Deutschland!

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1È una questione che da allora non ha smesso di presentarsi: se la fine fosse prevedibile o meno, e se, dietro lo charme delle antiche facciate prussiane degli storici palazzi allineati lungo la Wilhelmstrasse, non fosse già ravvisabile il paesaggio desertico della distruzione (insieme con i blocchi di cemento del bunker del Führer). Oppure se Hitler debba essere visto come un prodotto quasi obbligato della storia del paese, tanto da essere, per così dire secondo una famosa frase dello storico Friedrich Meinecke, una logica conseguenza delle vicende germaniche ben più che una catastrofe tedesca.
L’ondata di entusiasmo popolare sia pure prodotta da una regia ricca d’inventiva e costantemente alimentata che accompagnò le fasi della presa del potere da parte di Hitler svigorisce a prima vista tutte le asserzioni che vorrebbero ravvisare in quell’evento un “incidente” della storia. E’ ben vero che, nonostante tutto il giubilo, le fiaccolate, le adunate oceaniche e le manifestazioni notturne con la cornice di falò che fecero parte dell’immagine della primavera del 1933, furono anche e ugualmente ben percettibili sensazioni d’incertezza, e che per parecchio tempo ancora si aggirò nella popolazione il dubbio che il paese si fosse abbandonato, affidandosi a quegli “uomini nuovi”, a una folle o quanto meno poco rassicurante avventura. D’altra parte, però, la violenza omnitravolgente con cui quegli uomini nuovi penetrarono in tutti i posti-chiave della politica ebbe una disorientante capacità di convinzione. La repubblica di Weimar apparve ben presto a molti soltanto come un episodio, e non ci fu ricordo né moto di pietà a rendere difficile l’addio a quell’esperienza. Come obbedendo a una parola d’ordine, dopo tanti anni di statalismo fallito, emerse in una maggioranza rapidamente crescente la volontà di cominciare da capo, spazzando via ogni perplessità. Contemporaneamente il nuovo ordine, che assunse ben presto chiari contorni, si arricchì non solo di seguaci e di motivazioni (nonostante le molte e volgari insulsaggini che si propalavano), ma perfino di prospettive future come i suoi portavoce non si stancavano di gridare.
6Furono queste circostanze, concomitanti alla presa del potere da parte di Hitler e del nazionalsocialismo, a favorire l’impressione che i tedeschi, dopo anni di coatto adattamento alla democrazia, allo stato di diritto e ai valori “occidentali”, fossero tornati allora, in un certo senso, a sé stessi e quindi a quel ruolo scandaloso che, a memoria d’uomo, si riteneva avessero sempre recitato in Europa.
Le prime interpretazioni storiche postbelliche degli eventi hanno spesso costruito lunghe trafile d’antenati a partire da Arminio il Cherusco (l’ex ufficiale romano che sconfisse nel 9 d.C., nella foresta di Teutoburgo, le legioni di Roma guidate da Publio Quintilio Varo), passando per gli imperatori medioevali e Federico il Grande, e poi giù giù fino a Bismarck. E lungo queste “genealogie” hanno ritenuto di incontrare, passo dopo passo, un latente hitlerismo ante-Hitler. Il risultato di queste riflessioni, comunque si guardassero le cose, era che non sarebbero esistiti nella storia tedesca avvenimenti o personaggi “innocenti”. Perfino negli idilli piccolo-borghesi dell’“ante-marzo” ovvero del periodo compreso fra il congresso di Vienna e l’anno delle rivoluzioni, il ’48, che nell’area tedesca avvennero appunto di marzo questi interpreti della storia hanno colto forme di sottomissione servile e di ristrettezza mentale, e a un occhio esperto non potrebbe sfuggire la riposta, sottesa volontà della nazione di far valere nel mondo, ed eventualmente anche contro il mondo, una sua particolare missione. Il romanticismo tedesco non sarebbe stato altro, secondo questa concezione, che un’espressione, celata sotto immagini ingannevolmente delicate, di un’inclinazione alla crudeltà e all’odio universale, di una nostalgia “involutiva”, la nostalgia del ritorno “nelle foreste”, in cui così pareva questo strano popolo sarebbe stato da sempre più a suo agio che nel mondo del progresso civile, delle costituzioni e dei diritti dell’uomo. L’esponente delle ss Reinhard Heydrich, intento a suonare il violino e tutto preso dalla magia di una Sonata di Schubert, è così diventato per un certo periodo addirittura una specie di cliché rappresentativo del tedesco tout court.
Queste interpretazioni (per lo più superficiali e sommarie) del carattere e della storia dei tedeschi si sono, nel complesso, liquidate prevalentemente da sé. Perché alla fin fine non facevano che dare ragione a posteriori alla tesi nazionalsocialista secondo cui Hitler era non solo l’erede legittimo della Prussia e dell’impero voluto da Bismarck, ma anche l’uomo destinato a portare a compimento la storia tedesca. Senza risposta è invece rimasta la questione, analizzata nel frattempo da innumerevoli ricerche, sulle possibili linee di collegamento tra la storia tedesca e Hitler e il suo bagaglio ideologico, e che possono aver portato alla sua ascesa, o almeno averla favorita.

2Alla ricerca delle prove di queste connessioni si sono inseguite tracce che risalgono a lungo nel tempo, sino a perdersi da qualche parte nella nebbia della storia. E così ecco chi ha puntato il dito sul distacco dalla realtà del pensiero filosofico tedesco e, insieme, su un presuntuoso concetto di cultura che disprezza la politica e non l’ammette in ogni caso nei suoi ranghi. E poi, ancora, ecco le schegge illiberali insite nelle strutture sociali, i riflessi condizionati ravvisabili nell’adeguarsi acritico alla volontà delle autorità statali, nonché la natura reazionaria, non di rado trucemente ostentata, dell’élite del potere dominante, la cui preminenza sarebbe rimasta a tal punto incontestata da impedire alla borghesia tedesca di sviluppare una coscienza del proprio ruolo. Questa e altre peculiarità ancora si è affermato avrebbero portato al formarsi di una tradizione di disciplina sociale da sempre inserita in uno stato di attesa pretotalitario. Aggiungendovi poi le risapute debolezze delle istituzioni politiche del paese, risulterebbe comprensibile la predisposizione specificamente tedesca a farsi sedurre da carismatiche figure di “Führer”: parola che ricordiamolo vuol dire guida, conduttore, duce. Premessa di tutto ciò ovviamente sarebbe sempre stato il fatto che gli imperativi che provenivano da quei contesti avrebbero assecondato le tendenze predilette dal pensiero tedesco: da un lato uno spirito del tempo nutrito dalle difficoltà momentanee e da vari complessi d’accerchiamento; dall’altro, l’inclinazione a elevare ogni questione contingente a una decisione sui massimi sistemi, e a caricare ogni evento politico di contenuti mitologici.
Indubbiamente una buona parte di queste e di altre considerazioni, che hanno portato a protratte dispute soprattutto nel dibattito attorno alla cosiddetta “via particolare” seguita dalla Germania si possono mettere in relazione con il fenomeno storico costituito da Hitler. Occorre tuttavia considerare anche che ogni momento della storia è molto più aperto di quanto appaia all’interprete del passato, il quale giudica sempre a posteriori. Le sue convinzioni risultano poi necessariamente determinate dalle domande che non porrebbe mai, se non sapesse già come sono andate a finire le cose. Infine va tenuto presente che circostanze e condizioni paragonabili a quelle tedesche, anche se di pesi molto disparati, si potrebbero trovare praticamente in qualsiasi altra nazione, quanto meno nel continente europeo.
7La verità è che non è sicuramente derivabile dalle vicende tedesche alcuna plausibile linea di collegamento con Hitler, a meno di non costruirla ricorrendo a inammissibili arzigogoli speculativi. Tutt’al più si potrebbe affermare che le forze di opposizione alla sua ascesa risultarono paralizzate dal particolare sviluppo del paese. E senza risposta rimane poi anche la domanda che subito vi si connette: come mai il nazionalsocialismo abbia sviluppato tanta più durezza e concentrata disumanità rispetto alla maggioranza dei movimenti estremisti a esso affini degli anni Venti e Trenta.
Se si guarda la questione più da vicino e al di là di certi superficiali oppure fin troppo plausibili tentativi di interpretazione, si constata che fra le particolarità tedesche in senso stretto va indubitabilmente annoverato l’assolutamente inopinato tonfo nella realtà costituito dalla sconfitta dell’autunno 1918. La nazione, che fino all’armistizio aveva sognato di riconquistare lo spazio e il ruolo di grande potenza degli anni 1870-71, e i “tempi magnifici” incontro ai quali pensava di muoversi, si trovò repentinamente confrontata con un rivolgimento netto e totale di tutte le sue condizioni di vita: con una rivoluzione che fu colta da una larghissima maggioranza solo come una “sollevazione plebea”, affetta da un “odore di carogna”, che scompaginò e scompigliò tutte le fidate unità di misura da gran tempo vigenti; inoltre con il caos nelle strade, con un periodo protratto di carestia, con una disoccupazione dalle proporzioni mai viste e con disordini sociali che coinvolgevano intere province. Si aggiunga a ciò il trattato di pace di Versailles,9 inscenato in mezzo a pompose chiacchiere di pace ma di fatto dettato da ipocrisie, voglie di vendetta e vessatoria miopia, compresa la deliberata e come tale anche accolta e interpretata umiliazione implicita nella tesi della colpa della guerra contenuta nell’articolo 231. Più che dagli oneri materiali che le potenze vincitrici addossarono alla Germania, gli animi furono sconvolti dall’espulsione dei tedeschi dal novero dei popoli rispettati. Un osservatore ha notato a questo proposito che fin da allora si sarebbe costituita una “comunità popolare di amareggiati”, in attesa soltanto di un Führer di una guida capace di fornirle le necessarie parole d’ordine. L’inflazione, con il conseguente immiserimento di vasti strati della popolazione, e la crisi economica mondiale che vi si aggiunse pochi anni dopo non fecero che esasperare i risentimenti: dunque, tutti gli innumerevoli smacchi che i tedeschi continuarono a subire, furono addebitati alla repubblica di Weimar assediata e assillata da ogni lato.
Sul finire degli anni Venti, Hitler poté perciò profittare di questi risentimenti e far leva su quanto scatenava indignazione e rabbia crescente: andò a denunciare in ogni angolo del paese una crisi che, contemporaneamente, si adoperò con ogni mezzo a far precipitare. Era la sua più sicura promessa di potere. Non si può arrivare a capo della domanda, formulata un’infinità di volte e fino a oggi quasi mai esaudita con una risposta soddisfacente, sulle cause della sua ascesa se si espunge dall’analisi il fatto che egli salì a galla di una nazione psicologicamente spezzata. Contemporaneamente le adesioni che lui e il suo movimento registrarono furono, più di ogni altra cosa, uno scriteriato e precipitoso modo di prendere le distanze dall’infelice repubblica di Weimar, dallo “stato con il berretto da pagliaccio” come lo definì uno dei suoi disperati difensori: spintonato dall’esterno e, all’interno, oggetto delle irrisioni di troppi avversari uniti solo dal disprezzo e dall’odio per le istituzioni esistenti.

3Questo è uno dei fattori che hanno impedito di capire la profonda cesura morale che molti odierni osservatori, conoscendo i successivi orrori del regime, colgono nell’anno 1933. I contemporanei non la percepirono se non raramente. Ma per una precisa comprensione degli avvenimenti va anche considerato che quasi nessuno di coloro che vissero quei momenti aveva un concetto anche solo approssimativamente chiaro e preciso della dittatura totalitaria che si stava profilando e del punto di privazione dei diritti, di arbitrio e di violenza al quale poteva arrivare anche in un paese annoverato fra le nazioni più colte e civili. Perfino la fantasia degli avversari dei nuovi detentori del potere risultò insufficiente. La grande maggioranza prefigurò, tutt’al più, un regime autoritario come quello instaurato da Mussolini in Italia dove, come ognuno sapeva, i treni erano nuovamente tornati a viaggiare in orario. Dopo le caotiche fasi della repubblica di Weimar, praticamente ognuno si augurava, per così dire, un ritorno alle molte “puntualità” tedesche di cui aveva per quasi quattordici insopportabili anni sentito la mancanza.
Quale elemento essenziale del “caso” tedesco, difficilmente sopravvalutabile, va però annoverato lo stesso Hitler. Tutte le “derivazioni” anche minuziose dalla storia e dalla società tedesche, pur ravvisate con sicuro colpo d’occhio e acuta capacità d’analisi, devono alla fin fine tornare alla sua persona e non possono prescindere dalla biografia del personaggio che impresse agli avvenimenti gli impulsi decisivi. In nessun altro paese, o quanto meno in nessuno fra quelli afflitti da analoghe turbolenze nel periodo fra le due guerre, si profilò una figura di capopopolo d’una violenza retorica comparabile a quella di Hitler, in nessuno un uomo di anche solo simile capacità organizzativa e ingegno tattico. E neppure di analogo radicalismo.
Soltanto dopo aver compiuto questa constatazione si può dire che Hitler poté rifarsi in particolare per quanto attiene alla politica di potenza a certe eredità tedesche di origine recente e meno8 recente: per esempio alla concezione che guardava all’Est del continente europeo come a uno spazio d’espansione vitale e naturale per il Reich, pronto e maturo per essere colonizzato. Difatti, il dibattito sugli obiettivi della guerra, durante il primo conflitto mondiale, aveva postulato fra l’altro una vasta “pulizia etnica” di quelle zone, con operazioni di evacuazione e di trasferimento di popolazioni che avrebbero dovuto coinvolgere territori esteri. Inoltre Hitler aveva già concepito fin da allora assieme ad altri progetti, almeno per grandi linee il concetto “ideale” di alleanza, che prevedeva uno strettissimo collegamento della Germania con l’impero britannico onde potersi profilare, con il “popolo cugino” d’oltre Manica, come le “potenze di guida del mondo”.
Il compito più urgente di fronte al quale la politica tedesca si trovò, dopo la conclusione della prima guerra mondiale, fu quello del superamento del diktat di Versailles. E questo proposito offrì a Hitler lo spunto per accattivarsi il vecchio ceto dirigente, allora ancora afflitto dall’insuperato dolore per il fallimento delle aspirazioni a essere una grande potenza. Un memoriale della Reichswehr questa la denominazione delle forze armate tedesche prima che il nazionalsocialismo le ribattezzasse Wehrmacht , indirizzato nel 1926 al ministero degli Esteri, delineò una specie di linea d’azione a medio termine: innanzitutto si doveva provvedere alla liberazione della Renania e del territorio della Saar, poi all’eliminazione del “corridoio polacco” fra il Reich e la Prussia orientale, quindi alla riconquista dell’Alta Slesia polacca, all’annessione dell’Austria, e infine all’occupazione della zona smilitarizzata. Come si vede, se si prescinde dalla successione temporale, questo fu esattamente il programma di politica estera attuato da Hitler durante gli anni Trenta. Quei gruppi politici e sociali ravvisarono nel capo del partito nazionalsocialista, al di là di ogni perplessità suscitata dalla sua inclinazione all’azzardo e dal suo brigantesco modo di procedere, l’uomo che sembrava nella condizione di poter realizzare i loro propositi revisionisti. In ogni caso Hitler seppe sfruttare come nessun altro il trattato di Versailles (al pari delle diffuse sensazioni di umiliazione che esso aveva prodotto) quale strumento di mobilitazione.

4Ciò di cui coloro che aiutarono e favorirono Hitler non tennero conto, e che verosimilmente neppure intuirono, fu la ferma determinazione con la quale Hitler concepiva le proprie visioni, fatte di una singolare mescolanza di fantasia e di “gelido” calcolo. Le sue “sparate” sulla guerra, sull’ordine nuovo da conferire al mondo, nonché sulla creazione di un impero esteso fino agli Urali e oltre non erano da attribuire, come molti credettero, agli impulsi momentanei d’un temperamento irruente. Mentre coloro che assecondarono il nazionalsocialismo avrebbero soltanto voluto eliminare l’“onta” inflitta alla Germania dalle potenze vincitrici e riconquistare gli antichi confini tutt’al più con qualche “aggiunta”, Hitler non mirò con la sua politica né a vecchi né a nuovi confini. Quel che lui voleva erano nuovi spazi, territori di milioni di chilometri quadrati da conquistare e come affermò in talune circostanze da spopolare mediante “un’impresa diabolica”. Dietro queste affermazioni c’era una fame di spazi mai soddisfatta che considerava ogni acquisizione solo come base di partenza per nuove avanzate.
Più studiosi hanno sostenuto che neppure queste concezioni costituirono una svolta innovatrice tale da interrompere la continuità ravvisabile nella politica tedesca. Perché, si è scritto e fatto notare, erano in fondo già state sviluppate dai pangermanici o dalle linee di politica per l’Europa orientale elaborate nel 1918 dal generale Ludendorff. Ciò che invece costituì uno strappo rispetto alla continuità fu il fermento ideologico di cui Hitler caricò quelle precedenti concezioni: il furioso affastellarsi di idee sul mondo malato, sull’inquinamento della razza, sulla necessità di procedere a eliminazioni e al rinnovamento del sangue per la “salvezza dell’orbe terracqueo”. In questo modo fece irruzione qualcosa che innovò e scavalcò radicalmente tutte le per così dire ingenue avidità imperialistiche: un’utopia razziale che prometteva al mondo di instaurare una nuova era. Un’era che avrebbe dovuto essere conquistata con la forza e poi governata da alcune centinaia di milioni di individui geneticamente consapevoli e uniti, capaci di perseguire incrollabilmente la loro missione storica: conquistare spazi, sterminare tutti gli appartenenti alle “razze inferiori” oppure conservarli in uno stato di graduato servaggio, Un’era che avrebbe dovuto essere forgiata dall’“uomo nuovo” capace di pianificare, distruggere e trasferire ininterrottamente intere popolazioni, per andare poi a cercare i suoi momenti di allegro svago folcloristico e di distensione negli immensi alberghi che il Fronte del Lavoro avrebbe costruito sulle isole del Canale, lungo i fiordi della Norvegia o in Crimea. Ecco la rottura con tutto quanto aveva finora costituito il “mondo” tedesco. Si cade anche nella trappola della propaganda del regime se a posteriori si attribuisce a questa rivoluzione un’origine che non aveva. Il mostruoso disegno aveva origine unicamente in sé stesso. Fino a quel punto, e tanto follemente nessuno aveva mai osato pensare, non c’era linea di collegamento con nulla e con nessuno, e comunque sicuramente non con Bismarck, Federico il Grande o addirittura con gli imperatori del medioevo.

5Furono soprattutto la totale mancanza d’un senso di responsabilità che trascendesse la sua persona, di una semplice e disinteressata etica di servizio e di una morale storica a distinguere Hitler da ogni immaginabile predecessore. Con un egocentrismo senza precedenti nella storia, equiparò come Albert Speer gli rinfacciò in una lettera datata 28 marzo 1945 l’esistenza del paese alla propria. Più ancora che nelle temerarietà degli inizi, dall’occupazione della Renania nel 1936, quando per ventiquattro ore la sua sorte rimase in bilico, fino all’occupazione di Praga nella primavera del 1939, fu soprattutto alla fine della sua parabola che svelò di essere soltanto un giocatore d’azzardo capitato nel mondo della politica, uno che si era giocato “tutto”: e che aveva perduto. Lasciando, dopo di sé, il nulla.
Uno dei più radicali fra i generali al servizio del partito nazista, l’aiutante maggiore di Hitler Wilhelm Burgdorf, un militare che si vantava del suo “sconfinato idealismo per il Führer e il popolo”, si scontrò in uno degli ultimi giorni, nel bunker di Berlino, con il segretario di Hitler Martin Bormann. Nel corso del chiassoso alterco, Burgdorf urlò all’onnipotente uomo che presidiava l’anticamera del Führer di essersi attirato, per l’incondizionata adesione alla causa comune, il disprezzo degli altri ufficiali, e di aver dovuto sentirsi accusare di essere un “traditore”. Oggi doveva ammettere che i suoi avversari avevano avuto ragione, che il suo “idealismo” era stato “sbagliato”, ed egli stesso “ingenuo e sciocco”. Quando il generale Krebs, altro fedelissimo di Hitler che aveva assistito alla lite, fece per intervenire, Burgdorf lo rimbeccò: “Lascia perdere, Hans, queste cose prima o poi andavano dette!”. I giovani ufficiali, proseguì Burgdorf, erano andati “a morire a centinaia di migliaia”, e ora si domandava per che cosa. La risposta che si diede fu: non per la patria e non per l’avvenire della Germania. Ora soltanto l’aveva capito: “Sono morti per voi… Milioni di persone innocenti sono state sacrificate mentre voi, i dirigenti del partito, vi siete arricchiti saccheggiando il patrimonio del popolo. Avete gozzovigliato, avete arraffato immense ricchezze, rubato tenute e possedimenti, costruito castelli, sguazzato nell’abbondanza, ingannato e oppresso il popolo. Avete calpestato nella sporcizia i nostri ideali, la nostra morale, la nostra fede, la nostra anima. L’essere umano è stato per voi solo lo strumento della vostra insaziabile avidità di potere. Avete distrutto la nostra secolare cultura, avete distrutto il popolo tedesco. Ecco la vostra terribile colpa!”.
Dopo queste parole continua il resoconto di chi assistette allo scontro nel bunker si fece silenzio. Dopo un po’ soltanto Bormann avrebbe detto “con freddo, untuoso e meditato distacco”: “Mio caro, non è il caso di farne una questione personale! Anche se altri si sono arricchiti, io sono esente da colpe … Prosit, mio caro!”.
Prima che qualche giorno dopo Wilhelm Burgdorf ponesse fine alla sua vita, Hitler gli diede in un certo senso ragione. Concluso uno degli ultimi esami della situazione bellica, il 27 aprile 1945, parlò, riferendosi a un’affermazione di Richelieu, di tutto ciò che avrebbe perduto con la morte, dai grandi propositi ai “più preziosi ricordi”. Poi però tornò a riemergere il giocatore che era stato per tutta la sua vita, il fallito giocatore d’azzardo e, non per ultimo, l’uomo venuto dal nulla che era in procinto di sparire nel nulla lasciandosi alle spalle una gigantesca scia di macerie. “Ma che senso ha parlare di tutto ciò!” disse con un gesto sprezzante davanti agli ufficiali riuniti: “Prima o poi bisogna pur lasciarsi tutto questo ciarpame alle spalle!”.

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39 pensieri su “Deutschland!

  1. Stupefacente.
    Ho letto con tantissimo interesse il suo articolo approfondito e proprio.
    Uno spaccato della storia contemporanea che ha provocato grandi contrasti nell’occidente e che, attualmente, provoca grandi contese.
    Molto bello l’approccio empatico.
    Chiaro nell’esporsizione.

    Un gran bel pezzo
    Buon giorno

    Amedeo

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    • Don Amedeo

      La ringrazio per la gentile espressione, generosa e puntuale. Nell’evolvere dell’articolo che ho intitolato, molto genericamente Deutschland, ho voluto offrire una chiave di lettura il più aderente alla realtà dei fatti, senza scadere nel populismo d’accatto. Un populismo che l’ha fatta da padrone per decenni e decenni e che ha corrotto menti, persone e cose.
      La perdita di valori è grave.
      E in assenza di una reazione, alcune volte auspicabile e severa, il mondo è imploso. Il primo che si alza al mattino decide, traccia linee guida e si eleva al rango di “conduttore”.
      Ignoranza, approssimazione e stupidità, chiudono il quadretto.
      Come vede …

      La ringrazio

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  2. L’ho letto tutto.
    In altri tempi avrei sorvolato, ma me lo hai fatto sentire proprio. Comne se stessimo chiacchierando. Certo è duro doverlo ammettere (io sarei stata molto più cattiva nel descrivere quel periodo atorico, ma non lo conosco profondamente), ma l’hai resocontato con un bel linguaggio.

    Oggi è nuvoloso, brutto tempo, fa freddo e non ho voglia di uscire.
    Una tazza di té e ti leggo.
    Je t’adore!

    Bisoussssssssssssssssssssss

    Annelise

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  3. Dal bene in meglio.
    Ecco milord nel pieno della sua sfolgorante verve.
    Stilismo, attenzione al particolare, precisione e perfetta conoscenza della lingua italiana.
    Ohhh mon tresor!

    Bello proprio.
    Bacini e bacetti

    Lilly for you

    🙂

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  4. L’ho stampato perché voglio conservarlo nella mia raccolta e tenerlo, su carta, sotto il naso.
    Un lavoro magistrale caro amico. Un lavoro che mi rende orgoglioso di conoscerti.

    Ciao Annelise
    Oggi, qua, il tempo è “comme ci comme ça”, (Imperia).
    🙂

    Buona giornata a tutti

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  5. Quanto imparo da voi, mio signore.
    Anch’io (lo confesso) dopo aver letto il sig. Spillo, che saluto, me lo sono stampata.
    Ma è solo questo? perché mi è sembrato che ci debbba essere una continuazione, no? Almeno leggendo questo articolo stupendo ….

    Buona giornata

    🙂

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  6. Un gran bell’articolo.
    Molto approfondito.
    Poi, milord, ho notato che riuscite a rendere qualsiasi cosa, estremamente discorsiva.
    Bella ed elegante. Siete un mito.
    Ci avete fatto riflettere.

    Buona giornata

    PS: Credo anch’io che c’è una continuazione. vero mio signore?

    Giorgia

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    • Lady Giorgia

      Ci avete lusingati, indorati e confusi.
      Proveremo a tornare in noi.
      Avete letto correttamente quanto venne scritto. Il pezzo non è a conclusione e proseguiremo … con la speranza che possa destare interesse.
      Grazie

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  7. L’ideologia nazista fonda le sue origini nel malcontento diffuso in Germania dopo l’armistizio del 1918, che aveva concluso la prima guerra mondiale e sancito la sconfitta tedesca, e dopo il trattato di Versailles, che aveva condotto il Paese sul lastrico.
    il desiderio di trovare nuove guide e nuovi ideali rispetto a quelli di coloro che erano al potere in quegli anni, i socialdemocratici.

    Forte attecchimento, caro dottore.
    Neanche tutte le colpe. Hitler si affermò perché il terreno era fertile e forse, giusto all’inizio, poteva avere alcuni spunti di riflessione.

    La sua analisi, il suo resoconto è specchiato.
    Grazie e buona giornata

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    • Preg.mo Sig. PickWick

      L’idea cardine del nazismo, dalla quale derivarono tutte le altre, consiste in una trasposizione sul piano sociale delle teorie darwiniane; Hitler diceva a proposito di ciò: “Il più forte trionfa, perciò non deve esistere compassione verso gli altri, né rispetto per le leggi”.

      Si venne così a creare l’idea di una razza superiore, la cosiddetta “razza ariana”, l’unica degna di vivere e governare anche per mezzo della violenza.
      Il concetto di razza ariana venne sviluppato a partire da studi pseudoscientifici sull’anatomia e sulla biologia umana, che più volte permisero ai nazisti di giustificare le loro azioni definendole di derivazione scientifica.

      Tutti coloro che non rientravano nei “canoni” prestabiliti e non erano perciò di razza ariana non meritavano nulla: “è una vera pazzia quella di istruire una mezza scimmia perché si pensi di aver preparato un avvocato, mentre milioni di membri della eccelsa razza civile devono rimanere in posti pubblici e miseri”.

      Ciò detto, come quasi tutte le ideologie, il nazionalsocialismo o socialismo a carattere nazionale, nasce sotto la spinta e l’impulso della disfatta, resa ancora più tremenda dai signorini francesi, della Grande Guerra, la prima guerra mondiale. E ho detto tutto.

      Abbia i miei migliori saluti

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  8. Il programma politico del Führer non prevedeva inizialmente la distruzione fisica e di massa degli ebrei, che dovevano “soltanto” essere esclusi da ogni contatto con il resto della società. Fu più tardi che vennero ordinati gli stermini e si giunse alla deportazione in campi costruiti apposta per facilitare le uccisioni.
    L’odio verso il diverso manifestato sin dal principio dal partito di Hitler colpì in maniera assai più violenta gli ebrei.
    L’antisemitismo venne favorito in Germania soprattutto dal piccolo numero di ebrei presenti nel territorio: fu così molto più facile diffonderne un’immagine falsata.
    Il pregiudizio antigiudaico è sempre stato più o meno presente nella cultura cattolica, ma le basi sulle quali si fondò l’antisemitismo nazista erano diverse.
    In uno era di forma, l’altro di sostanza.

    Nella cultura cristiana era dovuto al fatto che venivano considerati dei Deicidi.
    Nel nazionalsocialismo come razza!
    C’é tanto Himmler in tutto questo, ma non mi sento, assolutamente di escludere che, il Capo, non fosse allo scuro.

    Ciao Nì, un articolo ottimo.

    E.

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    • Preg.mo Vintrix

      La “lotta” del partito nazista non era di tipo religioso; si trattava piuttosto dell’unione di motivi politico-economici e pseudoscientifici, che evidenziavano una netta “differenza” e “incompatibilità” tra la razza ariana e quella ebraica.
      Quest’ultima, in ordine d’importanza, era all’ultimo posto.
      L’antisemitismo nazista può essere sintetizzato con queste parole di Aron Tamir:
      L’ebreo è colpevole di qualsiasi cosa, sempre”.

      (E come potrebbe essere diversamente? Di una cosa sono, sempre, state d’accordo le nostre ex: A noi tutte le colpe del pianeta. Che c’entravano gli ebrei, dunque? 🙂 )

      Grazie

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  9. Bellissimo, Milord!
    A mio modesto giudizio le cause dell’avvento di Hitler sono complesse e non riconducibili a un unico fattore. Sicuramente egli rappresentò l’apice (si fa per dire) del percorso della Germania, dagli antichi barbari a Bismarck, al Kaiser. C’è poi l’elemento umano che influisce sulla Storia (Napoleone, Giulio Cesare, etc.) Aggiungo la mentalità tedesca, che ama gli uomini forti e decisi. E il popolo è pronto a seguirli.
    Ma una fortissima responsabilità va data alla Francia che, al termine della prima guerra mondiale, ottenne non una giusta pace ma vendetta, e la spuntò sugli altri Alleati, umiliando e portando alla fame la Germania. Hitler fu la risposta.
    Radiosi complimenti.

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    • Lady Alessandra

      Avete preso e divorato il fulcro, milady: la Francia.
      Quella cara nazione ha sempre fatto il giochetto delle tre carte: T’illumino d’immenso per farti sorridere; appena sorridi e quindi si vedono i denti, arriva una pagaiata sulle gengive che te la ricordi a vita.
      Sempre fatto!
      Dall’Algeria al Marocco. Sempre la stessa solfa.
      Trattato di Versailles: Neanche al peggiore dei demoni, dopo un esorcismo fatto da un reggimento di Cardinali agguerriti, si fa il male che venne fatto al popolo tedesco fin dal 1916. Danni di guerra incalcolabili, con dei tassi usurari, senza deroghe, fino al duemila per cento sul Prodotto Interno Lordo e da pagare in oro. Fatte salve quelle clausole infami che prescrivevano l’uso della forza, da parte di una coalizione ben definita, oppure l’acquisizione di territori in caso di “un solo” mancato pagamento di una rata (in oro fino), con deportazione delle popolazioni locali, la Germania che ne uscì, non poteva più vivere: vessata, senza lavoro e senza un futuro … neanche prossimo.
      Il Nachrichtenblatt riferisce che gli Stati Uniti, addirittura ( che è tutto dire) mai ratificarono quel trattato. Fino al 1920, a turno, il Partito Democratico e quello Repubblicano, si rifiutarono di appoggiare, anche lontanamente, il Senato per una ratifica che indicavano iniqua, ingiusta, disumana e pericolosa. E quanta ragione ne ebbero (Anche se non ci voleva una laurea in Scienze Sociali per comprenderlo), salvo poi comportarsi, proprio, come i francesi quando riguardò l’imposizione dell’embargo al Giappone nel 1941, ma questa purtroppo è un’altra brutta-bruttissima storia (gliela fecero pagare-ai tanto odiati giapponesi, da loro definiti sporchi musigialli- sganciando, deliberatamente e premeditatamente, ben due ordigni nucleari su civili inermi e indifesi).
      Ecco perché noi, mia signora, come avrete certamente notato, non prendemmo mai-assolutamente mai– lezioni da quelle pance blu.

      Vi ringraziammo per il passaggio.
      Cordialità

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  10. Torno in punta di piedi, facendo poco rumore.
    Ho letto come sempre e molti dei retroscena da lei trattati mi erano sconosciuti.
    E’ riuscito a illustrarcelo in un quadro particolareggiato, completo.
    E quest’uomo di ghiaccio è stato il più temuto e il più terribile della storia.
    Intendevo riallacciarmi per spiegare il “quasi” di ieri.
    Si riferiva al fatto che Hitler, nel nazismo perseguitava uomini di differenti etnie e religioni trattandoli peggio di bestie e ritenendole inferiori.
    Oggi, gli attacchi terroristici, perseguitano noi per un fatto di religione, forse è anche invidiato il nostro stile di vita.
    Ciò che non abbiamo neanche compreso studiando libri di storia e pagine infinite di crudeltà, è che ogni guerra o rappresaglia è scaturita sempre dal fatto (leader esclusi) che c’è chi sta bene e chi sta male, ci sono i ricchi ( anche finti ricchi) e ci sono i poveri. Ci sono i “finti liberi” e gli oppressi.
    E allora cosa cambia tra una guerra ed un’altra? Una volta capita la causa si deve procedere con una difesa a sterminio? Col razzismo?
    Ecco. Ecco perchè ieri non ho letto. Ho frainteso ma non ne avevo voglia.
    CONTROLLI ALLE FRONTIERE, IMMIGRAZIONE SI.
    Chiusura no.
    Se fossimo nati neri? Gialli? Siriani? Nigeriani?
    Allora siamo tutti un po’ Hitler se obblighiamo questa gente a vivere perseguita in un paese dove gli estremisti non hanno rispetto nemmeno dei loro simili.

    (Mi sa che ho fatto un po’ di rumore)
    Comunque questo pezzo è stato esaustivo. Grazie.

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    • Lady Nadia

      Voi, ieri, vi riferivate ad Adolf Hitler?
      Ne siete sicura?

      Il Nazional socialismo, come corrente politico/sociale nasce, appunto, dai principi socialisti, adattati alla situazione nazionale.
      Lo stesso Hitler usa, proprio come bandiera nazionale, il drappo rosso (adottato, proprio, per essere visto durante le manifestazioni anti Zar, prima della rivoluzione d’Ottobre, in Russia).
      Voi non potete immaginare quanto fosse catastrofica la situazione tedesca, post prima guerra mondiale, rispetto al resto del mondo. Vennero compiuti atti di cannibalismo per sfamare famiglie (le stesse cose si ebbero sia in Russia, sia in Ucraina, durante le tre rivoluzioni bolsceviche, mensceviche e staliniste.) e altre nefandezze che non staremo, qui, a descrivere.
      Il disco bianco, rappresentava il disco solare della nuova rinascita mentre la svastica (la volle nera per una questione estetica e pratica: era facile e poco dispendiosa da riprodurre) o “lo svastika” (è maschile), venne mutuata dalla filosofia induista. I quattro bracci, piegati a elle rappresenterebbero il ciclo del sole, nel suo cammino evolutivo.
      Come non aderire al nazionalsocialismo?

      Le miserie e il dolore sparivano, come d’incanto, davanti l’offerta di un futuro al quale non credeva più nessuno; davanti alle lacrime e la disperazione di vivere!
      Come non aderire al nazionalsocialismo?

      L’unica forza politica (gli spartachisti-una specie di P. Comunista tedesco- si limitavano a un moderato volantinaggio) che diede una speranza alle innumerevoli famiglie senza speranza.
      Da qui giungere alla dittatura, fu un attimo.
      Conclusa la battaglia per:
      -la fame
      -la povertà
      -lo stato
      -la dignità personale del popolo tedesco (incentivandone una prefata superiorità)
      ci volevano altri sbocchi.

      Hitler era malato di … spazio.
      Voleva spazio, aree sempre nuove. Spazi per il Terzo Reich (Il terzo Stato o, come lo chiameremmo oggi, la terza repubblica) con un allargamento, dello Stato/Nazione, in tutta Europa; grandi spazi aperti e ampi spazi urbani dove costruire ampi palazzi, in ampie strade. Questo, indiscutibilmente, comportò un profondo sentimento di rinascita, con riscatto per tutto il gravissimo male subito, di quelle povere, misere e vessate popolazioni che avevano visto l’inferno in terra.
      Ecco la tremenda miscela esplosiva.
      Il riscatto sociale, a sua incentivazione e l’estremismo parossistico di fronte la paura di un ritorno al passato, fecero il resto.
      Saltò tutto per aria con una violentissima esplosione.
      Il Partito prese il controllo e sopravvento mentre, la popolazione-ormai terrorizzata da quanto aveva subito in passato, aderì con gioia a quella esplosione di progresso.
      A che prezzo … se ne accorse il genere umano un po’ più in la.

      Il Novecento verrà certo ricordato nei libri di storia soprattutto come il secolo delle due guerre mondiali e di altri eventi che non vanno dimenticati assolutamente.
      Uno di questi, il più crudele ed esecrabile è stata la discriminazione razziale e la persecuzione del popolo ebraico da parte dei nazionalsocialisti, che rimane un evento-simbolo di tutte le atrocità possibili. Quest’odio è stato tanto feroce da prendere il nome di Shoah, olocausto in lingua ebraica, ma il secolo che si è concluso è stato, anche purtroppo, testimone di molti altri eventi sanguinosi e violenti che hanno fatto perdere, a chi li ha compiuti, il diritto di chiamarsi uomini:
      i gulag di Stalin,
      le stragi di Pol-Pot in Cambogia,
      la guerra del Vietnam
      le dittature militari in Africa ed in America del Sud.
      (meglio che ci fermiamo qua)

      Avete affrontato altri temi quali, per esempio, l’immigrazione, le sue origini, i mali, le opportunità e le aberrazioni.
      Scrivemmo un umile articolo di resocontazione e analisi storica di un preciso periodo.
      Se ne potrà parlare in futuro, sicuramente.
      La vastità, sue competenze, è veramente enorme e articolata. Sia politicamente, sia socialmente parlando.

      Grazie e cordialità

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  11. Però sono per il “pan per focaccia” con gli assassini, gli estremisti e i kamikaze e tutte le organizzazioni che hanno a monte. Questi bisogna fermarli assolutamente ovvio.
    Io dico solo che il popolo è il popolo, chi cerca una vita migliore deve essere libero di poter almeno tentare. L’islam è una religione che merita rispetto come la sua gente. E Hitler avrebbe sterminato tutti, dal primo all’ultimo, senza differenze, con odio.
    Ho sentito parlare Putin di minaccia nucleare. Io tremo.
    Anche i terroristi avevano come obiettivo Belga la centrale. Tremo.
    Questo mondo è in pericolo perchè l’odio è lo stesso di allora.
    Scusi Milord. Mi son fatta prendere!

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    • Lady Nadia

      Concordammo sul Diritto di Reciprocità fra popoli.
      Il punto, a nostro modesto parere, è proprio lì: il buonismo imperante, comunque e sfacciato (anche a discapito delle priorità nazionali) ha creato dei fortissimi disagi morali, materiali e sociali che non possono, più, essere sottaciuti.
      La mancata reciprocità (nasce dal Diritto Internazionale e fino adesso siamo gli unici a non averne beneficiato) esiste proprio per quello.
      Siamo imbevuti di Cultura e Civiltà, comportandoci- alla stessa stregua -, con i nostri pari, o con i nostri paria.
      Molte cose non vengono comprese, proprio per la mancata reciprocità. Per cui si è ingenerata l’erronea convinzione che … tutto è dovuto e a tutti i livelli.
      Due esempi spiccioli: Se a Riad o Geddah, in Arabia Saudita, si potesse avere la libertà di culto tale da poter aprire una piccola Chiesa “all’occidentale”, oppure poter vivere un’esistenza serena di approfondimento culturale e susseguente integrazione, ecco – con la reciprocità- i problemi sarebbero tutti risolti.
      A quelle latitudini vige la Shaharia, la legge coranica. Che è la peggiore aberrazione che mai, mente malata umana, abbia potuto partorire.
      Leggetevi il Corano (noi lo facemmo) e vi renderete conto di quanto odio viene sparso, a piene mani, tutto intorno (Come del resto nella Bibbia e nel Talmud).

      Ci stiamo riferendo a dei siti geografici, ben precisi, dove ci sono i luoghi di culto fondamentali: Mecca e Medina, per la religione musulmana.
      Vi siete mai chiesta, con gli amplissimi spazi a disposizione e le enormi risorse in campo, perché le grandi migrazioni (a nostro parere, studiate a tavolino e con una cadenza a orologeria) avvengono tutte qua … e non la?
      Probabilmente perché, con la Shaharia, lì la testa la tagliano sul serio e non è bello andare dalla padella, alla brace.

      Altra cosa sono i bisogni immediati di fuga, persecuzione, asilo da pericolo grave. Lì, non si discute nemmeno.
      Lì si accoglie senza se e senza ma.
      Organizzarsi, però, anche in vista di future e dignitose politiche accoglienti, è tutta un’altra cosa.
      Non abbiamo politiche sociali valide, in quanto il disagio sociale è palpabilissimo.

      Come detto, è tutta un’altra cosa che va o andrebbe discussa a parte e con un ampio ventaglio sia di programmi, sia di analisi.
      Grazie e cordialità

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  12. Alcune volte bisogna far spazio alla duretta della critica, davanti l’ovvietà del risultato.
    Quello che lei, dott.Raimondi. sta resocontando è una situazione politico sociale che nellòa germania degli anni trenta si venne a creare.
    La luminescenza della sua cronaca, sembra raccolta a piene mani da una voce diretta, è chiara.
    Chiarissima e non offuscata da partigianismi di sorta.
    Comprendere il periodo, le situazioni, le motivazioni, fa comprendere il declino e il fallimento grave, per tutta l’Umanità.
    Ci si è sempre chiesto come avessero potuto aderire al nazionalsocialismo intere popolazioni, mi riferisco non solo alla Germania.
    Lei sta dando una chiave di lettura molto molto aderente alla realtà.
    Il risultato, poi, si vide.

    Novanta milioni di tedeschi, non potevano essere novanta milioni di scimmie.
    I motivi e le motivazioni erano ben altre!

    Vorrei sottolineare una delle sue bellissime risposte, esplicative, qui fornite:
    (Lady Nadia: Torno in punta di piedi … – Lei: Il Nazional socialismo, come corrente politico/sociale )
    Un’analisi lucida, lucidissima che offre un panorama politico tedesco, sociale, di indiscussa chiarezza.
    Vorrei si capisse.
    Quello che poi diventò, dal “bieco” razzismo, fino a giungere alle peggiori aberrazioni è un altro discorso.
    Nei primi anni, addirittura, uomini tedeschi di stirpe ebraica erano tra le fila dell’NSDAP (il Partito Socialista Nazionale dei Lavoratori Tedeschi) ed erano tra i più agguerriti!
    Poi … arrivò Himmler e il mondo se ne sarebbe accorto.
    Eccome.

    Le auguro una buona e serena giornata

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  13. Gli elementi centrali dell’ideologia nazista erano la dottrina razziale e la teoria dello “spazio vitale”.
    Il problema razziale, basato sul mito della razza ariana (che venne costruito ad arte per dare un mito, un obiettivo popolare), era considerato il problema sociale fondamentale e la chiave per interpretare la storia.
    I postulati fondamentali della dottrina della razza furono enunciati da Hitler del 1924 e resi sistematici da Alfred Rosemberg il filosofo ufficiale del razzismo.

    L’ideologia nazionalsocialista era basata sull’idea della nazione razziale e la dottrina enunciata era la seguente:

    1) Ogni progresso sociale avviene attraverso una lotta per la vita in cui i più deboli soccombono e poiché questa lotta avviene nell’ambito della razza, essa dà origine ad una élite naturale;
    2) Il mescolamento di due razze comporta la degenerazione di quella superiore e il suo declino culturale, sociale e politico;
    3) Tutte le razze o le culture di rilievo sono state create dalla sola razza ariana; vi sono poi razze portatrici di cultura che però non sono in grado di crearla autonomamente e poi razze distruttrici ossia: la razza ebraica.

    Lei, dottore, ha affrontato il problema, ponendo le basi per una spiegazione esaurientissima.
    Era ora che si affrontasse, con occhi sereni, un fatto politico/sociale che, nella sua evoluzione, implose con terrificanti risultati.

    Riallacciandomi al Sig. Seamur e al commento della Sig.ra Nadia e sua risposta, a quel commento, ho potuto notare e afferrare quello spirito analitico e profondo che anima tutti i suoi scritti.
    Le auguro una buona giornata.

    Amedeo

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  14. Con un’abile propaganda che sfruttava slogan cari sia alla classe militare sia alla borghesia, Hitler riuscì ad assicurarsi un crescendo di favore popolare e seppe soprattutto essere per le masse esasperate da anni di governo debole e di vessazioni “delle nazioni vincenti il primo conflitto” la cui vendetta si abbatté peggio della più orribile invasione di locuste!,
    Il simbolo dello stato d’ordine che nel giro di pochi anni gli diede la Germania nelle mani.
    I comunisti furono accusati di voler sovvertire l’ordine su cui si fondava lo stato e su cui era fondata la moderna Germania e quindi furono schiacciati con tutti i mezzi (se la vollero, in quanto erano totalmente assenti e prive d’iniziativa popolare. Speravano di avere un progresso sull’onda dei racconti popolari in Russia. Ma l’Unione Soviertica era distante)
    Quando la propaganda non bastò più, i nazisti, ricorsero all’assassinio politico, ai ricatto, alla deportazione e alla tortura.

    Hai descritto, caro Ninni con precisione e puntualità, lo spirito politico e riallacciandomi alla tua bellissima esposizione sul commento di “lady nadia” rimango colpita e soddisfatta.
    Quasi chiederti in matrimonio (lascia stare che sto ridendo da me).
    Ottimo sul serio.

    Auf wiedersehen und küsse

    L.

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  15. Mi scuso per l’OT, ma leggendo la risposta del Milord al mio commento, in cui citava i due “gingilli” sganciati sul Giappone, mi sono venute in mente un po’ di cose. L’appoggio che gli USA diedero ai talebani, sfregiatori di donne, per contrastare l’Unione Sovietica, LEGITTIMAMENTE intervenuta su richiesta del governo di Kabul; lo scandalo Iran-Contra; la legge “Comprehensive Crime Control Act”, degna dell’ impero romano, con la quale gli States si autorizzano a intervenire ovunque, in ogni parte del mondo. E ci sarebbe altro…
    Ossequi.

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