Obersturmbannführer

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Berlino, bunker della cancelleria del Terzo Reich,
25 aprile 1945

1Era la seconda volta che si tagliava.
Maledizione.
Colpa dei bombardamenti che facevano vacillare il suolo sin dall’alba. Nessuna tregua. Radersi era un’impresa, non riusciva a tenere ferma la mano. Stizzito, l’uomo in pantaloni neri prese un lembo della salvietta umida e tamponò con cura il taglio.
Le fondamenta del bunker in cemento armato, concepito per resistere altri mille anni, tremavano.
Si guardò nello specchio scheggiato appeso sopra il lavabo e a stento riconobbe l’uomo che vi vedeva riflesso. Gli ultimi sei mesi di guerra lo avevano provato.
Mancava una settimana al suo venticinquesimo compleanno eppure l’immagine che aveva davanti era quella di un uomo più vecchio di almeno dieci anni. Osservò le due cicatrici che aveva sulla fronte, ricordo di uno scontro con l’Armata rossa in Pomerania, e alcune piccole rughe che notava per la prima volta.
La ferita aveva smesso di sanguinare.
Soddisfatto, l’SS si infilò la camicia, la giacca nera, e abbozzò un sorriso davanti al ritratto del Führer che imperava in ogni stanza del bunker, dove aveva appena avuto l’onore di trascorrere la notte. Si calò il berretto nero sul capo, abbottonò il colletto decorato con due rune d’argento a forma di S e gonfiò il petto.
Nutriva una vera e propria adorazione per quell’uniforme, simbolo di potere e superiorità sul resto dell’umanità.
Ripensava spesso ai giorni di licenza, quando passeggiava per le strade tenendo sotto braccio le sue fugaci conquiste. Ovunque si recasse nell’impero nazista, da Colonia a Parigi, ravvisava negli occhi dei passanti la paura e il rispetto.
Anche i bambini molto piccoli, non ancora in età per comprendere ciò che la sua uniforme rappresentava, manifestavano un malessere palpabile, un istinto di indietreggiare quando li avvicinava con fare amichevole.
Come se la nerezza della sua tenuta facesse sorgere in loro una paura ancestrale, primitiva, tracciata nei geni sopiti e di colpo riattivati. Senza il nazionalsocialismo e il suo leader, sarebbe stato uno come tanti, destinato a una vita mediocre agli ordini di altri mediocri, in una società priva di ambizioni. Ma il destino aveva deciso altrimenti e si era ritrovato proiettato nella cerchia di ferro della razza dei signori delle SS.
Ma ahimè, il vento era cambiato per la Germania. Gli alleati e le forze giudaiche stavano di nuovo trionfando.
Di lì a poco Berlino sarebbe caduta. Era lampante dal giugno scorso, quando gli alleati erano sbarcati in Normandia. E tuttavia, malgrado la disfatta annunciata, aveva vissuto l’anno precedente con una gioia feroce, intensa, “un sogno eroico e brutale”, per parafrasare Heredia, un poeta francese caduto nell’oblio, ma che a lui piaceva.
Un sogno per alcuni, un incubo per altri.

2Adesso i bolscevichi strisciavano nei sobborghi della città in rovina e non avrebbero tardato a invadere ogni strada, ogni anfratto, come un’orda di ratti impazziti.
Non avrebbero risparmiato nessuno. Era la logica della guerra. Lui stesso, quando era al fronte est, si era sempre vantato di non fare prigionieri.
“La pietà, l’unico orgoglio dei deboli” era solito dichiarare il Reichsführer-SS Heinrich Himmler ai suoi subordinati. Quest’ultimo aveva premiato Jean Guillaume con la croce di ferro, perché si era distinto al fronte.
Un nuovo tremore scosse i muri di cemento, della polvere grigia piovve dal soffitto. Questa volta, l’esplosione doveva essere vicina, forse addirittura sopra al bunker, sui resti dei giardini della cancelleria.
Non aveva paura. Era pronto a morire per difendere Adolf Hitler, il capo della grande Europa, un’Europa che sarebbe sprofondata in un mare di acciaio e di sangue. Ogni sforzo compiuto dal nazionalsocialismo sarebbe sparito, spazzato via dall’odio nemico.
L’Obersturmbannführer Jean Guillaume Lefebvre Moreau gettò un’ultima occhiata allo specchio scheggiato.
Che percorso per arrivare fin lì… Lui, il nativo di Compiègne, stava per versare il suo sangue per la Germania, il paese che cinque anni prima aveva invaso il suo.
Come altri giovani della sua generazione, all’indomani della disfatta si era convinto che la caduta della Francia era avvenuta per colpa degli ebrei e dei franco-massoni. I corruttori del suo paese, almeno a quanto proclamavano gli speaker di Radio Parigi.
La Germania, la vincitrice generosa, tendeva la mano per ricostruire una nuova Europa. Fervente partigiano della collaborazione, germanofilo della prima ora, aveva finito per trovare il vecchio maresciallo Pétain troppo fiacco e nel 1942 si era arruolato con entusiasmo nella Legione dei volontari francesi contro il bolscevismo.
Scelta che si opponeva alla volontà della sua famiglia la quale, benché pétainista, lo aveva rinnegato, arrivando addirittura ad accusarlo di tradimento. Che razza di imbecilli!
Arruolato sotto l’uniforme della Wehrmacht, come migliaia di altri francesi all’epoca, in due anni di campagna sul fronte est si era guadagnato i galloni di capitano.
Riconoscimento che non gli bastava. Per lui, l’ideale assoluto restava l’SS. In permesso in Germania, guardava con invidia i signori del Reich e aveva giurato a sé stesso di farne parte dopo aver saputo che le unità delle SS accoglievano volontari stranieri.
Nel 1944 aveva raggiunto la brigata SS Frankreich, poi la divisione Charlemagne, e aveva prestato giuramento di fedeltà ad Adolf Hitler senza tradire la minima emozione, cosi come aveva ricevuto la benedizione di monsignor Mayol de Lupé, il cappellano francese delle SS. Le parole del prelato dalla faccia rozza erano ancora marchiate a fuoco nella sua memoria: “Parteciperete alla guerra contro il bolscevismo, contro il male allo stato puro”.
Prima del previsto, era diventato uno dei più fanatici ufficiali della divisione. Per lui la parola “esitazione” non esisteva, e aveva fatto giustiziare freddamente una ventina di prigionieri russi colpevoli di aver trucidato cinque dei suoi uomini.
Coraggio e durezza lo fecero notare dal generale della divisione Charlemagne, che aveva anche il compito di reperire gli elementi più sicuri tra i ranghi dei volontari stranieri.
Durante i rari pasti condivisi con il generale e gli altri ufficiali, il giovane francese aveva scoperto un aspetto nascosto dell’Ordine nero. Le SS avevano completamente respinto il cristianesimo – una religione per i deboli – e professavano un paganesimo sorprendente, una mescolanza di credenze provenienti da antiche religioni nordiche e dottrine razziste.
L’ufficiale di collegamento del generale, un maggiore di Monaco, un giorno gli aveva spiegato che a differenza degli SS stranieri, i nati dal sangue germanico più puro ricevevano un’approfondita formazione storica e “spirituale”.
Affascinato, Jean Guillaume Lefebvre Moreau ascoltava quegli insegnamenti strani e crudeli, evocanti il dio Odino, il leggendario Siegfried e soprattutto la mitica Thule, culla ancestrale di super-uomini, veri padroni della razza umana. Nel corso dei millenni, una battaglia immemorabile opponeva la razza ariana alle tribù imbastardite e barbare. In altri tempi, avrebbe riso di quelle elucubrazioni, frutto di menti indottrinate, ma alla luce delle candele, sprofondato nel maelstròm della lotta titanica contro le orde di Stalin, quei racconti magici gli infondevano una potente vena mistica, come una droga bruciante che gli si riversava nel sangue e gli ostruiva progressivamente il cervello, disabituato al ragionamento in un’epoca in cui trionfava la decadenza. Nel corso di quelle discussioni comprese il vero senso del suo arruolamento nelle SS e lo scopo ultimo della battaglia finale tra la Germania e il resto del mondo. Trovò ciò che comunemente viene definito “lo scopo della vita”.
Jean Guillaume Lefebvre Moreau ricevette il suo vero battesimo SS durante il solstizio d’inverno. In una radura rischiarata da fiaccole, di fronte a un altare di fortuna sul quale era stato disteso un lenzuolo scuro ricamato con le due rune color di luna, fu iniziato ai riti dell’Ordine nero sotto lo sguardo tetro dei soldati presenti, che sottovoce salmodiavano un’invocazione germanica ancestrale.
“Halgadom, Halgadom, Halgadom…”

3In seguito, il maggiore gli aveva tradotto quella parola di origine scandinava che significava “cattedrale sacra”, precisando che nulla aveva a che vedere con quella dei cristiani.
In capo a un’ora, la notte aveva inghiottito le uniformi di tenebre indossate per la cerimonia, e Jean Guillaume era uscito da quell’esperienza trasformato. La sua vita non sarebbe stata più la stessa.
Quella sera, Jean Guillaume Lefebvre Moreau aveva suggellato definitivamente il suo destino con quella comunità maledetta e disprezzata dal resto dell’umanità. Il maggiore tedesco gli aveva fatto intendere che avrebbe ricevuto altri insegnamenti e che sarebbe rinato a una nuova vita, anche se la Germania avesse perso la guerra.
L’avanzata dell’Armata rossa si faceva ogni giorno più minacciosa e durante i combattimenti la divisione si disgregava davanti alle bordate del nemico bolscevico.
Una mattina fredda e umida del febbraio 1945, nel momento in cui doveva passare in testa a un contrattacco per riprendere un miserabile villaggio non lontano da Marienburg, nella Prussia Orientale, Jean Guillaume Lefebvre Moreau ricevette l’ordine di recarsi immediatamente a Berlino, al quartier generale del Führer. Senza spiegazioni.
Disse addio ai sopravvissuti della sua divisione, già duramente provata dai combattimenti incessanti. Solo più tardi seppe che i suoi compagni, spossati e sotto equipaggiati, si erano fatti decimare il giorno stesso della sua partenza dai carri T34 della seconda armata d’assalto russa che non cessava di respingere le difese tedesche verso le rive del Baltico.
Quel giorno di febbraio, il Führer gli aveva salvato la vita.
Durante il viaggio in macchina verso Berlino, aveva incrociato colonne interminabili di rifugiati tedeschi che fuggivano dalla Russia. La propaganda di Goebbels alla radio proclamava che i barbari sovietici saccheggiavano le case e violentavano le donne.
La voce della propaganda dimenticava però di precisare che quei soprusi erano originati dalle atrocità commesse dalle truppe del Reich all’epoca delle loro marce vittoriose sulla Russia.
La fila di fuggiaschi impauriti si stendeva per chilometri.
Ironia della storia, quegli accadimenti gli ricordavano un mattino di giugno del ’40, quando la sua famiglia aveva trascinato una carretta sulla strada di Compiègne per fuggire l’arrivo dei “crucchi”.
Dal sedile posteriore della macchina contemplava i cadaveri di donne e bambini tedeschi che giacevano su ogni lato della strada, alcuni già decomposti.
Notò, nauseato, che molti di loro erano stati spogliati di scarpe e indumenti. Ma quello spettacolo deprimente non fu niente in confronto a ciò che scoprì arrivando nella capitale agonizzante del Terzo Reich.
Passata la periferia nord di Wedding, trovò le facciate carbonizzate degli edifici dilaniati dai bombardamenti incessanti degli alleati.
Lui, che aveva conosciuto l’arroganza e la fierezza della città, ora guardava esterrefatto le file silenziose di abitanti che erravano tra le rovine.
Alcune bandiere con la croce uncinata penzolavano mollemente dalle grondaie, per camuffare i giganteschi fori provocati dalle esplosioni.
Bloccato a un incrocio sulla Wilhelmstrasse, che conduceva alla cancelleria, a causa di un convoglio di Panzer Tiger e di un distaccamento di fanti SS, Jean Guillaume notò un vecchio che sputava per terra al passaggio della truppa. Un atteggiamento antipatriottico che gli avrebbe garantito la galera e una bella ripassata; tuttavia, l’uomo aveva ripreso tranquillamente il suo cammino, brontolando.

4Sul frontone di un edificio ancora intatto, sede di una compagnia di assicurazioni, una banderuola ostentava in lettere gotiche: “Vinceremo o moriremo”.
Giunto davanti al posto di guardia del bunker, all’angolo della strada, Jean Guillaume notò due impiccati che oscillavano all’estremità di una corda fissata a un lampione. I due cadaveri portavano al collo un cartello con la scritta: “Ho tradito il mio Führer”. Disertori stanati dalla Gestapo e giustiziati sommariamente. Un monito. Nessuno doveva sottrarsi al destino del popolo tedesco.
Quella scena ricordò a Jean Guillaume gli impiccati del patibolo di Montfaucon evocati da Jean Guillaume Villon. Un tocco di morbosa poesia in quello scenario apocalittico.
Giunto al bunker della cancelleria non fu ricevuto da un ufficiale, come si aspettava, ma da un civile. Un personaggio insignificante che sulla giacca logora sfoggiava l’insegna del partito nazista. L’uomo gli spiegò che sarebbero stati destinati, lui e altri ufficiali del suo rango, a un distaccamento speciale alle dirette dipendenze del Reichsleiter Martin Bormann. Informazioni sulla missione gli sarebbero state fatte pervenire a tempo debito.
Gli assegnarono una minuscola stanzetta in un altro bunker situato a un chilometro da quello che nascondeva il quartier generale, o meglio, quello che ne restava. Altri militari, tutti distaccati delle tre divisioni SS Viking, Totenkopf e Hohenstaufen, avevano ricevuto lo stesso ordine di missione e alloggiavano in stanze attigue.
Due giorni dopo il loro arrivo, il francese e i suoi compagni furono convocati da un potente personaggio del regime, Martin Bormann, segretario del partito nazista e uno degli ultimi dignitari a beneficiare della fiducia di Adolf Hitler. Freddo, sicuro di sé, aveva riunito quindici ufficiali all’esterno del bunker, in una grande sala della cancelleria con i muri sporchi. Il delfino di Hitler aveva tenuto un discorso con un’intonazione curiosamente acida: “Signori, tra qualche mese i russi saranno qui. È possibile che perderemo la guerra, anche se il Fùhrer crede ancora nella vittoria e nelle nuove armi, ancora più devastanti dei nostri missili a lunga gittata V2”.
Martin Bormann lasciò vagare lo sguardo sull’uditorio e riprese il discorso: “Dobbiamo pensare alle generazioni future e credere in una vittoria finale. Tutti voi siete stati scelti dai vostri superiori per il coraggio e la lealtà al Reich, e mi riferisco in particolar modo ai nostri amici europei, svedesi, belgi, francesi, olandesi, che si sono comportati come veri tedeschi. Nelle poche settimane di tregua che ci rimangono, sarete addestrati per sopravvivere e perpetuare l’opera gloriosa di Adolf Hitler. La nostra guida ha deciso di restare fino alla fine, mettendo a repentaglio la propria vita. Partirete nel momento stabilito, affinché il suo sacrificio non sia vano”.
Un mormorio si diffuse tra i ranghi degli ufficiali. Bormann riprese la parola: “Ognuno di voi riceverà l’ordine di una missione, vitale per la continuazione della nostra opera. Non siete soli, sappiate che in questo momento altri gruppi come il vostro sono formati sul territorio tedesco. La vostra istruzione comincerà domani mattina alle otto e durerà parecchie settimane. Buona fortuna a tutti”.
Durante i due mesi che seguirono, era stato preparato a sopravvivere in clandestinità. Jean Guillaume Lefebvre Moreau non poteva fare a meno di ammirare il loro senso dell’organizzazione, ancora efficiente a dispetto dell’apocalisse annunciata. Era da parecchio tempo che non si sentiva più francese. La Francia. Una nazione che non sapeva far altro che lagnarsi e chinarsi dinanzi a de Gaulle e agli americani.
Le riunioni succedettero ai corsi pratici. Jean Guillaume rimase chiuso nelle sale sotterranee senza vedere la luce per giorni. Una vita da topi. Ma fu durante quell’esperienza che scoprì la vasta rete di mutua assistenza che il nazismo aveva intessuto nel mondo, in particolare nei paesi neutrali come la Spagna, la Svizzera e alcune nazioni dell’America del Sud.
Ricevettero anche una lezione completa sui trasferimenti bancari clandestini e il modo di disporre dei conti grazie a identità fittizie.
Il denaro non sembrava essere un problema. Tutti i membri del gruppo avevano un solo obbligo: raggiungere il paese che era stato loro assegnato, mescolarsi con la popolazione locale, equipaggiati di una nuova identità e tenersi pronti.
A metà aprile, quando i sovietici erano a dieci chilometri da Berlino, Jean Guillaume ricevette la visita dell’ufficiale di collegamento di Monaco che gli aveva fatto scoprire il vero volto delle SS.
Apprese che i trecento superstiti francesi della Charlemagne erano stati assegnati alla difesa del bunker. Durante una colazione consumata di fretta, il tedesco gli consegnò una tessera nera sulla quale spiccava una T bianca maiuscola. Gli spiegò che quella tessera provava l’appartenenza a una vecchissima società segreta ariana, la Thule Gesellschaft, che esisteva molto tempo prima della nascita del nazismo.
Un potere nascosto in seno alle SS.
Per il suo coraggio e la sua abnegazione, Jean Guillaume si era guadagnato il diritto di farne parte. Dopo la guerra, se fosse riuscito a cavarsela, i membri di Thule lo avrebbero contattato per impartirgli nuovi ordini.
Il sangue si era coagulato. Il taglio sulla guancia era ormai quasi impercettibile.
Il giorno della partenza si avvicinava.

5Il francese lucidò gli stivali con maniacale precisione e gettò un’altra occhiata allo specchio. Doveva apparire impeccabile per l’ultimo pasto con i compagni.
La sera precedente, uno degli assistenti di Bormann aveva detto loro di tenersi pronti per la mattina del 29 aprile.
Uscì dalla piccola stanza, lasciò il bunker e imboccò il lungo sotterraneo che conduceva a un’uscita, a un isolato dal Quartier Generale. I due soldati di turno lo salutarono, ed egli scese in sala riunioni. Gli appartamenti di Hitler erano ubicati dalla parte opposta del bunker, e dal suo arrivo lo aveva visto solo una volta, nel corso di una parata militare tenuta nel cortile della cancelleria.
Il viso gonfio per le medicine e l’andatura vacillante, aveva perso quel magnetismo febbrile che aveva stregato un’intera nazione. Aveva appena passato in rivista una truppa di adolescenti del Wolksturm, età media quattordici anni. Indossavano uniformi troppo larghe e tenevano in mano giocattoli mortali: Panzer Faust, lanciarazzi utilizzati per distruggere i carri a breve distanza.
Jean Guillaume si era sorpreso di provare pena per quei ragazzini votati alla morte. Partigiano incondizionato della Germania hitleriana, disapprovava tuttavia il suicidio di un’intera nazione, e in particolare dei più giovani. Uno spreco senza futuro.
Arrivando nella sala riunioni, Jean Guillaume comprese che qualcosa non andava. I suoi compagni, tutti in piedi, rigidi come picchetti, fissavano un giovane seduto su una sedia in fondo alla sala.
L’uomo portava una giubba sbottonata delle SS, ma i suoi occhi non esprimevano l’abituale tracotanza di un graduato di quel rango. Piangeva. Jean Guillaume non aveva mai visto piangere un SS.
Quel viso gli era familiare. Era uno dei suoi compagni, un capitano della Viking, nativo della Sassonia, specializzato in trasmissioni. Avvicinandosi, notò altri dettagli che lo fecero irrigidire. Al posto delle orecchie, il militare aveva due buchi sui quali si era formata una crosta di sangue rappreso. L’SS emise dei grugniti sordi e aprì la bocca come per implorare aiuto.
La voce di Martin Bormann risuonò allora nella stanza: “Signori, vi presento un traditore della nostra causa. Era sul punto di fare le valigie per raggiungere Heinrich Himmler. Si dà il caso che questa mattina, la BBC abbia annunciato che il “fedele Heinrich” proponeva alle truppe alleate una capitolazione senza condizioni. Questo tradimento è stato immediatamente riportato al nostro Fùhrer, che è andato su tutte le furie. È stato dato l’ordine di giustiziare seduta stante tutti coloro che si sono schierati con Himmler. Per dimostrare la propria determinazione, il nostro beneamato Fùhrer ha chiesto l’esecuzione di suo cognato, Herr Fegelein, marito della sorella di Eva Braun, intenzionato a fuggire”.
L’uomo non smetteva di piangere.
Martin Bormann si avvicinò al prigioniero e con una tranquillità a dir poco inquietante, gli pose una mano sulla spalla. Riprese sorridendo: “Il nostro amico qui presente voleva sottrarsi alla sua missione. Gli abbiamo tagliato le orecchie e la lingua, in modo che non potesse più riferire al suo padrone le decisioni del nostro glorioso Fùhrer”.
Il gerarca accarezzò i capelli del prigioniero con aria distratta.
“Vedete, un tedesco, e a maggior ragione un SS, non può tradire impunemente il proprio sangue. No, non pensate che io sia un sadico: si tratta semplicemente di una lezione che sarebbe meglio non scordare. Non tradire! Mai! Guardie, portate questa feccia in cortile e fucilatelo!”
L’SS fu trascinato per le spalle da due guardie, lasciando la stanza in un concerto di gemiti.
L’uscita del prigioniero allentò la tensione che regnava nella sala. Tutti sapevano che Bormann odiava Himmler e da tempo attendeva un’occasione per farlo fuori. Era cosa fatta.
“Il tempo stringe, signori. La prima armata corazzata di Zukov si avvicina più rapidamente del previsto e le sue truppe sono già sul Tiergarten. La vostra partenza è anticipata. Heil Hitler!”
All’annuncio del saluto rituale, il gruppo si era alzato di scatto, tendendo il braccio con un perfetto sincronismo.
Come per rispondere a quel saluto, una violenta esplosione fece tremare la sala.
Jean Guillaume Lefebvre Moreau si apprestava a raggiungere la sua camera per cambiarsi quando Bormann lo fermò, prendendolo per un braccio.
“Conosce le sue consegne? Per il Reich è vitale che vengano applicate alla lettera.”
Un tremito convulso scuoteva la mano del segretario di Hitler. Jean Guillaume lo fissò.
“Le conosco a memoria. Lascio Berlino attraverso la rete sotterranea ancora intatta per raggiungere un punto sicuro della periferia ovest. Là, mi metto a capo di un convoglio di cinque camion con destinazione Beelitz, a trenta chilometri dalla capitale, dove provvedo a far interrare nel nascondiglio indicatomi le casse trasportate. La sola cosa che devo conservare è una cartella di documenti.”
“E in seguito?”
“Raggiungo la nona armata che metterà a mia disposizione un aereo per la frontiera svizzera. Dopo averla attraversata, mi dirigo a Berna. Lì, mi sistemo nell’appartamento messomi a disposizione, dove rimango in attesa di nuove istruzioni.”
Bormann appariva sollevato, Jean Guillaume riprese: “Solo una cosa non so. Cosa contengono le casse”.
“E non deve saperlo. Si limiti a obbedire. Non dia prova di indisciplina come i suoi compatrioti francesi.”
Dal modo in cui Bormann pronunciò quest’ultima frase, Jean Guillaume comprese che il Reichsleiter mal celava il disprezzo che nutriva per i francesi. A Jean Guillaume non era mai piaciuto quel burocrate borioso che si dava arie da piccolo capo, e gli rispose a tono: “Chi ci ha lasciato la pelle per fermare i bolscevichi, sono stati i miei fratelli d’armi della divisione Charlemagne. Per ironia della storia, sono proprio dei francesi gli ultimi baluardi di Hitler, mentre tutti gli eserciti del Reich si disintegrano davanti al nemico…”.
Bormann abbozzò un sorriso, fu sul punto di dire qualcosa, poi cambiò parere e girò sui tacchi.

Poi, con un boato, tutto finì: gli ordini, le speranze e i pensieri.
Macerie e soltanto macerie.
Con un boato, venne centrata l’antisala e … tutto finì!
Semplicemente, … finì!
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Un antipasto che vi regalo ringraziandovi per la generosità dimostratami, sul Romanzo che inizierà domenica 3 Aprile dal titolo “U-Boot” e da voi ampiamente suggerito.
Questo racconto “Obersturmbannführer”  qui su, praticamente, si è scritto da solo e nulla c’entra con quanto pubblicherò domenica.
Del nuovo romanzo “U-Boot” ne ho scritto, semplicemente la struttura e seguirà, rigorosamente, quanto da Voi indicato:
Ambientazione Germania nazista post 1943;
Ci sarà, come co-protagonista, un U-Boot;
Avrà degli agganci con gli anni duemila;
(Sospeso il Voi)

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20 pensieri su “Obersturmbannführer

    • Ok, ci conto, milady.
      Perché “non voler leggere sul nazismo?”.
      Io sono curiosissimo al riguardo e le domande sono veramente tante, a distanza di tantissimi decenni.
      Cerco di trovare, in buona sostanza, quella base politica della comune accezione che ne determinò il profondissimo successo (a parte, ovviamente, l’indiscusso periodo storico controverso e travagliato per il popolo tedesco).
      Grazie e ciao.

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  1. Sempre elegante, bello e appropriato.
    Ha aperto una finestra che parla all’uomo e alle proprie scelte.
    Un lavoro bello, di cesello direi.
    Abbia una buona giornata e a domenica, dunque.

    Amedeo

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    • Grazie don Amedeo.
      Un uomo, a prescindere delle proprie scelte, rimane comunque un uomo?
      Questo è quello che, nel corso della mia vita, mi sto battendo per dimostrare.
      Grazie e buona giornata

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  2. E’ bellissima come storia, mon cheri.
    un francese?
    Quel viso, però, mi sembra di conoscerlo.

    🙂

    Un bellissimo racconto e … non vedo l’ora che arrivi domenica
    🙂

    Bisousssssssssss

    Annelise pour toi

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    • Oui, un francese della “Charlemagne” che fu la Divisione “ultima” quella che difese più strenuamente il Fuhrer.
      Furono loro, assieme ai bambine della Hitlerjugend a combattere strada per strada, angolo per angolo.

      Quel viso?
      Già, sei attenta. Ti ringrazio per la tua generosità.
      Molto gentile e certe cose non le dimentico e lo sai…
      Ciao e buona giornata.
      A domenica dunque…

      🙂

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  3. Ivan Pomarev detestava i tedeschi. Come tutti i russi. All’interno del sommergibile meditava su quella guerra. Era convinto che la Germania alla fine sarebbe stata schiacciata… e poi? E poi sarebbe toccato agli USA, alleati di comodo, che pure odiava. Suo figlio avrebbe condiviso tale aspirazione… 🙂 🙂 🙂 🙂

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    • Ok, uno splendido incipit.
      Il padre di Miloslav, come il padre del Presidente Putin, dentro un sottomarino sovietico.
      Sarebbe interessante, molto-anzi-moltissimo se la tua sacra penna potesse costruire un “qualcosa” sopr.
      Visto?
      Avevo ragione: non si sfruttano i personaggi altrui.
      Dunque vediamo:

      Ivan, padre di Miloslav, si trova in un sottomarino sovietico, durante la seconta GM e come commilitone ha Vladimir Spiridonovič Putin!

      Beh, i casi della vita: dopo molti anni i due figli si ritrovano, riconoscendosi nei loro padri!

      MA E’ OTTIMO!
      GENIALE!

      Da pubblicare subito!
      Creare una saga?
      Da matrioska fino ai giorni nostri?
      Hai creato un genere letterario parallelo!
      Brava! I posteri ti ricorderanno!
      (E non sto scherzando, assolutamente. I migliori best seller, storie e quant’altro sono nati proprio così)

      🙂

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  4. Un racconto bello alla “Ninni”.
    La morte, quella livella inaspettata che c’é, ma è nascosta nelle pieghe della nostra vita, ha sistemato tutto.
    Sia le speranze del giovane francese che, vestito di nero, iniziava forse ad incrinarsi alla realtà, sia per il satanico Bormann.
    Un esercizio di stile, caro Ninni che è bello proprio.
    In attesa e appuntamento a domenica.
    Bacetti leggeri.
    Ciao

    L.

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    • Sì, cara amica: la morte spesso, riparatrice, nel nostro caso ebbe fretta.
      Rimane un dubbio atroce: si sarebbe ravveduto?
      E cosa avrebbe fatto dopo il ravvedimento?
      Dentro la struttura militare delle Scultz Staffeln, da uffucuale, avrebbe potuto fare moltissimo.
      Probabilmente preservare la struttura stessa, ma rifondandola dalle basi.
      Non trovi?

      Ti ringrazio per l’apprezzamento e buona giornata.
      Carezzine soffuse

      🙂

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  5. Mi piacciono le storie dove inserisci qualcosa che sta per cambiare il destino di una persona.
    L’ufficiale delle SS, per me, stava per “svegliarsi”.
    Poi è arrivato il “boato”: quasi una punizione per essersi accorto troppo tardi di come andavano le cose.
    Hai descritto molto bene l’interesse giovanile e la voglia di “spaccare tutto” tipico, proprio, dei giovani.
    Ma poi il gioco diventa più grande di tutto e di tutti e allora …
    Io dico che stava per svegliarsi e in malo modo anche.,..
    Già con Bormann …

    Sei semplicemente divino. Mi hai incurosita: domenica?
    E che domenica sia…
    Aspetterò, aspetteremo …

    Ciao milordissimo

    🙂

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    • Cara Susi, hai preso il problema.
      Cosa avrebbe potuto fare Jean Guillaume che a venticinque anni era, già, un Obersturmbannführer?
      Come, agevolmente, potrai leggere più in su, avrebbe probabilmente potuto fare molto.
      L’ufficio delle occasioni perdute è sempre aperto.
      Ciao e buona giornata

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