U-Boot II

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1Berlino – 30 aprile 1945 ore 19.05
Walter era in piedi sulla soglia della scalinata che portava al Bunker, il crepuscolo stava lasciando strada alla notte, ma Berlino risplendeva di una cupa luce rossa: c’era un’amara ironia nel fatto che l’Armata Rossa stesse tingendo dei suoi colori la sua amata città. Tutto intorno si udivano gli scoppi più o meno sordi, a seconda della distanza, dell’artiglieria; il giardino della Reichskanzlei, la Cancelleria, aveva un profondo cratere fumante, forse il colpo che avevano udito prima da dentro il bunker.
L’ufficiale della Gestapo che lo precedeva stava correndo in posizione semi accucciata, forse nella speranza di offrire un bersaglio minore, verso il limitare del giardino dalla parte opposta alla Cancelleria dove, Walter sapeva già, una macchina li attendeva.
Le porte erano state aperte da un ragazzino in uniforme delle SS, che non si era preoccupato nemmeno di salutare: era talmente spaventato che non guardava neppure chi varcasse la soglia e subito dopo aver aperto le porte si era rintanato nella confortante sicurezza della scalinata, protetta da 4 metri di calcestruzzo, pronto a richiudere i battenti non appena l’ultima persona del gruppo fosse uscita.
Walter pensò che se lo avessero interrogato, anche subito, su chi era appena uscito, il ragazzino avrebbe biascicato qualcosa come un paio di ufficiali, senza sapere né grado né reparto di appartenenza: il fatto che fosse di turno lui e non qualcuno più esperto non era certamente un caso.
Sorrise e decise di muoversi in direzione della macchina a grandi passi, dopo poco fu sorpassato dal dottore che correva nella medesima direzione, quando un gran boato scosse il circondario.
L’edificio alla loro destra, quello davanti alla Cancelleria dall’altra parte della strada, fu colpito dall’artiglieria russa; ovviamente non videro il colpo, ma videro l’incendio che si sprigionò dal tetto dell’edificio e udirono l’esplosione, il rumore di un muro di mattoni che si sbriciolava e dei vetri che andavano in frantumi.
Il dottore, che si era buttato a terra si rialzò, si ripulì e riprese a correre, Walter si era spaventato, ma aveva mantenuto il sangue freddo, sua caratteristica principale e proseguì a grandi passi verso la macchina.
In pochi istanti raggiunse l’accesso sul retro del giardino della Cancelleria dove trovò un cancello aperto e delle garitte per le sentinelle deserte, perché le sentinelle erano state sostituite da due blindati che sorvegliavano più efficacemente l’accesso da quando era cominciata la battaglia di Berlino.
Un’altra precauzione che aveva ordinato Walter stesso di prendere era stato di allagare tutti i sotterranei nell’area della Cancelleria: non potevano permettersi di farsi sorprendere dai russi né tanto meno far sì che la Cancelleria cadesse in mano loro ante tempo e così avevano aperto alcune condotte in comunicazione con il fiume Sprea e avevano allagato tutto, nonostante il dubbio che alcuni dei sotterranei fossero abitati da berlinesi in fuga dai bombardamenti.
Guardando dalle fessure nel metallo, quelle poste in corrispondenza delle mitragliatrici, pensò che non ci fosse più nessuno, che anche i blindati fossero abbandonati, segno che persino i soldati avessero percepito l’imminente disfatta totale.
La cosa non lo turbò assolutamente, ormai il bunker non lo riguardava più, e tra poche ore al massimo sarebbe stato popolato solo da cadaveri.
Lì sulla strada li aspettava una macchina nera, l’autista Erich Kempka era dietro la portiera aperta, quando Walter si sentì afferrare per il braccio sinistro. Si voltò con il cuore in gola, questo sicuramente non faceva parte del piano, e trasalì quando vide che a strattonarlo per la manica era Walter Axmann, suo vecchio amico e camerata di partito.

2“Il tuo piano aveva una pecca clamorosa” gli sussurrò a un orecchio Axmann
“Illuminami” rispose gelido Walter portando lentamente la mano destra sulla fondina.
“Primo tu risulti ancora tra gli occupanti il bunker e questo tra qualche ora sarebbe potuto diventare un problema.
Secondo, ti servirà qualcuno vivo che confermi la tua morte, altrimenti le supposizioni andranno avanti per anni.
A me serve un passaggio fuori Berlino: sono sicuro che troveremo un accordo” gli sorrise conciliante Axmann facendo un breve cenno alla mano destra di Walter che era già sulla fondina.
Walter si rilassò un attimo e velocemente pensò al suo piano: Axmann era un fanatico e ci si poteva fidare senza dubbi, inoltre aveva ragione nessuno aveva pensato che lui ora era Walter Stahlecker e la sua vera identità era rimasta nel bunker, ma senza corpo.
In ogni caso ucciderlo adesso sarebbe stato controproducente, quindi con la mano destra gli diede una pacca sulla sua spalla e abbozzò un sorriso.
“E cosa avresti pensato di fare?” chiese Walter
“Molto semplice” continuò a sorridere Axmann, “per il primo punto ho appena detto alla tua segretaria personale che insieme con il dottor Stumpfegger e me avresti cercato di passare le linee Russe e ripiegare dalla vecchia volpe Dönitz; che ti scusavi molto per essere scappato di fretta ma avevate saputo solo adesso che Kempka era disponibile e che ovviamente lei era sollevata da ogni obbligo nei tuoi confronti; che poteva scappare e rifugiarsi tra la gente comune che i russi non le avrebbero fatto nulla di male. Lei ti ringrazia molto, in effetti ha notato il dottore correre lungo la scalinata e ti augura ogni bene.
Per il secondo punto basta che io riesca a fuggire da Berlino e a consegnarmi agli Alleati, non ai Russi: una piccola bugia annegata in tante rivelazioni passerà completamente inosservata.”
Walter fece un segno di assenso con la testa e lo spinse verso la macchina per farlo salire, in effetti aveva svolto un buon lavoro. Anche la storia della sua segretaria, per carità una donna fidata, ma ultimamente ne aveva preso un po’ le distanze perché era diventata triste e angosciante, si capisce che la vita nel bunker la deprimesse e avesse ormai spezzato il suo coraggio, una sua partenza improvvisa, sebbene inusuale era credibile.
L’unico dubbio che tormentava Walter era come diavolo aveva fatto Axmann a sapere del suo piano, era forse compromesso? Quante altre persone che lui non sapeva erano a conoscenza dei suoi piani? Appena avesse avuto un po’ più di tempo e tranquillità avrebbe spremuto queste informazioni dal caro e vecchio amico.
Un altro colpo di artiglieria esplose nelle vicinanze: era tempo di andarsene e anche velocemente, del resto questa era la parte più pericolosa dell’intero piano e quella più affidata al caso in un certo senso, anche se dopotutto Berlino non era una città indifesa; numerosi soldati erano stati schierati per cercare di ritardare l’avanzata dell’Armata Rossa a beneficio degli Alleati, molti degli scoppi sordi e distanti che sentiva erano sicuramente quelli delle loro artiglierie e dei loro Panzer che resistevano e rispondevano al fuoco.
Si ricordò che tra le varie opzioni che avevano valutato durante la preparazione del piano c’era stata anche quella di un convoglio blindato con tanto di scorta di un paio di carri armati, ma ovviamente era stata scartata perché avrebbero dato troppo nell’occhio e sarebbero stati un bersaglio più appetibile di un’anonima macchina lanciata per le vie di Berlino centro. In effetti, avevano puntato tutto sull’agilità e sulla velocità, visti i rischi di restare troppo a lungo allo scoperto, e quindi la scelta di utilizzare un’autovettura era risultato naturale.
Sperò di avere un po’ di fortuna, che la strada concordata fosse ancora sgombra e soprattutto ancora libera dalle truppe russe: questa parte del piano era stata concordata nelle ultime ore per poter prendere decisioni in base all’effettiva realtà delle cose e di conseguenza un certo numero di truppe tutte SS ovviamente, erano state dispiegate a protezione del loro tragitto.
Walter fu l’ultimo a salire sulla Mercedes di Kempka, l’autista privato del Führer, ed ebbe l’impressione che Erich gli avesse strizzato l’occhio.

3HMS Highlander – Nord delle isole Shetland – 30 aprile 1945 ore 23.14
Il telegrafista della HMS Highlander, un Destroyer classe Havant della marina di sua Maestà Britannica, stava correndo verso il ponte di comando.
“Comandante, comandante, leggete” si rivolse trafelato al suo superiore allungandogli un foglio.
“Figliolo, è forse finita la guerra? Che c’è di così importante da correre fin qui in quella maniera?” il comandante Humphrey Edward Gregory Atkins guardò il foglio divertito, poi si fece serio “è uno scherzo, vero figliolo?”
“No signore quello che legge è stato veramente trasmesso: anche lei non crede ai suoi occhi?” si avventurò speranzoso il giovane telegrafista
Il comandante lo fissò a lungo negli occhi con uno sguardo che non lasciava speranze, poi esplose
“Figliolo io non ci leggo nulla su questo foglio, solo scarabocchi senza senso e sto seriamente cominciando a pensare che la marina di sua Maestà abbia sprecato tempo e denaro con il tuo addestramento!”
“Comandante mi scusi, quel foglio rappresenta una trasmissione tedesca e se nota c’è un disturbo” il povero telegrafista aveva realizzato soltanto adesso che il comandante, un uomo di mezza età che chiamava tutti “figliolo”, era una persona molto pratica, priva di fantasia e all’apparenza totalmente avulsa dalla tecnologia.
“Figliolo e cosa pensi che possa interessare un disturbo in una comunicazione tedesca? Saranno le nostre bombe sulle loro antenne a provocare il disturbo.”
“Comandante mi scusi, ma il disturbo è ricorrente, dura solo una frazione di secondo, è ad alta frequenza, e se guarda sotto poco fa un sommergibile tedesco ha trasmesso questo poco dopo aver ricevuto il segnale”
“Disturbi” lo corresse il comandante
“Disturbi signore” sorrise il telegrafista “Signore credo si tratti di un nuovo sistema di comunicazione tedesco che non conosciamo. Due giorni fa si è ripetuta la stessa storia e il medesimo sommergibile ha risposto in modo convenzionale, proprio come questa volta”. Ovviamente la comunicazione di due giorni prima l’aveva già mandata al quartier generale alleato in Scozia, perché i servizi segreti la analizzassero, e pochi minuti prima aveva ricevuto la trascrizione decifrata, che con molta soddisfazione allungò al comandante perché la visionasse.
Il comandante Atkins prese questo secondo foglio e lesse ad alta voce “U-234 posizione confermata”
“Signore il comando le invia anche questo messaggio” il ragazzo porse al suo comandante un terzo foglio, su cui era riportato il messaggio dal comando ancora cifrato, come aveva espressamente richiesto il comandante dal giorno del suo insediamento circa dieci giorni prima.
Il comandante prese l’ultimo foglio e lo lesse con attenzione, ormai dopo tanti anni al servizio di sua Maestà in Marina trovava relativamente semplice decodificare i messaggi del comando, non avevano una cifratura molto complessa: ormai non temevano più i “lupi” di Dönitz e per i messaggi di routine non perdevano tempo con codici complicati.
Il messaggio diceva di mantenere la posizione e di non cominciare la caccia all’U-234.
“Tutto questo è molto strano” fu l’unico commento che gli uscì e in effetti lo trovava molto strano veramente, ma non era sua abitudine discutere gli ordini.
“Figliolo, prendi tutte le tue carte, la storia dei tuoi disturbi alle comunicazioni e invia tutto al quartier generale ad Aberdeen affinché se ne prendano cura i servizi segreti.” Poi gli sorrise “ben fatto figliolo continua così e tienimi informato”.
Quindi si avvicinò al suo secondo in comando e gli comunicò gli ordini, dopodiché si diresse nella sua cabina per un po’ di riposo.

4Berlino – 30 aprile 1945 ore 19.20
La Mercedes di Kempka partì velocemente seguendo la strada che costeggiava il giardino della cancelleria e sfociava in Wilhelmstrasse. Ogni angolo del giardino era presidiato da un blindato che vegliava minacciosamente sulla strada. Probabilmente erano stati abbandonati anche questi: Walter non pensò male dei soldati che erano fuggiti, nelle stesse condizioni avrebbe fatto lo stesso, anzi, lui stava facendo esattamente la stessa cosa, se visto in maniera superficiale il suo piano altro non era che una fuga da Berlino.
Si rilassò: il peggio doveva ancora venire e con estrema naturalezza si tocco la tasca anteriore dell’uniforme e ne estrasse la busta dentro cui aveva celato i suoi veri documenti.
“Caso mi succedesse qualcosa sarebbe così cortese da fare avere questa busta al quartier generale delle SS più vicino” si rivolse all’ufficiale delle SS che lo aveva scortato fuori del bunker e con il quale condivideva, a sua insaputa, il dentista “sono le mie ultime disposizioni e una lettera per i miei familiari” aggiunse come spiegazione.
“Non dubiti signor generale. Non ci sarà alcun bisogno, ma dovesse capitare può contare su di me” scattò subito l’ufficiale prendendo la busta e mettendosela a sua volta nel taschino dell’uniforme come se fosse stato un grande onore che il generale avesse scelto lui e non uno degli altri illustri occupanti l’automobile.
Walter sorrise soddisfatto, sulla fedeltà delle SS si poteva sempre contare, anche a loro discapito.
La macchina sterzò a sinistra in Wilhelmstrasse, Walter sapeva che aveva circa cinque minuti, salvo imprevisti, prima della prossima fase, la strada era sgombra: qualche edificio in fiamme e molti detriti di case occupavano la scena. La Cancelleria stessa non era in uno stato migliore essendo stata centrata da svariati colpi di artiglieria russa, era ormai un cumulo di macerie. In giro non c’era nessuno, meglio pensò Walter, nessuno accidentalmente avrebbe potuti vederli e dalla tasca della giacca estrasse la scatoletta metallica, la aprì rivolta verso sé stesso a coprire la bocca, con due dita mimò il gesto di prendere una pastiglia e di metterla in bocca, dopodiché rivolse la scatoletta verso il dottore e l’ufficiale delle SS per offrire loro una mentina: il dottore si servì mentre l’ufficiale sembrava titubante
“Le conviene accettare, non credo che avremo altre occasioni di usufruire di certi lussi” ammiccò Walter con gentilezza. L’ufficiale prese allora una pastiglia e la mise in bocca ringraziando il suo generale.
Axmann rifiutò sostenendo che soffriva di mal di stomaco.
“Proveremo a passare per il ponte Weidendammer se è ancora aperto e praticabile” era Kempka l’autista, che forse per spezzare il nervosismo e superare la paura parlava, non tanto a qualcuno di specifico ma al gruppo, non si era nemmeno voltato, tanta era la concentrazione e la paura che potesse succedere qualcosa ai suoi illustri ospiti.

7Walter conosceva Erich ormai da anni, sin dall’inizio poteva dire, da quando cioè Erich era diventato l’autista personale del Führer. Era una persona molto riservata e schiva e di assoluta fiducia tanto che aveva assunto subito anche l’incarico di guardia del corpo di Hitler. Walter ricordava innumerevoli situazioni, molte delle quali proprio in quella macchina, in cui gli argomenti trattati o le conversazioni tenute erano estremamente segrete, riservate o delicate e mai una sola parola era trapelata dal buon Erich: per questo motivo e per la sua cieca fedeltà era stato selezionato per quella parte delicatissima del suo piano. Un piano così complesso necessitava di numerose comparse, alcuni fiancheggiatori, ma soltanto un protagonista e questo lo riportava ad Axmann: lo fissò per cercare di capire cosa e quanto sapeva, gli venne la tentazione di estrarre la pistola e freddarlo in macchina, ma così avrebbe peggiorato la sua situazione.
” Inutile pensarci ora, ma approfondirò l’argomento appena possibile” pensò Walter e si mise a guardare fuori dal finestrino per cercare di vedere come era la situazione della strada e se avrebbero dovuto improvvisare oppure se quella parte di piano era ancora valida.
Riconobbe Beherenstrasse e immediatamente seppe che da lì a poco la macchina avrebbe sterzato a destra nel grande viale che portava a Fredrichstrasse e al ponte. Dopo pochi secondi così avvenne, la macchina sterzò secca in Unter den Linden, un bellissimo viale alberato che tagliava Berlino in direzione Est-Ovest, che Walter aveva amato molto per i bellissimi tigli che la adornavano prima che cominciasse la guerra e che erano stati usati dai berlinesi per scaldarsi negli ultimi mesi.
Era una delle sue passeggiate preferite prima della guerra, specie in questa stagione quando i tigli cominciavano a odorare e profumare tutta la strada. Adesso il viale era sporco, cosparso di detriti della guerra: dai pezzi delle case sbriciolate dai bombardamenti ai mezzi bellici distrutti e in fiamme.
Proprio davanti alla loro macchina c’era un Panzer che stava spostando con la sua massa i resti in fiamme di un blindato, forse colpito dall’artiglieria russa, sperò Walter e non da un lanciarazzi dell’Armata Rossa: la differenza stava tutta nelle distanze se era stato un colpo di lanciarazzi allora era tutto finito, perché le truppe russe erano riuscite a dilagare in città e lui non sarebbe mai arrivato allo Sprea. Una volta spostato a lato della strada il rottame, il Panzer lo superò seguito dalla Mercedes blu notte guidata da Kempka: le SS stavano eseguendo gli ordini, tenere pulite le vie di accesso al ponte Weidendammer e, sperò Walter, presidiare lo stesso.
Erano a pochi isolati dal fiume, la tensione nell’automobile era massima: nessuno parlava più e tutti nervosamente guardavano fuori, un dispaccio che avevano ricevuto tutti gli abitanti del Bunker, quel pomeriggio stesso, riportava di violenti combattimenti nella periferia di Berlino e di alcune avanguardie russe che stavano aprendosi la strada verso i ponti sullo Sprea. Non tutti i ponti erano intatti, alcuni erano stati bombardati dagli alleati, altri li avevano fatti saltare le SS per rallentare l’avanzata dell’Armata Rossa, infine alcuni dovevano essere sede di violenti combattimenti s’immaginò Walter.
Il Panzer che li precedeva si arrestò, girò lievemente a sinistra e andò a posizionarsi tra due tigli al centro del viale: lentamente ruotò la torretta del cannone verso la stazione e il fiume, calcolò Walter, e regolò l’alzo del cannone. La macchina lo stava sorpassando quando il panzer fece fuoco sparando il suo proiettile verso la parte nord di Berlino: il frastuono fece sobbalzare tutti e lo spostamento d’aria sollevò una gran nube di polvere bianca da terra che oscurò la visuale come una coltre di nebbia.

5“Maledetti idioti” sbotto Erich “non potevano aspettare qualche secondo che li avessimo già passati?”
“Magari stanno colpendo un’avanguardia russa e le stanno impedendo di avanzare, dandoci magari la possibilità di guadagnare preziosi minuti per lasciare Berlino” rispose Axmann che sembrava il più tranquillo di tutti.
Il Panzer intanto stava modificando ancora una volta l’alzo e la direzione del cannone, evidentemente era in contatto radio con truppe a terra che gli stavano segnalando dove colpire. Probabilmente Axmann aveva ragione, il loro panzer stava sparando su un’avanguardia oppure stava distruggendo degli edifici per bloccare l’avanzata dei carri russi.
Un altro boato squarciò la calma apparente che era tornata sul viale dei tigli, Walter questa volta vide la fiammata della bocca del cannone del panzer che ormai era alle loro spalle e ancora una volta una nube di polvere che si sollevava, dopodiché il panzer si rimise in marcia dietro di loro ma ormai staccato di qualche centinaio di metri.
La Mercedes 770K svoltò a sinistra in Fredrichstrasse, uno dei viali principali di Berlino, Kempka guidava con prudenza: non correva per evitare forature o incidenti e non andava tanto piano da risultare un bersaglio statico.
Walter continuava a guardare fuori dal finestrino, sapeva che davanti a lui c’era la stazione di Fredrichstrasse e che poche centinaia di metri dopo sarebbero arrivati al ponte.
Un colpo di artiglieria russa colpì un edificio in Unter den Linden alle loro spalle, quasi all’angolo del viale in cui avevano svoltato: evidentemente anche l’Armata Rossa aveva le sue avanguardie e stavano cercando di mettere a tacere il Panzer che avevano sorpassato poco prima. Il boato risultò molto attutito dagli edifici che nel frattempo avevano frapposto, ma il bagliore risaltò spiccatamente per la vicinanza e la sera ormai incalzante.
Walter si girò istintivamente per vedere cosa succedeva e quando la loro macchina stava per transitare sotto il ponte della stazione di Fredrichstrasse vide spuntare il panzer che procedeva seguendoli staccato ormai di parecchio.
“Stanno sparando a casaccio” fu il commento di Kempka che probabilmente vide la stessa scena dallo specchietto retrovisore.
Poi di colpo la macchina inchiodò. Erano sotto il ponte della stazione: di fronte a loro c’era il ponte Weidendammer, Walter sentiva l’adrenalina pulsargli nelle tempie, erano a meno di duecento metri dal ponte eppure quella sosta non era affatto prevista.
Guardando bene il loro lato del ponte vide che era presidiato da un’autoblindo e da un Panzer Tigre seguiti da qualche soldato, che si era appostato dietro i due mezzi, e che sparava verso l’altro lato della sponda del fiume Sprea, che Walter non riusciva a vedere, verso est.
Il Panzer Tigre aveva il cannone ad alzo zero, era cioè completamente parallelo alla sede stradale, ed era puntato verso il quartiere Mitte a nord-est, quando sparò il suo colpo che risuonò amplificato dal ponte della ferrovia sopra di loro.
Walter non vide che cosa colpì, la loro visuale era coperta dal teatro Admiralspalast che incredibilmente non sembrava danneggiato dai bombardamenti, nonostante l’estrema vicinanza alla ferrovia, intravide solo un bagliore.
Preso dal panico dell’imprevisto si guardò attorno dalle fessure lasciate aperte dalla sua bendatura e si accorse che sotto il ponte, a lato della strada, c’era accalcata della gente, dei berlinesi in fuga dall’orrore dell’Armata Rossa, che evidentemente aspettavano che i tafferugli si arrestassero per cercare di guadagnare l’altra sponda dello Sprea e cercare così di rompere l’accerchiamento russo. Walter provò pena per la sua gente, ridotta così da un destino crudele, mentre le cose potevano essere andate ben diversamente se solo…
“Se solo” si ripeté nella mente pensando a tutte le occasioni che avevano avuto di chiudere la guerra in maniera onorevole: avevano peccato di presunzione e questa era la loro punizione, ma a farne le spese era, al solito, la gente comune. La sua missione era stata organizzata anche per questa gente, per tutti i tedeschi e i nazisti, per il loro orgoglio e la loro sopravvivenza.

6Un colpo di clacson lo fece trasalire: un soldato dell’autoblindo stava facendo segno alla Mercedes di Kempka di venire avanti, nel frattempo l’autoblindo stava indietreggiando aprendo un varco verso il ponte. Anche il Panzer si stava muovendo, dapprima la torretta fu re-allineata con il carro che si stava disponendo in linea con il ponte forse perché intendeva attraversarlo, e i soldati si stavano accodando al carro per formare un caposaldo dall’altra sponda del ponte Weidendammer.
“Che faccio Generale?” era Kempka che si era voltato verso Walter per attendere istruzioni.
Walter scrutò per qualche secondo la situazione: il Panzer stava imboccando il ponte e gli spari erano cessati.
“Partiamo! Mantieniti dietro il Tigre che ci faccia da scudo”
“Sissignore!” Kempka si voltò e rimise in marcia l’automobile accelerando per guadagnare la copertura del Panzer Tigre che li precedeva all’inizio del ponte.
La Mercedes giunse in pochi attimi al ponte, l’autoblindo ormai era indietreggiata fino alla scala che dal ponte portava giù alla riva dello Sprea e il soldato delle SS che la guidava si mise sull’attenti al loro passaggio, alzando la mano destra nel saluto nazista.
Lo scoppiò prese tutti alla sprovvista.
Walter non vide da dove era stato sparato il colpo di lanciarazzi che centrò il panzer davanti a loro: sentì solo l’esplosione assordante, vide il gran bagliore che lo accecò e sentì l’urto del suo corpo contro il sedile antistante quando l’auto inchiodò.
Quando si riprese, Walter stimò che erano trascorsi solo pochi secondi, ancora un po’ annebbiato controllò la situazione: il Panzer era in fiamme all’inizio del ponte e intorno c’erano i corpi dei soldati che lo seguivano, chi morto, chi tramortito e chi stava cercando di ritirarsi al sicuro. I soldati rimasti con l’autoblindo stavano sparando verso l’altra sponda del ponte e intorno a loro ferveva una grande attività ma Walter, assordato dall’esplosione, non sentiva nulla.
Gli altri occupanti la Mercedes erano frastornati quanto lui, il dottore stava scuotendo la testa e strofinandosi gli occhi, essendo il più vicino all’esplosione; Axmann si stava massaggiando il setto nasale che probabilmente aveva urtato contro il sedile anteriore come Walter.
“Maledizione Erich, ingrana la retromarcia e ritorniamo sotto il ponte” gridò Axmann che sembrava il più lucido.
L’esitazione dell’autista sembrò eccessiva e così Walter si voltò verso Kempka per vedere cosa stesse facendo, l’attenzione di tutti era rivolta verso il retro della macchina per guardare se c’era la possibilità di indietreggiare, nel frattempo sotto il ponte della ferrovia era arrivato il Panzer che avevano sorpassato ormai qualche minuto prima e che sparò il suo colpo verso l’altra sponda del fiume, presumibilmente verso il bagliore della fiammata del lanciarazzi russo.
“Kempka cosa aspetti? Siamo un bersaglio troppo facile dobbiamo andarcene!” Axmann ordinò con voce calma sempre guardando fuori dalla macchina.
Nella Mercedes ormai tutti si stavano riprendendo dallo stordimento e dalla botta, Walter guardava terrorizzato e ormai nel panico completo Erich Kempka che giaceva immobile sul volante.
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50 pensieri su “U-Boot II

  1. Una storia bella e sicuramente credibile.
    Ecco, ieri assistevo alla discussione che si è creata nella tua pubblicazione del Mondo Parallelo, parlando di Ucronia.
    Adesso sto assistendo, però, a una storia che mi lascia stupita per la precisione e per la verosimiglianza dei fatti.
    Credo che ormai sia noto a tutti chi possa essere “Walter” e di cosa si possa essere imbastito, dal dopoguerra ad adesso, su questo nominativo.
    Devo dirti, caro Ninni, che sembra tu abbia attinto da informazioni di prima mano. Informazioni note a te soltanto che ti hanno e ti stanno permettendo di riscrivere la storia, ma su basi reali.
    Giuro che questa è la mia impressione.
    E soprattutto: perché non credere che le cose siano andate così?

    Un capitolo bello e soprattutto verosimile.
    Un capitolo che non è il solito post della domenica che i blogger pubblicano per avere, almeno la domenica, l’illusione di essere dei giornalisti o scrittori.
    Qua c’è arte.

    Buona domenica e grazie per questo pezzo di bravura.

    Giorgia

    🙂

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      • Dramma e arte nella giusta misura. Una misura che non può prescindere dal senso umano.
        Hai umanizzato, milord, quello che doveva rimanere di ghiaccio.
        Walter si muove, sprezzante come sempre, ma spint0 da impulsi completamente umani. La fuga, la PAURA di morire e quindi salvarsi e l’ottusità di adeguarsi, SENZA ALCUNA DIGNITA’, a qualsiasi situazione pur di mettersi in salvo.
        Sei bravo!!!
        Cerco di leggerti oltre le righe per poterti capire più a fondo e mi fai sentire benissimo.
        Grazie mio signore.

        Giorgia

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  2. Siamo alla perfezione di stile; alla maestria del racconto; alla bellezza fine a se stessa.
    Milord, mi stai facendo sognare.
    Bello proprio. Non ho altro da aggiungere perché, ogni parola, sarebbe superflua.
    Ciao

    Eleonora

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      • Non possiedi le risposte al Capitolo 2? Mi prendi in giro, mio bellissimo signore? le risposte le hai eccome.
        Avrò riletto mille volte questo capitolo. Mi hai immersa dentro quei momenti come se fossi infilata dentro il bagagliaio della macchina.
        Ho visto morire kempka mitragliato.
        Sto sentendo tutta la drammaticità sulla pelle. Mi hai fatto venire i brividi per una situazione dove sento l’odore di bruciato e le bombe esplodere.

        Un bacio milord.
        Eleonora

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  3. Et voila, ecco che con il caffé del mattino, mi arriva il secondo strabiliante capitolo del tuo romanzo.
    Bello bello bello.
    Si è vero, mi ha presa per il fatto che sembra tutto reale.
    Allora non ero la sola ad averlo pensato chi era Walter.

    Buona domenica Ninni tesoro.

    Bisoussss

    Annelise

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  4. Glielo confesso, caro dott. Raimondi.
    Mi piace la piega che sta prendendo questo romanzo, già dal secondo capitolo. Piciace la sua fluidezza e mi piace la storia in se.
    Buona domenica

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  5. Leggo di un capitolo bello, potente e unico nel suo genere.
    Un capitolo che continua un romanzo iniziato bene e che sta continuando meglio.
    Sì, sembra anche a me do avere inquadrato Herr Walter.

    Mi hai tenuta, come sempre, incollata a quelle frasi.
    Buona domenica mio signore.
    Un bacio e un saluto alle amiche

    🙂

    Lilly

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  6. Hai toccato un tasto che prende e coinvolge.
    Hitler morì davvero?
    E soprattutto si suicidò?
    Quello ritrovato, come hai fatto notare varie volte, fu il frammento di un teschio con un buco che, improbabilmente è messo (il buco) nel posto sbagliato e soprattutto non sembra fatto da una pistola.
    Ce l0hanno i russi, a Mosca e venne trafigato da Zukov.
    Le storie, lo sappiamo, hanno una valenza che hanno, ma non sono appoggiate da prove.
    Tu, caro Ninni hai una grande caratteristica: oltre che sapere scriverre divinamente, hai dalla tua una grandissima intelligenza.
    Le tue parole fanno riflettere e so di relarti: Questa tua visione è credibile.
    Credibile nel suo approntamento e credibile nel suo sviluppo.
    Bravo!
    (Di questo argomento ne abbiamo parlato milion di volte).
    “Io c’ero”, sembra di ascoltare, ancora, quel testimone diretto che ascoltasti e di cui ne annotasti le parole.
    Sì, di prima mano.
    Un plauso a te per averci dato un’opportunità di riflessione … anche se sottoforma di romanzo.
    Grazie

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    • Mah, che argomento. Non ci sarà mai inchiostro bastevole per venirne a capo.
      Crediamo che l’unica è scrivere, nero su bianco, tutta la storia, rsivolti e ricostruzioni.
      Poi, dopo,con più calma magari …
      Grazie

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  7. Una cosa è certa: da qualsiasi parte la osservi una guerra resta sempre una guerra. Per cui ho seguito il suo capitolone tecnico e strategico ovviamente meticolosamente descritto.
    Buona domenica!

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    • Anche nel quotidiano, la guerra, rimane uno scontro impari tra uno più forte e un debole.
      Tecnicismi e strategia nascono, sempre, da una passione per il risultato.
      Un risultato al quale si resta aggrappati fino alla fine.
      E tutto questo si chiama … sentimento.
      Grazie e buona notte

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  8. Capitolo molto bello e avvincente. A proposito del post precedente – citato da Lady Giorgia – il titolo del libro di cui parlavo é “Fatherland” di Robert Harris.
    Walter – come personaggio – mi piace molto.
    Radiosity.

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  9. Un capitolo alla moviola, roba mica facile da scrivere, particolareggiato al secondo e che lascia spazio e tempo alla brutalità della guerra e alla sofferenza dei veri perdenti: la povera gente.Restano una manciata di ore per sapere come Walter riuscì ad infilarsi nel sottomarino. Al prossimo capitolo, quindi. Ma la pubblicazione sarà solo domenicale??? (No,cioè, …Marirò che scalpita per un racconto bellico…hai visto mai?! roba da uscir fuor di senno e…potenza della bella Scrittura!)
    Sorrisi 🙂

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  10. Tsé, questa è classe.
    Il secondo capitolo, oltre che macerarci per suspance, ci sta preparando a qualcosa che, me lo sento, ci sta scoppiando in mano.
    Sei bravo in questo. Un vero maestro e infatti sia la storia, sia la verità storica sono state onorate.
    Un pezzo da tenere qui, sul cuore.
    Un pezzo che parla e piace.

    Ma sai che ci penso adesso sulla questione del nome “Walter”?
    Mi hai fatto notare, un bel po’ di tempo fa che sia Walter, sia Martin sono nomi propri o cognomi in tedesco.
    Ecco l’attinenza.
    Il nostro generale Walter gioca e sta giocando con l’ambiguità.
    Sempre messaggi nascosti, eh?

    Sì, me lo ricordo: Herr Walter Martin già.

    Un bacio milorderrimo e un “caro” saluto alla piccola Eleonora.

    🙂

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  11. Difficilmente seguo un lavoro di fantascienza, ma questo (definirlo fantascienza mi sembra riduttivo) è, fino ad ora, un bell’opera di fantasia storica.
    Almeno sembrerebbe, ma non escluderei che gli eventi storici possano essersi avvicendati in questo modo.
    Complimenti, un capitolo molto interessante
    Buona giornata.

    Amedeo

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  12. Noi abbiamo una particolare caratura con la bellezza. una bellezza che porta e comporta amore per la scrittura.
    Quell’amore che riversi, continuamente, a noi umili e comuni mortali.
    leggo questo capitolo e mìillumino d’immenso.
    Un vedere oltre le pieghe, usualii, del tempo, dentro quelle della memoria.
    E se fosse andata proprio così?

    Grazie Ninni, sei unico.
    Ciao

    Enrico

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  13. Io so che tu, caro Ninni, non sprechi le parole se non sai cosa dire. E se dici lo fai perché hai una ragione.
    Mi ricordo quando parlammo dell’ ODESSA (L’organizzazione delle SS originarie) e della Rache (Il ragno).
    Me lo ricordo eccome.
    Come mi ricordo che …

    Vabbè.
    Questo capitolo, giusto perché so, è al fulmicotone.
    Walter è Walter …

    Ciao Eroe!

    hai messo la NACHRICHTENDIENST in funzione?
    🙂

    Ciao

    🙂

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    • Eccoti qua.
      ODESSA.
      Pensa che quando tratto certi argomenti “in tema” si riferiscono al romanzo.
      Già, quelle originarie.
      La Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen (organizzazione degli ex membri delle SS), altro che romanzo.

      Grazie
      🙂

      Mi piace

  14. Certo è difficile sostenere ilcontrario, ovvero che la storia sia andata a senso unico soprattutto se ce lo dicono il libri di storia che sono stati scritti dai vincitori.
    Quei libri inquinati dall’ottusità di un vincitore che vuol far capire di essere l’unico cittadino del Paradiso.
    L’assurdo.
    Grazie a te, caro Ninni, riusciamo a mantenerci equidistanti.
    E questo è importante.
    Ciao.
    lascio un saluto a tutti

    Francesco

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  15. Si ha come la percezione che qualcosa sfugga e quel qualcosa ce lo stai centellinando con maestria.

    certo che ggli sviluppi, fino adesso, mi stanno gelando.
    E se quel Walter fosse quella persona?
    E se quella persona fosse, realmente, stata messa in salvo?
    E se oggi avesse dei discendenti?

    Questi sono interrogativi di cui qualche volta abbiamo anche parlato.

    Ciao
    Una storia bella che si sta svolgendo in modo completo.

    🙂

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