Ecco Ninni VII

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1Ecco Susan Cook
Non mi restava più molto tempo.
Andavo incontro alla morte, senza poter far nulla per impedirlo. Ricky lo conoscevo appena, ma già lo amavo, non potevo permettere che morisse al posto mio. Non avevo neppure potuto permettere che fosse fatto del male a Pablo, che conoscevo ancora meno.
Non mi ero arresa, non riuscivo ad accettare la morte, però non vedevo altra soluzione. Arrivare a un passo dalla felicità e vedersela portare via era orribile. Ancora più orribile non sapere neppure per quale ragione stesse accadendo tutto questo. Ma ero certa che presto o tardi, prima di giungere alla fine della storia, avrei scoperto anche quello.
Non passai neppure dal mio appartamento e andai a bussare alla porta di Ricky.
Fu lui ad aprirmi, con un sorriso smagliante.
“Accidenti come sei stata veloce! Non ti eri allontanata di molto”.
Matisse mi venne incontro miagolando.
Lasciai che Ricky prendesse la mia borsa e mi chinai ad accarezzare il gatto. Scorsi con la coda dell’occhio il killer seduto sul divano del salotto. Non si era neppure alzato e stava sorseggiando una bevanda.
“Ti piace viaggiare leggera?”, mi chiese Ricky.
La mia borsa era quasi vuota, inadatta a un lungo viaggio.
Andai verso il killer e cercai di sorridere. Mi chinai persino e finsi di baciarlo.
“Non qui”, mormorai. “Ti prego, non qui”.
Poi mi staccai subito da lui.
“Sarai stanco. Vieni di là che ti preparo la camera”.
Ricky era deluso.
“Ma sei appena arrivata! Resta almeno per un caffè!”.
Gli tappai la bocca con un bacio, perché era così che avrei voluto ricordarlo per sempre. Lui fu un po’ rigido e imbarazzato, di fronte al mio presunto fratello.
Il killer si era alzato.
“Sì, andiamo. È meglio”.

2Arrivai a essergliene grata. Non avrei sopportato che mi avesse uccisa lì, davanti a Ricky.
“Torniamo dopo che si è sistemato”, tranquillizzai Ricky, mentendo.
“Potremmo pranzare insieme”, propose lui.
Io accettai.
Lasciai che il killer mi prendesse per un braccio. Con l’altra mano reggeva la sua immancabile ventiquattrore. Sulla porta Ricky ci corse dietro.
“La tua borsa!”.
Restò a guardarci finché non ebbi aperto la porta del mio appartamento e non fummo entrati.
Io non mi girai neppure a guardare l’assassino.
“Perché?”, mormorai.
Non mi aspettavo una risposta, invece l’ottenni.
“Niente di personale. Eseguo solo gli ordini”.
“Ordini di chi?”.
Lo sentii ridacchiare.
“Mi è stato proibito espressamente di dirvelo”.
“Ma cosa sai? Cosa sai di noi? Ti hanno detto perché ci vogliono morti?”.
“Stai facendo troppe domande per i miei gusti. Continua a comportarti bene e sarà una cosa veloce e indolore”.
Mi girai di scatto, il coltellaccio stretto in mano, e menai un fendente. Preso di sorpresa il killer riuscì a fare un balzo indietro, ma gli lasciai lo stesso uno squarcio insanguinato lungo il petto.
Cercai di colpirlo di nuovo ma mi afferrò il braccio armato. Io girai il polso e riuscii a piantargli il coltello nella mano.
“Chi è?”, urlai. “Chi mi vuole morta?”.

3Nonostante le ferite lui sogghignava, come se il fatto di aver trovato una resistenza lo eccitasse.
“È inutile, stupida, anche se dovessi uccidermi ne arriverebbero cento altri”.
Era probabile che dicesse la verità, ma io volevo proprio ammazzarlo. Per Jiwon, per Dong-Yul. Per quello che aveva fatto a Pablo.
Mi lanciai contro di lui, ma riuscì ad afferrare il coltello con entrambe le mani. Lo tagliai fino all’osso, ma non lo lasciò andare.
“Hai condannato a morte il tuo amico, puttana! Farò fuori anche lui, adesso!”.
Gli tirai una ginocchiata al basso ventre, mettendoci tutta la forza di cui disponevo. Fu costretto a lasciar andare il coltello. Io mi lanciai verso la porta e la spalancai.
Uscii nel corridoio urlando.
“Ricky! Non aprire! Non aprire la porta!”.
Quello stupido non avrebbe ubbidito, si sarebbe precipitato fuori, lo sapevo.
“Chiama la polizia! Chiama la polizia e non aprire!”.
Aspettavo di sentir partire un colpo di pistola da un istante all’altro, ormai il killer doveva essersi ripreso.
Sentii la voce di Ricky, oltre la porta.
“Susan? Che succede?”.
La stava aprendo! Stava girando la chiave nella serratura!
Infilai il coltello dentro al buco della serratura, spingendolo con forza il più possibile, poi lo spezzai, lasciandovi dentro la punta della lama.
“Non si apre!”, urlava Ricky, che non aveva capito cos’avevo fatto. “Non si apre!”.
“Chiama la polizia!”, urlai.
Poi non ci fu più tempo per altro. Il killer mi arrivò alle spalle e sentii le sue mani viscide di sangue stringermi il collo. Mi fece sbattere la testa contro la porta. Una, due, tre volte. Il legno era rigato di sangue.
Ricky stava impazzendo, sentendo quei rumori. Lo sentivo urlare. Poi riuscì a ragionare e corse a telefonare.
Era finita, non riuscivo più a respirare. Ero inchiodata lì, contro la porta. Iniziai il trasferimento.
Uno. Due. Tre.
Non gli era così facile strangolarmi, non con le ferite che gli avevo inferto. Le sue mani non facevano abbastanza presa, scivolavano. Ma io ero intontita dai colpi ricevuti e non riuscivo a reagire. Anche il trasferimento mi prosciugava di energie.
Otto. Nove. Dieci.
Sentivo Ricky urlare al telefono. L’avevo salvato? Certo l’assassino avrebbe potuto tentare di entrare lo stesso, ma la serratura era bloccata e la polizia stava arrivando. Gli conveniva rischiare? Dubitavo molto, non era tipo da farsi trascinare dalla rabbia. Gente come quella pensava prima di tutto alla propria sopravvivenza.
Sedici. Diciassette.
Ricky era salvo. La mia memoria di lui era salva. Il mio amore per lui non sarebbe morto mai.
Diciannove. Venti.
Chiusi gli occhi e accolsi il buio.

4Ecco Alain Giusti
Julie mi scuoteva e gridava, ma io non sentivo niente. Ero sommerso dalla marea dei ricordi. Erano troppi, troppi, non sapevo dove metterli. Nel mio cervello stipato non c’era più posto. Cancellavo e aggiungevo. Cancellavo e aggiungevo in continuazione. Archiviavo, cercavo di fare ordine. Intere esistenze erano ormai ridotte a pochi fatti significativi, era terribile dover decidere cosa fosse importante ricordare e cosa no. Era più importante una folle notte d’amore con una donna bellissima o dieci anni di vita in comune col mio cane fedele? Il primo dente di mio figlio o la morte di mia nonna?
Due! Eravamo rimasti in due soltanto! Depositari dei ricordi di centinaia di vite.
Crollai dal sedile e continuai a tremare sul pavimento, sconvolto.
“Alzati! Che ti prende! Cosa sta succedendo?”, gridava Julie, cercando di farmi sollevare. Poi non riuscendoci correva alla porta. Cambiava idea e tornava indietro. E poi ancora.
Non sapeva che fare, non sapeva decidersi.
“Sto bene”, riuscii a mormorare.
Corse da me.
“Cos’è successo?”.
“Ne ha uccisa un’altra”.
“E tu eri in contatto? In contatto… telepatico? Mentre la uccideva? Hai visto ogni cosa?”.
Annuii, anche se la situazione era un po’ più complessa.
“Oh cazzo!”.
Mi appoggiai a lei e riuscii a sollevarmi un po’, poi mi lasciai cadere sul sedile. Julie si sedette accanto a me, stringendomi la mano.
“Non era il tuo amico, quello di Roma?”.
Scossi il capo.
“Un’altra? Una donna? Quanti siete?”.
“Adesso due. Siamo rimasti in due”.
“Due… cosa? Anche lui è telepate come te?”.
“Lui è… me. Noi siamo la stessa cosa”.
“Non capisco”.
“Noi siamo un’unica mente, anche se viviamo due vite diverse”.

5Julie aggrottò la fronte.
“Questa non è telepatia”.
“Sì, lo è. È soltanto quello, anche se può sembrare di più”.
“Che significa la stessa mente? Che siete sempre in contatto? In ogni momento?”.
“Vuol dire la stessa mente. Siamo un individuo solo. Sono un individuo solo. Anche se ho più di un corpo”.
Mi lasciò andare e si trasferì sul sedile di fronte, per guardarmi in faccia. Non riuscivo a capire come l’avesse presa.
“E gli altri? Anche con gli altri…?”.
Annuii.
“Erano tutti miei corpi. Eravamo un individuo unico”.
“Quanti altri?”.
“Adesso eravamo in sei, ma ne hanno già uccisi quattro”.
“Che vuol dire “adesso”?”.
“Vuol dire che… questa storia è iniziata molto tempo fa”.
Mise le mani avanti, come per fermarmi.
“Alt! Aspetta! Cosa vuol dire che controllavi i corpi? Che ne è stato dei loro legittimi proprietari?”.
La sua voce divenne più fredda: “Che ne è stato di Alain?”.
Sospirai, perché eravamo giunti al punto cruciale.
“Io sono Alain. Non c’è mai stato nessun altro Alain. Io sono in questo corpo sin dalla nascita”.
“I conti non tornano”.
“Lasciami spiegare e capirai”.
“Che vuol dire molto tempo fa? Quanti altri corpi hai occupato?”.
“Tanti”, fui costretto ad ammettere. “Davvero tanti”.
“Sei… immortale?”.

6Cercai di sorridere, ma non mi riuscì molto bene.
“Se lo fossi non sarei così spaventato, non credi? Mi stanno uccidendo”.
“Io non credo che si possa possedere un corpo senza…”.
“Non sono niente quando me ne impossesso. Sono cervelli vuoti. Certe volte non sono stati neppure partoriti, sono ancora nel grembo delle loro madri”.
“Ma…”.
“Lascia che ti spieghi”.
“Che vuol dire telepate? Puoi leggere nella mia mente? Hai sempre saputo cosa pensavo?”.
“No, no!”, mi affrettai a spiegare. “Il mio potere è selettivo, sono pochissime le menti a cui riesco a collegarmi! In tutto il mondo erano soltanto sei”.
Aggrottò la fronte. “E ora sono due”.
Ci pensò un attimo prima di aggiungere: “Chi è di voi due quello… vero?”.
“Non si tratta di vero o falso! Come te lo devo dire? Siamo una mente sola!”.
“Questo lo dici tu! Lui è più vecchio di te, vero? È lui che ti ha posseduto”.
Non potei trattenere un sorriso. “Ninni? No, non è così vecchio”.
“Che vuoi dire?”.
“Che io sono molto più vecchio. Vuoi sapere quanti anni ho? Sono nato il 4 settembre del 1314”.
Calò il silenzio.
“Julie, io…”.
“Quanti corpi hai avuto?”.
“Non credo che importi”.
“Dimmelo, quanti?”.
“Trecentoquarantasei”.
“Ah, pure un numero preciso. Te li ricordi tutti?”.
Annuii.

7“La mia mente è diversa. Sono in grado di usarla totalmente, di accedere a ogni informazione contenuta”.
“Tutto? Davvero?”.
“Ogni cosa. Qualsiasi cosa fatta o vista, nell’arco di questi settecento anni, mi è accessibile. Non ho difficoltà a ricordare ogni più piccolo particolare”.
“E non è fastidioso?”.
“Comodo, direi. In genere mi è stato utile”.
“Hai detto che era una donna quella che hanno ucciso. Com’è possibile? Che significa…”.
“Mi lasci spiegare? Mi lasci raccontare la mia storia? Poi potrai fare tutte le domande che vorrai”.
“Fallo”.
“Allora, sono nato il 4 settembre del 1314, in una piccola fattoria nei dintorni di Caen”.
Ne fu sorpresa. “Allora sei davvero francese!”.
La considerai una battuta.
“Mia madre era bellissima, e mio padre l’adorava. Lei era molto diversa dalle donne di oggi, una creatura eterea, che pregava in continuazione”.
La ruga sulla fronte di Julie si accentuò.
“Come sei nato, maschio o femmina?”.
“È solo questo che ti interessa?”.
“Per te non fa differenza?”.
“Il sesso è qualcosa di fisico, non ha niente a che vedere con la mente”.
“Vuoi dire che… sei stato anche donna? Ti sei sposato, hai avuto figli?”.
“Un mucchio di volte”.
“E…”.
“Era il mio corpo a essere femminile, lui aveva quei bisogni. Erano naturali, spontanei. Non ho mai avuto alcun problema ad assecondarli”.
“Se lo dici tu!”.
“Mi lasci raccontare?”.
“Non mi hai risposto, però”.
“In pratica non ero nessuno dei due. Non ho fatto in tempo a diventarlo, almeno”.
“Eh? Che vuol dire?”.
“Posso continuare?”.
“E continua!”.
“La mia nascita portò la sventura alla fattoria, e all’intero villaggio. Quando accadevano certe cose c’era sempre lo zampino del demonio. In genere i bambini come me venivano soppressi alla nascita, e le madri tacciate di essere streghe. Ma Marie, questo era il nome di mia madre, lei era diversa. Tutti la amavano, intorno a lei aleggiava odore di santità. Nessuno avrebbe mai osato pensare una cosa simile di lei”.

8Sospirai ricordandola.
“Marie si oppose a che venissimo soppressi. Implorò suo marito di risparmiarci. Lui l’amava così tanto che non poté negarglielo. Del resto era impossibile che potessimo vivere a lungo, qualche giorno al massimo”.
“Che vuol dire “voi”?”.
“Vuol dire che non ero solo, che eravamo in due. Due gemelli. Gemelli siamesi. Eravamo attaccati in quasi tutto il corpo. Le nostre teste erano saldate insieme, avevamo due sole braccia, una per parte, e tre gambe in due. La gamba centrale era storpia e non poteva sostenerci”.
“Oh!”.
Julie si era di colpo calmata, e la sua rabbia era sbollita.
“Marie volle che fossimo battezzati, e il parroco non si oppose. Così ci chiamò Francois e Marcel. Per quell’epoca Marie era già vecchia. Aveva trent’anni quando nascemmo. Aveva già avuto tre gravidanze prima, ma nessuna portata a termine. Eravamo l’unica speranza che le era rimasta di poter essere madre. Se mio padre ci accettò per amor suo, non per questo ci amò un solo istante. Aspettava solo che noi morissimo. Ma il tempo passava e noi resistevamo. Marie si prendeva cura di noi e riuscimmo a sopravvivere. Passò un anno, poi ne passarono due”.
“Tu chi sei dei due? Francois o Marcel?”.
Sogghignai.
“Farebbe differenza un nome? No, non c’erano due bambini. C’erano due corpi, forse, ma il cervello era uno solo. Dentro ai loro crani i due cervelli erano uniti. È sempre stato un solo cervello il loro, e io sono quel cervello”.
“Pazzesco!”.
“Ne ho preso coscienza a tre anni. Loro mi trattavano come se fossi due persone, invece ero una sola. Ho cercato di fargli capire che sbagliavano, ma non ci sono riuscito. Benché ormai fosse chiaro che non saremmo morti tanto facilmente, nessuno riuscì ad accettarci. Nessuno oltre a nostra madre. Li mettevamo a disagio, eravamo costretti a restare sempre chiusi in camera. Non fu facile crescere in quelle condizioni. Forse fu per questo che… incominciai a viaggiare”.
Julie non mi interruppe, e io continuai.
“Lasciavo viaggiare la mia mente, in quei pomeriggi tutti uguali, chiuso a chiave nella mia camera. Io ero la vergogna che doveva essere nascosta. Fu così che li trovai”.
“Stai parlando della telepatia?”.
“Non sapevo cosa fosse, avevo solo cinque anni. So solo che a un certo punto riuscii a vedere con altri occhi. Ero grande, alto, potevo camminare normalmente, per la prima volta in vita mia. Potevo muovermi! Era una donna, riuscivo a capire che era il corpo di una donna. Ed era persino più vecchia di mia madre. Non so chi fosse né dove si trovasse, parlava una lingua completamente diversa dalla nostra, che però riuscivo a capire. E questo perché ero in contatto con la sua mente, con i suoi ricordi. Ora posso dire che si trovava da qualche parte in Scozia, ma non ho mai saputo esattamente dove.
“Era una lavandaia, andava tutti i giorni al fiume a fare il bucato. E io mi collegavo ogni giorno, era piacevole lavorare insieme a lei. Mi sentivo libero. Lei non si accorgeva minimamente della mia presenza. Andò avanti un paio di mesi, poi finii per annoiarmi. Io non parlavo mai, non ci riuscivo. I suoni che uscivano dalla mia bocca erano osceni, solo mia madre riusciva a capirli. Anche i miei denti stavano crescendo storti, lesionandomi il palato. Così un giorno cercai di parlarle, alla lavandaia. Di dirle che c’ero anch’io, che mi sentivo tanto solo”.
“Fu una catastrofe, vero?”, disse Julie, che aveva già capito.
“Una tragedia. Quella donna si mise a urlare, abbandonò i panni, corse al villaggio gridando che era posseduta da un demone. Si precipitò in chiesa. Io mi spaventai, e per qualche giorno non andai più a trovarla. Ma poi la solitudine tornò a essere pesante, mi mancavano troppo quei viaggi, in cui avevo un corpo normale. Così un giorno tornai da lei. Le dissi che non doveva avere paura, che ero solo un bambino, che mi sentivo solo e volevo parlare con lei. E lei si uccise”.

9Julie restò a bocca aperta.
“Si gettò nel fiume, si lasciò portar via dalla corrente, annegò mentre recitava una preghiera. Io ne fui sconvolto, annientato. Mi sentivo colpevole, sentivo di aver fatto qualcosa di sbagliato. Mi chiesi anche se non fossi davvero un demone, come tutti raccontavano. Giurai che non l’avrei fatto mai più.
“Ma due mesi dopo non riuscii a resistere e tornai a viaggiare. Ne trovai un altro. Un uomo, un guerriero. Vestiva un abito buffissimo, e capivo che era lontanissimo da me. Nel suo paese tutto era strano, ma non per questo meno bello. Credo che fosse la Cina. Restai con lui parecchio, anche se non cercai mai di parlargli. Ma…
“Non era una brava persona. Uccideva la gente e violentava le donne. Tutti avevano paura di lui. Anche a me non piaceva, ma non potevo farne a meno. Con lui sono stato a cavallo, ho visto posti bellissimi. Era un uomo così forte, indistruttibile.
“Però non potevo parlargli. Non potevo agire in nessun modo. Potevo solo leggere nella sua mente, guardare con i suoi occhi. Sentire, odorare. Era tanto, per me, ma non era abbastanza.
“Quando avevo sette anni, nacque. Una bambina. E non era neanche troppo lontana da noi, un villaggio di mare, sulla Manica. Suo padre faceva il pescatore. Io ero già in contatto con lei due mesi prima che nascesse. Già le nostre menti si erano incontrate. La sua era vuota, completamente vuota, sentiva solo gli stimoli primari, caldo-freddo, piacere-dolore, ma non mi importava. Mi adagiavo in quel corpicino, ed era come se fossi tornato nel grembo di mia madre. Era bellissimo.
“Ben presto mi accorsi che non dovevo lasciarla. Potevo essere in contatto con lei in ogni istante del giorno e questo non influiva con la mia vita. Era una sensazione nuova, inebriante. Quando nacque, quando fu partorita, fui io a partecipare al parto, provai ogni sensazione, e in quel momento ero pure a tavola con i miei genitori, ma nessuno si accorse di niente. Fu un’esperienza unica, straordinaria.
“Occorsero due anni prima di rendermi conto che io ero lei. Che non stavo vivendo la sua vita ma la mia. Che c’ero soltanto io in quel corpo. Fu una scoperta sconvolgente. In casa mia si parlava solo di religione e di anima, di libero arbitrio e aldilà. Ma lì, in quel momento, benché avessi solo nove anni, arrivai a concepire che l’essenza di un uomo, la sua personalità, tutto ciò che lo contraddistingue, è dato solo dalle sue esperienze passate e dai suoi ricordi. E nel corpo di quella bambina gli unici ricordi che l’abitavano erano i miei, ed ero stato io a fare quelle esperienze. Proprio come un solo cervello univa i miei due corpi siamesi, così un unico cervello viveva nel corpo di quella bambina, ed era sempre e solo il mio”.
Attesi qualche secondo, in attesa delle sue domande, ma Julie disse solo: “Va’ avanti”.
“Un anno dopo morii. Avevo dieci anni e il mio corpo non ce la faceva più. Prima fu un braccio a paralizzarsi, poi una gamba. Infine iniziarono a fermarsi gli organi interni. Il corpo di Francois fu il primo a crollare. Mentre lentamente si spegneva, io trasferii ogni ricordo nel mio cervello, anche se avevo capito che era inutile. Eravamo un essere solo, nessuno dei due corpi poteva vivere senza l’altro.
“Francois morì alle sei del mattino. Io lo seguii due ore dopo. In quelle due ore vidi l’estinzione, la fine di tutto, la cessazione di una vita che non avevo mai realmente vissuto. Forse avrei dovuto essere felice che quella prigionia finisse, ma avevo troppa paura. Quindi feci l’unica cosa che mi restava. Trasferii la mia intera mente nel corpo di quella bambina. Lei aveva solo tre anni, ma il suo cervello era ancora vuoto, in grado di accogliermi. Ci riuscii appena in tempo, prima che anche il mio secondo cuore si fermasse”.
“Alt! Aspetta! Fermo lì! C’è qualcosa che non ho capito”.
Attesi di buon grado. Non mi dispiaceva rispondere alle sue domande.
“Cosa?”.
“Hai detto che lei non esisteva. Che eri tu a fare… tutto. Che i suoi ricordi erano i tuoi. In pratica che stavi vivendo due diverse esistenze in contemporanea”.
“Sì, proprio così”.
“Allora che ricordi avevi da trasferire? Non eravate già una cosa sola?”.

11Scossi il capo.
“No, non hai capito. Con lei vivevo una vita a parte. Un’altra esistenza. In quel corpo mi ero creato nuovi ricordi, che nulla avevano a che fare con i miei”.
“Continuo a non capire. A che serviva trasferire quei ricordi, allora? Saresti continuato a vivere lo stesso”.
“Io voglio ricordare chi sono stato. Il mio passato. Non voglio dimenticarlo mai. Io sono il prodotto di tutte le vite che ho vissuto. Sono queste esperienze che hanno creato la mia personalità, non voglio rinunciarvi. Quella che chiamano anima sono solo i nostri ricordi. Riesci a capire quanto siano importanti? Una persona colpita da amnesia continua a vivere, ma è davvero la stessa persona? Il suo carattere è uguale? A me non bastava continuare a vivere, avevo bisogno di ricordare chi ero stato”.
“Perché?”.
“Perché non potevo scordare mia madre, quanto le volessi bene. Come in seguito non ho mai voluto scordare tutti quelli che ho amato e a cui mi sono legato”.
“E sono stati tanti?”.
“Quella bambina fu solo la prima. Negli anni seguenti ne nacquero altri, e io mi appropriai anche dei loro corpi. E così andò avanti, secolo dopo secolo. Mi sposai tantissime volte ed ebbi una schiera di figli. Cercai sempre di aiutarli, anche dopo la morte, perché loro erano la mia famiglia. Però erano solo ricordi. Ricordi di qualcosa che non c’era più”.
“Più di trecento vite, hai detto. Vite intere, vite piene. La mente umana non può contenere una simile mole di ricordi”.
“Una sola no, e comunque ho sempre dovuto fare delle scelte, decidere cosa valesse davvero la pena ricordare. Tieni conto che il nostro cervello archivia ogni azione che noi compiamo. E il novantanove per cento di quelle azioni sono ripetitive e inutili. Ti sorprenderebbe sapere quanto poco resti di davvero essenziale della vita di un individuo”.
“Ed è questo che ti è successo prima? Ti ha passato… i ricordi?”.
Julie non finiva mai di sorprendermi, aveva capito perfettamente.
“Tutti i suoi ricordi. Quelli personali e quelli delle vite passate che lei custodiva”.
“Ed è così veloce?”.
“Adesso sì. Ho avuto tanti anni per fare pratica”.
“E ora siete rimasti in due? Non ce ne sono altri?”.
“Nessun altro, in tutto il mondo”.
“Non è poi un gran dono come sembrerebbe, allora”.
“Non ce ne sono mai stati tanti, però non è mai successo di essere così pochi. Nei secoli passati sono arrivato ad avere un massimo di quattordici corpi in contemporanea, ma sono anche sceso a un minimo di quattro, e già allora ero preoccupato. Non credo che questa capacità abbia a che vedere con la popolazione del mondo. Non ci sono mai state così tante persone nel globo, eppure ne nascono sempre di meno come noi”.
Questa volta Julie restò in silenzio molto a lungo, al punto che incominciai a temere che non avrebbe accettato ciò che ero.
Poi parlò all’improvviso.
“Ti rendi conto che erano come te? E tu li hai uccisi!”.

12Sobbalzai.
“Io non ho mai ucciso nessuno!”.
“Perché riuscivi a entrare in contatto con loro? Perché erano speciali. Ma ti sei chiesto in cosa erano speciali? Loro avevano le tue stesse capacità, erano telepati. Sarebbero diventati potenti proprio come te, se fossero vissuti”.
“Non sono morti!”, gridai.
“Allora se avessi concesso loro di crescere, di avere una propria personalità, se preferisci! Ma non cambia niente, comunque tu la metti loro erano come te”.
“Non c’è nessuno come me”, mormorai. “Non ho mai incontrato nessuno come me”.
“Perché tu non gli hai permesso di diventarlo!”.
Scossi il capo.
“Quella lavandaia non era come me, non lo era neppure quel guerriero. Non avevano nessuna capacità”.
“Forse le avevano ma non sapevano come sfruttarle. Forse loro non avevano mai avuto bisogno di… viaggiare!”.
“E allora non lo erano! E non lo sarebbero diventati neppure gli altri!”.
“Credi che questo basti a giustificare quello che hai fatto?”.
“Ma io sono loro! Ho fatto le esperienze che avrebbero fatto loro!”.
“Non dire sciocchezze! Tu avevi una memoria che a loro mancava! Non puoi fare certi paragoni!”.
“È questo che hai deciso di pensare, che sono un assassino e basta?”.
Julie scosse il capo. “Non so cosa sei, non ne sono ancora sicura. Questo è quello che potrebbero pensare gli altri, però”.
“Che altri? Cosa stai dicendo? Sei la prima a cui lo sto dicendo! Non c’è nessun altro!”.
“E allora chi è che ti vuole uccidere?”.

10Mi ammutolii.
“Che vuoi dire? Cosa c’entra?”.
“Be’, se io fossi un padre, o un fratello, e scoprissi che tu non sei quello che vuoi far credere. Che ti sei appropriato del corpo di qualcuno che amavo, che lo possiedi. In quel caso dubito che la prenderei bene, non credi?”.
Ciò che prospettava era terribile.
“Nessuno può averlo scoperto!”.
Questa frase suonava patetica persino alle mie orecchie. Qualcuno mi odiava, un odio così feroce da non fermarsi davanti a niente. Qualcuno spinto dal desiderio di farmi soffrire.
“Come puoi accettarlo?”, chiesi a Julie. “Perché non hai detto che sono pazzo, che sono tutte fantasie?”.
La sua espressione si distese e apparve un sorriso.
“Chissà, forse ho sempre sentito che eri un tipo speciale. Certo non mi aspettavo che fossi così speciale”.
“Credi che per noi ci sia ancora una possibilità?”.
Il sorriso scomparve.
“Per cosa, Alain? Per divenire solo un ricordo? Perché tu debba un giorno decidere quanto di me meriti essere ricordato e quanto buttato via?”.
“Ci sei rimasta solo tu”, mormorai.
Da un lato era la verità, Ilaria sarebbe morta molto presto, Ricky e i miei figli non li avrei più rivisti. Eppure esistevano, facevano parte di me, continuavo ad amarli e avrebbero sempre dominato i miei ricordi.
“Devo pensarci”, mormorò Julie.
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50 pensieri su “Ecco Ninni VII

  1. eccomi qua, amico mio, a leggere e degustare la chicca domenicale.
    Questo è un capitolo complesso per davvero. Hai e stai sostenendo dei dialoghi a ritmo serrato, anzi serratissimo e ti riconosco.
    Certo che sostenere una parte così difficile non è da tutti. io, per esempio. mi sarei arreso.
    bello proprio.
    Buona domenica e ringraziando la tua genialità, grazie per una domenica bella e dal sapore profondamente intellettuale.
    Ciao.
    E’ sempre un piacere leggerti ma anche conversare su temi che, al giorno d’oggi, nessuno si sognerebbe di dibattere a meno che non si tratti del festival di Sanremo.

    Ciao

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    • Spillo

      Gli antichi greci e in particolare Socrate diceva “conosci te stesso”. Sant’Agostino esprimeva il medesimo concetto in tale maniera “ritorna in te stesso…all’interno dell’uomo abita la Verità” e come lui, molti asceti cercavano di mettere in pratica questo invito al raccoglimento interiore
      In pratica, amico mio, non ho fatto che fare … questo.
      Ciao

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    • Gianluigi

      Il solipsismo, bravo. Ecco che si apre un nuovo fronte
      L’uomo moderno ha bisogno del raccoglimento per recuperare quella forza e quell’equilibrio che lo stare forzatamente in mezzo agli altri, gli toglie.
      Non scoprirò certamente io quanto dolore e quanta frustrazione quel tipo di solitudine provoca quando si è tra la folla anonima e si è costretti a recitare una parte inautentica, priva di qualsiasi comunicazione con gli altri, anch’essi personaggi e non persone.
      Soprattutto nelle piccole comunità come la famiglia si evidenzia questa solitudine: dove più ci si aspetta di trovare un rapporto, si nota maggiormente la sua mancanza.

      Grazie per esserci

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  2. Un altro tema affascinante milord.
    chi siamo noi per decidere sulla vita e sullo svolgimento della vita degli altri?
    La nostra solitudine interiore è così forte da non vedere il tuo vicino?
    Come sempre, per la domenica, un capitolo di spessore.
    BELLISSIMO
    Scritto proprio bene e che dialoghi

    Bacio e abbracci

    Eleonora

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    • Eleonora Bisi

      Affascinante il tuo appunto.

      Spesso si riscontrano delle incomprensioni e delle comunicazioni soltanto superficiali, limitate ad uno scambio di frasi fatte e di chiacchiere inconcludenti.
      Manca la capacità di ascolto, di sentire i problemi dell’altro, la complessità delle situazioni che sta vivendo, poiché non si è stati in grado di ascoltare se stessi.
      Questo potrebbe essere un tema d’incontro.
      Che dici?

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  3. Il tocco del genio, del maestro.
    Lei, caro Dottore, nel capitolo ha inserito una chiave di volta che sarebbe interessante sviluppare in tutta la sua importanza.
    Il tema è quello, ma sottoposto in altre forme.
    Molto bello e convengo, un passaggio complicato.
    Buona domenica

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    • PickWick

      Vede caro PickWick, ecco appunto l’importanza di rientrare nel proprio intimo e di recuperare quell’altro tipo di solitudine più costruttiva che ci mette in relazione con la parte più profonda di noi stessi, che ci rende consapevoli dei nostri errori e delle nostre aspirazioni più autentiche.
      Un buon tema, no?
      Buona giornata e grazie per esserci

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  4. Le rivelazioni di questo capitolo sono incredibili! Mi ci vuole un po’ di tempo per comprenderle e assimilarle. E’ la terza volta che rileggo e, ogni volta, noto un particolare nuovo che mi aiuta a capire i precedenti di questi personaggi e la storia.

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    • Nadia

      Grazie.
      Lettura progressiva: si scopre qualcosa d’altro ad ogni passaggio.
      Si cerca di incorporare i “messaggi” in più battute e in una varietà, ampia, di vedute.Come, nel nostro caso, l’analisi della solitudine e delle forme molteplici.
      Per esempio:

      C’è la solitudine liberamente scelta, soprattutto da coloro che sono assorbiti da grandi interessi artistici, scientifici o politici, per i quali le amicizie e le compagnie costituiscono soltanto un piacevole contorno della vita.
      Costoro si possono definire amanti del proprio lavoro e totalmente assorbiti da esso tanto da non dover ricorrere a nessuna persona per trovare quell’equilibrio che già possiedono espletando la propria attività.

      Giusto?
      Cosa ne pensi?
      Grazie per i tuoi input.
      Buona giornata

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      • Si. Io di mio amo la solitudine, quella voluta, cercata.
        Viceversa, amo anche stare in compagnia. Dipende dall’estro.
        Però in questo romanzo la solitudine è forzata e obbligata.
        Ne deriva quella mancanza di libertà di cui parlavo nel commento precedente.
        Inizialmente la “spiegazione” che è stata fornita per l’appartenenza a differenti esistenze mi era sembrata originale ma era ben oltre la mia comprensione, era un po’ troppo fantastica per i miei gusti personali. Poi, rileggendo ho scorto la metafora e, dato che sei bravissimo nello scrivere e nel rendere plausibile anche l’impossibile… devo dire che ho apprezzato il pezzo e anche il concetto. Ora sono curiosa.
        Grazie e buona serata!😊

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  5. Ninni. amico mio, se non sapessi che hai una passione enorme per le lettere e che sei tu e che scrivi, praticamente un romanzo in una notte, direi che questo lo hai scritto in un anno. E’ perfetto, complicato, assolutamente non banale!
    Profondo e che mi ha lasciato così, muto.

    Bello …. bello e terribile.
    Fidati, questo è terribile!
    Un abbraccio

    Enrico

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    • Vintrix

      Ti ringrazio per definirmi con tantissima generosità.
      Sì, è vero, ho scritto romanzi con una ampiezza di circa quattrocento/quattrocentocinquanta pagine (120 pagg. di Word formato docx) in due notti, per un totale di, circa, 16/18 ore.
      Ma bisogna essere lì, dentro la pagina, non distrarsi e seguire gli eventi e la storia. Il resto è dettato dalla velocità di battitura e dal refuso infame.
      Grazie e ciao

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  6. “Chissà, forse ho sempre sentito che eri un tipo speciale. Certo non mi aspettavo che fossi così speciale”.
    “Credi che per noi ci sia ancora una possibilità?”

    Ninni Ninni …
    Quoziente d’intelligenza a mille …
    Ciao

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  7. Un capitolo di grande qualità.
    Molto preciso e molto e attentamente elaborato . Una teoria di situazioni che, per assurdo, sono tutte sostenibilissime dal punto di vista dell’impegno umano.
    Molto bello.
    Restano numerosi enigmi che sivuramente verranno dipanati in seguito.
    Buon giorno

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  8. Sì, un capitolo di profonda complessità, non tanto per il fatto in sé stesso, ma quanto per il tema trattato.
    La diversità, l’emarginazione e l’emancipazione attraverso schemi diversi e in tutti il tema della solitudine e suoi sbocchi.
    Congratulazioni veramente

    Amedeo

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  9. .

    – Sto ascoltando:
    – EMERSON LAKE & PALMER –
    ___________________
    * Trilogy
    (Adesso)From the beginning

    Ok, affrontiamo l’argomento
    (Sospeso l’uso del ‘Voi’ per brevità)

    La solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo”: parole del saggio Seneca che ci invitano a una riflessione sulla solitudine. Parlare della solitudine mi piaceva perché mi sembrava semplice articolare dei pensieri sulla mia esperienza, ma leggendo le pagine scritte da altri ho subito cambiato idea.

    Mi piace sentire la solitudine come amica dei miei silenzi, come compagna di vita con le sue allegrie e le sue malinconie. Penso alla solitudine come compagna fedele, come qualcuno che non ti tradisce; parlo con lei e sono sempre in compagnia. La solitudine ti aiuta a non essere solo nel momento in cui riesci ad amare quello che fai.
    Queste parole però, possono essere poco significative per chi vive la solitudine in maniera diversa.
    Per chi vive quei momenti come fonte di malessere.
    Ho letto qua e là diverse definizioni di la solitudine ed è stato interessante vederne le molteplici sfaccettature per poi convincermi che essa è personale e legata alla profondità della propria intimità. La solitudine va a braccetto con la coscienza e se la loro unione è armoniosa si è in un equilibrio che genera benessere.
    Penso che ognuno di noi abbia la sua solitudine, essa fa parte dell’uomo e secondo l’uso che se ne fa può renderti sereno o angosciato. Parlare di solitudine diventa un po’ come parlare del proprio nucleo interiore, dove si generano le emozioni che dipingono la persona che appare. Penso che tutto nasca in quei momenti, che se sono amati diventano positivi. Ovviamente penso che non tutti, e non sempre, li amiamo, ma possono anche essere fonte di paura e di insicurezza .

    Altre volte essere soli può essere molto triste. Molte volte ho sofferto quella solitudine, e sapete quando mi succede? Quando sono tra la gente, quando devo gestire situazioni che non amo, quando il mio io è ferito dalla superficialità di chi mi è vicino. Quando non posso comunicare. Allora meglio stare nel proprio nucleo e osservare, studiare e meditare.
    Io studio e medito gareggiando con le mie emozioni. Ma secondo voi esistono sensazioni di solitudine che ci rendono più sereni?

    (Al momento, questa risposta, è generalizzata un po’ per tutti. Accodatevi e se ne parla)

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    • Mi associo
      “Nessuno mi ha compreso tranne uno; e anche lui mi ha frainteso”.
      C’è sempre la possibilità che un uomo estraniato ritrovi se stesso e cominci il dialogo della solitudine.
      A che prezzo?
      Devo andare, ho frettissima, ma ritorno. L’argomento m’interessa.
      Ciao Nì

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    • hai trovato il modo di mettere in moto il deserto, per scatenare una tempesta di sabbia capace di coprire ogni parte della terra abitata.
      Benissimo, io ci sto!
      Ok, fin qua siamo d’accordo.
      Intanto specifichiamo.
      La tua e la filosofia della solitudine che è quella del sapiente, di quella che serve a conoscere la differenza tra il bene e il male.
      Quell’isolamento volto alla ricerca delle nostre profondità e della dimensione più intima. Un mezzo attraverso il quale riusciamo a comprendere le nostre sofferenze e le gioie, che assieme accompagnano la vita di ciascuno.
      Qua di solitudine fine e intellettivamente alta se ne respira parecchia.
      Ciao

      Vale

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  10. @Valerio

    Come la solitudine esistenziale.
    Quando si vegliano le spoglie di una persona estinta si prova inquietudine, suscitata non dal corpo esanime, che resterà immobile, bensì dall’assenza di vita, la sospensione dell’esistenza come noi la intendiamo: la solitudine in sé.

    Il timore di non scorgere nulla oltre la morte, che si esplica nell’essere in comunione. Però se ha vegliare il corpo senza vita ci fossero altre persone, la paura si attenuerebbe per condivisione e reciproco sostegno. Se esistesse una solitudine nella quale nessuna parola di un altro potesse più arrivare e, avere effetto trasformante; se sopraggiungesse una sospensione dell’esistenza tanto grave, allora sarebbe data quella vera e totale solitudine, quella terribilità che il teologo chiama Inferno.
    Quell’inferno che indica una solitudine nella quale non penetra più la parola dell’amore e che significa quindi la vera sospensione dell’esistenza.

    Almeno così mi sembra, no?

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    • Alessandra

      Ti ringrazio per l’espressione gentile e detto da te, che sei una bravissima artista della parola (ormai sei famosa – o famigerata – e straconosciuta in Italia e all’Estero per i tuoi personaggi).
      Volevo, però, approfittarne per tracciarti un altro punto di vista che sto affrontando e a quale persona con tanta sensibilità come la tua, non riuscirebbe a “vedere”?
      Dunque.
      Ho scritto, più in su (occhio che mi riferisco a quei temi che, Nadia, ha scoperto e nascosti nelle pieghe delle pagine) della solitudine liberamente scelta e potrebbe essere un leit motiv di Ninni nel romanzo.
      Però, però …

      Esiste, anche, il caso in cui la solitudine non è stata scelta ma imposta dagli avvenimenti della vita: un abbandono, la morte di una persona cara sulla quale si faceva magari troppo affidamento.
      E’ pericoloso basare la propria vita su quella di altri e peggio ancora in funzione di un lavoro, di un hobby o di uno sport?
      E’ soltanto la vera libertà di coscienza quella che ci impedisce di “venerare” qualsiasi persona o cosa?
      Bisognerebbe che avere un semplice e moderato sentimento o passione verso di esse, oppure cosa?
      Quando queste persone, o elementi, vengono meno si dovrebbero indirizzare le proprie energie e i propri sentimenti verso altre situazioni? E se sì, quali?
      Ecco, all’apparenza, un altro dei temi di questo capitolo.

      Grazie per esserci

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      • Carissimo Milord, forse lord lupo saprebbe rispondere meglio di me.
        A mio giudizio, bisognerebbe cercare in sé una risposta. E boschi, alberi, il mare, il sole, le stelle possono comunque dare un significato importante.
        Radiosità.

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  11. Uccidi il cane che è in te, per diventare il “cane di Dio”, Domines Cani, domenicani.
    Così San Benedetto combatteva l’egoismo degli uomini.
    Tu, però, caro Milord e te lo devo dire, sei il più religioso, il più sinceramente fedele e ammirevole come esempio degli uomini. Malgrado ti reputi un “laico”.
    Invidio la tua fede nell’uomo.
    Potremmo usarla per dimostrare l’esistenza di Dio.
    Un bacio milord e buon giorno

    Elena

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    • Elena Simonin

      Oddio, cara EWlena, mi confondi.
      Io religioso? Più religioso?
      Addirittura una guida per i religiosi? Beh, ti ringrazio per quanto mi dici, perché ne comprendo lo spirito.
      Tu mandali da me che ci penso io a farli diventare laici e a far maturare l’esperienza coniugale ai sacerdoti (non ho mai accettato guide e indirizzi sulla famiglia da chi di famiglia – intesa come vita coniugale – non ne ha mai masticata).
      Fidati: non ho bisogno di dimostrare l’esistenza di nessuno.
      Sono convinto che la “fede” sia una cosa talmente seria che non si può dare a chi non ti dimostra di esserne degno.
      Per cui non io, ma Lui deve delle dimostrazioni a me. Io ne posso riportare tante, ma tante negative dimostrazioni che dovrebbe essere preoccupato per tutto l’impianto costruito in duemilasedici anni di professione religiosa.
      Grazie

      🙂

      Mi piace

  12. Uno sterminato amore per l’umanità intera. Una passione che, sul filo del rasoio, ci regali a noi comuni mortali che non conosciamo il senso dell’esserci e amare.
    Ninni, il tuo protagonista, è un figlio del più delicato sentimento.
    Grazie a lui scopriamo la bellezza di esserci, ma soprattutto di amare.
    Che bella pagina.
    Ciao

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  13. Riesco a rilassarmi e leggere completamente bene quando vengo qua.
    Una letteratura che rinfranca.
    Il capitolo è bellissimo e ovviamente ne attendo il seguito.
    Complimenti

    Buona giornata

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    • Manuela

      Grazie Manu per esserci.
      Passi, alcune volte, per sbarazzina, trasgressiva, aggressiva e menefreghista. Se ti conoscessero, però, come ti conosco e ti conoscono quelli che ti stanno accanto, si ricrederebbero.
      Eccome sesi ricrederebbero.
      Un abbraccio cara e grazie per esserci.

      Mi piace

  14. Buona sera, Lord.In ritardo, ma ci sono.
    Un capitolo impegnativo complesso, per noi che lo leggiamo, gustandolo nella forma e nelle tante silenziose considerazioni che suscita, e per chi lo ha scritto. La solitudine interiore è il filo rosso che unisce, ma anche la costrizione ad essa come scelta di altro. Ninni non si accorge della malattia della moglie, preso dai pensieri di carriera… Mi colpisce anche la capacità e la potenzialità della mente umana, quella che, dicono gli studiosi, usiamo o sfruttiamo in minima parte. ma i personaggi della storia hanno potenzialità che noi non immaginiamo nemmeno. Date da cosa? da chi? perchè? E…a che pro?
    Basta una profonda, lunga solitudine interiore per solleticare e far fuoriuscire capacità e qualità che possediamo senza saperlo? Di solito i momenti di solitudine voluta, cercata, desiderata, ci aiutano in tanto. Diversa cosa è la solitudine costretta, capace di annientarci.
    Attendendo il seguito, auguro buona serata.

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    • Marirò
      (Il voi è sospeso per questo capitolo.)

      L’argomento non e’ di facile approccio, in quanto rappresenta una quotidianita per una moltitudine e in una multiformità davvero non indifferenti.
      La solitudine, può, essere considerata uno spettro di condizioni che vanno dalla noia, alla paura, al fascino, all’appartenenza ed a tante altre cose, e diventa così come una cartina al tornasole per indicare ciò che noi siamo.

      Qual è l’atteggiamento più giusto, mmesso che ce ne sia uno giusto..
      Forse con una smorfia, con interesse, con ammaliazione o con indifferenza, dinanzi ad argomenti così psicologici ed a volte intimistici, che investono la sfera privata, ci imbattiamo nella reticenza nostra e degli altri.
      Soprattutto nella reticenza cosciente e coscienziale.
      Possiamo analizzare e parlarne, l’importante però dovrà essere una esatta e corretta a pertura mentale.
      Qua il problema espresso (e che, almeno così spero) ho tentato di far emergere è la solitudine come varia e variabile condizione da oppugnare al quotidiano vivere.
      Per capirci qualcosa e soprattutto far questo e per vincere la naturale resistenza che a questo argomento così intimo è associata, stigmatizzo la sospensione del giudizio, in modo tale che da questo limbo si possa considerare la solitudine al di fuori delle proprie problematiche esistenziali.
      Per sospensione del giudizio intendo un particolare stato di coscienza, di ricezione e non di trasmissione, in cui l’ascolto è massimo ed i valori, le regole, a cui siamo abituati, sono momentaneamente accantonate in attesa di una nuova sistematizzazione mentale.
      Intendendo, come sospensione dell’assenso, : una stasi del pensiero discorsivo che conduce al silenzio del non asserire!

      Questo, in pratica, è il senso concettuale della mia stessa vita, preso pari pari dalla filosofia degli Scettici, quale principio che consente di raggiungere l’imperturbabilità, il distacco dalla paura e dal desiderio, l’atarassia di cui io sono fautore sia come pensiero, sia come facoltà di analisi (con la supponenza di averne una).
      Grazie a tutto questo si può osservare il fenomeno da una prospettiva ben diversa. Ovvero quella prospettiva che ci permette di osservare, non osservati., l’osservatore che osserva … mentre sta osservando
      ( Ecco, adesso mi rivolgo alla docente che so attenta e sensibile e che so capace di conprensione del concetto stesso sviluppato).

      Osservare e analizzare con quel distacco che ci permette una diacronìa con quello che ci circonda, permettendoci di sincronizzarci con l’aspetto stesso di verifica.
      Risultato? Beh, il salto a piè pari dei preamboli e l’inizializzazione dell’assorbimento dell’obiettivo stesso.
      Ci si arriva, oppure arriverà?
      Ritengo di si. Ancora qualche capitolo.
      Grazie per esserci e buona serata

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