Milordia: Il segugio

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La notte di capodanno era di nuovo il momento di raccontare storie, ma questa volta erano dedicate a un’altra generazione: ai bambini cresciuti, ormai troppo vecchi per le festività del giorno dei defunti e per le gite nel fieno, ma che si riunivano nella biblioteca di Milordia e chiedevano a Antonmaria di ripetere le trame conosciute. All’inizio te ne stavi rannicchiato in pigiama sulla scala buia, su in cima e fuori dalla vista, e poi, nel caldo suono delle voci e nello scoppiettio del fuoco, ti avvicinavi, uno scalino alla volta, finché ti ritrovavi giusto davanti alla porta della biblioteca sull’ultimo gradino.
Riuscivi a sentire ogni parola.
Il rituale non variava mai. Stavano in biblioteca finché arrivava l’ora delle streghe.
Poi Antonmaria gli offriva un bicchiere di champagne per festeggiare il nuovo anno. In piedi accanto al fuoco, levava il calice e proponeva un brindisi che cominciava sempre nello stesso modo: “E dunque, alla generazione più giovane…”.
Quando finiva, vuotavano d’un fiato i bicchieri e andavano nel portico per lanciare i fuochi d’artificio, ascoltando i mortaretti che esplodevano e guardando i razzi che scoppiavano nel cielo sopra la piazza, mentre San Giovanni celebrava il nuovo anno. Poi tornavano nella biblioteca, si sistemavano sulle sedie o sul pavimento accanto al caminetto e Antonmaria cominciava a raccontare le storie che tutti conoscevano benissimo.

1I due uomini vivevano lontano in campagna. Le linee di confine delle loro fattorie si toccavano giù nella valle, fitta di pini e rovi. Avevano vissuto per oltre quarant’anni nelle loro capanne quasi identiche, segnate dal tempo e costruite a un miglio di distanza l’una dall’altra, ma in modo tale da non vedersi.
L’odio reciproco era iniziato talmente in gioventù, che nessuno dei due si ricordava come fosse cominciato. Forse era stato per via di una mucca, il cui latte era diventato cattivo a causa della malerba, o per una scrofa che di notte era entrata in un orto distruggendo i cavoli o le piante di senape, o forse era stata una recinzione di filo spinato arrugginita, che sporgeva appena un po’ da una parte o dall’altra del confine tra le proprietà.
La causa dell’odio non contava più. Da tanto tempo esso era parte di loro.
Entrambi ci convivevano come se si trattasse della moglie e della famiglia che non avevano. Non si vedevano spesso, ma ognuno portava dentro di sé l’odio per il vicino, mentre anno dopo anno lavorava al raccolto, arava, zappava e seminava, si spezzava la schiena per la fatica in una zona dove la terra era rossa e povera. Insieme i due avrebbero potuto vivere decentemente, ma da soli era un’impresa impossibile.
Così vivevano entrambi: nella capanna gelida d’inverno, con le fessure che si aprivano al vento ghiaccio, lo stomaco dolorante per la fame mai saziata da una monotona dieta di pane di granturco fritto, accompagnato, ogni tanto, da un po’ di maiale. Ognuno di loro andava nel campo a lavorare prima del levarsi del sole e tornava al capanno prima del buio. Dormivano su sacchi di farina riempiti di pannocchie di granturco, il più vicino possibile, fino al limite di sicurezza, al focolare che cadeva a pezzi. Si coricavano con gli abiti da lavoro – completamente sbiancati dal sole – togliendosi solo le pesanti scarpe da aratura prima di stiracchiare il corpo stanco sul pagliericcio. Sia che lavorassero, sia che si riposassero avevano sempre lo stesso aspetto. Il volto era rossiccio per la perenne esposizione al sole e al vento, le guance erano segnate da rughe profonde, il corpo smilzo.
C’era solo una differenza tra i due. Uno di loro aveva un cane. Era un segugio: magro e solitario come il suo padrone.
Una sera d’estate, dopo una giornata a zappare sotto lo sguardo spietato del sole bianco e rovente, di filari sistemati a una distanza tale da potersi parlare da una parte e dall’altra del filo spinato, di sguardi d’odio di una tale intensità da pareggiare la temperatura rovente dei campi, uno degli uomini, senza farsi vedere, seguì l’altro alla capanna. Si tenne un bel po’ a distanza per evitare che il rumore delle scarpe sui solchi secchi e crostosi non lo tradisse. Aspettò nascosto tra i pini finché non vide un sottile filo di fumo levarsi dal comignolo; sapeva cosa faceva l’altro: stava in ginocchio di fronte a una fiamma stentata a guardare il pane di granturco che friggeva.
Il segugio stava nel portico, rannicchiato sulle tavole grigie e consumate, con la testa appoggiata sulle zampe. Quando l’odore del pane fritto usciva dalla porta aperta, si leccava le labbra ripetutamente e respirava in brevi ansimi, con la scheletrica cassa toracica che si alzava e si abbassava ritmicamente.
Mentre l’uomo attraversava piano e senza far rumore lo spoglio cortile che conduceva al portico, il segugio alzò la testa e fece un grugnito profondo. L’uomo dentro la capanna urlò: “Sta zitto, cane!”. Non alzò lo sguardo dalla padella sopra il fuoco. L’altro entrò di soppiatto e si mise in piedi accanto al segugio, che, ubbidendo, aveva smesso di abbaiare, ma non di osservare ogni suo movimento. Scivolò nella capanna e osservò la figura accovacciata di fronte al fuoco.
Da una catasta nel portico, un pezzo di legno passò nella sua mano con una naturalezza pari a quella di una zappa o di una pala. Se mai aveva in mente qualcosa, era che quel giorno c’era un altro lavoro da fare prima di potersi riposare. L’odio per il vicino, meccanismo ormai incallito di ostilità che per lui era tanto naturale quanto respirare, non era più intenso in quel momento di quanto lo fosse stato la mattina, o il giorno prima, o il giorno prima ancora. Entrò semplicemente nella casa dell’uomo e gli diede un colpo secco sulla testa con il grosso pezzo di legno.
L’altro cadde privo di sensi a terra, con la faccia schiacciata sulle tavole grezze.
Senza fermarsi, con la stessa pacata economia di movimenti con cui seguiva il filo dell’aratura e sistemava con precisione l’aratro nel solco successivo, l’uomo prese il coltello da macellaio del vicino e attraverso le costole glielo piantò nel cuore. Non provò nessun senso di trionfo, nessuna euforia omicida: solo la soddisfazione di un lavoro ben fatto.
L’uomo si sedette sulle ginocchia, guardò il fuoco e cominciò a considerare cosa dovesse fare. Restò accovacciato accanto al focolare fino a molto dopo che le ceneri furono fredde. Il sole era tramontato e un quarto di luna era sorto. La stanza era buia e il freddo della notte lo faceva rabbrividire. Attraverso la porta aperta sentiva il ticchettio delle unghie del segugio che andava su e giù senza requie sul portico. Ogni tanto emetteva un suono sinistro, a metà tra un grugnito e un lamento, ma non entrava nella capanna.
Ci volle mezzanotte prima che l’uomo decidesse cosa fare. Con grande sforzo raccolse il corpo, che era diventato rigido. Sembrava che il morto pesasse ora almeno quindici chili più di lui. Si sistemò il peso sulle spalle, uscì fuori dalla capanna e scese i gradini di legno consumati. I suoi scarponi lasciavano una scia di zolle disseccate. Il segugio stava fermo al limite del portico e lo fissava.
Mentre attraversava lo spoglio cortile per dirigersi nel pascolo sul retro, sentì il segugio atterrare piano sul selciato, poi si accorse di avere la bestia alle calcagna.

Fece alcuni passi vacillanti, con il peso morto che rendeva il cammino lento e faticoso. All’altezza della catasta di legna, allungò furtivo una mano e ne prese un pezzo, poi aspettò che il cane si fermasse al suo fianco – non gemeva né grugniva più, stava solo immobile e silenzioso, a guardare. L’uomo tirò il bastone sulla testa del segugio e lo colpì poco sopra la zampa destra. L’animale non emise il minimo suono.
L’uomo urlò: “Vattene, vattene! Vattene via!”.
Il cane lo fissò per un lungo momento, poi aggirò rapidamente la catasta della legna e scomparve nella macchia. L’uomo lo seguì con lo sguardo, poi scaricò il corpo accanto alla catasta e si mise a cercare la pala nell’erba alta dove si aspettava di trovarla.
Poi si diresse verso il luogo a cui aveva pensato da quando era rimasto accovacciato nella capanna. Era un burrone coperto di foglie. Il terreno era profondo, soffice e argilloso. Scavò la fossa in fretta, con lo stesso ritmo metodico con cui ogni anno zappava il suo campo. Gettò il corpo nella fossa poco profonda e spalò la terra di risulta, con le zolle che si rompevano al contatto con il corpo. Con gli scarponi pesanti spianò il mucchio di terra, poi ci sparse sopra le foglie. Si ripulì le mani sui pantaloni, raccolse la pala, e si avviò verso casa. Nel buio, attraversò il consueto itinerario nei campi, finché non giunse alla staccionata di filo spinato che segnava il confine delle proprietà.
Quella notte si distese sul letto tutto vestito come al solito, senza nemmeno prendersi il disturbo di togliersi le scarpe o di accendere il fuoco. La capanna era fredda e la fame lo tormentava. Stava immobile sul materasso di pannocchie, così fermo che il suo giaciglio non produceva alcun rumore. Attendeva un altro suono che era certo sarebbe giunto: fissava il buio sperando di non sentirlo.

2E iniziò.
Dapprima basso, ma crescendo di volume, l’ululato del segugio saturò la notte.
L’uomo ascoltava e sapeva dov’era l’animale. Non nella capanna del morto: aveva seguito l’odore della morte fino alla tomba, dove ora stava seduto con la testa alzata, a ululare il suo dolore e la sua accusa. Il suono si diffondeva per chilometri. L’uomo non dormiva: sapeva che il segugio non avrebbe smesso. L’aveva sentito tante volte, tutta la notte a ringhiare mentre dava la caccia alle nutrie nei terreni a valle con il suo padrone. Quella voce instancabile e riconoscibile avrebbe presto messo in allarme i vicini, se non veniva zittiva. Doveva senz’altro spostare il cadavere.
Era ancora buio quando si alzò e lasciò la capanna. Trovò la pala dove l’aveva lasciata: appoggiata al lato della baracca. Il ritorno alla tomba non fu difficile perché, anche se non ci vedeva molto meglio di quando c’era stato la prima volta, adesso fu il suono a guidarlo. Il cane non smise di ululare quando l’uomo si trovò in cima al burrone, né i suoi acuti guaiti cessarono quando la prima palata di terra lo colpì sulla schiena. Continuò ad abbaiare, finché l’uomo prese la rincorsa e spinse in avanti la grossa pala.
Il segugio sfoderò le zanne e ringhiò, il pelo del collo ritto. L’uomo gli produsse un brutto taglio con la pala, colpì il cane alla gola e lo mandò a terra su un fianco con una tale ferocia che l’impatto del metallo sulla carne lo fece rimbalzare indietro.
Mentre cadeva, tese in fuori un braccio, aspettandosi di sentire su di sé il peso dell’animale da un secondo all’altro, ma il segugio restò immobile.
L’uomo si alzò e cautamente si avvicinò all’animale; era rannicchiato sul ciglio del burrone con le zampe davanti ripiegate sotto il peso del corpo. Sembrava che non respirasse. Quando l’uomo si inginocchiò a guardare con la pala alta sopra la testa, il cane non dava segni di vita; esaminò la ferita sfrangiata sul collo e la macchia che si allargava sul pelo scuro via via che il sangue colava.
Mugugnò tra sé: “Se non è ancora morto, lo sarà prima di domattina”.
Poi prese la pala e cominciò a scavare. La infilò a viva forza nella terra già smossa e la spinse più e più volte con le suole degli scarponi, senza sapere quando il metallo avrebbe cominciato a colpire la carne. Smise quando sentì che la pala urtò nelle ossa.
Gettò via l’attrezzo ed entrò nella stretta apertura. Afferrò il corpo dal petto e lo tirò fuori dalla fossa. Con i piedi ricacciò indietro terra e foglie, e riempì la buca alla bell’e meglio. Poi prese il cadavere, se lo sistemò sulle spalle come aveva già fatto prima e cominciò a camminare verso il folto della selva giù a valle. Aveva scordato la pala.
Nel bosco dei pini la notte era nera e impenetrabile. Gli alberi erano grossi e crescevano fitti. I rampicanti coprivano il terreno fra i tronchi e mentre arrancava, sembravano stendersi per afferrarlo alle caviglie. Cadde una volta, inciampando su un cespuglio di more. Le spine aguzze gli graffiarono le mani e il volto, mentre i piedi scalciavano. Il corpo del morto gli era caduto addosso e dovette scrollarselo di dosso per potersi alzare. Maneggiando il cadavere tra i rampicanti in una sorta di danza grottesca, riuscì a metterlo in una posizione tale da riuscire a riafferrarlo e a farsi strada sempre più giù a valle.
Quando si rese conto che non poteva procedere oltre, lasciò scivolare il corpo dalle spalle sino a terra e si sedette accanto ad esso, con il fiatone. Attese finché non si fu riposato, poi si alzò sulle ginocchia e cominciò a scavare, usando le mani come palette. I rampicanti gli erano d’ostacolo, gli si attorcigliavano sulle dita e sui polsi.
Era costretto a strapparli da terra. Qualche volta le radici non venivano via e lo sferzavano come fruste sui calli delle mani. Quando raggiunse il terriccio e ne sentì il pesante odore umido, puntò la testa vicina alla terra come un cane e scavò in preda a una furia.
I muscoli delle spalle e della schiena erano in fiamme. Poiché non riusciva a vedere niente, doveva tastare la grandezza e la profondità della tomba. Quando ritenne che fosse abbastanza profonda per nascondere il corpo, strisciò fino al cadavere e lo spinse fino là. Odiava l’idea di toccarlo di nuovo, perciò usò i piedi per farlo rotolare nella fossa. Di nuovo s’inginocchiò davanti alla buca e rovesciò terra e foglie sul morto fino a ricoprirlo. Si mise in piedi sul tumulo, come prima, e a pedate appianò la terra. Poi disseminò foglie e rametti su quel punto rimasto spoglio. Era sfinito.

3Arrancò verso casa sotto un cielo che cominciava a rischiararsi. Quando raggiunse la capanna, l’alba cominciava a manifestarsi. Voleva dormire più di quanto non desiderasse mangiare, ma sapeva di non dover fare né l’uno né l’altro. A quell’ora doveva essere nei campi. Per forza, nel caso che qualcuno venisse alla fattoria. Tutti dovevano vederlo fare le azioni consuete, così nessuno avrebbe sospettato che c’era qualcosa che non andava. Avrebbe dormito la notte.
Dietro la capanna trovò la zappa appoggiata contro la veranda. Nel prenderla, si ricordò della pala. “Non importa ora”, pensò, “andrò a prenderla domani e comunque me ne serviva una nuova”.
Lavorò tutto il giorno, anche se le mani gli facevano male e sanguinavano. Ripulì dalle erbacce le piccole e rinsecchite piante di cotone che aveva piantato in primavera. Sapeva che il raccolto non sarebbe stato migliore dell’anno prima, ma era tutto ciò che aveva. Quando il sole iniziò a tramontare, si riavviò alla capanna con la zappa sulle spalle.
Preparò la cena nella pesante padella di ferro nero che era appartenuta a sua madre.
Accese un fuoco basso, fece una pastella acquosa, mise a friggere il pane di granturco e a bollire il caffè. Avrebbe desiderato un po’ di lardo o un uovo, ma non ne aveva.
Quando la focaccia e il caffè furono pronti, si accovacciò di fronte al fuoco morente.
Mangiò lentamente dalla padella, masticando a lungo ogni boccone e fissando il fuoco. Quando ebbe finito, lasciò a terra la padella e la tazza e si allungò sul materasso. Ormai era buio e il corpo era stanco e indolenzito. Aveva appena chiuso gli occhi, quando lo sentì.
Il suono proveniva dalla valle, dalla terra dei grandi alberi e dei rampicanti. Si levava dal folto della foresta, proseguiva lungo i campi, indugiava nell’aria notturna e riempiva la sua capanna. Quel lungo e ossessivo lamento viaggiava per chilometri.
L’uomo non si mosse. “Non è possibile”, pensò disperato. “Io ho ucciso quell’animale. L’ho colpito con la pala.
Ho visto la ferita”. Ma il suo cuore lo sapeva bene. Il segugio era vivo.
Restò immobile disteso. Mentre le ore passavano e l’ululato non cessava, cominciò a sentire il terrore insinuarsi nelle ossa. A ogni lungo e lugubre lamento aveva un brivido. C’era ogni tanto un momento di silenzio in cui nasceva in lui l’insopprimibile speranza che il segugio non avrebbe abbaiato più. Poi di nuovo; era sicuro che anche gli altri lo sentissero. La notte passò. Poco prima del sorgere dell’alba, i latrati miracolosamente cessarono.
Quando la capanna fu avvolta da una luce grigia, si alzò. Prese la zappa dove l’aveva lasciata e andò nel campo. Mentre il sole si levava su di lui, il sudore cominciò a grondare sulla sua faccia magra. Inzuppava i suoi abiti leggeri, scorreva lungo le gambe e le caviglie nude fin dentro gli scarponi. Eppure aveva freddo.
Lavorò nel campo tutto il giorno finché, ancora una volta, il sole cominciò a tramontare e lui tornò lentamente, monotonamente, alla capanna. Non aveva sentito il segugio per tutto il giorno, il che gli dava sufficienti speranze che fosse morto. Si preparò la magra cena, mangiò, e stese il corpo esausto sul sacco pieno di pannocchie. Non si tolse nemmeno le scarpe.
La luna si levò. Non fu sorpreso quando il primo lungo ululato giunse alle sue orecchie. Non dormiva da due giorni e due notti. Non avrebbe dormito quella notte.
La stanchezza gli rendeva difficile capire se fosse sveglio o stesse vivendo in un incubo. Il suono aumentò d’intensità, finché egli non riuscì più a tollerarlo. Anche gli altri lo avrebbero sentito. Non c’era tempo da perdere.

7Uscì dalla capanna e ripercorse i suoi passi attraverso il fitto sottobosco, tra i pini folti e i cespugli spinosi. L’ululato del segugio diede nuovo vigore all’andatura dell’uomo.
Quando giunse alla radura vide il cane. Sedeva piegato in avanti sul ciglio della tomba, la testa abbassata e la ferita ancora aperta. Non guardò l’uomo.
Egli s’inginocchiò accanto alla tomba e cominciò a scavare con le mani. In pochi minuti le unghie rotte graffiarono la carne rigida e dura della faccia del morto. Non cercò di scoprire interamente il corpo. Lo prese per le braccia e lo tirò a forza fuori dalla terra, che rotolava giù dalle gambe in zolle pesanti. Il segugio alzò la testa e osservò l’uomo che si sforzava di issare il cadavere sulle sue spalle. Poi lo seguì mentre quello si avviò di slancio, curvo sotto il peso, inciampando nei cespugli, sbandando tra gli alberi, e incurante del dolore fintanto che riusciva a reggere il fardello. L’uomo non fece alcun caso al segugio alle sue calcagna, né sentì voci in lontananza, né vide le torce elettriche danzare tra gli alberi mentre gli uomini seguivano le sue tracce. Attraversò a capofitto i boschi, sempre più scuri, finché riuscì a cogliere il pungente odore umido del fiume. Sapeva cosa stesse cercando.
Nel pallido chiaro di luna l’albero morto si stagliava davanti a lui, alto e bianco.
Stava lì sulla riva del fiume da anni e anni, con i rami dispiegati come braccia scheletriche. Una tempesta aveva spazzato via la chioma tanto tempo prima e il tronco cavo fissava spalancato il cielo. L’uomo spostò il cadavere su una spalla e cominciò ad arrampicarsi, goffo e lento, poggiando per un po’ il corpo su ogni ramo, prima di passare a un altro. Il segugio stava seduto sulle zampe posteriori e osservava.
Infine l’uomo raggiunse la cima. Ansimò debolmente cercando di respirare e strinse il cadavere tra sé e l’albero in un abbraccio spettrale. La puzza di quella faccia, ora così vicina alla sua, gli diede il voltastomaco. Vomitò e tossì, si voltò in cerca di aria. Con un ultimo sforzo sovrumano, issò il cadavere sulla cima, lasciando penzolare le gambe dentro il tronco. Poi lo mollò, aspettandosi che scivolasse finalmente lontano dalla vista. Con suo orrore quello andò giù solo di qualche centimetro, cosicché la testa, le spalle e un braccio restarono ben in vista sull’orlo dell’albero. Quella faccia, pallida e sporca di terra, lo sbirciava con una smorfia da clown. L’uomo si arrampicò fino in cima e con mani e ginocchia si tenne a stento in equilibrio addosso al cadavere.
Afferrò strettamente quella mano rigida e sollevata per potersi reggere, poggiò i piedi sulle spalle del cadavere e fece forza con tutto il suo peso. Cominciò a saltare sul corpo, spingendolo giù centimetro dopo centimetro. Il sudore gli scorreva sugli occhi; le labbra farfugliavano in una risata isterica che suonava come un flebile lamento. Il segugio sedeva in silenzio ai piedi dell’albero. Fu allora che l’uomo vide i raggi delle torce convergere sulla radura affianco al fiume.
Si mise a spingere freneticamente e il corpo scomparve dalla vista. Sbucò fuori dal tronco cavo, quasi cadendo dalla stanchezza, e andando a tentoni su ogni ramo scese a rotta di collo, blaterando. Coprì con un salto gli ultimi metri che mancavano a terra, cadde, si rimise stentatamente in piedi, barcollò fino alla riva del fiume, prendendo fiato per ritrovare la calma. Girò il volto madido e rovente verso il lampo delle torce elettriche, con furiosa indifferenza.
“Non possono prendermi ora”, pensò. “Non penseranno mai di guardare in quell’albero. Quel diavolo di un cane non gli può dire un bel niente”.
Sorrise mentre il Maresciallo gli si avvicinò e disse: “Sei in arresto”. Sganciò le pesanti manette metalliche dalla cintura e le aprì. Tutte le torce elettriche lampeggiarono sulla faccia dell’uomo e poi puntarono sul suo braccio destro.
“Posso ancora farla franca”, pensò l’uomo. “Non hanno uno straccio di prova. Non hanno il corpo. Non lo troveranno mai”.
Tese la mano sinistra per farsi ammanettare, e si rese conto solo allora che un grosso peso gli trascinava giù il braccio destro. C’era qualcosa attaccato.
Il Maresciallo lo guardò schifato, scosse la testa e disse: “Mettilo giù!”.
L’uomo alzò lentamente il braccio destro verso le manette. Fu stupito e terrorizzato da quanto pesava. Osservò incredulo e atterrito quel che reggeva. Nella luce instabile delle torce elettriche, col braccio teso in avanti, vide il moncone del braccio del morto, con le dita scure avvinghiate al suo.
Il segugio abbaiò una volta, un’unica nota acuta, e scomparve tra gli alberi.

10Postilla
L’ultima volta che ho parlato con Antonmaria delle sue storie di fantasmi è stato il giorno del mio matrimonio. Era novembre, un pomeriggio chiaro e dorato da estate di San Martino; lui e io fummo gli ultimi a lasciare Milordia. Tutti gli altri erano già andati in chiesa. L’autista ci aspettava e ci sistemammo sui sedili posteriori dell’auto.
Mentre percorrevamo lentamente il viale, Antonmaria mi prese la mano. Credo sapesse a cosa pensavo in quel momento: Milordia non era mai stata così bella e io sentivo che non ne avrei mai più fatto parte.
Mentre passavamo dalla tomba di Sandra, gli chiesi: “Antonmaria, ma quella storia era vera?”.
Mi carezzò la mano e disse: “No, Ninni, l’ho inventata come regalo per Manlio e tutti gli altri bambini”. Rimase zitto finché non arrivammo al cancello. Poi aggiunse: “Ma io ci credo, tu no?”.
Se veniste oggi a San Giovanni, a Bologna, e vi fermaste sulla Via Emilia al cancello di Milordia, vedreste la grande casa bianca scintillare tra i filari di alti cedri.
La differenza è che Antonmaria è morto da molto tempo ormai; i bambini sono cresciuti e hanno a loro volta dei figli, e la casa appartiene ad altri. Niente più storie, niente più archetti da croquet sul prato in primavera; niente più falò nei boschi in autunno e niente più risate o lacrime di bambini.
Ma se, incuranti del tempo che passa, vi mettete a camminare per il viale al crepuscolo, io penso che potreste sentire, ancora, quei lievi fruscii tra gli alberi; intravedere di sfuggita il movimento di un’ombra, oppure percepire la presenza sfuggente di volti scomparsi, che tengono in vita il passato.
Perché le stesse pareti di Milordia contengono i ricordi di una infinità di serate magiche, di storie dette e ridette; la gioia e il dolore di molte generazioni.
Io penso che, se foste qui, potreste sentire ancora tutto questo.
Almeno, questo è ciò che io vorrei e che mi piacerebbe, perché ormai i fantasmi di Milordia … appartengono a voi!
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MILORDIA
Grazie per aver letto questa storia
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67 pensieri su “Milordia: Il segugio

  1. Ho una casa nel Monferrato da quattro generazioni e comprendo e sento la sua malia ogni volta che apro il pesante cancello di ferro alla fine del viale .Sento e immagino i gesti ascolto i pensieri vedo ciò che resta di un passato che ora mi appartiene.un bracco due setter due bretoni tutte femmine hanno inseguito vigilato ascoltato per più di 50 anni ogni cosa o essere vivente che popolava questo mondo agreste di cacciatori .io oggi ho il mio adorato meticcio da piuma e so che ululerebbe alla luna nello stesso modo .

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    • arielisolabella lady Lea

      Bello potere ricordare e conseguentemente ponderare e vivere di tal ponderazioni debite. Le distanze, mia signora, qualora si conformano al tempo e allo spazio, sono e furono sempre insormontabili.
      E’ il tempo che decide
      Quando lo sguardo manca …

      E’ il tempo che decide
      E gli occhi si negano …

      E’ il tempo che decide
      E il cielo dìventa buio

      E’ il tempo che decide
      E il mondo tace …

      Grazie mia signora, cordialità

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  2. Oltre i risvolti di un tempo assassino che la gioventù uccide e gli anni strema, l’improbabile, l’ultimo soffio, che questo illusorio vivere ci regala, sono la cattiva coscienza e la percezione di essa e il male fatto e causato.
    Un pensiero, questo, che corrode l’anima e il sentimento e che diventa abitudine.
    Siamo noi capaci di conservarci come il primo giorno senza, peraltro, perderci nella contingenza del presente e uccidere, uccidere e uccidere continuamente, tutto quello che ritorna alla mente, il ricordo, l’affetto?

    Come nei migliori horror, Ninni, ti sei cimentato in una raccolta di quattro episodi uno più bello dell’altro.
    Episodi che hanno lasciato, dentro, qualcosa che sa di immortale, con la loro profonda morale.
    Grazie a te milord.
    Grazie a te
    Sei un mito.

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    • Melissa T

      Il silenzio colpisce l’uomo, oltre quella cortina che è il pensiero e la forza. Ahi servile tempo che, oltre la luce colpisci e uccidi l’alito vitale che qui mi portò.
      Abbiamo, dunque, nel silenzio, il mare dei ricordi?
      Abbiamo, noi, la forza di amare oltre quel tempo stesso?

      Tutto è finito e a casa non si torna
      Soltanto una parola …

      Tutto è finito e a casa non si torna
      Solo uno sguardo … e poi …

      Tutto è finito e a casa non si torna
      Era l’unica luce e poi …

      Poi tacque per sempre senza un gemito, senza un gesto. Così.
      Semplicemente finì.

      Grazie mia signora, cordialità

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  3. Leggo, stupita, questa ennesima prova di bellezza, di stile e di profondità letteraria. Ho visto milord, più su, che una lettrice vi ha trovato la morale in questo racconto horror.
    Sì, ecco la vostra caratteristica e che mi ha lasciato colpita ed esausta nel cuore, nell’anima e nei sentimenti: avete dato una morale.
    Una forza, intelligente e inesauribile di amore e dignità, davanti alla morte.
    Siete una miniera di cultura e di bellezza milord.
    Grazie a voli, mio signore.
    Grazie, grazie

    Anna

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    • Anna Blu

      Dopo chiuse gli occhi e nella mente esplose un uragano. Tanti colori, tante luci prima dell’alba e molto tempo dopo il tramonto.
      Sapete voi, mia signora, che sapore ha il dolore?

      Uccidi te stesso, prima di morire dentro i suoi occhi
      Raccontami del mondo …

      Uccidi te stesso, prima di morire dentro i suoi occhi
      Parlami dei tuoi silenzi …

      Uccidi te stesso, prima di morire dentro i suoi occhi
      Dimmi cosa rimane ancora …

      Morì dentro l’ultima frase che, in quel momento, potesse ascoltare.
      Morì dentro un Ti amo.

      Grazie mia signora, cordialità

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  4. Il tempo delle paure, della fuga, è finito.
    basta una mano.
    Un arto che indica il colpevole e si arrampica in u carma di vendetta per aver fatto del male al proprio cagnolino.
    Un segugio colpevole di aver amato e di amare il suo fedele amico.
    Non si uccide l’amicizia con un colpo di pala così profondamente e poi non subirne le conseguenze.
    Grazie a te Ninni.
    Grazie

    Annelise

    E’ proprio bello.

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    • Annelise Baum

      A noi, dunque, figli del silenzio, lascia queste parole scolpite dentro al cuore e copri, con i tuoi occhi, i campi dorati dove ti sognai.

      Stringimi ancora, in silenzio
      Un ultimo sussurro …

      Stringimi ancora, in silenzio
      … e poi addio …

      Stringimi ancora, in silenzio
      … l’ultimo sorriso …

      Stringimi ancora, in silenzio
      … e morirò.

      Grazie mia signora. Abbiate le nostre cordialità più sentite

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  5. Carto dott. Raimondi. questo suo ultimo racconto è una luce di profondità in un mondo di cattiverie.
    La cattiveria non paga, mai.
    Sono io che la ringrazio per questa bellezza che ci regala.
    Tutti racconti, storie e romanzi scritti con bellezza e profondità e soprattutto mai banali, ma pieni di significati.
    Grazie a lei, leggerla è un obbligo morale.

    Buona giornata

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    • Amedeo d’A.

      Stringe la mano l’ultima donna e nel calore, scioglie silenzi e libera profumi. Come l’ultimo uomo, rinasce nel suo sguardo e s’abbandona al destino, ultimo e solitario baluardo dl silenzio di questa notte.

      Baciami e fuggi …
      … e ricorda il mio nome.

      Baciami e fuggi …
      Libera la mia anima …

      Baciami e fuggi …
      Ascolta questi silenzi di dolore …

      Baciami e fuggi …
      Nel mio cuore …

      Vi ringraziammo Don Amedeo per le cortesi visite e le parole generosissime.
      Cordialità

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  6. La bellezza narrativa con la caratteristica tua principale: la genialità delle storie sempre fresche e sempre belle.
    Sei una miniera d’oro sia per quello che leggiamo tutti e che ci fa, indiscutibilmentre, crescere e imparare, sia quando ti si può vantare come amico sincero.
    Una spalla su cui appoggiarsi sempre.
    Ciao Nì, ti abbraccio.

    L.

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    • Hilde Strauß

      Lancia la tua moneta in aria e dimmi cosa vedi. Se della faccia e l’una e l’altra, nella farandola che fu il mio cuore, rivedi te stessa.
      Ascolta il vento e le grida della tempesta; ascolta il silenzio racchiuso dentro il battito di questo stanco cuore.

      Stringimi in silenzio …
      Qui vicino …

      Stringimi in silenzio …
      E poi uccidimi

      Stringimi in silenzio …
      E donami un bacio, l’ultimo

      Stringimi in silenzio …
      tra le labbra e il respiro

      Grazie milady per esserci
      Cordialità

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  7. Come un cuore elastico che si misura con il tempo e il dolore.
    Una storia, questa milord, che ci riempie di tante domande e considerazioni. L’omicidio non paga mai. Ma a ricordarcelo non è la regola morale, perché è pur sempre una regola e può essere violata, ma un cane, il simbolo della fedeltà e dell’amicizia.
    Oltre la morte verrebbe da dire. Come se nell’ultimo abbraccio per tutte quelle lacrime versate per le urla di dolore lanciate al cielo dalla bestiola, in un ultimo slancio, l’antico padrone sacrifichi un suo arto per punire, non chi lo uccise, ma chi addolorò di più e fino alla morte il suo segugio.

    Una morale forte, bella, sincera e pulita che soltanto una bella persona come voi poteva creare e evidenziare.
    Grazie a voi milord.
    Grazie e ancora grazie per raccontarci tutte quelle cose belle che l’animo e la pulizia mentale, possono regalare.

    Grazie a voi milord

    Elena

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    • Elena Stiglio

      Tutte le storie e senza le altre, non furono mai una medesima storia. La voce indugia sulle parole corrose dal tempo. Il silenzio, da solo, rimane l’unico pronto a fuggire.

      Ora e adesso, dentro questa casa, è pianto …
      Dammi la mano e ascolta

      Ora e adesso, dentro questa casa, è pianto …
      Nel vento e in silenzio …

      Ora e adesso, dentro questa casa, è pianto …
      Uccidi la paura che è in te

      Ora e adesso, dentro questa casa, è pianto …
      … e fuggi!

      Vi ringraziammo del pensiero milady
      Cordialità

      Mi piace

  8. Quanto è bello leggerti milord.
    Non mi è mai piaciuta la letteratura horror, ma questa l’ho letta e tanto.
    Mamma, mi hai fatto parteggiare per il cane …
    Ti bacio Lord Ninni

    Ciao e grazie a te.

    🙂

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    • Kate

      Quanto è duro quel silenzio che osservi da un po’? Non senti la lacrima che, sola e calda, trafigge gli occhi? Dimmi se la senti…

      Adesso, dentro la tempesta, è la fine
      Mi dissero che Dio è morto …

      Adesso, dentro la tempesta, è la fine
      e fuori il cielo piangeva

      Adesso, dentro la tempesta, è la fine
      … e il mondo giaceva, in silenzio, ai piedi

      Adesso, dentro la tempesta, è la fine
      Ultimo a entrare, ma primo a uscire da questo cuore.

      Vi ringraziammo milady. Cordialità

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    • Iribarne

      Noi leggiamo l’infinito nei fondi di bicchiere della vita. Osserviamo l’acqua che scende dalla grondaia, mentre la pioggia rende scivolosa la strada dei sentimenti.

      Cattura il tuo tempo e guarda
      Senza fermarti

      Cattura il tuo tempo e guarda
      Ascolta la voce del silenzio

      Cattura il tuo tempo e guarda
      Stringi le mani al futuro

      Cattura il tuo tempo e guarda
      Uccidi le tue ombre …

      Grazie per esserci stato

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  9. “La differenza è che Antonmaria è morto da molto tempo ormai; i bambini sono cresciuti e hanno a loro volta dei figli, e la casa appartiene ad altri. Niente più storie, niente più archetti da croquet sul prato in primavera; niente più falò nei boschi in autunno e niente più risate o lacrime di bambini.
    Ma se, incuranti del tempo che passa, vi mettete a camminare per il viale al crepuscolo, io penso che potreste sentire, ancora, quei lievi fruscii tra gli alberi; intravedere di sfuggita il movimento di un’ombra, oppure percepire la presenza sfuggente di volti scomparsi, che tengono in vita il passato.
    Perché le stesse pareti di Milordia contengono i ricordi di una infinità di serate magiche, di storie dette e ridette; la gioia e il dolore di molte generazioni.
    Io penso che, se foste qui, potreste sentire ancora tutto questo.
    Almeno, questo è ciò che io vorrei e che mi piacerebbe, perché ormai i fantasmi di Milordia … appartengono a voi!”

    Quanto dolore e quanta struggente disperazione per un ciclo che finisce.
    Quanta tristezza per le tante storie che si sono incrociate a Milordia e che adesso sono abbandonate all’incuria del tempo, ma che hanno segnato le notti, i giorni, le risate e le lacrime di molti.
    Un cuore ferito che racconta tutto quello che non c’é più.

    Ninni non riesco a scrivere altro …
    Sei sei …
    Ti abbraccio
    Grazie a te, sempre grazie

    Manuela

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    • Manuela Rovati

      Ora che il silenzio ha preso il tuo cuore, ascolta le fiamme che lo devastano. E’ la notte la padrona delle parole, le ultime. Quelle stesse parole che sussurri prima di dormire. Stringe la mano, il destino, quando la voce sopra le note del cielo, urla il suo grido di dolore. Un grido che non si spegne con l’alba.
      Un grido nascosto dietro le spighe del futuro.

      Il suo nome è qui …
      Senza uno sguardo, senza più il mondo

      Il suo nome è qui …
      Continuo a sognare …

      Il suo nome è qui …
      … e respiro in silenzio …

      Il suo nome è qui …
      Oltre il tempo …

      Siete gentile mia signora.
      Cordialità

      Mi piace

  10. Un inizio soft per una storia bella, gentile, ma che chiude fine a se stessa con quelle tracce noir che la rendono appetibilissima.
    Milord ci avete ragalato la forza e la potenza di uno scritto che ha chiuso una serie, quella di Milordia, che ci ha scaldato i momenti in cui l’abbiamo letta.
    Grazie, grazie a lei per avermi regalato questi momenti così belli e pieni di pulizia mentale.
    Il male non prevarrà, ma la fedeltà del cagnolino si.
    Grazie grazie grazie grazie grazie a lei

    Lou

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    • Louise

      Dove esiste l’ultimo sguardo prima di volare, lì c’é il mio cuore. Oltre i silenzi e dentro le parole.

      Urla il tuo nome..
      Dietro i muri dell’intolleranza

      Urla il tuo nome..
      Oltre le mute porte chiuse

      Urla il tuo nome..
      Dietro le pareti dell’insofferenza, dentro il Paradiso nostro

      Urla il tuo nome..
      Parlami di te e delle tue lacrime …

      Grazie per aver scritto mia signora.
      Cordialità

      Mi piace

  11. Come una dolce musica che, al pianoforte, conclude una storia amara accompagnandoti alla fine che, però, non è una fine ma la bellezza di un affetto che resiste oltre la morte.
    Questo è un bel pezzo milord.
    Grazie a te.
    Grazie e grazie

    M.

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    • Micaela B.

      Offrimi quel sorso d’acqua. Sì, quello, proprio quello ch ci fece nascere quel giorno, tanto tempo fa.

      Adesso vado …
      In silenzio

      Adesso vado …
      Oltre il tempo

      Adesso vado …
      Dentro i nostri destini

      Adesso vado …
      All’infinito

      Grazie lady Micaela. Abbiate le nostre cordialità

      Mi piace

  12. Nel silenzio della notte ascolto quell’urlo di dolore del segugio.
    Grida il suo dolore a tutto il mondo racchiuso nel suo povero cuore.
    La cattiveria umana ha ucciso, senza ricordare neanche il perché e lui, piange solo e disperato per il suo alter.
    Che bel racconto milord.
    Che fantasia e soprattutto che bellezza.
    Il finale, poi, è proprio comoventissimo.
    Grazie a te.

    Mi piace

    • Franci Mira

      L’Unico mondo è quello che ho lasciato. Dietro quella porta c’é tutto quello che ho perduto.
      Abbi fiducia: troverai lo sguardo che ti manca.
      L’ultimo e poi … il nulla.

      Stringi le mie mani, ascolta …
      Copri, con le bende le ferite sul cuore

      Stringi le mie mani, ascolta …
      Ultima goccia del mio sangue, ancora caldo

      Stringi le mie mani, ascolta …
      Non parlare, corri

      Stringi le mie mani, ascolta …
      In silenzio

      Grazie e cordialità

      Mi piace

  13. Ecco una storia che precipita qualsiasi concezione di morale. La morale è insita nella storia stessa. Delitto e Castigo.
    Si prende e si da.
    Delitto e castigo, con il risvolto di qualcosa di ferito e ferito atrocemente.
    Cosa sappiamo noi perché iniziò questa saga? I motivi di quell’odio? C’era qualcosa di superiore: l’amore di un cane verso il suo padrone, fedele amico e compagno, confidente fino alla morte.
    E così è stato.

    Il finale, poi, Milord me lo dovete far dire.
    Il finale è degno di nota.
    Pieno, dolce, romantico e nostalgico. Struggente quasi quanto il sergugio stesso.
    Molto bello, molto diretto e soprattutto, … grazie a voi mio signore.
    Un grazie a lettere cubitali.

    Buon pomeriggio

    Mi piace

    • Rossana Zorzi

      Apri le tue braccia al crepuscolo.
      Vedi? Non c’é più nessuno … sulla terra.

      Grida il mio nome
      Chiama il tuo silenzio

      Grida il mio nome
      Dietro uno sguardo

      Grida il mio nome
      E sorridi

      Grida il mio nome
      Adesso …

      Grazie milady
      Cordialità

      Mi piace

  14. Una storia che ci parla dall’Horror, perché la situazione stessa è narrata con quell’horror classico fino ad arrivare all’insegnamento morale.
    Milordia è stato un fascio di luce che non speravo.
    Una illuminazione sul sentimento umano, molto forte.
    L’ho seguita con dolcezza e tanta attenzione. Chi si dimentica di Sandra e della sua delicatezza e amore tradito?
    Grazie a te milord.
    Un grazie dal cuore, sempre, per le bellissime cose che scrivi.
    Un abbraccio

    Sony

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    • Diadumeno

      Racchiudi monte la profondita di un mare lontano. Esso è lontano e invisibile dai tuoi costoni.
      Alberi, fonte di frescura, portano ricordi assai lontani.
      Felici e silenziosi in un trascorso refolo d’aria.
      Grazie milord, cordialità

      Mi piace

  15. Rimane una situazione emotiva molto forte. Un accenno alle persone che tifavano per il segugio e di riflesso perché l’assassino venisse assicurato alla giustizia.
    Molto bello.
    Molto sul serio.
    Il finale, con la sensazione di tristezza e dell’ineluttabilità dei destini.
    Proprio bellissimo milord.
    Grazie a te
    Grazie

    Susi

    Mi piace

    • Circe

      Saprai ascoltare
      in silenzio,
      la forza di un ricordo?
      Saprai restistere,
      in silenzio,
      la bellezza di un bacio?
      Il tempo esiste,
      nelle pagine mai scritte.

      Il tempo resiste
      nei foondali
      turchesi
      dei tuoi occhi

      Grazie milady per esserci e cordialità

      Mi piace

  16. Prendi i tuoi silenzi e parla al mondo.
    L’amore non si può tradire in una notte.
    Ecco il segugio ecco la forza del destino che s’insinua e colpisce.

    Che bella chiusura Ninni.
    Un pezzo bellissimo che rimarrà dentro.
    Ciao e buona giornata a te.

    MAMMA COME MI PIACE QUANDO RISPONDI COSIì: con una poesia o altro.
    La qualtà arriva alle stelle e mi fai sentire BENISSIMO senza avere nostralgia di scrivere da nessuna altra parte.
    Bacio Nì

    Isy

    🙂

    Mi piace

  17. Colpita al cuore quando, il cuore stesso, si frantuma dando schegge impazzite di lacrime e tremori.
    Ninni, che bella raccolta che è stata questa.

    Una speciale menzione la lascio per Milordia: Sandra. Mi hai uccisa dal dolore.
    Questo è spiccato per la sua bellezza espressiva.
    la descrizione del bosco è stata eccezionale, come quella della quotidianità.

    Sei un grande.
    Molto spesso continuiamo le saghe di dolore e di vendatta, tanto a lungo, che non si ricorda più il vero motivo per cui nacquero.
    E certe volte, il tempo, quando è tanto, riesce a colmare tutto.
    Bello proprio.
    Un bacio

    Ciao Nì

    Elena

    Mi piace

  18. E qua si chiude una serie di episodi che hanno avuto come filo conduttore i rcconti attorno a un focolare.
    Racconti particolari, devo dire.
    Racconti che hanno avuto, essi stessi, come filo conduttore l’horror.

    Mi sono piaciuti tutti in questa sterminata produzione, caro Milord, che arricchisce e onora chi vi legge.
    Sono colpita proprio.
    Vi lascio un abbraccio sincero.
    (Sto passando e ripassando ogni dieci minuti perché sto leggendo commenti e soprattutto risposte ai commenti di una qualità incredibile)

    Un saluto mio signore.

    Giorgia

    🙂

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  19. Un’altra serie che si chiude. E la chiudi con una bellezza, con un racconto che, partendo dalla descrizione, affronta tutto il tema.
    Non solo sei stato bravo stilisticamente, ma hai concluso con una considerazione finale che è bellissima.
    Il resoconto “a posteriori” è mirato., perfetto come la considerazione che ‘chi’ ha letto si prende i fantasmi.
    Bella proprio.
    Mi mancherà

    Buona giornata

    PS: credimi, è stile ed eleganza rispondere come stai facendo sui commenti dei tuoi lettori che, anche loro, portano stile e eleganza.
    Molto molto bello

    G

    Mi piace

  20. Mi trovo davanti ad un bivio:
    Continuare pervicacemente a sottolineara che conservare la dfignità della memoria lo si deve fare, qualsiasi cosa accada (e qua nascono le saghe di morte, legate a tutto quello che non è arrendevole, oppure sistemarmi dietro ad un tavolo.
    Chiacchierarem capire, tentare di comprendere prima che tutto sia fatto fuori da altri eventi?

    Un bel dilemma.
    Ma ci hai mostrato, Ninni, quanto importante sia mantenersi degni.
    Conservare quella dignità che è importante per continuare a vivere.
    Bello “il segugio”, divina la chiusura di Milordia.

    Sul serio, con te, non potevo attendermi qualcosa di meno.
    Pulizia, eleganza sono i tuoi distintivi da sempre.
    Molto bello e soprattutto con una qualità che arriva alle stelle.
    Grazie a te Milord.
    Grazie

    Vale

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  21. Un silenzio irreale e un alba solitaria.
    Ecco il buongiorno a Milordia il giorno dopo.
    milord, ho riletto questa mattina, l’ultimo tuo racconto con la “postilla” finale.
    una bellezza e un senso del sentimento, non comuni.
    Grande e bello.
    Buongiorno

    .-)

    lamanupresanelcervellostamattina

    🙂

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