L’Antica Dama: I Diari III

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1La giornata passò tra i bagagli, e verso sera venne gente a salutare la signora Haricot. Cenammo nel salotto, ed ella andò a letto subito dopo cena. Non lo avevo più veduto. Alle nove e mezzo circa scesi dabbasso, col pretesto di farmi dare delle etichette per i bagagli; nella galleria egli non c’era. L’odioso impiegato al banco sorrise vedendomi.
“Se cercate il signor de Raymond, ci ha fatto telefonare da Cannes, per avvertire che non sarebbe tornato prima di mezzanotte.”
“Desidero un pacchetto di etichette” replicai, ma gli lessi negli occhi che non si era lasciato ingannare. Niente “ultima serata”, dunque. L’ora alla quale tutto il giorno avevo anelato l’avrei trascorsa sola e soletta nella mia camera, a guardar la mia vecchia valigia e la grossa borsa da viaggio. Ma forse era meglio così, ché sarei stata una pessima compagnia, ed egli mi avrebbe letto in viso il rimpianto.
So che quella notte piansi, amare lacrime giovanili che non saprei più versare oggi. Quel pianto soffocato tra i guanciali non sgorga più, dopo i trentun anni. Le tempie pulsanti, gli occhi gonfi, la gola serrata, contratta da uno spasimo. E al mattino l’affannosa ansia di celare le tracce davanti al mondo, le abluzioni d’acqua fredda, gli spruzzi d’acqua di Colonia, e quelle furtive toccatine con la cipria che sono tanto significative in sé. E il terrore di piangere di nuovo, e le lacrime che irresistibili minacciano di traboccare, e il fatale tremito della bocca sono, ahimè, forieri d’una nuova catastrofe. Rammento d’aver spalancata la mia finestra, affacciandomi fuori, nella speranza che la fresca aria mattutina avrebbe dissipato l’indiscreto rossore delle gote sotto la cipria; e mai il sole era parso così vivido, mai il mattino tanto ricco di promesse. Tutt’a un tratto Monte Carlo appariva pieno di bontà e d’incanti, unico luogo al mondo che albergasse un po’ di sincerità. L’affetto m’inondò l’animo. Avrei voluto vivere qui per tutta la vita. E oggi, oggi era il giorno della partenza! Ecco, è l’ultima volta che tu ti spazzoli i capelli davanti a questo specchio, l’ultima volta che ti risciacqui i denti a questo lavabo. Mai più dormirai in quel letto. Mai più girerai la chiavetta di quella lampadina elettrica.
E gironzolavo in vestaglia, profondendo sentimento su una volgare camera d’albergo.
“Non minacciate mica un raffreddore, spero?” ella mi domandò, a colazione.
“No, speriamo di no, almeno” risposi, aggrappandomi a quel fuscello che in seguito avrebbe potuto servirmi di scusa, se mai dovessi avere gli occhi esageratamente rossi.
“Non c’è niente di più odioso che starsene con le mani in mano quando si ha tutto pronto” ella brontolava. “Avremmo dovuto decidere di partire col treno prima. Se facessimo un piccolo sforzo arriveremmo ancora a prenderlo, e avremmo più tempo per stare a Parigi. Telegrafate a Elena di non venirci incontro alla stazione; le daremo un altro appuntamento. Chissà se…” ella diede un’occhiata all’orologio al polso “… ma credo di sì, non faranno difficoltà a cambiarci i posti per la vettura-letto. Vale sempre la pena di tentare. Scendete giù in ufficio a informarvi.”
“Sì”
Fantoccio inerte che obbediva ai suoi capricci, tornai nella mia stanza a togliermi la vestaglia. Mi allacciai l’inevitabile gonna di lana, m’infilai sopra il capo la camicetta di maglia lavorata a mano. La mia indifferenza si mutava in odio. Questa era dunque la fine, anche la mattina doveva essermi rubata. Niente mezz’ora sulla terrazza; nemmeno dieci minuti, forse, per prendere congedo. Perché lei aveva terminato di fare colazione più presto di quanto non avesse creduto, perché si annoiava. Ah! Quand’era così, avrei buttato al vento ogni ritegno di modestia. Al diavolo l’orgoglio! Sbattei dietro di me la porta del salotto, di corsa feci il corridoio. Senza aspettar l’ascensore salii le scale, a tre gradini per volta, fino al terzo piano. Sapevo il numero della sua camera, il 148. Rossa in viso e ansante picchiai furiosamente alla porta.
“Avanti!” gridò la voce di lui. Già, mentre aprivo la porta m’ero pentita e ogni coraggio mi veniva meno. Forse egli, avendo fatto tardi la sera avanti, s’era appena destato, ed era ancora in letto, irritato, i capelli arruffati.
Si stava radendo vicino alla finestra aperta, una giacca di pelo di cammello sopra al pigiama. Con il mio vestitino di lana e le grosse scarpe, mi sentivo goffa e troppo vestita. Non ero che una piccola isterica, che aveva voluto drammatizzare le cose.
“Che cosa volete?” egli domandò. “È successo qualcosa?”
“Sono venuta a salutarvi” dissi. “Partiamo questa mattina.”

2Egli mi guardò fisso.
“Chiudete la porta” disse, posando il rasoio sul piano sopra al lavabo.
Feci come m’aveva detto, e rimasi lì, alquanto impacciata, le mani penzoloni lungo i fianchi.
“Che diamine andate dicendo?” egli domandò.
“È vero, partiamo oggi. Dovevamo prendere un treno del pomeriggio, ma lei si è messa in mente di arrivare a quello che parte prima, e io temevo di non vedervi più. E volevo assolutamente vedervi prima di partire… per ringraziarvi.”
Alla rinfusa mi uscivano di bocca, quelle parole idiote, proprio come avevo immaginato. Me ne stavo lì rigida impalata; un minuto ancora, e avrei detto che tutto quanto era stato… fantastico.
“Perché non m’avete avvertito prima?”
“Si è decisa ieri soltanto. Tutt’in un momento. Sua figlia s’imbarca sabato per Nuova York, e noi partiamo con lei. La raggiungeremo a Parigi, e poi proseguiremo tutti per Harbour.”
“Vi porta con sé a Nuova York?”
“Sì; e io non voglio andare. Non mi piacerà affatto e sarò infelicissima.”
“Ma perché andate con lei, in nome di Dio?”
“Non posso far diversamente, lo sapete. Io lavoro per vivere. E non potrei permettermi il lusso di piantare la signora Haricot.”
“Sedetevi.”
Ripreso il rasoio, egli si toglieva la schiuma dalla faccia.
“Faccio presto. Mi vesto di là in camera da bagno; fra cinque minuti sono pronto.”
Prese i vestiti in un fascio dalla seggiola, li buttò sul pavimento, in camera da bagno, entrò e sbatté la porta dietro di sé. Mi sedetti sul letto, e cominciai a mordicchiarmi le unghie. La situazione era assurda; mi pareva d’essere un burattino. Che cosa aveva in mente quell’uomo? Che cosa avrebbe fatto? La stanza che mi vedevo d’attorno era una stanza maschile, impersonale e disordinata. Molte scarpe, più di quante non occorressero, e file di cravatte. Sull’acconciatoio non c’era che una grossa bottiglia di lozione per i capelli, e un paio di spazzole d’avorio. Niente fotografie. E neppure istantanee. Istintivamente il mio sguardo aveva cercato qualcosa del genere: pensavo che ci dovesse essere almeno una fotografia vicino al capezzale, o sul marmo del caminetto. Una sola, grande, in una cornice di pelle. Ma non vidi che libri, e una scatola di sigarette.

3Come aveva promesso, fu pronto in cinque minuti.
“Venite giù alla terrazza mentre io faccio colazione” mi disse.
Guardai l’ora.
“Ma io non ho tempo. Dovrei essere giù in ufficio, a cambiar i biglietti per la vettura-letto.”
“Lasciate correre queste cose. Ho bisogno di parlarvi.”
Ci avviammo per il corridoio, ed egli suonò per l’ascensore. Non vuol capire che il treno della mattina parte tra un’ora e mezzo. Fra poco la signora Haricot telefonerà giù in ufficio, per domandare se sono lì… Senza una parola scendemmo giù, e uscimmo sulla terrazza, dove erano preparati i tavolini per la colazione.
“Che cosa prendete?” egli domandò.
“Ho già fatto colazione. E non ho che quattro minuti di tempo…”
“Portatemi del caffè, un uovo al guscio, del pane tostato, della marmellata di arance, e un mandarino” ordinò al cameriere e toltosi di tasca una lima di carta smerigliata, si mise a limarsi le unghie. “Dunque, la signora Haricot ne ha abbastanza di Monte Carlo, e vuole andarsene a casa? E anch’io. Lei a Nuova York e io a Milordia. Quale preferireste, dei due? Potete scegliere.”
“Non scherzate, vi prego; non è bello da parte vostra. E in ogni modo, è ora che vada a vedere per quei biglietti; è meglio che ci salutiamo.”
“Se credete che io sia di quelli che hanno voglia di scherzare all’ora di colazione vi sbagliate” egli disse. “Al mattino presto io sono invariabilmente di pessimo umore. Vi ripeto: avete la scelta. O andate a Nuova York con la signora Haricot, o venite a Milordia con me.”
“Volete dire che avete bisogno di una segretaria, o qualcosa di simile?”
“No. Vi chiedo di sposarmi, sciocchina.”
Il cameriere arrivava con la colazione, e io, seduta con le mani in grembo, lo guardavo mentre posava la caffettiera e la lattiera.
“Voi non capite” dissi non appena l’uomo se ne fu andato “io non sono una ragazza da sposare.”
“Che cosa diavolo intendete?”
Egli aveva posato il cucchiaino, e mi guardava. Osservai una mosca che si posava sulla marmellata; impaziente egli la cacciò.

4“Non so. Non credo che saprei spiegarmi …” dissi titubante. “Intanto, per prima cosa io non appartengo al vostro mondo.”
“E quale sarebbe il mio mondo?”
“Mio Dio, la vostra Milordia. Sapete benissimo che cosa voglio dire.”
Egli aveva ripreso il cucchiaino e si servì di marmellata.
“Siete ignorante quasi quanto la signora Haricot, e altrettanto poco intelligente. Che cosa ne sapete di Milordia? Se c’è qualcuno che possa sapere se voi appartenete a quel mondo o no, sono proprio io. Voi pensate che io vi abbia fatto quella domanda così su due piedi, tanto per dire? Perché avete detto che non volete andare a Nuova York. Siete convinta che io chieda la vostra mano per la stessa ragione per cui credevate che io vi portassi a spasso in automobile, sicuro, e per cui vi invitai a cena la prima sera. Per bontà. Non è così?”
“Sì.”
“Un giorno vi accorgerete forse che la filantropia non è il mio forte.”
E intanto, egli spalmava il pane tostato.
“In questo momento, credo non vi accorgiate di nulla. E non avete risposto alla mia domanda. Volete sposarmi?”
Non credo che avessi mai contemplato, neppure nei miei momenti di maggiore esaltazione, quella possibilità. Una volta, mentre l’automobile correva e tacevamo da parecchio tempo, nella mia fantasia avevo incominciato una sconnessa vicenda: lui era molto malato, aveva il delirio, anzi, e mi mandava a chiamare e io dovevo curarlo. Ero al punto in cui gli mettevo sulla fronte delle compresse di acqua di Colonia, quando eravamo arrivati all’albergo, e tutto era finito lì. E un’altra volta immaginavo di vivere in una casetta nel parco di Milordia, e lui veniva qualche volta a trovarmi, e sedeva davanti al caminetto acceso. Quella fulminea proposta di matrimonio mi scombussolava, anzi, credo persino che mi scandalizzasse. Non era una cosa vera: come se ci si sentisse chiedere la propria mano da un re… E intanto, lui seguitava a mangiar marmellata come se niente fosse. Nei romanzi gli uomini cadevano in ginocchio dinanzi all’amata e avrebbe anche dovuto esserci il chiaro di luna. Ma a colazione, e in quel modo …
“Mi sembra che la mia proposta non abbia avuto troppa fortuna” egli disse. “Mi rincresce, m’ero illuso che mi voleste bene. Un bel colpo per la mia vanità.”

5“Vi voglio bene” risposi. “Vi voglio un bene immenso. Mi avete reso molto infelice e ho pianto tutta la notte, perché credevo di non vedervi mai più.”
Ricordo che mentre così parlavo lui rideva e attraverso il tavolo mi tese la mano.
“Che Dio vi benedica per questo che mi dite! Un giorno, quando avrete raggiunto quella benedetta età di trentacinque anni che era la vostra ambizione, mi permetterò di ricordarvi questo momento. E pensare che non mi volete credere… È un vero peccato che abbiate da crescere ancora.”
Mi vergognavo già anche troppo; e quella sua ilarità m’irritava. Dunque le donne non facevano confessioni di quel genere agli uomini. Avevo ancora molto da imparare.
“Dunque è deciso, non è vero?” egli diceva, continuando a mangiare; “invece di far compagnia alla signora Haricot la farete a me; i vostri doveri saranno pressappoco gli stessi. Anche a me piace esser tenuto al corrente delle novità librarie, e veder fiori in salotto, e giocare a Canasta dopo mangiato. E gradisco che qualcuno mi serva il tè. L’unica differenza è che non prendo il Dormol, preferisco l’Eno, e non dovete mai lasciarmi mancare il mio dentifricio speciale.”
Io, intanto, tamburellavo con le dita sul tavolo, non sapendo che pensare né di me né di lui. Si prendeva ancora gioco di me? Era tutta una burla? Come egli alzò il capo, dovette leggermi in viso l’ansia.
“Sono stato un po’ brutale con voi, non è vero?” disse. “Non è proprio così che vi figuravate una proposta di matrimonio. Dovremmo essere in un giardino d’inverno, voi vestita di bianco con una rosa in mano, un violino che suona un valzer in lontananza, e io, dietro una palma, dovrei dare a vedere coi gesti il mio violento amore per voi. Allora sareste forse soddisfatta.
Povera piccola mia, che peccato, ma non abbiate paura, andremo a Venezia a passare la luna di miele e ci terremo stretti per mano in gondola. Ma non ci staremo troppo, perché voglio farvi vedere Milordia.”
Voleva farmi vedere Milordia e tutt’a un tratto mi resi conto che questa era la realtà; io sarei stata sua moglie, avremmo camminato insieme nel giardino, e lentamente saremmo andati per quel sentiero lungo la valle fino al lido. E mi vedevo sui gradini della scalinata, dopo colazione, a guardare che tempo faceva, a gettar le briciole agli uccelletti; e più tardi sarei uscita con un cappellone di paglia in testa, e lunghe cesoie in mano, a tagliar fiori per la casa. Ora sapevo che quando, bambina, avevo comperato quella cartolina illustrata, era stato un presagio, un passo alla cieca verso l’avvenire.

Egli voleva farmi vedere Milordia.
Nella mente in subbuglio mi vedevo passar davanti figure ignote, e immagini e immagini, e intanto lui mangiava il mandarino, e me ne porgeva ogni tanto uno spicchio, e mi guardava di sottecchi. Ci trovavamo in mezzo a una folla di gente, ed egli diceva: “Mi sembra di non avervi ancora presentato mia moglie”.
La signora de Raymond. Sarei stata la signora de Raymond. Vedevo quel nome. Su di un assegno, e in fondo alle lettere con cui invitavo gente a cena.
E mi udivo parlare al telefono: “Perché non venite giù a Milordia sabato venturo, a passar la fine di settimana?”.

Fu così che mi svegliai, a Milordia, nel presente.
Quanti anni erano che, ormai, eravamo sposati? Non ricordo.
Le cameriere spazzavano la stanza di soggiorno, la sala, aria fresca e profumata che entrava a fiotti dalle alte finestre aperte. Fumo che si alzava a spire dai camini; e a poco a poco la nebbia autunnale dileguava, e alberi e sponde erbose e boschi assumevano forma, e col primo sole il mare luccicava oltre la valle, e il faro svettava alto e dritto in cima al promontorio.
La pace di Milordia.
La quiete, la bellezza.
Chiunque vivesse fra le sue mura, vi fossero pur dolori e contrasti, non importa quali lacrime si versassero, quali pene si nutrissero, la pace di Milordia non poteva esser turbata, né distrutta la sua bellezza. I fiori che morivano rifiorivano nella stagione seguente, gli stessi uccelli facevano il loro nido, gli stessi alberi germogliavano ancora. L’antico odor di muschio aleggiava nell’aria, e volavano le api, e cantavano i grilli. Le farfalle danzavano il loro folle girotondo sui prati, e i ragni tessevano tele che la rugiada ingemmava, e piccoli conigli timorosi che troppo tardi s’erano accorti d’esser su terreno proibito cacciavano il musetto di tra il fitto dei cespugli. E fioriva il lillà, e il caprifoglio, e i bianchi boccioli della magnolia si aprivano lentamente, come a malincuore sotto le finestre della sala da pranzo.
Chi mai avrebbe osato far del male a Milordia?
Come una gemma incantata avrebbe continuato a vivere nella corona della sua valle, custodita dai boschi, al sicuro, mentre il mare s’infrangeva e si ritraeva e tornava a infrangersi sul lido della piccola baia.
La giornata che avevamo davanti a noi prometteva di essere già lunga e snervante abbastanza.
L’avvenire era l’ignoto.

Sentivo la frescura delle lenzuola del mio letto; lo strider dei ciottoli sulla spiaggia, sotto i piedi.
Odoravo la madreselva nei boschi, il muschio umido, i morti petali d’azalea.
E ripiombai in uno strano sonno interrotto, dal quale ogni tanto mi ridestavo alla realtà dell’incomoda posizione rannicchiata e alla visione del dorso di Antoine davanti a me.
Il crepuscolo s’era mutato in oscurità completa.

Osservai oltre la grande finestra.
Davanti a noi si stendeva la strada che dal parco portava fuori Milordia.
Non c’era luna.
Il cielo sopra le nostre teste era d’un nero d’inchiostro.
Ma il cielo all’orizzonte non era affatto scuro; era soffuso d’un rosso intenso, quasi uno spruzzo sanguigno. E il vento salmastro, che veniva dal mare, ci soffiava sul viso attraverso gli enormi tendaggi.
Chiusi il diario, riponendolo nel comodino alla mia destra e sospirando, mi strinsi a lui.
Ripensai ai profumi del giorno e sorridendo, mi riaddormentai.

L’ANTICA DAMA: I DIARI
Grazie per aver letto questa storia.
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74 pensieri su “L’Antica Dama: I Diari III

  1. Oh, milord, lo sapevo che avreste pubblicato oggi L’Antica dama.
    Sono emozionata per quello che sto leggendo.
    Grazie per aver prodotto un brano così bello, dolce e profondo.
    Sono emozionata tantissimo, mi creda.
    Le auguro una buona e serena giornata.

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  2. Se la sposa!
    😀

    Mamma com’é bello questa Antica Dama.
    Bellissima, romantica, splendida, superba.
    Ho il cuore a mille.
    Il cuore in fibrillazione.
    Però, conoscendoti, stai mettendo un bel po’ di rose rosse. Ma le rose hanno le spine e lui, mi sembra che voglia sposarsi un po’ precipitosamente. Non credo sia per avere una donna di servizio. A Milordia dovrebbe esserene pieno.
    Mi fa paura.
    Lei è innamorata proprio. Una di quelle infatuazioni di ragazza che ti segnano l’adolescenza. Pensa che quando penso o ripenso al mio primo amore, a Città di Castello in Italia, mi trema la voce e mi emoziono come il primo giorno.
    Avevo quattordici anni.

    Come è bella quella purezza che stai raccontando milord del mio cuore.
    Come è bella..

    Bisus mon trésor

    Annelise pour toi

    a Paris

    A tout à l’heure bisousssssssssssssss

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  3. Questo è un bell’esempio di stilismo letterario.
    Fra l’altro, devo dire, che non è semplice scrivere in un italiano così elegantemente formale, stile anni quaranta cinquanta.
    Stai mantenendo il ritmo e lo stile proprio della nascita dell’Antica Dama.
    Bello proprio.

    Non mi ricordo chi aveva proposto che scrivessi qualcosa di nuovo su questa Dama.
    Bé, lo ringrazio.
    Guarda che lirica.

    Ciao Ninni

    F.

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  4. Ma come ha fatto a sapere che per una donna è proprio così:

    Quel pianto soffocato tra i guanciali non sgorga più, dopo i trentun anni. Le tempie pulsanti, gli occhi gonfi, la gola serrata, contratta da uno spasimo. E al mattino l’affannosa ansia di celare le tracce davanti al mondo,

    Non solo in questioni sentimentali ma anche in generale.
    In età adulta è così, per delusioni, per un figlio, è proprio così.

    Il linguaggio di questi pezzi è davvero una gemma preziosa.
    Fantastico.
    Non ho pianto ma mi sono commossa, per questo non romanticismo assolutamente romantico.
    ( assegno a parte M I L O R D!)

    Non mi dica che non scriverà molto presto sull’Antica dama. Io mi chiedo: politica, fantascienza, fantapolitica ok…
    Ma addirittura storie d’amore (assegno a parte…l’avevo già detto?☺) scritte come la migliore delle autrici rosa, ma non rosa, direi narrativa…
    beh, mi inchino al MAESTRO.
    Meraviglioso. Meraviglioso. E un lieto fine. Grazie, temevo di no!

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  5. Il sogno che ogni ragazza possa mai nutrire.
    Una scrittura che parla d’amore, con amore.
    Sono incantata dalla soavità di questo ultimo capitolo che parla a cuore ed è poesia pura.
    Una poesia per gli occhi.
    Una poesia per il cuore.

    Milord, sei un fenomeno.
    Ti abbraccio

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    • Eleonora Bisi

      Se possedessi il cielo con tutte le sue stelle,
      e il mondo con le sue infinite ricchezze,
      chiederei ancora di più;
      ma sarei pago dal più infimo cantuccio
      di questa terra, se lei fosse mia.

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  6. una bellezza e una perfezione stilistica che mi disorienta milord.
    L’ho letto con i brividi.
    Si vede proprio che lei, mio signore, ha una ‘certa’ dimestichezza con il sesso femminile. Sa capirne gli spunti e l’anima.
    Non è facile come è bellissimo che un uomo come lei, capisca benissimo una donna.
    Bisogna essere proprio con una grandissima sensibilità.

    Un mito.

    🙂

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  7. Un capitolo finale degno della migliore letteratura. Mi ha tenuto piacevolmente, fino alle ultime battute, a sentire il profumo di un mondo antico che possiamo sentire e ascoltare, tramite le sue parole e che non c’é più.
    Sono io che ringrazio lei

    Furio

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  8. Leggevo questo suo ultimo capitolo, via via, con interesse. E mi sono trovato sbalzato in una nuova dimensione. Una dimensione romantica, un po’ come se leggessi un Gabriele D’Annunzio nella sua più piena forma.

    Ecco cosa ho letto.
    Abbia una buona giornata e la ringrazio, proprio, per questa sua qualità di classe e raffinatezza.

    Liked by 1 persona

    • Proprio come D’Annunzio non sarebbe mai riuscito a scrivere un tale pezzo senza un assaggio di amarezza, o anche di più. Senza l’oscura tristezza che aleggia sulle teste di tutti noi e che qualche ipocrisia riesce spavalda a far allontanare ma che, imperterrita torna sempre al suo posto esattamente come l’acqua alla fonte di un fiume.

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  9. Leggo tanta letteratura e moltissima scrittura bella.
    La pulizia e la bellezza ti sono proprie, amico mio.
    Sono io e come me siamo in tanti a ringraziarti.

    Vorrei ricordare che il tuo bellissimo romaanzo U-Boot e l’Antica Dama ti sono stati chiesti dai lettori e che di buon grado hai accettato di scrivere per regalarci autentiche pagine di bellezza.
    io lo sapevo, ma adesso lo sanno tutti se ce ne fosse stato bisogno.
    Ciao e buongiorno

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  10. Molto bello, caro dott. Raimondi.
    Scritto bene e soprattutto è riuscito a dare quell’aura di straziante amore legato agli eventi di coppia.
    I più teneri, i più completi.
    Buona giornata

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    • Hilde Strauß

      E’ in te l’illusione di ogni giorno.
      Giungi come la rugiada sulle corolle.
      Scavi l’orizzonte con la tua assenza.
      Eternamente in fuga come l’onda.
      Ho detto che cantavi nel vento
      come i pini e come gli alberi maestri delle navi.
      Come quelli sei alta e taciturna.

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  11. Dov’é il limite, il confine del cuore? Una donna lo sa, dopo millenni di retaggio oppressivo verso il sesso femminile. Oggi, io leggo di sentimento, di amore, di gioia di amare con trasporto pur rimanendo se stessi.
    Le paure e le speranze.
    La forza, ma anche la debolezza.
    Caro Nì, buono e dolce Ninni, leggo tanto sentimento che, scaturito dai tuoi, dalla tua serietà, dal tuo riuscire a comprendere l’incomprensibile, si pone come esempio per tutti.

    Un esempio di bontà, mai buonista e d’intelligenza sempre al servizio del prossimo, che ami e rispetti, forse alcune volte, mettendoti di lato per gli altri,

    Grazie a te che ci hai regalato un pensiero ideale di pulizia e di amore.
    Come ho letto, grazie a te, caro amico di dannunziana scrittura, prosa e affetto (lo so che lo senti e anche profondamente il mio associarti al Vate, di cui sei un fan, ritenendotila sua reincarnazione).

    Ti vogliamo, ti voglio bene.
    un bacio ovunque tu sia.
    Ciao e grazie.

    Sonia

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  12. Quanto dista la bellezza dal cuore?
    Io conosco certe frasi, come vedo e assisto a certe situazioni che colpiscono. hai saputo radiografare, appieno, una siotuazione romantica con gli occhi dell’eterno innamorato.
    Un cantore di bellezza.
    Grazie a te direttore

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  13. Quando e come si può definire un’opera romanzata?
    Cosa significa?
    No, Ninni, non credo che definizioni strane possano sottolineare o sottolinearne qualcosa. Vuoi onestà e onestà ti scrivo.
    C’era una volta, ma forse quella volta non c’eri tu.
    Così leggo quest’ultimo capitolo pieno di amore e di cuore sanguinante. il racconto dell’amore, o almeno di querllo che non si può avere o che si è avuto per poco tempo, s’impone con la bellezza e con la forza degli occhi di chi, osserva da lontano e descrive quello per cui ha vissuto.

    Ti conosco, amico mio, caro, gentile, onesto, generoso e pronto.
    Ti conosco, amico mio, forte di carattere, ma mai cattivo.
    Ti conosco, amico mio, nei silenzi della tua sofferenza e nella spavalderia delle tue risposte leggere: sempre a cercare di nopn turbare gli animi.

    Il tuo grido di dolore è quello che si nasconde dietro le parole “Ti amo”.
    E sono convinta che, ascoltandole, malgrado il sesso femminile con la sua cupidigia ed egoismo ti abbia massacrato, ancora ti fanno sperare in quel “qualcosa” che continui a idealizzare.
    Io, caro direttore, ti ho capito e ti sento.

    Grazie per quello che ci hai donato con sincera generosità e autentica passione.
    E perdonaci se, la nostra superficialità e ignoranza ti ha trattato male, bistrattato e in alcuni momenti angustiato.
    Si vive per compiacere e si muore da soli.
    Ti voglio bene.
    Ciao

    Lilly

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    • Grande Flagello

      Noi leggiavamo un giorno per diletto
      di Lancialotto come amor lo strinse;
      soli eravamo e sanza alcun sospetto.
      Per più fïate li occhi ci sospinse
      quella lettura, e scolorocci il viso;
      ma solo un punto fu quel che ci vinse.

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  14. Arrivo soltanto adesso, milord e soltanto ora leggo di questo tuo ultimo capitolo scritto con quella maestria che ti compete e che ci regala un amore sconfinato.

    Se poi penso che … L’Antica Dama è stata scritta su ordinazione e anche L’ultimo romanzo, mi sento piccola piccola sul serio.
    Un abbraccio mio signore e buona giornata

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  15. Rapita! dalla storia, dal sapiente linguaggio, dalla raffinatezza delle immagini, dai versi dei Poeti. Un mix capace di inebriare. Grazie a Voi per aver proposto una gemma letteraria del genere.
    Marirò

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