Garthander VI

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1Tutto quello che accadde a Styles Hedingham House, quel venerdì, era destinato ad avere grande importanza: ogni minima cosa, ogni singolo particolare. Il minuto esatto in cui ognuno era entrato o uscito; quello che tutti avevano fatto, detto, indossato; se avevano parlato con qualcuno; se avevano scritto o ricevuto delle lettere; se avevano telefonato: tutto doveva divenire essenziale.
Robert Dennon uscì dal cancello e prese l’autobus delle nove e trenta per Hedingham Court. Alle dieci e un quarto entrò nella sua banca e chiese di parlare al direttore; poi, alla presenza di questi e di due impiegati, firmò il testamento nel quale nominava Eve McQueen sua unica erede. Era di ottimo umore. Rise dicendo che presto avrebbero avuto ragione di congratularsi con lui.
Il direttore si mostrò affabile e l’intera faccenda si svolse nel migliore dei modi.
Robert Dennon riprese l’autobus e alle undici e mezzo fu di nuovo nel suo studio con George Barret. Una parte della loro conversazione fu per caso udita. Alle dodici e cinque si ritirò nel laboratorio e fece un paio di telefonate. Alle una precisa si recò nel club per il pranzo e, dopo una mezz’ora circa, rientrò dopo essersi fermato un attimo presso il tavolo di George Barret per dirgli: – Oggi pomeriggio siete libero, non avrò bisogno di voi. – Le sue parole furono udite da una mezza dozzina di persone almeno, ma nessuno sembrava aver inteso la risposta di Barret. Probabilmente non ritenne necessario rispondere. Appariva pallido e stanco e non toccò cibo.
Alle una e mezzo raggiunse Robert Dennon. Non fu possibile sapere se si fossero incontrati e se fosse accaduto qualcosa tra di loro. George Barret dovette in seguito giurare che non si erano visti e che lui era andato di là solo per prendere un libro, poi era tornato immediatamente al club, recandosi nello studio, dove aveva trascorso il resto del pomeriggio.
Dopo pranzo, a Styles Hedingham House, il personale è lasciato per la maggior parte in libertà, benché ci sia sempre qualcuno nell’ufficio della direzione e un cameriere per rispondere alle chiamate dei clienti. Quel pomeriggio faceva caldo. La signorina Genas, nello sgabuzzino della direzione, avrebbe volentieri fatto il cambio con la signora Freer che, come tutti sapevano, dopo pranzo aveva l’abitudine di andare a letto per fare un riposino.
Il signore e la signora Brown attraversarono il vestibolo muniti di asciugamani e costumi da bagno. I pensieri della signorina Genas furono interrotti dall’ingresso della signora McQueen accompagnata dal maggiore Griffiths. Eve entrò nell’ingresso fresca e riposata. Il maggiore Griffiths invece era accaldato, quasi congestionato: nel viso di un rosso cupo, gli occhi sembravano ancora più azzurri. La signorina Genas lo ammirava moltissimo: era sempre gentile e cordiale. Non si dava arie, ma non cercava nemmeno di prendersi delle libertà.
Eve si affacciò alla porta dell’ufficio.
– Devo andare dal signor Dennon. Volete essere cosi gentile da avvertirlo per telefono? Non ho voglia di arrostire in quel corridoio, mentre lui viene ad aprire la porta. Il signor Barret è fuori, non è vero?
Susan Genas rispose: – Non l’ho visto uscire.
– Oh, bene; in ogni modo telefonate al signor Dennon. – Si volse al maggiore Griffiths. – Cosa volete fare voi, Francis? Io mi sbrigherò in un attimo. Non so perché Robert voglia vedermi.
Francis Griffiths rise: – Non vuol vedervi sempre?
– Non fate lo sciocco! In ogni modo gli dirò che abbiamo intenzione di andare a giocare a tennis e poi di fare un bagno. Lui non fa né l’una né l’altra cosa, quindi non può lamentarsi. Faccio un salto a sentire cosa vuole e torno subito. Posso dirgli che cenerò con lui stasera. Questo dovrebbe ammansirlo.

2Parlavano con la massima indifferenza di fronte a Susan Genas. Per loro avrebbe potuto benissimo essere una sedia, un tavolo o una mosca sul muro. Cattiva educazione, ecco cos’era. Se la sua non fosse stata migliore, Susan avrebbe scosso la testa, mentre sollevava il ricevitore per chiamare Dennon.
Eve McQueen disse: – Ebbene, arrivederci.
Dennon in persona rispose al telefono. Evidentemente Barret non c’era, altrimenti lui non si sarebbe scomodato. Susan disse: – Qui è la direzione, signor Dennon. La signora McQueen mi ha incaricato di avvisarvi che sta venendo da voi.
Riattaccò e guardò nel vestibolo. Il maggiore Griffiths aveva trovato un giornale e stava leggendo. Lo depose poco dopo e si spostò in un punto di dove poteva osservare il corridoio a vetri, oltre la porta dello studio, poi tornò indietro. Questa volta si diresse allo sportello della direzione e chiese, scherzosamente: – Quando voi dite che tornate tra un minuto, quanto tempo intendete?
La signorina Genas rispose modestamente: – Dipende.
– Da che cosa?
– Dalla persona con cui devo parlare.
Lui rise. – Ebbene, supponete che si tratti del signor Dennon.
– Il signor Dennon non parla mai col personale.
Il maggiore guardò l’orologio della direzione: uno di quei vecchi orologi a muro che spaccano il secondo.
– Ebbene, sono già passati sette minuti. Mi pare che siano più che sufficienti per comunicare la propria intenzione di andare a giocare a tennis e tornare, non vi sembra?
Mentre stava parlando, Eve emerse nel corridoio. Abbassando lo sguardo sulle proprie mani, disse; – Oh, Francis, ho dimenticato la mia borsetta. Fate un salto a prendermela! Io intanto telefonerò a Robert per dirgli che andate da lui.
Lui alzò le spalle e rise. – Perché le donne devono sempre dimenticare la borsetta?
Eve rise di rimando. – Capita spesso, non è vero? – disse a Susan Genas. – Ma noi non abbiamo le tasche che hanno gli uomini. Se potessi imbottirmi di oggetti come loro, non avrei bisogno della borsetta. O forse ne avrei bisogno lo stesso. Dopotutto non potrei mettere in tasca tanto facilmente un costume da bagno, non vi pare?
Cosi parlando, entrò nell’ufficio della direzione.
– Vorrei parlare col signor Dennon. E questo il telefono interno? Cosa bisogna fare? Oh, credo di saperlo: così, vero? Pronto, pronto! … Ma ho poi fatto il numero giusto? Non si sente niente… Oh, ecco che risponde… Pronto, pronto! Sei tu Robert? … Caro, guarda che ho dimenticato la borsetta… sì, sul tavolo. Francis viene a prenderla, dovresti aprirgli… Oh, davvero? Avevo lasciato la porta aperta? Che sciocca! Non essere in collera, non accadrà più… ma, Robert, davvero? Non dovresti parlarmi cosi. Chiunque può commettere un errore. Penso che anche a te sia capitato… no, forse a te no, ma quando avevi la mia età… Oh, Robert, ti prego! Non intendevo dire questo. Francis è lì? Non mi sembra carino da parte tua sgridarmi davanti a lui… oh, è uscito? Allora sarà meglio che ti saluti. Ebbene, arrivederci, caro, a stasera.
Riappese e si volse a Susan Genas con finto orrore. – Non ha avuto bisogno di aprirgli la porta, perché avevo dimenticato di chiuderla. Robert aveva da fare e così non mi ha accompagnato, e io probabilmente non ho chiuso bene. Povera me! Mi auguro che prima di sera se ne dimentichi. Avete sentito quello che ha detto?
Susan Genas scosse il capo. – Non ho sentito quello che diceva, ma solo la voce.
Eve rise e alzò le spalle.
Il maggiore Griffiths arrivò con andatura pigra, facendo dondolare la grossa borsetta di plastica bianca.
– È questa? – chiese.
Eve scoppiò a ridere.
– Mio caro! Non credo che possa essere di Robert o di George Barret! C’è dentro il mio costume da bagno, con tutto il resto. Andiamo!
Susan li guardò mentre uscivano, dopo una breve sosta nell’atrio per prendere le racchette da tennis.

3Poco prima delle tre, Mary Stoner salì i gradini del porticato ed entrò nel vestibolo. Portava un vestito azzurro e un paio di occhiali neri cerchiati di bianco. I suoi capelli brillarono al sole quando si fermò a deporre l’ombrellino. Si affacciò allo sportello.
– Buon giorno, signorina Genas. Devo andare dal signor Dennon: mi aspetta.
Si allontanò, svoltando nel corridoio.
Erano le tre e dieci quando tornò di nuovo nel vestibolo, attraversò l’ingresso, e scese i gradini coi biondi capelli che brillavano al sole.
Quando Susan si volse, vide la signorina Hester Freer che scendeva le scale. Indossava l’abito nuovo che aveva acquistato la settimana precedente a Hedingham Court, troppo vivace per lei, con tutti quei colori sgargianti. Sembrava preoccupata e s’avviò lungo il corridoio. Poteva essere diretta alla sala da biliardo, allo studio o alla casa di Robert. Dovunque si dirigesse, sembrava comunque terribilmente preoccupata e non riapparve più.
Dopo dieci minuti circa, Albert Geary sali di corsa i gradini e disse: – Salve, Susan, come va?
Susan Genas era distratta. Sussultò e rispose: – Oh, mi avete spaventata!
– Stavate dormendo o solo sognando? Ditemi, il signor Dennon c’è?
– Credo di sì. In questo pomeriggio pare che sia diventato popolare. Ha molte visite.
– C’è qualcuno, adesso?
– No, a meno che non ci sia la signorina Freer, ma è più probabile… – Si interruppe arrossendo.
Albert rise. – Ssst, non una parola! – E poi: – Povero George!
– Maggiore Geary, io non ho detto niente!
– E nemmeno io, per carità.
Se ne andò fischiettando.
Giù a Garthander la mancanza di vento rendeva il calore ancora più insopportabile. La stazione di polizia, debitamente esposta a sud, era un forno. L’agente Taylor non ricordava di aver mai sofferto tanto caldo. Il telefono squillò in modo assordante. Alzò il ricevitore, reprimendo uno sbadiglio e disse: – Pronto!
Una voce familiare chiese: – Parlo con la stazione di polizia di Garthander?
La mascella dell’agente Taylor doleva per lo sforzo di trattenere un altro sbadiglio. – Stazione di polizia di Garthander.
– È il maggiore Geary che parla, dalla casa di Robert Dennon. È accaduta una disgrazia al signor Dennon. Telefonerò anche al dottor Elliot, ma temo che sia inutile. È morto.
L’agente Taylor ritrovò la voce. – Che genere di disgrazia, maggiore?
Albert Geary rispose: – Gli hanno sparato. – E riappese.

Kate Scarlets aveva l’abitudine di scorrere la sua corrispondenza prima di leggere i giornali del mattino. Prese quindi le lettere e le esaminò. Una era di sua nipote Ashlynn Allen, un’altra della sorella di Ashlynn Gladys, una giovane egoista, che non le ispirava molto affetto, e la terza, in una calligrafia che aveva già visto, ma che non poteva al momento identificare, recava il timbro di Garthander. Corrugò leggermente le sopracciglia. La scrittura era del signor Dennon. Questi, dopo aver fissato un appuntamento, era venuto da lei circa quindici giorni prima e non le aveva fatto buona impressione.
Mise da parte la lettera e aprì invece quella di Ashlynn Allen, piena di affetto e di riconoscenza per una sciarpa che poco prima le aveva mandata.
Prese la lettera di Gladys con molto minore entusiasmo. Gladys non scriveva se non aveva bisogno di qualcosa, e non pensava altro che a sé stessa.
Si decise infine ad aprire la busta di Robert Dennon non senza una certa riluttanza. Quell’uomo non le era piaciuto affatto. Lesse:

lettera

La signorina Scarlets rimase seduta fissando il foglio. Era una strana calligrafia, formale e precisa: ma le righe andavano verso l’alto e la firma era uno sgorbio. La lettera doveva essere stata scritta in fretta e sotto l’impulso di una forte emozione. – Potete stabilire voi stessa il vostro compenso… – Qualcosa era accaduto, o lui temeva che stesse per accadere. La mente della signorina Scarlets passò in rassegna tutte le possibilità. Avrebbero potuto essere interessanti, anzi lo erano senz’altro. Ma il signor Dennon non le piaceva.
Depose la lettera e aprì il giornale del mattino. Il nome che aveva avuto in mente fino allora era stampato a caratteri cubitali in prima pagina:

 

La collezione Dennon

Il signor Robert Dennon trovato morto

 

4– Povera me! – esclamò e incominciò a leggere quello che il giornale riportava. C’erano una quantità di particolari, tutti senza importanza.
L’articolo occupava due intere colonne, ma parlava più della collezione che della improvvisa morte del signor Dennon.
Dopo un attimo di riflessione, Kate chiamò il centralino e chiese il numero privato del capo della polizia del Ledshire. Sperava che a quell’ora del mattino fosse possibile ottenere la comunicazione con una certa rapidità. Effettivamente non dovette attendere più di un minuto, prima di udire una voce familiare che diceva: – Pronto!
– Qui è Kate Scarlets, Daniel.
All’altro capo del filo, Daniel Clancy disse:
– Buon giorno, che cosa posso fare per voi?
– State tutti bene? Rietta? E il piccolo?
– Uno splendore. Dunque, di che cosa si tratta?
– Del caso Dennon.
– E voi come c’entrate?
– Sono stata avvicinata una. quindicina di giorni fa…
– Da chi?
– Dal signor Dennon.
– Perché?
– Era preoccupato: voleva che andassi a Styles, ma io ho rifiutato.
– E perché?
– Il caso non mi attirava.
– Ebbene?
– ‘Questo non è tutto, Daniel.

5Lui rise brevemente.
– Lo pensavo.
– No. Ho ricevuto una sua lettera questa mattina?
– Cosa?
– È stata spedita da Garthander alle due e mezzo del pomeriggio, quindi…
– Cosa dice?
– Che erano accaduti dei fatti nuovi. Che mi aveva fissato una stanza a Styles Hedingham House. Che mi avrebbe mandato a prendere con qualsiasi treno fossi arrivata. E che avrei potuto fissare io stessa il mio compenso.
– E cosa avete deciso di fare?
– Non ho ancora deciso. Credo che il maggiore Geary sia l’esecutore testamentario del cugino.
– Non avete pensato che Dennon prevedesse quello che è poi avvenuto?
– Non arriverei a tanto. Aveva preso delle precauzioni. – Ci fu una pausa. Daniel Clancy stava riflettendo. Poi disse:
– Avrei bisogno di vedervi.
– Pensavo di telefonare al maggiore Geary. Se lui è del parere, potrei venire a Styles Hedingham House per a fine della settimana. Senza una conferma da parte sua, l’incarico del signor Dennon non ha più alcun valore.
– Sì, capisco. Se venite, fatemelo sapere. Avrei bisogno di vedervi.

6Kate pensò di chiamare Albert Geary a Styles Hedingham House. Quando ebbe la comunicazione, una voce le disse:
– Questo è il numero del signor Dennon: tutte le chiamate vengono passate al club.
Kate ringraziò e attese.
Le rispose Susan Genas. – Il maggiore Geary? Si, è qui. Ve lo passo subito.
Nello studio, Albert Geary sollevò il ricevitore. – Sono io, Geary – disse.
– Qui parla Kate Scarlets: non so se conosciate il mio nome.
L’espressione di stanca indifferenza sparì dal viso di Albert, – Sì, infatti.
– Posso chiedervi in rapporto a che cosa?
– Mio cugino ha lasciato una lettera. Credo che siate al corrente della sua morte.
– Ho letto i giornali del mattino.
– Ha lasciato scritto di chiamarvi, se gli fosse successo qualcosa. È venuto a trovarvi una quindicina di giorni fa, vero?
– Sì.
– Vi ha chiesto di venir qui e voi avete rifiutato. Sembra che gli abbiate fatto una buona impressione. Dice che voi lo avevate avvertito che correva seri pericoli.
– Temo che abbia trascurato il mio avvertimento.
– Appena tornato a casa, ha scritto una lettera indirizzata a me, che è stata trovata adesso. Dice che se la situazione fosse sfuggita al suo controllo, avrebbe voluto che voi foste consultata.
– Povera me! Ho ricevuto una lettera del signor Dennon con la posta del mattino. Mi pregava di venire a Styles Hedingham House, dicendo che mi aveva già fissato una stanza, e che mi avrebbe mandato a prendere al treno.
– Oggi?
– Sì, maggiore Geary.
Albert rifletté. Cosa poteva avere avuto in mente Robert, e cosa significava quell’investigatrice privata, che dalla voce si sarebbe detta una governante? Avrebbe dovuto vederla, naturalmente, e, se Robert aveva prenotato una stanza per lei, tanto valeva farla venire. In tutto quel pasticcio, una signora anziana in più o in meno non avrebbe fatto gran differenza. Avrebbe magari potuto essere utile. Comunque, nulla sarebbe stato in grado di peggiorare la situazione. Perciò disse:
– Sarei lieto, se veniste qui al più presto, signorina Scarlets. A che ora pensate di poter arrivare?
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27 pensieri su “Garthander VI

  1. E qua siamo alla maestria più completa.
    L’elogio del particolare.
    La bellezza del colpo di scena. Mamma, l’ho riletto e probabilmente lo rileggerò ancora.
    Buona domenica.

    Annelise pour toi.

    Bisousssssssssssssssssssssssssss

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    • Caro Dudù,
      sempre gentile e sempre attento. E lo so, sono in molti e pèer svariati motivi, che lo “volevano” tombé.
      Che dici, stiamo a vedere come va a finire?
      Ciao, stammi bene e tanti cari saluti alla “partenope Capitale”.

      🙂

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  2. Ecco il fattaccio. Certo che era nell’aria e mi meraviglia che la detective privata, all’inizio, abbia rifiutato quello che Dennon cercava di farle capire.
    Alle volte …
    Ciao e buona giornata milord mio signore

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    • cara Giovanna, quando si dice la distrazione. Uno sente parlare un altro che dice di avere dei presentimenti o delle paure e non succede nulla.
      Poi, quando arriva il fattaccio, sono tutti lì a fare i giudici, i pontefici massimi., i consiglieri, i sotuttoio.
      Niente di nuovo sotto il sole.
      Ciao e buona serata

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    • Mah.
      Io metterei una ics su “quello che si pensa”. Il “discorso” è appena iniziato e non è detto che, senza che meno te l’aspetti, mi salti fuori il maggiordomo.
      Tipo Cluedo.

      Grazie per le congratulazioni e una buona serata a te.

      PS:: ma hai proprio deciso di gettare la spugna?
      A parte il beneficio iniziale per tutti 😀 ma poi come passerai le vuote giornate senza scrivere?
      Senza imbrattare neanche un foglio?
      Senza affliggere qualcuno di brevi storielle formate da 7.236 capitoli, 18 volumi in 31 tomi?
      (Ovviamente scherzo)
      Grazie per esserci e buona serata

      🙂

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  3. Concordo nel dire che il romanzo e’ davvero particolareggiato e soprattutto siamo calati in un giallo alla Conan Doyle o Agatha Cristie. Meravigliosa atmosfera e dialoghi incalzanti.
    Bravissimo mio maestro Lord Ninni!

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