Ecco Ninni X

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5Ecco Alain Giusti
“Non dovevamo fuggire”, insisteva Miloslav. “Eravamo più forti noi”.
Non ne ero sicuro.
“Non posso uccidere”, dissi. “Non ce la faccio, non ci riesco”.
Neppure per salvare la mia vita c’ero riuscito. Susan era stata in vantaggio nella sua lotta, eppure non era riuscita ad andare fino in fondo.
“Non hai mai ucciso?”, mi chiese Julie, sorpresa.
“Mai, mai”.
Mai in settecento anni. O forse no. Quei neonati di cui mi ero appropriato potevano considerarsi omicidi? Ormai non ero più sicuro di niente.
“Lo ammazzavo io!”, affermò Miloslav. “Non mi faccio tanti scrupoli”.
Io non volevo che finisse ammazzato lui, invece. Non volevo che rischiassero la vita per colpa mia.
Avevamo attraversato buona parte del treno, senza fermarci. Le ultime vetture erano quasi completamente vuote. Quando saremmo arrivati all’ultimo vagone che sarebbe accaduto? Ero certo che il killer ci stesse seguendo.
“Mi dispiace”, dissi a Miloslav. Mi sembrava di non fare altro, chiedere scusa a tutti.
“Dobbiamo trovare un’arma”, disse lui, più pratico. In uno scompartimento deserto demolì a calci il montante di una tendina ed estrasse un tubo di ferro lungo almeno un metro. Lo soppesò con la mano.
“Così va meglio”.
Julie lo tirò via perché stava perdendo troppo tempo. Dubitavamo entrambi che quell’arma improvvisata sarebbe stata di una qualche utilità contro la pistola del killer.
“Vuole solo me”, dissi. “Nascondetevi, non vi cercherà”.
“È vero?”, chiese Miloslav rivolto a Julie. “Tu non gli interessi?”.
“Non vedo che importanza abbia…”, iniziò Julie, seccata, ma Miloslav la interruppe.
“Bene, allora!”, mi guardò, ammiccando. “Tu farai da esca”.
Avevamo raggiunto quello che sembrava il capolinea. Gli scompartimenti riempivano solo metà vagone, una porta lo separava dalla zona merci, dove viaggiava la posta.
“Qui saremo più tranquilli”, disse Miloslav, e si mise a trafficare con la serratura della porta.
Per lui fu uno scherzo farla scattare.

4Un ferroviere infuriato balzò fuori urlando, ma Miloslav lo atterrò con un colpo di sbarra in testa prima che potesse aggredirci.
Io e Julie eravamo rimasti a bocca aperta di fronte a quella violenza, e subito Miloslav ci afferrò per un braccio.
“Muovetevi!”, ci spronò, e ci spinse dentro.
“Non c’è molto tempo”, disse, chiudendo la porta dietro di noi.
“Tu mettiti lì!”, mi ordinò, indicando il centro della stanza.
Era solo un rettangolo lungo quattro metri e privo di finestre. Su un lato una porta scorrevole al momento chiusa. Di fronte a noi un’altra porta, oltre cui i vagoni continuavano.
C’era una catasta di sacchi ammucchiati da un lato. Pacchi più voluminosi dall’altro. Una piccola scrivania di ferro con una sola sedia. Sul tavolo era abbandonato un settimanale di parole incrociate con una matita accanto.
“Tu, va’ là dietro!”, ordinò a Julie, spingendola per un braccio.
Julie comprese che la stava mandando dietro ai sacchi della posta.
“Non voglio…”, tentai ancora.
Non volevo che rischiasse per me. Che morisse. Non dopo tutto il male che gli avevo fatto. Non dopo averlo abbandonato quando ne aveva più bisogno. A lui non importava, pareva che si stesse divertendo. Non attribuiva grande importanza alla propria vita. Non aveva mai fatto altro, mettendola in gioco ogni giorno. Forse era proprio la morte che inseguiva.
“Non adesso!”, tagliò corto, e spense l’unica luce.
La stanza piombò nel buio. Per un attimo non vidi più niente, poi mi abituai man mano alla scarsità di luce e tornai a scorgere i contorni. Miloslav era scomparso, e non riuscivo più a vedere neppure Julie, nascosta dietro ai sacchi. Io mi costrinsi a restare immobile, per recitare il mio ruolo.
Sarei dovuto uscire, andare incontro all’assassino, farmi ammazzare prima di trascinare anche Julie e Miloslav nella mia disfatta.
Sapere chi aveva decretato la mia morte mi aveva solo annientato del tutto. Forse aveva pure ragione, era arrivato il momento che mi estinguessi.
Così presi la mia decisione e feci un passo avanti verso la porta.
“No!”, sentii sibilare, senza capire da dove arrivasse la voce.
A un metro dalla porta, questa si spalancò. La luce tornò a illuminarmi in pieno. L’assassino era lì, di fronte a me.
Aveva perso tutta la sua baldanza, zoppicava e i colpi di Miloslav l’avevano segnato. Aveva la camicia inzuppata di sangue, perché la ferita doveva essersi riaperta, e anche la fasciatura sulla mano era diventata rossa.
Mi guardò con rabbia e io indietreggiai, senza quasi rendermene conto.
“Dove sono?”, urlò, ma intuì il pericolo all’ultimo istante e non mise piede nel locale.

6Io indietreggiai ancora, fino a raggiungere il centro.
“Sono al sicuro”, dissi. “Loro non ti interessano, lasciali andare”.
Mi credette, perché fino ad allora mi ero sempre comportato così, sacrificandomi per gli altri.
“Non pensare di cavartela con tanta facilità!”, gridò, e mise piede nella stanza.
Io cercavo di non staccare gli occhi da lui, mi pareva che nulla si muovesse.
“Non si rende conto di quello che ti ha chiesto”, mormorai. “Non ha cognizione del male che sta facendo”.
Sogghignò.
“Questo lo credi tu”.
“Perché Jiwon? Perché Dong-Yul?”, gridai.
Ebbe un attimo di incertezza.
“Che importanza ha, ormai?”.
Era stato un errore? Non riuscivo a capirlo, neppure adesso intendeva darmi soddisfazione.
Arrivò di fronte a me, e mi afferrò con una mano stringendomi il collo. Provai un terribile attimo di dejà vu, che mi terrorizzò.
“Devi aver fatto qualcosa di terribile, per farti odiare così tanto”.
Me ne rendevo conto anch’io. Capivo, finalmente, anche se era troppo tardi. La solitudine, la disperazione, il dolore.
Non tentai neppure di difendermi.
Il killer mi scrollò, sempre stringendomi il collo, e disse qualcosa di spaventoso, che mi raggelò.
“I musi gialli sono tutti uguali, sembrano sempre bambini”.

1Poi non feci in tempo a ragionare sulle sue parole e mi sentii trascinare verso la porta di comunicazione.
Accadde tutto all’improvviso. Ci arrivò addosso un sacco della posta e poi un altro, e mentre il killer spostava la canna della pistola verso la catasta di sacchi, io allungai un braccio e gli graffiai il volto. Pur lottando alla cieca dovetti colpire un occhio, perché lo sentii urlare e la stretta si indebolì.
Scivolai a terra. La pistola si puntò di nuovo su di me, ma all’ultimo istante il killer ebbe sentore del pericolo e si girò di scatto. Miloslav affondò con la sua arma improvvisata e lo colpì in pieno a una tempia. Udii sparare due colpi di pistola uno dopo l’altro, ma non sentii nessuno gridare. Poi una montagna di carne crollò su di me, schiacciandomi a terra.
Miloslav e il killer erano avvinghiati e stavano lottando. Sentii partire altri due spari soffocati, ma ero certo che Miloslav non fosse stato colpito. Era proprio l’arma la ragione della loro contesa.
Julie era apparsa dal nulla e mi tirava per un braccio, cercava di districarmi da quel groviglio di corpi. Ma io stavolta non avevo alcuna intenzione di abbandonare Miloslav a combattere per la mia vita.
Cercai anch’io di afferrare la mano armata e ottenni solo di essere colpito ripetutamente in fronte col calcio della pistola. Sentivo il sangue scorrermi sul viso, e Julie continuava a tirare.
“Vieni! Vieni!”.
Miloslav non poteva farcela da solo, non contro quel bestione, ma io ero troppo confuso per oppormi. Barcollai fino alla porta, e mi appoggiai allo stipite, mentre Julie cercava di aprirla.
“Non mi scappi!”, urlò il killer, e sparò un altro colpo che mi mancò per un soffio.
Julie riuscì a spalancare la porta, ma era troppo tardi. Non potevo lasciare Miloslav, non me lo sarei mai perdonato. Mi staccai da lei e feci un passo verso il buio della stanza.
Non potei fare altro perché un bulldozer impazzito mi travolse. Il killer doveva essersi liberato da Miloslav e si era lanciato contro di me.
La spinta mi sollevò da terra, picchiammo entrambi contro lo stipite della porta e rotolammo fuori. Io ero impossibilitato a reagire, il killer mi stava riempiendo di pugni sui fianchi. Compresi che aveva perso la pistola. Cozzammo contro il cancello. Mi ritrovai a un passo dal vuoto. Sotto di me potevo vedere l’aggancio dei vagoni. La passerella era stata ritirata, forse per fornire più sicurezza al vagone merci.
Il killer iniziò a prendermi a pugni in piena faccia.
“Io porto sempre a termine il mio compito!”, urlava. “Sempre! Sempre!”.
Apparve Julie, dietro di lui, e la vidi aggrapparsi alla schiena dell’uomo, cercando di tirarlo via.
I colpi del killer erano micidiali. Sentii i miei denti saltare e la bocca riempirsi di sangue. Poi un colpo ancor più violento mi spaccò la mascella, lasciandola pendente. Poi altri colpi ancora, alla tempia, e per un attimo vidi tutto nero. Quando la vista ritornò, vidi Miloslav.
Era ridotto male anche lui, ma non pareva fosse stato colpito dai proiettili. Stava riempiendo di calci il killer, proprio sulle reni, dove faceva più male.
“Lascialo! Lascialo!”.

10Ma il killer sembrava non sentire niente, era stravolto dall’odio. Iniziò a sbattermi la testa contro il cancello di ferro, con tutta la sua forza. Sentii l’osso del cranio incrinarsi. Stavo soffocando nel sangue che mi riempiva la bocca.
“Basta!”, urlò Miloslav e tirò un calcio direttamente alla testa del killer.
La violenza del colpo fece saltare la chiusura del cancello che si spalancò all’improvviso. Io e il killer rotolammo giù, avvinghiati, prima che Julie e Miloslav potessero fermarci.
Colpii l’aggancio tra i due vagoni con la schiena, e sentii qualcosa spezzarsi dentro di me. Il killer si rese conto finalmente della situazione e la sua ira svanì. Riuscì ad aggrapparsi all’aggancio, prima di cadere sui binari, e allungò un braccio verso la pedana.
Miloslav fu più veloce e micidiale. Lo colpì con un calcio in piena faccia prima che riuscisse a raggiungerla. Con un urlo inumano il killer perse la presa e scivolò in mezzo agli agganci. Lo vedemmo scomparire tra i binari, e la carrozza sobbalzò leggermente mentre le ruote facevano scempio del suo corpo.
Anch’io scivolai, senza che ci fosse modo di fermarmi. Non avevo più forze.
Una mano mi afferrò quando già i miei piedi erano giunti a toccare il suolo. Sbattevano contro le traverse, la velocità li stava massacrando, ma io non me ne rendevo conto. Venivo sbatacchiato da una parte all’altra, senza sentire alcun dolore. Le mie gambe dovevano essere rotte, ma la caduta sull’aggancio aveva prodotto danni ben più gravi: ero ormai paralizzato.
“Non ce la faccio!”, urlò Julie.
Era sua la mano che mi teneva aggrappato alla vita. Si era sporta completamente nel vuoto ed era Miloslav a reggerla per la vita.
Non poteva salvarmi, non ne aveva la forza. E io ero ormai un peso morto, incapace di fare qualunque cosa. Un paralitico, con danni cerebrali, una mascella pendente e sdentato. Un mostro.
I nostri occhi si incontrarono e lei stava piangendo.
“Ti amerò per sempre”, cercai di dire, ma la mia voce era distorta.
Poi avviai il trasferimento.
Uno. Due. Tre.
“No! No! Cosa fai? Aiutami! Aiutami! Fa’ qualcosa!”.
6Ma non c’era nulla che Miloslav potesse fare. Julie non se ne rendeva conto, ma il giovane stava lottando per non perdere anche lei. Il mio corpo rischiava di trascinare anche loro verso la morte.
Otto. Nove. Dieci.
Era orribile morire così, con loro accanto. Perdere qualcosa di così importante, indispensabile.
Era anche bello che fossero lì, che lottassero per me, il momento più bello della mia vita.
Per un attimo ricordai la mia prima morte. Solo in quella camera chiusa, col cadavere del mio gemello attaccato al corpo. Ricordai quanto avessi desiderato potermi staccare da lui, non essere trascinato anch’io verso l’oblio. Quanto avevo desiderato vivere, allora! Sconfiggere la morte, esistere per sempre!
Diciassette. Diciotto.
La mia mano si era aperta, e lei non poteva più reggermi. Stava urlando parole incomprensibili.
Scivolai via.
Diciannove.
Picchiai sulla dura terra, e subito qualcosa mi agganciò. Fui sbattuto contro una delle ruote. Sentii un rumore osceno, di ossa rotte e carne strappata. Poi il mio corpo, o ciò che ne era rimasto, rimbalzò contro la ruota di fronte.
Riuscii a vedere, per un istante, quella massa di ferro che incombeva su di me.
Venti.
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Domenica l’ultimo capitolo di questo romanzo online che per me ha significato molto e tanto ancora, sia come storia, sia come contenuti.

Il “Voi” è sospeso

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44 pensieri su “Ecco Ninni X

    • Eleonora

      Un dramma umano sì. Ho cercato di descriverlo alla luce del “comune” senso, non scevro – ovviamente – del mio personale apporto.
      Grazie Eleonora.
      A domani, dunque, ci conto.
      Ciao

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    • Gianluigi

      Proprio ed esattamente come dici.
      io, però, non li scrinderei il dolore e il distacco. Secondo me (e soltanto per me) il dolore del distacco e il distacco stesso, sono due momenti diversi della natura umana.
      Grazie e a domani

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  1. Al calor bianco proprio.
    Il senso di umanità invece di spegnersi con la sua morte, si è acceso di più lasciando … la scia.
    Mamma mia, è terrificante sapere di morire e vederli tutti attorno…
    Bravo!

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  2. Un pezzo d’azione, senza respiro. Ho strizzato gli occhi leggendo di come era ridotto il povero Giusti.
    Ho ammirato il suo coraggio, a volte avventato nei momenti di massima disperazione. Stavolta abrebbe fatto meglio ad assecondare il piano di Milosav, ma i sensi di colpa l’hanno sbattuto allo scoperto, azzardando e sbagliando, forse.
    Come l’attesa per una donna lontana.
    Un pentimento dunque, un’espiazione della colpa che silenziosa tace e che solo lui conosce: noi solo in minima parte.
    Ed ora finalmente si scopriranno gli ultimi collegamenti ma…mi spiacerà poi che sia finito. Bello!!!!😊
    Un bacio và e una carezza (ci potrebbe stare no?)

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    • Nadia

      Alain il predestinato. L’ultimo della serie. Quello da cui tutto ebbe inizio e termina.
      Alain, quello che spavaldo viveva entro quelle numerose porte che il fato gli aveva dato, ma che sta dimostrando, dimostrandolo, quanto alto può essere il sentimento dell’Uomo.
      Fino a giocarsi il tutto e per tutto.
      Come l’attesa per una donna che, predestinata, non arriva.
      Oppure se arriva, è una predestinata da mille anni. Sarà la nostra donna? Una moglie dimenticata nei secoli che torna dal passato e magari con figli.
      Un maschio e una femmina, magari.
      Oddio.
      Roba da alieni. Da fuggire con la prima astronave.
      Bello il tuo apporto.
      A domani, dunque, lady Nadia
      Ciao

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  3. Questo commento lo dedico ad Alan Giusti e a Ninni.

    Sono semplicemente uomini: cioè persone che sbagliano (chi più, chi meno, proprio come nella vita reale), ma che in ogni caso non sono definite dai loro errori, ma dall’ideale che cercano, come possono, di perseguire.
    Si tratta quindi di un’idea di moralità che fa appello alla libertà dell’uomo anziché alla sua capacità, e che si può definire come una continua tensione verso il bene anziché come coerenza stabilmente raggiunta con esso: l’esatto contrario del moralismo, insomma.

    Questa posizione umana, molto rara, genera una straordinaria capacità di riflettere e farci riflettere, pur dentro il ritmo travolgente dell’avventura, sulle grandi domande della vita (compreso quella religiosa, che sia nella realtà che nella fantascienza, per Ninni brilla per l’assoluta assenza).
    Sei tanto bravo, milord mio signore.
    Mi hai commossa e associandomi a Lady Nadia, mi dispiace che tutto finisca domenica prossima.
    Avevo iniziato ad amare questi personaggi slegati eppure tanto uniti.
    Ciao milord, buonanotte ovunque tu sia.

    Lilly

    PS: sei affascinante.
    Ciao

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    • Lilly

      Coerenza innanzi tutto,
      E’ sulla base proprio della coerenza che si muove tutto l’assunto. Una piece che non poteva rimanere negletta nel cervelletto, luogo e deposito degli istinti primari.
      Ecco che la trasposizione diventa realtà, a fianco della fantasia che, in questo caso, esprime il sentimento più genuino: l’Umanità.
      A domani amica mia e grazie

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  4. In capitolo decisamente forte per la sua drammaticità e forza umana. Il sentimento dell’uomo traspare in tutte le sue forme e modi.
    Rimane inteso, ovviamente, che mi pongo in attesa per il suo ultimo capitolo e dibattere con più serenità.
    buona giorntata

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  5. Sì, il taglio che ha preso la storia, fin qui, è decisamente ben piantata con i piedi per terra, altro che fantascienza da strapazzo.
    Questa è fantascienza fine. Una fantascienza che fa bene, che fa riflettere.
    Ciao amico mio e buona giornata

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  6. Molto profondo come svolgimento e come conclusione del passaggio.
    Si rimane sbalorditi come temi che riguardano l’uomo e la sua natura possano essere evidenziati, in questa forma così elegante, dalla fantascienza.
    Rimango in attesa per domenica

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  7. Ci sta regalando la splendida immagine di un uomo che, combattuto nell’incredibilità della storia, ci tramanda e tramanda, nella continuità degli avvenimenti, il proprio senso umano.
    Inutile sottolinearle, caro dottore, come stia attendendo insieme ai suoi lettori, il capitolo di domenica.
    Buon pomeriggio

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  8. Molto bello e umanamente impegnato, con quella vena di appropriatezza mentale che la contraddistingue.
    Anch’io attendo il capitolo finale per meglio disquisure sui temi da lei trattati
    Buona giornata

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  9. Hanno detto tutto chi mi ha preceduto.
    Posso aggiungere, soltanto, che mi ha emozionato proprio Alain.
    Adesso son in fregole per domenica.
    Ciao milord.

    Dalla partenope Capitale

    Dudù

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    • Dudù dalla partenope Capitale

      Siamo, un po’ tutti emozionati da Alain. Il rappresentante delle nostre coscienze o di tutto quello che ci piacerebbe fare, ma che, nella vita reale per paura o codardia, non facciamo.

      Grazie per esserci e a domani

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  10. In silenzio e in religioso rispetto ho letto l’ultima vicenda di Alain.
    L’uomo, in tutte le sue forme, è sempre degno di rispetto. Quando vede finire la propria vita e ne è consapevole.
    Anche gli altri che rimangono però. non si dovrebbe sopravvivere agli affetti più cari.
    Mai.
    Mi hai coinvolta emozionalmente mio milord.
    Sono ansiosa e terrorizzata per domani.
    Un bacio

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    • Elena

      cara Elena è leggerti che la mia gioia si trasfonde più di un commento.
      Ti auguro tutto il bene del mondo e una guarigione con soluzione di tutti i problemi.
      Un caro saluto a tuo marito.

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  11. Anch’io rimango in silenzio e ammirato..
    Questo capitolo meriterebbe un grandissimo approfondimento, ma vorrei rimandare tutto a domani.
    Meriti di più che un “atto di presenza”. Qua c’é impegno e soprattutto “testa”.
    Bello.
    A domani

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    • manu

      Il potere della parola uccide, biondina del mio cuore.
      Uccide proprio. Un po’ come il potere dei libri: hanno un potere strano per la nostra mente.
      un bacio e ciao. Buona serata e mi raccomando, a domani.

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  12. Mi associo a quanto già detto dai tuoi attenti lettori.
    Terribile il momento del distacco, della consapevolezza della fine. Per chi va, per chi resta. Non aggiungo altro, sarebbe scontato e superfluo e poi sono ancora scossa dalla lettura.
    A più tardi per l’ultimo capitolo.
    Un bacio

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