet poteva costringere la sua mano a prendere un foglio di carta e a scrivere: Ho commesso un errore spaventoso. Non avrei dovuto sposarti. Non posso dirti perché. Non cercar di farmi tornare: non posso.
Lui aveva tentato ugualmente. Dapprima con un irato: “Cosa sono queste sciocchezze?” seguito da: “Almeno troviamoci e parliamone” per finire con: “Benissimo, come vuoi tu. Non ti importunerò più. Fra tre anni potremo avere il divorzio”.
Juliet si era nascosta e non aveva risposto a nessuna delle sue lettere. Sapeva perfettamente che non avrebbe avuto il coraggio di resistere, se si fosse trovata con Albert.
Rimase lì seduta per parecchio tempo. Mentre la stanza diveniva buia i suoi pensieri si confusero, si allontanarono e tornarono di nuovo, per allontanarsi ancora e mutarsi in sogno. Juliet non seppe di cosa si fosse trattato, o quanto a lungo fosse durato, ma si svegliò con un improvviso senso di paura. Per un momento non capì dove si trovasse. Aveva freddo e la stanza era buia. Rabbrividì. Si era addormentata accanto alla finestra e aveva fatto un sogno spaventoso, ma non lo ricordava.
Si alzò e andò ad affacciarsi alla finestra, e proprio in quel momento la luce si accese nel corridoio a vetri sotto di lei. Rimase immobile a fissarla. Quando si era svegliata era tutto buio. Se la luce fosse stata accesa, il riflesso sarebbe arrivato fino alla sua stanza. Tornò alla sedia da cui si era appena alzata. La luce del corridoio la segui, proiettando i contorni della finestra sul pavimento e giungendo fino a lei. Quando si era svegliata, non l’aveva vista.
Con l’idea che qualcuno fosse entrato nel club, Juliet corse verso la porta, l’apri e, senza esitare, corse in direzione della luce che proveniva dal corridoio. Se qualcuno era entrato provenendo dalla casa di Robert, doveva per forza passare per il corridoio sottostante. E doveva attraversare il vestibolo, a meno che non svoltasse nella sala del biliardo o nello studio di Robert.
Era arrivata sul pianerottolo, quando udì un rumore proveniente dal basso. Qualcuno camminava lungo il corridoio, sul quale si apriva la porta a vetri. Juliet si affacciò alla ringhiera e vide Hester Freer che attraversava il vestibolo. A tutta prima non la riconobbe. Era in camicia da notte, con le pantofole infilate ai piedi nudi e i capelli sciolti. Aveva uno sgargiante scialle ricamato.
Juliet la fissò incredula. Lo scialle naturalmente era di Isabel. Ma quella donna coi capelli sciolti e il viso sognante era veramente Hester? Sembrava molto più giovane e più bella, sorrideva dolcemente con l’aria di una donna felice.
Juliet corse in fretta nella sua stanza e chiuse la porta.
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25 pensieri su “Garthander V

  1. Si sente che è in un crescendo. Gli eventi, ma con gentilezza, stanno incalzando. Ci lasci estranei e poi ci riporti lì.
    Un bel capitolo che è tanto forte in quanto mi ha fatto venire la voglia di sapere come continua.
    Ti sei bloccato lì.

    Mi piace juliet.
    Buona serata

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  2. L’ho letto con tanta soddisfazione. Mi ha interessato diciamo la seconda parte.
    Stai introducendo tanto.
    Mi è sembrato, tra l’altro, di avere letto “altro” tra le righe.
    Un dubbio che, man mano che andavo avanti, si è radicato.
    Come un “velame de li versi strani”. Giusto?

    Ciao e buona serata

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  3. Mi ha presa. Mi hai presa alla gola, milord.
    Mi intriga tantissimo.
    Robert è il riccone, arrogante e maiale che si possa immaginare.
    Un essere che se ne sta tutto il giorno a odere delle vittime, dei gioielli, sapendo che così instilla il male per tutti.
    Che persona orribile.

    Buon sabato.
    🙂

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    • Addirittura “alla gola” gentilissima Silvia?
      It’s incredible and terrific!
      😉
      Robert un maiale? Addirittura.
      Non è simpatico in prima battuta, ma, non mi sento di bastonarlo ulteriormente, con quello che gli è capitato al capitolo VI, non trovi?
      Ciao e grazie

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  4. Come un gatto che fissa un uccellino e gli occhi con i colori insidiosi…. bel pezzo Lord. Nuovamente curiosa di andare avanti… questa collezione, devo ammettere, ha il suo fascino e questo romanzo vibe di un’atmosfera propria … ecco, oggi mi ricorda anche Lupin…😊😊😊

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