Ecco Ninni IV

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1Ecco Rodrigo Lizondo
Avevo dieci anni e vivevo a Buenos Aires. Ero parecchio sovrappeso, ma nessuno mi prendeva mai in giro, forse perché mio padre era un generale dell’esercito. Non ero molto amato, né in famiglia né tra la servitù. Anche a scuola mi detestavano, sia gli insegnanti sia i miei compagni.
Non ero cattivo, non ero un mostro. C’era solo tanta rabbia dentro di me. Perché stavo vivendo una vita che non mi piaceva, perché non era facile adattarmi a tutta la disciplina che mi era imposta. Perché avevo troppe conoscenze, superiori a quelle di chiunque altro, e in fondo ero solo un bambino.
In genere non succedeva mai così. Ogni volta accettavo di buon grado la mia nuova esistenza, adattandomi alla situazione. Non sfruttavo le mie conoscenze per apparire, per superare gli altri, ero felice di vivere ogni singola tappa della crescita.
Ma non in quel caso. Non avrei potuto essere un bambino neppure se lo avessi desiderato, non con un padre come quello che mi era capitato, non con una madre così debole. La ribellione che avrebbe dovuto farmi valere, mi aveva invece reso un paria. Persino gli insegnanti erano impressionati dalle mie conoscenze, al punto che avevano detto a mio padre di farmi studiare un po’ meno. I miei compagni di scuola sfiguravano di fronte a me, e per questo mi odiavano. Io soffrivo, anche troppo, perché capivo che stavo sbagliando ogni cosa, ma non riuscivo a fermarmi.
Quante volte era già successo, nella mia esistenza? Quanti errori erano stati ripetuti all’infinito? Ero umano, dopotutto, e gli esseri umani non imparano mai ciò che è davvero importante. Soprattutto i bambini.
“Vieni con me!”, dissi a Pablo. Anzi, glielo ordinai.
Pablo non era nessuno, il figlio dell’autista di papà. Lui aveva già quindici anni, ma io lo reputavo un idiota. Non faceva mai niente, seduto a gambe all’aria a leggere giornalini tutto il giorno, finché qualcuno non lo beccava e gli dava una strigliata. Aveva smesso di andare a scuola e suo padre stava facendo i salti mortali per farlo assumere in casa nostra, in modo da assicurargli un futuro.
Come previsto Pablo balzò in piedi, pronto a obbedire. Aveva timore di me, anche se ero così piccolo. Sapeva bene che sarebbe bastata una mia parola per far finire sulla strada lui e suo padre.
“Vieni, sbrigati!”.
Era timoroso, perché non gli era permesso mettere piede in casa, e sapeva che sarebbe stato sgridato anche se ero stato io a ordinarglielo.
Io non sapevo a chi altri rivolgermi. Certo, sarei potuto uscire di casa e correre via. Solo quello, correre e correre e nascondermi da qualche parte, almeno finché non fossero arrivati gli uomini di Brandi. Poi avrei saputo come raggiungerli. Ma non potevo dimenticare di essere solo un bambino di dieci anni, e là fuori la vita non era sicura. Se mi fossi trovato in pericolo non avrei avuto modo di difendermi. Nessuno dei domestici mi avrebbe mai aiutato. Non in quello che avevo in mente di fare. Però ero certo di poter dominare quel ragazzino, finora c’ero sempre riuscito.

1Quando Pablo si bloccò, corsi a prenderlo per mano.
“Muoviti!”.
Lo tiravo su per i gradini di marmo bianco, verso l’ingresso principale della casa. Lui non poteva opporsi.
Quando entrammo nell’atrio trovammo due domestiche che stavano lavando il pavimento. Continuai a trascinare Pablo in mezzo a loro, sporcando il pavimento ancora bagnato.
“Ho bisogno del suo aiuto”, spiegai, anche se nessuno mi aveva chiesto niente. “Mi deve spostare un mobile”.
Avevo detto una stupidaggine, proprio come un bambino, ma non stetti a ragionarci su, continuai a trascinare il ragazzo su per le scale.
Quanto mi restava da vivere? Dubitavo che anche con l’aereo più veloce il killer potesse arrivare lì prima di sera. Avrei avuto tutto il tempo di nascondermi. Ma se invece ero sorvegliato? Se fosse stato in grado di trovarmi sempre e ovunque? Per questo avevo bisogno di Pablo.
La nostra villa era presidiata dagli uomini del servizio di sorveglianza, scelti personalmente da mio padre. Io stesso non potevo uscire di casa senza averne due alle costole. Persino quando andavo a scuola, loro restavano all’esterno ad aspettarmi.
Quella mattina l’avevo scampata. La scuola era un istituto militare, ed era persino più sorvegliata di quella casa, sapevo bene che là non avrei avuto modo di fuggire. Avevo fatto credere di essere malato, e non era stato affatto difficile. Oltretutto stavo male davvero; non capita spesso di essere uccisi due volte di fila. Ero terrorizzato.
Avevo persino accarezzato l’idea di lasciarmi proteggere dai sorveglianti, ma ero certo che il killer sarebbe riuscito a raggiungermi lo stesso. Non volevo causare altri morti, mettere in pericolo mia madre.
Pablo restò a bocca aperta quando lo portai in camera mia. A lui doveva sembrare favolosa, più grande ancora della casa dove viveva lui, non poteva capire che per me era solo una prigione.
“Cosa devo spostare?”, mi chiese.
Non avevo preparato niente, del resto non c’era nulla che desiderassi portare via. Raccolsi comunque la borsa di ginnastica e vi buttai dentro alla rinfusa un paio di magliette. Presi anche dalla scrivania tutti i soldi che avevo. Solo i tagli più grossi, perché non volevo ingombrarmi di monetine.
“Me”, risposi.
“Cosa?”.
Cercai di rivolgergli una delle occhiatacce che in genere ammutolivano i miei compagni di scuola.
“Tu hai un motorino, no?”.

4Era confuso. “Lo vuoi?”.
Mi trattava con una confidenza che avrebbe fatto imbestialire suo padre, ma io non lo notai neppure.
“Non posso guidarlo”.
Avevo le conoscenze per farlo, certo, ma con quel corpo dubitavo che avrei avuto la capacità di metterle in pratica.
“Voglio te”.
Rimase ancor più esterrefatto. “Vuoi venire in motorino con me?”.
Già, era abbastanza sconvolgente, l’idea che andassi in motorino con il figlio dei domestici.
Quando mi vide prendere qualcosa da un cassetto della scrivania, impallidì. Io l’avevo avvolta in un panno, ma non era bastato a nascondere la sua forma. Era la pistola d’ordinanza che avevo rubato dalla camera di mio padre. Era carica e pronta a essere usata. Feci scomparire anche quella nella borsa.
“Cos’hai fatto?”.
Aveva capito anche lui che stavo scappando, ma di certo si immaginava che avessi compiuto qualche marachella. Era comunque inqualificabile che si permettesse di farmi certe domande. Non lui, che in quella casa non aveva neppure il diritto di mettere piede.
“Allora, ce l’hai il motorino? Non raccontare balle, ti ho visto arrivare stamattina”.
“L’ho posteggiato qui dietro, ma… dove vorresti andare?”.
Questo era secondario, me ne sarei occupato dopo, quando avrei avuto la certezza che nessuno ci stesse seguendo.
“Fuori da qui”.
“Ma non è possibile!”.
Lo sapevo anch’io che tutte le uscite erano sorvegliate, non ci avrebbero mai fatto passare.
“Fra mezz’ora mia madre andrà dal parrucchiere. Apriranno i cancelli per lei. Dobbiamo solo essere veloci”.
“Sei pazzo! Quelli sono capaci di spararci addosso! Non voglio farmi ammazzare!”.
Sbuffai: “Non spareranno certo a me!”.
La cosa non lo tranquillizzò affatto.

3Avrei dovuto tagliare corto, ordinarglielo e basta, ma non ci riuscivo. Lo stavo davvero mettendo in pericolo, anche se lui non lo poteva capire, e non erano certo i sorveglianti di mio padre la vera minaccia. Restandomi accanto, anche lui sarebbe diventato un bersaglio.
“Vuoi sistemarti? Vuoi un lavoro come si deve? Vuoi non avere più preoccupazioni?”.
Non riuscì a restare serio.
“Tu non puoi fare niente!”.
Certo, potevo farlo sbattere fuori, ma farlo assumere non era nei miei poteri. Non in quella situazione, almeno.
Abbandonai ogni intimidazione e lo guardai negli occhi.
“Ti giuro che non avrai a pentirtene, se mi aiuterai”.
L’avevo confuso ancora di più.
“Ma dove vuoi andare? Quando scopriranno che ti ho fatto uscire se la prenderanno con me! Sono capaci di licenziare papà!”.
Sì, l’avrebbero fatto, questo era certo.
“Non te ne pentirai, te lo giuro”, aggiunsi un’altra volta.
“Ma non posso! Non posso!”.
“Ti prego!”, lo implorai.
Non era mio amico, l’avevo sempre trattato male, quasi fosse un idiota. Avevo sempre trattato male tutti, e ora me ne pentivo. Non avevo un solo amico in quella maledetta villa.
Forse mi stavo ossessionando. Forse gli uomini di Brandi sarebbero arrivati assai prima dell’assassino. Forse dovevo solo aspettarli e poi ci avrebbero pensato loro. Ma come facevo a restare lì ad attendere dopo quello che era successo a Yong-ho e a Annie Luise?
“Che casino! Che casino!”. Pablo non si dava pace e camminava avanti e indietro. “E adesso cosa faccio?”.
L’avevo messo con le spalle al muro. La sua vita sarebbe andata a rotoli qualunque scelta avesse fatto. In quel momento stava anche peggio di me.

4Mi sentii un bastardo. Stavo approfittando di lui perché sapevo di averne la possibilità. Di nuovo non riuscivo a considerare i danni che avrei prodotto agli altri. Mi accasciai su una sedia, e mai come allora mi sentii oppresso dal fatto di essere solo un bambino.
Neppure le mie conoscenze potevano servire, perché il mio cervello era quello di un bambino e come tale ragionavo. Mi mancava la prospettiva.
“Perché vuoi scappare?”.
Scossi al capo. “Non importa. Va’ via. Torna di sotto. Non è successo niente”.
Era titubante, non si fidava. “Perché? Cos’hai fatto?”.
“Non dico niente a nessuno. Vattene. Oggi non ci siamo visti”.
Ancora non si muoveva.
“È stata un’idea stupida”, ammisi. “Non si può fare. Lasciamo perdere”.
“Potresti nasconderti nel portabagagli”, propose.
Lo guardai con stupore, senza capire. “Che portabagagli?”.
“L’hai detto tu che tua madre deve uscire, no?”.
Rimasi a bocca aperta.
Non mi era neanche passata per la mente, quella possibilità.
“Io so quale auto useranno, è sempre la stessa. Posso portatici”.
“Lo faresti?”.
Lui alzò le spalle.
Sarei stato da solo in una città che per me era sconosciuta. Proprio quello che volevo evitare. Ma almeno non avrei messo in pericolo nessun altro. Annuii.
Pablo raccolse la mia borsa. “Vieni, ti faccio vedere dov’è”.
Ma prima di uscire mi chiese: “A che ti serve la pistola?”.

1Ecco Alain Giusti
Avevo diciassette anni e abitavo a Nantes. Ero uno studente, ma la mia vita era l’esatto opposto di quella di Rodrigo Lizondo. Ero un atleta, a scuola avevo buoni voti, ero pieno di amici, tutti mi trovavano simpatico. Piacevo alle ragazze, e parecchio, anche se ora non aveva più importanza. Da un anno c’era solo lei: Julie.
Eravamo inseparabili, passavamo insieme ogni istante a disposizione. Ci era intollerabile concepire di vivere l’uno senza l’altra.
Tutto passava in secondo piano rispetto a lei, persino la morte che incombeva su di me.
Non potevo andarmene, non potevo lasciarla, neppure se mi fosse costata la vita. Ma non potevo neppure farla restare al mio fianco, perché l’avrei messa in pericolo. Era una sofferenza, una decisione troppo importante per prenderla da solo.
Ero in un’età che era impossibile ragionare. Il mio corpo mi dominava, ed era a sua volta dominato da lei. Era faticoso allontanarla dalla mente anche per un solo istante. L’aspettavo, seduto al bar, e lei sarebbe arrivata presto. Purtroppo non frequentavamo la stessa scuola, anche se ero stato tentato di cambiarla, solo per starle più vicino.
Dovevo lasciarla, andare via. Restarle accanto equivaleva a condannarla a morte. Ma che vita sarebbe stata senza di lei, avrebbe meritato di essere vissuta?
Solo qualche giorno, mi ripetevo, finché tutto non si fosse sistemato. Ma si sarebbe mai sistemato? Anche se fossi riuscito a sfuggire all’assassino, anche se Brandi fosse riuscito a fermarlo, non si sarebbe sistemato niente lo stesso. Era un killer, qualcuno l’aveva pagato. Qualcuno che sapeva chi ero, chi eravamo. E avrebbe continuato a saperlo.
No, se fossi andato via sarebbe stato per sempre, non sarei mai più potuto tornare a Nantes. Non avrei mai più rivisto Julie.
Mi sarei dovuto nascondere per il resto della vita, cambiando nome, sempre in movimento. La mia vita tranquilla era finita, per sempre.
Mia madre era morta, quattro anni prima, e mio padre si era risposato. Mireille era una donna in gamba, ma non era mia madre. Avevano avuto un altro figlio, che ora aveva un anno, e non avevano più tempo per me. La nostra separazione era alle porte. Si era già parlato di andare a vivere da solo, appena fossi diventato maggiorenne. Non mancava molto.
Per loro non sarebbe stata una tragedia, la mia scomparsa. Avrebbero sofferto, certo, ma sarebbero andati avanti lo stesso. Ma Julie… non potevo farle questo! Avrei preferito morire.
Lei comprese subito che qualcosa non andava, prima ancora di raggiungermi. C’era un’empatia tra di noi, qualcosa di irripetibile. Portava una cartella in mano, e io sapevo che erano i suoi disegni, ed era eccitata all’idea di farmeli vedere.
I riccioli biondi le cadevano sulle spalle, ed era bellissima, immersa nella luce del sole.

6Si sedette davanti a me e posò la cartella a terra, dimenticandosene.
“Prendi qualcosa?”, le chiesi.
“Cos’è successo?”.
Non si era persa in preamboli. Dovevo essere troppo sconvolto per riuscire a nasconderlo.
“Devo… devo andare via”.
L’avevo sorpresa. “Via dove? Che significa? Traslocate?”.
Scossi il capo. “Devo partire. Devo andare in Italia”.
“Adesso? E la scuola? Per quanto tempo?”.
Non potevo mentirle, e lei non attese neppure la mia risposta.
“Quando parti?”.
Subito, avrei dovuto rispondere. Ma era impossibile che l’assassino potesse raggiungermi prima di un paio di giorni. Non la potevo abbandonare così, all’improvviso.
“Domani”.
“Così in fretta? E il compleanno di Jeanne? È sabato prossimo. Pensi di tornare per allora?”.
Non le importava niente del compleanno di Jeanne, mi stava chiedendo di nuovo quando sarei tornato.
Le strinsi una mano. “Sei libera oggi?”.
Capiva benissimo cosa le stavo chiedendo, e ciò che avrebbe implicato la risposta.

2Mezz’ora dopo eravamo a letto e stavamo facendo l’amore. Non era la mia casa, e neppure quella di Julie. Ci abitava il fratello di un mio compagno di scuola, che ci permetteva di usarla, dietro lauta mancia. Ci incontravamo sempre lì, io e Julie.
Non fu come le altre volte. Non ci furono preliminari e io fui brusco, disperato. Julie non si lamentò, aveva capito. Quando raggiunsi l’orgasmo e crollai su di lei, sfinito, si mise a giocare con i miei capelli.
“È l’ultima volta, vero?”, mi chiese.
Io mentii: “Non so quanto dovrò stare via, potrebbe volerci più del previsto. Anche un paio di settimane”.
Ero un bastardo, non volevo che finisse così, non volevo!
Mi credette? Restò solo in silenzio.
Dovevo inventare qualcosa, qualche misterioso zio di cui non le avevo mai parlato, qualche parente lontano.
“Cos’è successo? Perché tutto questo mistero?”.
Non mi avrebbe creduto, non ero in grado di mentire proprio a lei.
“Devo andare”, le dissi soltanto. “Non posso farne a meno”.
E aggiunsi: “Vorrei non doverlo fare, te lo giuro!”.
Lei annuì soltanto. “Ed è pericoloso?”.
Accidenti, come le era facile leggere dentro di me! “Ma no! Che ti viene in mente!”.
“Dove devi andare?”.
Aveva importanza che lei sapesse? Non avrebbe fatto differenza, persino il killer avrebbe immaginato la mia meta. Forse era proprio il suo volere che convergessimo tutti là.
“A Roma”.

4Soppesò la risposta. “E non è una vacanza”.
Certo che non lo era, non in pieno anno scolastico, così all’improvviso.
“Devo vedere una persona”, ammisi.
“Chi?”.
“Non lo conosci. Un amico di mia madre”.
“Perché?”.
“Perché lui… deve parlarmi”.
Stava finendo tutto nel modo sbagliato. Capiva benissimo che le stavo mentendo. Avrei lasciato un pessimo ricordo di me.
Julie si rialzò e iniziò a vestirsi.
“Che fai?”, le chiesi preoccupato. “Siamo appena arrivati!”.
Non così, non poteva finire così!
Julie tardò a rispondere.
“Devo fare delle commissioni adesso. Me ne ero scordata”.
“Ma…”.
Come trattenerla, senza sbagliare? Senza dirle ciò che non poteva essere detto?
Era già pronta per uscire, e non volevo che quella fosse l’ultima immagine che mi sarebbe rimasta di lei.
Sulla porta lei sorrise.
“Ci vediamo dopo cena? Oppure devi andare a letto presto? A che ora devi partire?”.
Il sollievo mi sommerse, e mi affrettai ad annuire.

Ma quando lei se ne fu andata scoppiai a piangere …
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37 pensieri su “Ecco Ninni IV

  1. Scaccomatto milord.
    Mammamia hai superato tutte le mie aspettative. Sono attirata da questa storia complicata, interessantissima e scritta sempre elegante.
    Certo che adesso, Ninni, si trova a dover gestire una situazione grossa, grande e pericolosissima.
    Cosa cosa?

    Ti aspetto con gli occhi apertissimi.
    Ciao mio signore

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    • Lady Silvia

      Il fantastico, mia signora, non è altro che la scelta che si compie fra la spiegazione naturale e quella sovrannaturale di un fatto insolito. Prendendo in esame il fatto di questo capitolo, proponemmo una vasta gamma di sottoclassificazioni del fantastico e al loro interno i “temi dell’io” dai “temi del tu”, recuperando in modo dialettico i luoghi romanzati ed emblematici affrontati.
      Avrete pazienza di continuare a seguirci?

      Vi ringraziammo della costante presenza milady e bene augurammo una buona nottata.
      Cordialità

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    • Lady Elena Simonin

      Milady,
      Il mondo del doppio, della metamorfosi e della follia, ovvero di ciò che un secolo ha rimosso, si è tradotto, per noi, nell’inquietante scoperta freudiana della nevrosi, della psicosi e della morte. Ma svilupperemo più avanti se, la vostra gentilissima costanza sarà, appunto, costante.
      (Chiedemmo venia per il gioco di parole).

      Abbiate le nostre più sentite cordialità

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  2. Ci hai buttato e con violenza dentro un abisso incredibile. Leggo e mi sento nervosissimo. Il protagonista, Ninni, si trova a tenere una situazione che non è proprio rosea anzi.
    La trama, soprattutto, è incredibile. Anzi, dentro dentro la fantascienza è possibilissimo.
    Quello che mi ha colpito più di tutto è che nella fantascienza non ti sei abbandonato a elucubrazioni strane e fantastiche. La pieghi al tuo volere, ma con quella analisi e introspezione che avvicina l’umana comprensione.
    Proprio bravo e adesso aspetto domenica (è domenica vero?) il nuovo capito che ci accompagnerà.
    Ciao e alla prossima. Buon lavoro.

    Valerio

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    • Sir Valerio B.

      Vedete, mio signore, tentammo di scavare senza complicazioni per chi legge.
      Come affrontare il problema della morale, infatti, tema del romanzo in questione? Dopo il crollo delle ideologie, sui cui altari sono stati sacrificati milioni di esseri umani, nessuna nuova etica, nessuna nuova immagine dell’uomo sembra nascere all’orizzonte.

      Eppure l’uomo non può vivere senza morale.
      Può rifiutare le etiche del passato, ma non l’etica come tale.
      E se il nostro secolo non offre sponde teoriche adeguate, è tuttavia indubbio che ha creato situazioni pratiche estreme in cui gli antichi termini bene e male hanno mostrato di possedere ancora un senso.

      Siamo agli inizi milord.
      Ci augurammo che la vostra presenza possa essere illuminante come sempre.
      Cordialità.

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    • Preg.mo Grande Flagello

      Vedete caro amico,
      l’esperienza più estrema, quella che forse ci caratterizzerà di fronte ai posteri, può costituire il punto di partenza per una possibile rifondazione dell’etica. Ecco il “punto di partenza”.
      Noi sappiamo, però, della profondità delle vostre vedute e che ascoltate con dignità e consapevolezza.

      Seguiteci in questo cammino, amico mio e vedrete.
      Grazie e cordialità

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  3. Eccomi gelata davanti a queste parole. Curiosa e attenta.
    Ma come fai? Uno sviluppo che non riuscivo a immaginare. Ninni si trova in pieno campo con forze che non conosce. E con l’ansia di Ilaria, dico, un attimo forte e prepotente.
    Voglio capire, poi, il pericolo che incombe. Perché il pericolo c’é ed è reale.
    Queste vite, addirittura uno studente o una donna.
    I risvolti, certe volte, sono difficilissimi da gestire.
    Incredibile milord.
    Mi metto in fila (ho preso il numerino della prenotazione) per domenica.
    Mamma, ma sai che è bello proprio?
    Bacio ciao

    Lilly

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    • Lady Lilly Simoncelli

      Mia signora,
      tentammo, nello specifico, l’individuazione delle basi di una morale adeguata: non tanto nel suo aspetto “eroico”, nelle gesta del resistente, quanto piuttosto nell’esperienza più quotidiana e apparentemente meno memorabile del vissuto, in altre in condizioni “impossibili”, nel tentativo di salvaguardare – e spesso glorificare – la propria umanità.
      Ci provammo, mia signora.
      Ci provammo. Con quali risultati sarete voi a farlo notare.
      Grazie per esserci e cordialità.

      Mi piace

  4. Mi associo agli altri interventi in quanto non potevo, assolutamente, prevedere uno sviluppo i tal senso. L’aspetto più bello è che, nel rispetto dell’epoca in cui si parla e evidentemente con le conoscenze tecniche adeguate, lo svolgimento della trama appare credibile.
    Congratulazioni dottore.

    Buona sera

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    • Sir Furio

      Mio signore, nella esegesi delle fonti ci chiedemmo: Quale eredità ci ha lasciato il XX secolo?
      Da un lato ha mostrato gli aspetti peggiori dell’uomo; ha visto imporsi la democrazia, che pure non è immune da quella “tentazione del bene” che può spingerla a intraprendere “guerre umanitarie”.
      Dall’altro ci ha fatto conoscere alcuni individui dal drammatico destino e dall’implacabile lucidità che hanno illuminato questa epoca oscura con la loro testimonianza.
      Ci riferimmo, indiscutibilmente, ai vari Vasilij Grossman, Margarete Buber-Neuman, David Rousset, ecc.
      che hanno dimostrato che è possibile resistere al male senza considerarsi una incarnazione del bene e hanno restituito la speranza nel “legno storto dell’umanità”.

      Il nostro tentativo ne fu l’ulteriore sviluppo analitico, ponendolo posponendolo sia in prima persona, sia più in generale avverso quello che ci circonda.
      Sperammo di avere instillato qualche spunto di riflessione.
      Abbiate le nostre più profonde cordialità

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    • Lord Maxim

      Le realtà, mio signore, ritenemmo siano sempre una!
      Le risultanze scevre dal fatto, possono essere mille.
      Ritenemmo che una buona analisi, confacente, possa soddisfare qualsiasi dubbio nel e di merito.
      Cordialmente amico vostro
      (e salutateci Torino)

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  5. La disperazione di chi ha la responsabilità.
    Una responsabilità che, in questo caso, deve essere grandissima se addirittura un Killer si è scomodato.
    Bello milord. bello e mi metto iun attesa del seguito.
    Dalla partenope Capitale

    Dudù

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    • Preg.mo don Dudù

      Quale può essere il fondamento intellettuale e morale della nostra società, dopo la morte di Dio e il crollo delle utopie?
      La nostra identità di uomini moderni, mio partenope signore, si è formata grazie alla filosofia e la politica, le scienze e le arti, il romanzo e la consapevolezza.
      Ecco, tale e tanto tentammo.
      A voi tirar le somme.
      Il nostro umile impegno termina, dove arriva il vostro, illuminato e partrenope intervento d’intelletto.
      Abbiate le nostre migliori cordialità, accompagnate dai saluti più sentiti verso la partenope Capitale

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  6. In regime di politica letteraria, il capitolo non poteva esimersi dall’affrontare il tema della ricerca di soluzioni dentro il racconto.
    Il “nostro”, con le spalle al muro, si sta districando con l’analisi dei propri componenti di misura.
    La vita, il suo essere e lo sviluppo.
    Direttore sei un grande.

    Un abbraccio e buona giornata

    🙂

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  7. I significati sono importanti.
    I significati nella lotta del quotidiano contro l’avversione di quello che si fa. Il Killer, a quanto sembra, spietato oltre che motivato da un guadagno, sa benissimo dove trovare le sue vittime. Quindi credo che il mandante, oltre che informati, faccia parte della sua sfera più conosciuta. Il mistero s’infittisce.
    E tanto
    Buongiorno milord e buona giornata.

    Giò

    🙂

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  8. Dammi la mano e ti porterò oltre quella siepe.
    Stai mantenendo la promessa. Eccome. Il ragionamento non fa una grinza ma adesso dobbiamo seguire e trovare tutti quei crepacci che isolano la storia dalla fantascienza.
    Ti sto leggendo appassionatamente, anzi sto qua proprio per te.
    Ciaooo

    Sony

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  9. Milord mio signore, ma hai deciso di farmi impazzire? Con questo capitolo mi hai disorientata proprio. Ok, vada per i personaggi, ma qua la situazione si compolica: Ilaria, il Killer, quelle figure da difendere (e vedremo il perché) e tutte le preoccupazioni del caso.
    Mi metto comoda ok?
    Un bacio e buon lavoro mi raccomando.

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  10. Mio signore, voi siete la dimostrazione matematica di quanto bello possa essere un racconto.
    Pathos, e forza che lascia esanime.
    Mi avete obbligato a mettere la testa dentro una soirale di eventi che mi ha presa.
    Spero che facciate la pubblcazione del prossimo capitolo al più presto.
    Un caro saluto milord

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  11. Capitolo incalzante, si entra dentro i personaggi e se ne scoprono vizi e virtù, ma soprattutto la consapevolezza del sapere di un destino già scritto e che non lascia scampo. Come per i precedenti c’è anche in loro l’obbligo morale di contenere il male. E non è poca cosa …quando sai che il Killer sta arrivando senza scampo. Entrambi teneri i due ragazzi. Rischiamo di affezionarci.
    Complimenti, milord, alla prossima!

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  12. Evabbè. Io ci provo…questo capitolo era troppo “umano”. Mi sono commossa nel leggerne un pezzo in particolare e di una realtà quasi palpabile ogni suo passaggio. La sua scrittura è fantastica e non potevo non commentare. Spero di aver lasciato un piccolo segno gradito.

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  13. Ogni personaggio ha una sua peculiarità che lo rende interessante e l’intrecciarsi delle loro vite, che poi alla fine è unica, è incredibilmente eccitante, coinvolgente ed emozionante. Ne è valsa veramente la pena mantenere tutte le notifiche delle puntate pubblicate, in modo da essere sicura di non perderne nemmeno una, è una lettura ipnotizzante. Ora mi devo fermare, il cosiddetto “dovere” mi chiama, ma riprenderò al più presto, molto presto.
    Ossequi Lord Ninni e tantissimi complimenti.
    Pat

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