Ex vita

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Ex vita

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“L’essere umano è disceso dalle regioni celesti attraverso un
processo chiamato “involuzione”. Via via che procedeva in questa
discesa nella materia e si allontanava invece dal Fuoco
primordiale, si è caricato di corpi sempre più densi, sino al
corpo fisico; esattamente come quando in inverno, dovendo
affrontare il freddo, siamo costretti a indossare vestiti sempre
più pesanti, partendo dalla maglia e dalla camicia, sino al
cappotto!
Per riprendere ora il cammino verso l’alto, l’essere umano si
deve svestire, simbolicamente parlando, spogliarsi di
tutto ciò che lo appesantisce: invece di cercare di accumulare,
deve imparare a rinunciare, ad alleggerirsi, a liberarsi. È
l’accumulo che favorisce la discesa. Ogni pensiero, sentimento o
desiderio ispirato dall’istinto di possesso viene a incollarsi ai
suoi corpi sottili come fa la brina sui rami degli alberi in
inverno. Occorre che il sole della primavera ricominci a brillare
perché la brina si sciolga e l’uomo ritrovi il suo vero essere.”
(Omraam Mikhaël Aïvanhov)

4Mi sento in dovere di avvisare, chiunque volesse ascoltare questa mia deduzione, di non sottovalutare la potenza dell’immaginazione, della fantasia o dell’illusione. Per questo è mio dovere consigliare di non essere avventati o superficiali e, nel caso doveste percepire dubbi, tormenti o insidie dopo aver inteso questo suggerimento, invitarvi a riflettere bene prima di proseguire.
Mi sembra corretto dare questo avvertimento perché io stesso non so, di quanto mi accingo a dirvi, si possa considerare come una realtà dei fatti. Non lo so, perché di ciò che sto per esporre non sono certo di avere la totale cognizione. Ma è bene evidenziarlo fin dal principio perché la follia non è una cosa così scontata come può sembrare. Se per follia, infatti, s’intende una sorta d’anomalia che rende le persone diverse, qualsiasi cosa si consideri per diversità, io credo di non poter essere giudicato in questo modo, o per lo meno, non nella realtà e nella maniera in cui ho vissuto il tutto. L’inconveniente però sta proprio in questo, e in quanto tali avventi mi costringono a mettere in dubbio l’incolumità della mia mente. Una leggenda Inca dice che vi sono tre tipi di follia: la follia di chi possedeva tutto e ha poi improvvisamente perso tutto, quella di colui che non aveva nulla e che ha acquisito tutto inaspettatamente ed infine, il malato mentale. Se la mia è follia, allora, è in una di queste tre condizioni che la si può considerare, ma decidere se e quale possa essere, certamente, non sarò io a poterlo determinare. Forse, potrebbe stare addirittura in tutte e tre.

Ciò nonostante, penso che vi sia un altro tipo di follia che tuttavia non sono in grado di descrivere e di cui posso dirvi solamente che è proprio da questa che vi voglio mettere in guardia. Il fatto è che molto spesso, in età infantile, mi capitava di chiedermi se tutto non fosse altro che un sogno e la realtà che stiamo vivendo il prodotto dell’immaginazione di un corpo apparente che sognava di esistere in una realtà prodotta dalla mente, allo scopo di cercare un’esistenza per la quale accettare di vivere, come se, per essere più precisi, avessimo la possibilità di vedere in anticipo la vita che ci attendeva e decidere quindi successivamente se viverla o no. Era un pensiero frequente perché mi capitava spesso di svegliarmi nel cuore della notte ansimando in preda ad un attacco d’ansia, ravvisando così d’essere stato vittima di un incubo e forse, nel timore che la paura degli incubi potesse non cessare mai, questi pensieri che mi concedevano una consapevolezza ingenua per la quale avrei potuto scegliere di non vivere una vita piena d’incubi mi aiutavano a superare la paura che essi mi lasciavano nella memoria. Comunque ci fu un periodo in cui, per il troppo ipotizzare questa possibilità, rischiai veramente di confondere la realtà con l’immaginazione e per molto tempo, nell’età infantile, ebbi il dubbio di non essere io stesso reale. Ricordo in particolare che un giorno, forse a causa proprio di questo mio stress da irrealtà, mentre me ne stavo solo nella mia stanza, ad un certo punto provai un senso di mancanza, come se le forze e le energie del mio corpo, per un piccolo breve istante, mi avessero abbandonato.

6Rammento che intorno a me tutto diventò di uno strano color giallo ocra, ogni cosa svanì, il suono si fece silenzio e tutto ciò che rimase fu quel vuoto giallo ocra. Fu tutto molto intenso e allo stesso tempo rapido perché, quando ripresi il controllo dei colori, ero sul punto di cadere. Ricordo che il mio corpo era proteso in avanti nella completa incoscienza di come avesse potuto trovarsi in quella posizione e pensai che ero stato sull’orlo di uno svenimento. Ma non avevo fatto in tempo a cadere al suolo, perché l’istinto, rianimatosi improvvisamente, mi aveva permesso di proteggermi dalla caduta protendendo le mani in avanti. Non provai paura ma un senso di strana meraviglia. Non ho mai raccontato a nessuno questo fatto, ma da allora cominciai a rendermi conto di quanto fosse stupido il mio pensiero. Fu da quel giorno che gli incubi cominciarono a farsi meno frequenti, seppure più nitidi. Le immagini, infatti, restavano più focalizzate nella memoria, al punto che attraverso quei frammenti potevo iniziare a costruire una trama, giacché avevo l’opportunità, con la resistenza del ricordo, di scoprire che l’incubo era ricorrente, ossia, sempre lo stesso. Il luogo in cui mi trovavo era una grotta e l’oscurità era lievemente rischiarata da un non definito quantitativo di candele.
Ma proprio quando avevo cominciato a distinguere una trama, gli incubi cessarono.
Io avrei tranquillamente presupposto che, con il cominciare a ricordare e il conseguente diminuire dell’ansia, da cui mi ero lasciato prendere nei tempi passati, probabilmente avevo iniziato a dominare circostanze della realtà grazie alle quali la psicanalisi avrebbe potuto dare una giustificazione degli incubi. Ed effettivamente fu questo che dedussi e accettai come soluzione. Non pensai nemmeno lontanamente che il cessare dei sogni, perché ormai sogni e non più incubi li consideravo, aveva avuto esito in sincronia con altri eventi che stavano accadendo nella mia realtà, anche se probabilmente, se lo avessi fatto, con l’aiuto della psicanalisi, a questi stessi eventi avrei potuto attribuire l’origine dei sogni. Solo che adesso non posso più esserne certo e dal momento che molte delle cose che descriverò appaiono legate ad un tempo di cui quasi potrei non avere cognizione, sempre più spesso mi ritrovo a considerare se la mia sottrazione al tormento notturno sia dovuta alla cessazione degli incubi o se, quasi con più convinzione, al vivere gli incubi stessi come fossero la realtà dominante. In pratica, ciò che con difficoltà sto cercando di definire, è se gli incubi siano cessati e la mia realtà sia effettiva o se, al contrario, ad un certo punto gli incubi abbiano preso una consistenza tale da rendermi realtà ciò da cui, in un tentativo di risoluzione e comprensione, ho deciso di vivere per potermene davvero liberare definitivamente. 

3È strano come possa ora, a distanza di tanti anni, capire che in verità quel pensiero iniziale non sia mai del tutto svanito, ma se da bambino immaginavo l’eventualità di essere un sogno, da adulto quel ritorno d’immaginazione aveva preso un’altra forma.
Nella mia infanzia e durante l’adolescenza avevo vissuto momenti straordinari a livello immaginativo, ma da adulti vivere tra i sogni può verificarsi devastante. Era per questo motivo che avevo totalmente rimosso tali astrazioni e fu probabilmente per lo stesso motivo che, quando esse si riaffacciarono alla mia mente, la considerazione che ne avevo era diversa. Non è certo possibile vivere una fantasia prospettica per poi decidere di realizzarla o no, ma durante quegli anni in cui ancora ero in bilico tra la realtà e la fantasia, mi capitava di sentire storie, vedere film o leggere libri in cui si parlava di spiriti che vivevano una vita totalmente regolare solo perché non si rendevano conto di essere morti. Ed era in questo senso che avevo cominciato ad indirizzare i miei pensieri:

“E se fossimo tutti morti e non ce ne rendessimo conto? Se fosse accaduto un evento catastrofico, come per esempio un terremoto, e tutti noi che facevamo parte di questa realtà fossimo morti così rapidamente da non potercene rendere conto e, intrappolati in una non realtà limbica, avessimo proseguito la nostra vita come se nulla fosse avvenuto?”

9A salvarmi da questa irrazionale insidia mi era venuta in soccorso la ragione. Intorno a me la vita si svolgeva nella più consueta normalità, tutti erano reali e tutti erano vivi, perché se così non fosse stato, nessuno avrebbe potuto morire. Invece ogni tanto accadeva che qualcuno moriva… e non si può morire due volte, non nella stessa vita. Fu così che uscii definitivamente dai miei incubi, dai miei tormenti e dalle mie allucinate congetture. Eppure è proprio nel suo proseguire regolare che la vita può stupirti, confonderti e sorprenderti con l’imprevedibilità del caos che, con il tocco di una bacchetta fatata, può insinuare nell’animo il tormento e il dubbio perfino attraverso il ricordo, dimenticato o volutamente trascurato, di un ragazzino. Così, proprio quando meno te lo aspetti, gli eventi prendono un nuovo corso, riconsegnandoti a quei dubbi che proprio per la certezza e la consapevolezza che non possono esservi dubbi, diventano quasi una speranza.

3Conseguentemente, immergersi nell’illusione diviene una via di fuga, come quando si fantastica sull’essere il vincitore della lotteria, immaginando il cambiamento della propria vita attraverso utopie che i più possono permettersi solo nella propria immaginazione e, mentre ciò avviene, si può notare la serenità e la felicità del volto sognante un attimo prima del risveglio nella realtà deprimente… Per questo non è consigliabile fantasticare troppo, perché si rischia di confondere la realtà con la fantasia e, quando ciò avviene, il risveglio può andare oltre la devastazione mentale. Io avevo superato quel tempo perché allora avevo capito quanto fosse illusorio e irreale, ma quando il tempo tornò da me, il desiderio dell’illusione divenne quasi una necessità al punto che, in tale bisogno, ripresi a considerare la possibilità di vivere una realtà alternativa dove certi eventi, divennero per me ragione di confusione, al punto che, come quando ero bambino, ad un certo momento, non potevo più convincermi d’essere reale e, forse, raccontare può aiutarmi a risolvere questo dubbio, sebbene la verità potrebbe rivelarsi talmente atroce, da farmi riflettere se effettivamente ne valga la pena.
Tuttavia, la soluzione rimane una soltanto e, da quanto riuscirò a scoprire, potrò effettivamente dedurre se la follia possa avere una distinzione diversa da quanto una realtà comune può farci intendere per follia… a questo punto il mio raccontare potrebbe avere un senso, l’unica cosa che resta da definire è se questo racconto è per chi vive nel sogno, o nella realtà…
I ricordi sono una parte essenziale della nostra vita, anche se apparentemente la considerazione che essi trovano nella nostra memoria è limitata ad una banale nostalgia di quanto si vorrebbe cambiare se si potesse tornare indietro. Come già espresso però, una volta usciti da quel giardino, indietro non si torna più e rimpiangere determinate scelte fatte, o non fatte, non causa altro che una statica inerzia. Ciò che siamo è ciò che abbiamo creato con le nostre certezze o incertezze, con le nostre scelte o rinunce, con i nostri errori o successi. Che poi errori o successi siano determinabili in considerazione di un giudizio soggettivo, rimane appunto, una cosa soggettiva.

5Si può pensare che tutto sia fortuito nella vita, casuale, imprevisto o involontario, un evento del tutto ordinario, naturale e passeggero… Si può pensarla così, e lasciare che tutto scorra secondo una conseguente casualità prodotta dalle circostanze, di cui ci si può ritenere più o meno responsabili, valutando comunque che non si può sapere quel che avverrà in un futuro vicino o lontano, in conseguenza alle nostre scelte, ai nostri pensieri, alle nostre considerazioni. Si può quindi pensare in definitiva, che la vita sia come un fiume che scorre seguendo un tragitto determinato, a volte veloce, a volte calmo, a volte carico d’ostacoli altre senza barriere e che in fine, comunque la si voglia vedere, non sia possibile deviare dal corso di tale corrente, ma solo accettare di lasciarsi trasportare con l’unica alternativa che forse il fiume possa avere delle diramazioni verso le quali si può essere indirizzati, per scelta o per forza. Quello che non possiamo tuttavia ignorare è che il fiume ha un punto d’arrivo.
Può sfociare in un altro fiume più grande e da qui proseguire fino al mare, poi dal mare all’oceano e ciò, conduce inevitabilmente a chiedersi se tutto sia veramente superfluo, ordinario e casuale.

Io, devo essere sincero, avrei voluto continuare a pensarla così.
Avrei voluto continuare a pensare che la mia vita era un evento scontato, dove le molte domande si risolvevano con una semplice alzata di spalle, senza congetture, senza riflessioni, senza complicazioni esistenziali. Una vita monotona forse, ma comunque una vita in cui, alla consapevolezza di una scadenza, si finiva con la rassegnante e vana aspettativa dove il dubbio lasciava quella consolazione che, ad ogni modo, finché c’era vita c’era speranza, poi semplicemente, si sarebbe visto…
A quale scopo affannarsi nella ricerca di un qualcosa che non si conosce e che non si sarebbe mai potuto conoscere? Perché mai forzare una natura, quella umana, fatta di una comprensione limitata, nella quale l’oblio dell’ignoranza permette di starsene sereni a coltivare campi, fabbricare palazzi, costruire macchine e generare figli, senza immaginare la sterilità degli spazi della mente, la demolizione dei pilastri del pensiero, l’arrugginire degli ingranaggi emotivi e l’annientamento dello spirito? 

Che senso può mai esserci nel lasciare la comoda realtà determinata dalla cognizione di tutto ciò che esiste ed è tangibile, per inoltrarsi nel labirinto del caos, dell’ignoto, e finire per abbandonarsi al dubbio?
Perché?
Perché mai un uomo dovrebbe uscire dal suo giardino e capire, appena fuori, che non sarebbe mai più potuto tornare indietro?

A voi una risposta.
Io ho smesso di fare domande!
(Dedicated)

E’ sospeso il Voi!
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68 pensieri su “Ex vita

    • Gentile Miliord…
      Sicuramente non appaga leggere solo una volta quanto avete scritto. Che siate un più che valente scrittore, nessuno ne dubita. Come pure che, ad ogni Vostra nuova opera postata, ci si debba sorprendere è cosa assodata.
      Ma questa opera è Meraviglia assoluta e, formularne un giudizio, intimidisce non poco. Il lavoro difficile, che pochi potrebbero, di analisi introspettiva di cui siete stato capace assume ancor più grandiosità per la sincerità e l’ umiltà con cui rivelate Vostri reconditi luoghi interiori.
      È cosa Vostra il motivo che ha ispirato questa stesura di rara, ma forse unica, straordinarietà…ma, a mio modesto avviso, ritengo avrà incisiva importanza non solo in questo momento della Vostra importante Vita, ma anche nel Vostro avvenire. E Vi meritate ogni bene.
      Con illimitata Stima
      Maria Silvia

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      • L’evoluzione, mia signora, ha fornito all’uomo i suoi sensi e in seguito gli ha permesso di distinguersi dagli altri animali (per qualcuno è stato un errore…) con lo sviluppo del pensiero.
        Non fosse accaduto non saremmo qui a parlar di queste cose ma a cercar bacche per nutrirci e un riparo per la notte, con la nostra vita regolata dall’istinto.

        Ma il pensiero (e per estensione il luogo ove si suppone operi la mente) non può sussistere senza il fattore fondamentale, dal quale origina ogni cosa: la memoria, il ricordo.
        Date un’occhiata al nostro mondo attuale, quello fisico in ebollizione e soprattutto quello dell’uomo sotto ogni aspetto: politico, religioso, culturale e scientifico.
        Come cambiano in fretta le cose, non trovate?

        Si impone la specializzazione allo stesso tempo in cui procede la ricerca di unificazione, particolarmente evidente nelle discipline scientifiche, fisica in primis. Gli ambiti han perso i loro definiti confini e al giorno d’oggi s’è quasi fatta l’abitudine al sentir i fisici parlar di Dio ( la famosa “particella”, il bosone di Higgs), le discipline si compenetrano e necessariamente anche i loro propri strumenti saranno costretti a evolvere, ad adattarsi.
        Riguarda tutti, getta un po’ di luce sul fenomeno (a mio avviso) più importante dell’universo, la memoria.

        Cos’è, dov’è questa memoria?
        Da dove si inizia se non da noi?
        Quel “da dove veniamo”, il senso di noi stessi, non ha a che fare con essa?
        Quel “chi siamo”, senza il suo intervento, possiamo definirlo?
        Grazie mia signora, avete aperto una porta a un mondo di qualità

        Il Voi è sospeso

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  1. Da dove veniamo?
    Che siamo?
    Dove andiamo?

    Al punto cui son giunto nella mia vita rifuggo da ogni classificazione ed etichetta, rispondendo solo a un mio senso interno, che dir coscienza, con le sue molteplici definizioni, non sento appropriato.

    Questa, come tutte le parole, non son mie. Le ritrovo dentro di me, le uso come tutti e nel vederne la bellezza ne scorgo anche l’altra faccia, il tentativo d’impossessarmene (se non l’abbiamo già fatto) per ricoprir di sostanza il vuoto – o lo spazio – che troviamo dentro di noi.

    Una gran parte del mio tempo l’ho trascorso ad accumulare e ora, nell’ultima, m’applico a scaricar zavorra, sì che m’alleggerisco un po’ e ancor risalgo al par di mongolfiera, godendo del panorama dimenticato.
    E quel panorama, quello spazio interno che ben riconosco – confrontandomi col quale son spinto a cercar risposta, o negar vi sia – oggi mi si rivela in un modo inatteso.

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  2. Un brano difficile un brano che uccide caro Ninni.
    Mi hai schiaffeggiata e massacrata. Sono agitata, ma parli di verità e di una introspezione che uccide.
    Credimi,. mi stai scavando dentro.
    Ho letto più di una volta questo stravolgimento che colpisce per leggerezza e profondità.
    Lo devo rileggere, io … devo capire!
    Un pezzo forte, molto forte, che va all’essenza della vita e del senso umano.
    Oh Ninni.
    Che brano..
    Bellissimo e profondo.

    Un bacio mon trésor

    Annelise

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    • Annelise Baum

      Che cos’é tutto questo?
      Un indovinello (se preferisci una connotazione più forte, enigma o rebus).

      Al quale tutti cerchiamo di dar soluzione, almeno per placar il nostro animo.
      Non so da dove veniamo, che è lo stesso che dir da dove proviene quell’indovinello (anche se mi son formato una mia idea al riguardo), né tantomeno dove andiamo o qual sia la soluzione.

      Ma son sicuro di una cosa, che la Soluzione non sarà mai rivelata ad alcuno, semplicemente perché non potrebbe contenerla o comprenderla.
      Quel che ognuno di noi potrebbe trovare, se grandemente fortunato, è la propria soluzione.
      Anzi, è più onesto dir che essa ha trovato me, e da quel giorno sempre più mi rendo conto della fortuna avuta (per la mia vita, non per ambizioni letterarie, ché il mio livello è ben modesto).

      Per cui mi inchino al suo cospetto, all’Ispirazione, alla quale son devoto.
      Grazie Annelise e cordialità

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      • Io non credo che possano esistere risposte certe..
        La modalita in cui siamo abituati a dare delle risposte risulta il più delle volte asettica,fredda e calcolatrice (cioe’ morta) sul tipo: domanda consegue risposta ..
        Ma credo che e’ nel cammino delle domande che il senso prende mano a mano la sua forma e il suo intrinseco valore di risposta.. in questo senso e’ dinamica e vitale!

        Ho letto che, nel tuo commento a Maria Silvia che saluto, fai riferimento ai cosiddetti “selvaggi” (che nel frattempo abbiamo sterminato,insieme al loro bagaglio di conoscenze millenarie!): molti di questi,penso che avevano un rapporto con la vita,cui vi si relazionava tutto,loro non se ne sentivano esclusi,erano consapevoli cioè di essere anch’essi parte integrante di tutte le manifestazioni,non se ne sentivano separati e in questo modo sapevano cogliere quei segni,che gli fornivano delle risposte,senza magari porsi ancora prima le domande,poiché la risposta era contenuta nella domanda e viceversa,simultaneamente…
        Mi chiedo,allora, quante facoltà oggi ritenute impensabili nel frattempo abbiamo perso che prima possedevamo?
        O che alcune di queste noi oggi le riusciamo solo a interpretare come banali superstizioni stregonesche?
        Ho paura di stare uscendo dal seminato e dal rigore intellettuale

        Bacio mon trésor

        Annelise

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  3. Ecco come prendermi per i capelli e sbattermi la testa contro una parete.
    Ninni un pezzo divino che mi fa sentire tutto l’orgoglio di potermi dichiarare tuo amico.
    Mai banale e soprattutto estremamente profondo.

    Poi mi ricollego a quello che capisco possa essere l’incipit principale del discorso:
    Chi sono … ecc. ecc.
    Tutti cerchiamo di dar soluzione, almeno per placar il nostro animo.
    Ho i brividi, sei riuscito a scavarti e a farmi riflettere, penosamente e pensosamente.

    “E se fossimo tutti morti e non ce ne rendessimo conto? Se fosse accaduto un evento catastrofico, come per esempio un terremoto, e tutti noi che facevamo parte di questa realtà fossimo morti così rapidamente da non potercene rendere conto e, intrappolati in una non realtà limbica, avessimo proseguito la nostra vita come se nulla fosse avvenuto?”

    Intrappolati in una realtà che non ci è doisponibile ma che macera il cuore.
    Sei un mito

    Ciao Nì

    Francesco

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    • Spillo

      Ci son molte vie per giungere in un luogo, ma a chi sia accompagnato dall’amore per il vero, per scoprire – se c’è – un significato al nostro veloce passaggio nell’esistenza, ogni indicazione e suggerimento può tornar utile.
      Per incontrarsi, entro la sfera ipersottile, occorre necessariamente aver fatto un percorso comune?
      A livello intellettuale, nel formalismo d’una disciplina certamente sì.
      Son tutti argomenti in parte sedimentati nella conoscenza collettiva, ovviamente a livelli differenti.

      Ciao grazie per aver scritto

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  4. Forte e pressante, direi asfissiante (perché blocca il respiro con un’altro tipo di aria).
    Che prende e colpisce nel cuore.
    Questo articolo di lamento di vita è veramente potente.
    L’ho letto due volte e per due volte mi ha lasciato profondamente meditabondo.
    Un saluto caro amico

    Louis

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    • Gianluigi Top

      Una volta bloccato nel suo percorso, il ragno, raggiunge gli “impigliati”… ispezionandoli per verificarne la “commestibilità”, scartando quelli che non avrebbero potuto recar nutrimento e dell’altri suggendone la linfa e traendola in sé, diventando essi stessi il suo proprio sangue.

      Un ‘immagine?
      Ciao grazie

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  5. Mio signore, ma che pezzo.
    Non potevo crederci. bello scorrevole, profondo e diretto.
    Una potenza sul serio.
    Me lo sono stampata, non può mancare nella mia raccolta.
    Incredibile.
    Bellissimissimo.

    Che bello se inizia il dibattito.
    Me lo sento.
    Grazie grazie grazie, che nuovo sapore assume il poter leggere qui da te.
    E’ bellissimo
    Ciao

    Eleonora

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    • Eleonora Bisi

      Quanto sperimentiamo nell’esistenza che sia una sorta d’indovinello, un rebus, dando per scontato che non vi sia possibilità per l’uomo di poterlo risolvere.

      Ma il fatto stesso di considerar la questione sotto tal prospettiva, a mio avviso produce qualcosa.
      Forse noi proveniamo da quel gioco e vi contribuiamo, qual ignare pedine… almeno sin quando non arrivi l’occasione di scorgere (magari solo un’immagine) il nostro ruolo.

      Grazie Eleonora.

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  6. In effetti a me sembra che ci farebbe bene a rendersi conto che, per certi versi, è la vita è arte, letteratura e poesia.
    Quando ci chiediamo “che è questo”, potrebbe essere meglio precisare la questione in questi termini: “come mi piace esprimere questo?”.
    Milord hai scritto un’universalità bellissima. Molto bello, bello , difficile e pericoloso.
    Se prendiamo coscienza poi, potremmo impazzire definitivamente
    E definitivamente finire in quel limbo di morti o non morti.
    Sei divino

    Giorgia

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    • Giorgia Mattei

      Quella mia domanda “chi siamo”, mentre all’ odierno risponde al “che siamo”, ci porta in evidenza l’aspetto “meccanico” (una meravigliosa macchina tuttavia, della quale son affascinato) del nostro agire, salvo l’intervento di qualcosa che ci è completamente estraneo,
      Altro da noi, così ne ho sentito l’Ispirazione.

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  7. Dottore sono rimasto stupito di quello che leggo, ma poi non tanto perché da lei un brano così bello me lo aspettavo.
    Uno scavare dentro che allarma perché mette a nudo i noi riflessi più nascosti, reconditi, orribili.
    Un grande coraggio e una forma belissima.
    Grazie

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  8. Esiste una correlazione tra essere e sentirsi di essere?
    Un certo andamento che si analizza equivale alla forza dei pensieri e delle idee, modificando quel senso di disperazione che incombe nelle umane miserie
    Portentoso amico mio.
    Semplicemente portentoso

    Ma ci torno sopra, ciao

    Enrico

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    • Vintrix

      Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo…
      Sono una sola questione, una stanza con tre porte. Aprendone una, all’interno si trova la chiave delle altre.

      In realtà esiste una sola questione, o La Domanda, come qualcuno la definisce, che si può riassumere in un: “Perché?”
      Perché la vita, la coscienza… il dolore, l’amore, la morte infine?
      La storia dell’uomo è anche il tentativo di rispondere a tale questione e nei millenni tali tentativi son diventati credi, religioni, filosofie… e scienza.
      Avessimo trovato la risposta, sarebbe svanita la domanda.
      Ma nonostante l’impegno la domanda permane, e ai suoi piedi, come offerte di fiori, giacciono le innumerevoli risposte.

      Essere e sentirsi di essere?
      Son differenti appostazioni.
      Ciao Enrico, grazie

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  9. La lettura va distillata per ogni singola frase dove ho trovato alcune perle letterarie e soprattutto alcuni spunti da analizzare meglio.
    Dietro le pieghe di una frase ho riscontrato addirittura, una filosofia che si rivolge alle coscienze.
    sarebbe interessante conoscere l’ispirazione del brano che, me ne faccio convinto, nasce da una esplosione di emozioni e naviga a vista lungo le coste, silenziose, dell’introspezione più pura.
    Lei dottore è una continua sorpresa. Una sorpresa che viaggia nelle tra me dell’ineludibile.

    Da analizzare e sviluppare con più costanza.
    Buon pomeriggio

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  10. Amedeo d’A

    Guardi, mi vien l’immagine di una moltitudine di genti che da ogni parte del mondo, dopo un lungo e faticoso cammino, giunge in una grande piazza e, sorpresi d’esser così tanti, si chiedono come mai son lì.
    Ognuno fornisce una risposta, che dipende dal cammino percorso e quello che vi hanno incontrato.
    Molte sono simili, nessuna è uguale.

    Visto che sono lì vien loro da chiedersi il perché qualcosa li abbia indotti a quel viaggio – percorrendo un tratto di strada senza quasi rendersene conto – interrogandosi tra loro e in loro stessi.
    Anche in questo caso ottenendo disparate risposte.

    Il “dove andiamo” è tuttavia sotto gli occhi di tutti… man mano le persone muoiono e altre giungono nella piazza.
    La consapevolezza della fine induce le persone a chiedersi il senso di quel viaggio, umanamente incapaci di accettar quel ”dove andiamo”, fisicamente irrevocabile e senza la minima garanzia di continuità psicologica, del loro senso di sé.
    C’è poco da fare o da dire, nessuno è tornato indietro (o la domanda avrebbe trovato risposta) e il proiettar qualcosa di sé oltre la morte, sia essa un’anima o qualcos’altro, è un’ipotesi come un’altra.

    Se le migliori menti dell’umanità, saggi, filosofi, scienziati e gente d’ogni tipo, che si son cimentate con la domanda, non hanno trovato la risposta, questo probabilmente forse indica qualcosa.

    La ringrazio e buona giornata

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  11. ” D’improvviso come se un destino chirurgo mi avesse operato di una vecchia cecità con immediati grandi risultati, sollevo il capo, della mia anonima vita, verso la conoscenza nitida di come esisto. E vedo che tutto ciò che ho fatto, tutto ciò che ho pensato, tutto ciò che sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi meraviglio di non essere riuscito a vederlo. Mi stupisco di quello che sono stato, vedendo che alla fine non sono ”.
    [ F. Pessoa ]
    ___

    Milord,
    Uno spunto per una riflessione sull’esistenza o presunta tale, davvero Profonda e Complessa.

    Profonda perché attinge e sfiora tutte quelle sorgenti nascoste che si agitano nell’Animo umano, domande e non-risposte che sembrano scuotere fin dalle fondamenta quel castello di carte che ad un certo punto appare, non più come una Vita; ma come il Sogno di un’esistenza, creato da un’altra coscienza al di fuori della coscienza propria.
    Complessa perché va a scavare negli angoli nascosti delle paure e delle reticenze che ci tengono legati a questa Realtà.
    ___
    Ammetto che anche io, da ragazzina, avevo strani pensieri sull’esistenza. Immaginavo a come se sarebbe stato se io stessi vivendo un sogno e poi d’improvviso, svegliandomi, mi fossi resa conto che quella che ritenevo come la mia intera esistenza, fosse stato solo un atto onirico. Ci pensi? Una intera esistenza vissuta ed intesa come tale che si risolve in un risveglio chissà dove ed in chissà quale corpo e coscienza. Da far tremare anche i capelli. Eppure ci ho pensato per anni.
    Era da tantissimo che non ci pensavo più.
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    I Miei Rispetti
    Ni’Ghail

    slàn

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    • Nì Ghail

      Per come la vedo le memorie son le profonde fondamenta della casa che si eleva in altezza e leggerezza sin qui, ai piani alti, dove maggiormente in contatto col cielo si disquisisce del senso della vita e degli enti universali, in un lecito tentativo di spiccare il volo e divenir uno con quelli (magari mantenendo un po’ della nostra individualità… ).

      L’impossibilità che poi non si può fare mai a meno di diventare dogma, è solipsismo.
      A partire da un profondo discernimento di cosa sia questo chi sono io, in cosa consista la sua potenzialità e quali sono i suoi limiti sopratutto a paragone con l’altro e la società, che andremo più sicuri a scandagliare il sogno, il filo rosso che unisce le esistenze.
      In realtà queste domande che sorgono fin da bambini non sono già, di per se, un inizio del viaggio spirituale che attende ogni uomo.
      Non è vero che una volta risposto, allora le tre domande basilari svaniranno, perchè nuovi uomini nasceranno e di nuovo le stesse domande si formeranno.

      L’unica cosa certa a mio parere è che quel viaggio è necessario per poter raggiungere quelle risposte.
      Grazie Gwendalin per il tuo intervento..
      Buona giornata

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  12. La bellezza, la raffinatezza, la classe nello scrivere un pezzo.
    Ninni lo sai come la penso su di te e mi trovi concorde.

    Da dove veniamo…
    Perche innanzitutto ci viene da porci questa domanda?,e se ce la poniamo vuol forse dire che esiste un richiamo,altrimenti come spiegare il fatto stesso che ci viene di chiedercelo? (ne abbiamo dunque “memoria”?)
    Dunque,che ruolo assume in tutto questo la memoria?

    Si potrebbe dire, pero, che la memoria non e’ una concatenazione di causa ed effetto come siamo portati a pensare,rimanendo circoscritti così a un tempo limitato e che percio non può esistere…
    Quelle che noi credo, erroneamente, definiamo come memoria potrebbero solo essere informazioni accumulate che fortificano la nostra identità,re-interpretando a modo nostro la realtà,conseguentemente pero tutto il mio agire diventa meccanico all’interno di uno spazio chiuso..
    Mi viene da pensare, tenendo comunque conto a priori dell’illusione che abbiamo del tempo, che noi rispondiamo ad un eco che pero ci viene dal “futuro” ed e’ così che noi viviamo nel presente..
    E non il contrario dove sarebbe il passato che determina il presente.
    Quante volte succede che tutto venga rimesso in discussione, addirittura le basi non solo della nostra conoscenza, ma del nostro sentire “materiale” che si produce attraverso i sensi?
    Perché se il colore rosso non è ciò che conosciamo e diamo implicitamente per scontato (come se tutti ne facessimo identica esperienza) allora può esser tutt’altro… al limite neppur più un colore… la stessa parola “colore” e tutte le parole di un linguaggio non son che reiterazioni e associazioni.
    Ognuna col suo proprio “solco” giacente nella memoria.

    Come dire io sono una donna, che ama essere donna per se stessa, ma soprattutto per il suo uomo!
    Valgo più per me stessa, con la forza di una donna, oppure sono me stessa perché aggiungo, anche la forza di una femmina?

    Sì, Ninni, il discorso è vermente aperto.
    Ciao

    Anna

    (prendo per buona la tua sospensione del Voi!)

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    • Anna Blu

      Chi siamo e da dove veniamo..
      Proseguendo nell’ipotesi per comprendere il tuo apporto, abbiamo questi due eventi: quello organico e quello mentale-psichico…
      Fossero correlati le implicazioni s’allungano sino al ritener possibile che l’evoluzione della specie umana l’abbia messo in conto.
      Ma prima di tentare di rispondere a queste domande forse non sarebbe male chiederci: perchè ce lo domandiamo?
      Evidentemente perchè non lo sappiamo, però vogliamo saperlo. Vogliamo saperlo perchè siamo consapevoli di essere qui ma non sappiamo a cosa serviamo, vogliamo a tutti i costi dare un “senso” alla nostra vita, e poi va spesso a finire che trascorriamo una vita che fa senso.
      Ad alcuni non basta l’intera vita per scoprirlo, e l’ultimo loro rantolante pensiero è che forse non aveva senso chiedersi se la vita ha un senso.

      Altri, meno pretenziosi, si limitano ad assimilare il senso del gregge, e il fiondarsi nel precipizio assieme a quello fa sembrare tutto meno drammatico; anzi, quasi gradevole. In fin dei conti mal comune mezzo gaudio.
      Altri ancora, presuntuosi e vanitosi oltre ogni limite consentito, e parimenti profondamente insicuri, si pongono impavidi alla guida del gregge, e menano vanto di riuscire a sedurlo e guadagnare la sua approvazione, orgogliosi di aver compiuto chissà quale impresa ma dimenticando che per guidare un gregge è sufficiente un cane.

      Poi vi sono le pecore anticonformiste, che si staccano dal gregge quel tanto che basta per essere notate e richiamate all’ordine, ma non si sognerebbero mai di perderne di vista la coda.
      Vi sono poi i politici pecora, che adulano il gregge per esserne in cambio adulati; non si sa se siano parte del gregge o alla sua testa, quel che si sa però è che al momento di cadere nel precipizio loro si trovano sempre alla coda.
      Salendo nella gerarchia troviamo gli intellettuali, i colti, i dotti, cani da pastore però pigri e svogliati, che anzichè guidare le pecore vogliono dir loro dove andare, ché si fa meno fatica, e pretendono anche riconoscenza.

      Non bisogna dimenticare gli scienziati, categoria simile a quella summenzionata ma più precisa, più seria, più esatta. Loro misurano tutto, sanno esattamente quanto è alto il precipizio e quanto è lunga la strada per arrivarci, ma non sanno che cosa si intende con “precipizio”.

      Grazie Anna, buona giornata

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  13. Nella trama della nostra rete interpretativa quante cose diamo per scontate, a cominciare dal significato delle parole (la cui etimologia sovente desta meraviglia) sino ai concetti che con quelle vengon costruiti?
    Più in là di quando siam venuti al mondo non è possibile risalire (almeno col ragionamento, pur se delle ideologie/credenze/dottrine/discipline orto ed eterodosse retrocedono, alcune all’infinito.
    Troppo per me che sono con i piedi per terra).

    Che succede da quel momento in avanti?
    Quello che è sotto gli occhi di tutti, chi non ha mai visto o frequentato qualche bimbo e non lo è stato a sua volta?

    Hai creato la fissazione del senso di sé nell’individuo.
    Affascinante.

    Ciao Nì

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    • Hilde Strauß

      Chi siamo?
      Da dove veniamo

      Continuo nella discussione..

      La risposta si lega, anche a una tipologia, quella dei sapienti, che si caricano le pecore sulle spalle e le portano nei prati ad ammirare i fili d’erba, e le farfalle, e le api, e gli uccelli, e insegnano loro a scoprire il senso della vita di un’ape, ad apprezzare il suo melodioso ronzare intorno ai fiori, l’inconsapevole ma indispensabile lavoro di impollinazione, il ritorno a casa per trasformare il nettare in miele, tanto miele, più di quello che serve per nutrirsi e che viene messo a disposizione degli altri abitanti del prato. Poi le induce ad apprezzare i fiori, ed immaginare l’azione del vento come spirito fecondo che provvede alla loro riproduzione, e ad ammirare le livree delle farfalle che sembrano codici miniati.
      E poi a guardare il tramonto, col sole che va a far visita al mondo degli inferi, e far caso alle corolle dei fiori che si richiudono su se stesse e si preparano per la notte. E il sorgere delle stelle, con tutto un mondo che cambia e si popola di falene, di lucciole, di civette e pipistrelli.

      Tutti loro, tutti questi singoli mondi che costituiscono il grande, complesso, variegato, rumoroso, profumato, divertente, operoso, colorato mondo di un semplice prato, tutti loro se lo chiederanno da dove vengono, chi sono e dove vanno? Sembra di no: a guardarli ognuno di loro sa esattamente chi è, cosa deve fare, dove deve andare, anche la libellula, la mantide e la rana, basta guardarle.
      Nessuno di questi esseri ha paura dell’altro, ma le pecore hanno paura di loro: non li rispettano, li catturano, li schiacciano, li rovinano, li colgono, li rompono, e loro hanno imparato a temere le pecore.
      E allora le pecore nel prato si stupiscono, si sentono fuori posto, e riflettono sul fatto che nella loro vita non hanno fatto altro che guardare altre pecore, e quando si annoiavano allora guardavano se stesse.
      E si chiedono se forse la vita di tutti quei piccoli esseri, che loro avrebbero potuto in un attimo cancellare dalla faccia della terra, non avesse più senso della loro, trascorsa per la gran parte a chiedersi se valeva la pena viverla anzichè viverla e basta. E qualcuna, dotata di talento per la logica, si chiede se forse questo suo “non sapere” da dove viene, che cosa è e dove va non sia forse una diminutio nei confronti degli altri esseri che invece lo sanno, e inizia ad abbandonare l’aria tronfia di chi si ritiene superiore perchè gli avevano insegnato ad esserlo.

      E tornate a casa dopo aver scoperto un mondo, lo ritrovano tutto intero negli occhi dei loro fanciulli, e provano vergogna ed imbarazzo ad aver tentato di insegnar loro, fino al giorno prima, ad essere pecore serie, inquadrate, razionali, istruite, perchè “la vita è dura” e bisogna imparare a viverla.

      Un vecchio e bellissimo film di Orson Welles, “Quarto potere“, racconta di un magnate che ha “tutto” dalla vita: ricchezza, onori, un castello con uno zoo e una pinacoteca privati, giornali, potere politico, ma muore dicendo il nome (Rosabella) dello slittino che gli avevano regalato gli zii presso i quali era cresciuto. La pecora Kane (è il nome del personaggio) aveva creduto di potersi comprare la libertà mentre invece si era solo caricato sulle spalle un enorme fardello, più pesante di una palla al piede da galeotto, e solo in punto di morte gli toccò scoprire che la libertà aveva la forma di quattro legnetti assemblati, con i quali scivolare felici su un pendio innevato.

      Grazie amica mia
      Ciao e buona giornata a te

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  14. Un difficile e impossibile approccio con la propria individualità che non si può nascondere dietro il passato.
    Quel passato che ritorna stanco, ma presentissimo.
    Siamo noi degni?
    Non saprei ma il tuo viaggio dentro il pianeta uomo è iniziato e come inizia deve avere un porto di approdo. Un porto di forza e di bellezza che si relazioni di più con chi ti circonda.
    bella l’immagine che ho visto e soprattutto scorrendo i vari commenti che sono qui a ruotare sul fulcro individuo e individuazione dell’individuo.
    Abbiamo da imparare?
    Sì. Abbiamo tantissimo da imparare il tuo esempio lo mette in evidenza.
    Lontano lontano una piccola luce passa di mano mentre, Diogene, ne cerca l’origine.

    Oh Ninni che ispirazione quest’articolo oggi.
    Ti abbraccio

    Susi

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    • Circe-Susi

      Chi sono io?
      La domanda impossibile.
      Cosa voglio dire?

      Mi sono posto quella domanda impossibile perché ho capito che manco di quella conoscenza e che ho assunto come mia un’immagine di me stesso, costituita da un mucchio di informazioni passatemi dalla memoria, che sia mia o collettiva non ha importanza.
      Mi dirai: cosa ci guadagni a sapere chi sei?

      Beh, quantomeno, guadagno il fatto di vivere una vita più integra, o più centrata come si dice, perché se paradossalmente scoprissi di essere un trattore, (l’humor non mi difetta ), andrei ad arare i campi e non starei a scrivere e leggere.

      Federico Zeri, grande critico d’arte, a queste tue domande rispose che noi siamo in mezzo a due punti interrogativi (?,io,?).
      Quindi siamo, senza conoscere nè da dove arriviamo e nemmeno dove andremo.
      Ho letto molto e studiato di tutto e ancora continuo, mi sento davvero un Ulysse il cui nome è Nessuno di Omero, ma anche quello moderno di J.Joyce.
      Ho imparato ad esercitare il dubbio come metodo, mettendo in discussione prima di tutto me stesso, mi ha aiutato a d approfondire la conoscenza perchè non c’è mai fine ad un altro perchè.

      Forse, quando ero piccolo, sono diventato grande, quando ero felice di vedere tutta la mia famiglia riunita a fare festa, ma per qualche motivo quella felicità nascondeva già una sottile malinconia. Sapevo che sarebbe durata poco e che quell’evento si sarebbe ripetuto raramente per vari motivi.
      E infatti è stato così, tutti insieme saremmo stati una decina di volte al massimo.

      Ciao Susi, ti ringrazio per l’apporto notevolmente intelligente.
      Buona giornata

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  15. La caratteristica principale, a mio giudizio, e la sincerità di tutto il racconto. Una disamina corretta che entra, direttamente, nella coscienza di chi legge.
    Un modo di scrivere molto molto bello e profondo.
    Ma questo io lo so e tu lo sai.
    Io lo sento e sai bene cosa sento.
    Un passaggio da ex-vita ai silenzi. Noi, questi passaggi li conosciamo bene, io li conosco bene, proprio come conosco te.

    Ciao

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    • AB

      Dopo tanta circumnavigazione per i mari del sapere e anche nei rovinosi naufragi, penso di aver compreso che quello che conta veramente è la mia attitudine e il comportamento nella vita. Quello che verrà, e lo dico da non credente sia ben inteso, è la semplice conseguenza di come io affronto le tempeste e la quiete.

      Ho imparato e per esperienza che quello che conta è l’uomo in sè e per sè.
      Intendo dire che se trovo una bontà di fondo in una persona e una propensione ad aprirsi, non mi chiedo a cosa crede e quali scopi si proponga, per me si apre una porta della fiducia, al di là dei ruoli sociali,economici, politici, di fede,ecc .
      E allora impari e vedi che dietro un’ apparenza forse c’è una verità sepolta.

      Ma se, di contro, quel profondissimo dettame che è la fiducia, viene tradito, le cose cambiano con un assolutismo e un atteggiamento mentale di, assoluta, chiusura!
      Ovvero: Quella persona, per me, è definitivamente morta!.

      Grazie per aver scritto

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      • Mi chiedo, allora, dove arriva il limite in cui un errore diventa “capitale”.
        Hai scritto, giustamente, di circumnavigazione e di rovinosi naufragi. Ottimo pensiero e in pieno stile. Però se mi permetti voglio sottolineare, proprio, quello che hai sottolineato.
        Mi chiedo: dov’è il milord che conosco? Quel gentiluomo che mai e poi mai avrebbe permesso che una donna potesse essere bistrattata?

        Non dico che mi stai bistrattando, onestamente, non è vero. Dico, però, che è inusuale questa tua presa di posizione così vivace. Hai ragione a voler ricordare alcuni passaggi, ma non si può morire dentro.
        Si corre il rischio di perdere quel tuo sorriso, quella tua forza che scaturiva dalla tua intelligenza.
        Il mondo è cambiato, ma non cambia il passato che comunque c’è ed è forte.
        Come te, indimenticabile.
        Si è girato il mondo e l’Universo, purtroppo, troppo tardi.
        Chi sono, cosa sono rimasta?
        Da dove vengo, senza nessun bagaglio?
        Dove vado, con il mio fagotto?
        Esco a testa bassa da questa stanza, adesso, senza voltarmi indietro.

        Buona sera e “salutità” che rimangono.

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  16. Possibile che di tutte queste parole rimanga, soltanto, una fotografia?
    Una finestra aperta sui significati dell’Io e su quelli del “nostro”.
    Bella cosa la scrittura soprattutto quando allontana.
    Questa notte ti penserò.

    Buonanotte

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    • AB

      Molto spesso non rimane neanche uno scritto, figuriamoci una foto.
      Ottime le nottate trascorse alla lettura, libere da pensieri strani e assolutamente opposti, alieni e inopportuni, nei confronti di terzi.
      Buona giornata

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  17. Manuela Rovati

    Ho imparato ad apprezzare più i limiti umani e delle conoscenze, che non le finte perfezioni che portano alle ipocrisie.
    E allora amo la mitezza del vento dello zefiro che bacia i nostri volti.

    Ho avuto molto fiducia nell’uomo e vi sono naufragato più volte sugli scogli della sua stupidità, eppure non riesco a smettere di credere che in tutti noi ci sia qualcosa di profondamente arcano, di meraviglioso che nasconde un linguaggio sotterraneo da esplorare.
    Forse questa è la cosa più bella che mi attrae, far emergere il meglio di una persona, in un tempo in cui troppo spesso ci si sente bistrattati.
    Si dice che c’è un tempo per vivere e uno per morire, noi viviamo e moriamo molte volte in una vita. Non c’è un tempo lento e veloce, utile od ozioso, c’è solo il battito del cuore che scandisce e il pensiero che volteggia.
    Conosci te stesso se vuoi conoscere gli altri, entra dentro di te se vuoi far aprire gli altri ed emergerà un linguaggio insaputo..

    Ecco ,è la vita per me il vero segreto , questo mare in cui siamo gettati, con infinite battaglie sapendo che la guerra è persa nella nostra finitezza.
    Noi cerchiamo la bellezza e l’amore perchè parlano dell’anima il resto verrà da solo, e allora la risposta dove andremo è il risultato del periglio della nostra esistenza….vien da sè.

    Ma adesso è tempo di riandare…con la mia lampara vado a pescare nel mare della vita e della conoscenza fino a quando qualcuno mi chiamerà “Nessuno è il tuo tempo……”

    Grazie Manuela, ciao

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  18. Caro Ninni,
    Son profondamente colpita dal garbo con cui t’esprimi e dai contenuti del tuo pensiero, nondimeno dalla semplicità con cui li esplichi, fruibili per chiunque venga a leggerti.

    Affascinante

    Un bacio

    Sony

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    • Sonia Liverani

      Ogni cosa può esser fatta in due soli modi, il tuo o supportati da “qualcos’altro”.
      Cosa sia “quest’altro” è del tutto diverso per ognuno nelle diverse circostanze.
      Può esser che di quest’altro nella tua azione ce ne sia appena quanto il profumo che ti s’appiccica addosso per un fugace attimo nel camminar sotto tigli in fiore, o permanga e ti sostenga permettendoti di realizzar uno scritto, una melodia, un quadro… un atto altruistico disinteressato, secondo la misura che ti corrisponde.

      Partecipiamo al gioco della vita senza averlo scelto (così pare) come partecipiamo a un gioco da tavolo, ma essenzialmente quello che accade è un percorso, un viaggio da una posizione d’entrata a una d’uscita.

      Grazie

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    • Giovanna A.

      Da dove veniamo, dove stiamo andando… le risposte ci sono eccome… ma tu, quale tipo di risposta preferisci?
      Da chi la vuoi la risposta?
      Dai filosofi, dagli scienziati, dai religiosi, dai poeti… ognuno ti potrà dare la sua risposta in base alle sue costruzioni e alle sue anticipazioni. Risposte tutte “vere”.

      Un suggerimento?
      Accetta la risposta che ti fa sentire meglio, quella che serve a te; quella che rende la TUA vita migliore.

      Ovvero, valuta le diverse costruzioni dalle loro conseguenze.
      Non farti turlupinare, che nessuno può dire la “verità'” che la “verità'”, la dicono tutti!

      Grazie

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    • Isabella Ozieri

      Non ho porte chiuse verso alcuna direzione e ogni indicazione giunga a suggerirmi qualcosa, se non del mondo di me stesso.
      Tuttavia capita a me come a tanti di non coglier subito le potenzialità degli eventi.
      Spero perché a volte son inusuali più che per un’inevitabile (mi auguro lento) declino nella qualtà dei post, ma massima attenzione ai commenti (quelli son diretti).

      Grazie

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  19. Fondo e affondo nelle tue parole che mi danno saggezza e bellezza.
    Cerco di capirne, profondamente, il loro signifcato e più tento di comprendere e più mi comprendo.
    (Mi sto aiutando con il vocabolario traduttore di Google).
    Ma quello che c’é da capire l’ho capito: la profondità del tuo cuore e la vastità delle tue espressioni sono inarrivabili.
    Come toccare il cielo d’inverno e scoprire quanto è dolce perché, risvegliandomi da un sogno, mi accorgo del calore dell’estate.

    Sei il mio mito.
    Ho letto i commenti e mi piacciono quasi tutti.

    Inside your hours I tried to caress you.
    Let me in, please
    I do not like personal names compounds

    Kate

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    • Kate

      Una peculiarità del mio modo di procedere è che non posso deciderlo, mi deve proprio accadere di sentir il momento in cui qualcosa – un pensiero, una sensazione – mi attraversa e cercar di mantener il passo, sino a poterla tradurre in parole.

      Fin qui non è diverso da quel che accade ad altri, pur se di tale questione, da dove originano e come si formino le nostre proposizioni, non ho trovato riferimenti.
      Forse perché sono cose che si danno per scontate…
      E così mi ritrovo ad echeggiare tra chi le parole depensate deve tradurle spinte da uno spirito allietato dalla brezza.
      Quello che sostieni è nobile e l’abbandono di ciò che non è proprio è una lama che s’abbatte anche su me, nel cercar la coscienza di chi siamo e divenirlo in forze!
      Grazie

      PS:
      Guarda che anch’io ho un nome proprio di persona composito.
      Antonio Maria.
      E dunque?

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  20. Carissimo Milord, ho letto e riletto il vostro scritto che mi è veramente entrato nel sangue. Personalmente, nella mia incapacità di arrivare nel profondo del lato filosofico, Mi chiedo chi sono? Mi viene una risposta.
    Un’infinitesimale, invisibile sprazzo di luce nell’universo. Un’attimo di vita ( che amo e rispetto ) che a sua volta racchiude tutte le vite passate prime dalla mia. Vorrei poter essere qualcosa di positivo per gli altri ma questo è un desiderio troppo terreno riguardo la vostra domanda molto ma molto più intensa e profonda.
    Non riesco ad esprimere adeguatamente il concetto che ho in testa. Tutte le persone prima di me, nei commenti, hanno dato apporti davvero grandi, non desidero sciupare questa pagina da voi scritta con tanta bravura e tanto sentimento intellettuale.
    Grazie per aver donato tanta bellezza, e motivo di profonda riflessione.
    Con l’amicizia di sempre
    Vostra Giovanna

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  21. lady Giovanna Orofiorentino

    V’è un sole che risplende
    la vita e il tatto
    ed un altro che s’avvolge
    tra l’alma e il tutto
    insorge alla notte
    del cieco fatto
    si flette il lunare
    schiarito flusso
    cammino d’un uomo
    tra rovi e spine
    lenite d’astratto
    vento sublime

    Chi non perde qualcosa non la può ritrovare…
    l’esistenza del libero arbitrio.

    O meglio: la natura della sua esistenza, poiché se esiste come concetto, un fondo di verità ci deve pur essere.
    Ebbene, come l’ho definito prima, credo (e la mia è una convinzione piuttosto forte) che si tratti di un’illusione necessaria. Illusionio? Ebbene non vedo come possa qualcosa sfuggire alla dura legge di causa-effetto. Nemmeno i pensieri più intimi, nemmeno la pura voce della nostra coscienza e le nostre scelte più sentite possono recidere il vincolo che le lega alla fisica, in senso lato.

    Potrei aiutarmi con delle “prove scientifiche”, ma preferirei evitare, anche perché si tratta di un concetto che ho maturato da solo per mezzo della riflessione e di nient’altro.
    Basti comunque sapere che esiste molto materiale riguardante esperimenti neuroscientifici che sembrano dimostrare la non-priorità della coscienza.
    Nel senso che la coscienza agisce come uno specchio e che non è essa a fornire gli impulsi al cervello, ma il contrario.
    In sostanza, se siamo davanti ad una scelta ed il nostro Io ci suggerisce di prendere la pillola blu anziché la rossa, in realtà il cervello ha già pescato qualche istante (ma proprio istante) di tempo prima la risposta più adatta basandosi sul sub-conscio, che ovviamente non è da noi controllabile.
    Quest’ultimo si limita a comportarsi come qualsiasi altro sistema: riceve input dall’esterno e li tramuta in output secondo determinate leggi chimico-biologiche.

    Dunque, cara Giovanna mi chiedo:
    la coscienza, primo arbitro da consultare per ottenere una risposta appena accettabile, esiste?
    Tutto cospira per sottacerla e negarne l’esistenza.
    Io nutro, ancora, qualche speranza.
    Ti abbraccio.

    La storia siamo noi!

    Ninni

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  22. Caro Ninni,
    perdonami se mi esprimo proprio terra terra ma forse faccio prima. Credo che ognuno di noi abbia una coscienza ma che per molti sia troppo scomoda. Avere una coscienza significa rispondere a se stessi dei propri gesti, azioni, sentimenti. Come, giustamente dici, la coscienza è lo specchio del nostro essere più profondo, incognito. Hai notato quante volte si scarica sulla casualità il nostro comportamento per trovarne una giustificazione al volo. ” Si ho fatto così… perchè non potevo far diversamente. Per me non è vero ci sono sempre delle scelte e il nostro cervello guida, se volessimo ascoltarlo.
    Tutto nella vita quotidiana è troppo superficiale, basato sul tornaconto personale.
    Nella mia vita, fin da bimba piccola, mi hanno insegnato a prendermi le mie responsabilità quindi a pensare bene a cosa volevo perchè una volta spesa una parola non si torna indietro e se sbagli ne paghi le conseguenze senza protestare. Con questa educazione sono cresciuta….
    Scusa devo lasciare ma torno presto…devo rispondere a una telefonata importante, perdona la mancanza di rispetto ma l’editore vuole parlarmi.

    Un abbraccio a te con affetto Ninni

    La storia siamo noi

    Giovanna

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  23. Andiamo sul sicuro milord.
    Un post che è qualità e al quale è diifficilissimo rispondere.
    devo dire che mi sto perdendo in commenti che sono essi stessi dei post.
    Ecco perché mi piace venire qua.
    un saluto dalla partenope Capitale

    Dudù

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  24. Caro Ninni,
    ti chiedo mille volte scusa, ieri sera mi è saltata la connessione e fino ad ora non ci si collegava. Troppo gente connessa.
    Tornando al discorso del tuo bellissimo scritto,credo che veramente il nostro subconscio sappia già cosa dovremmo fare, per mia esperienza personale ne ho avuto sentore ma poi per motivi emotivi hoscelto di seguire la ragione…ovviamente sbagliando.
    Il libero arbitrio dovrebbe essere la basa assoluta dell’esistenza. Imparare a conoscersi nel profondo più profondo. Una ricerca interiore, continua di tutta una vita per rispettare e correggere se stessi dove possibile e fare in modo che le nostre scelte dettate dalla coscienza siano il più possibile positive verso la vita e chi incontriamo nel percorso.
    Sono convinta Ninni che la coscienza esista, assolutamente si ma sono anche convinta che se non ci insegnano fin da piccoli ad usarla con responsabilità diventi un qualcosa di non meglio definito a cui ricorrere se proprio necessario.
    Scusami, avrò detto una massa di stupidaggini o no? Dimmi se qualcosa l’ho ben interpretata. in una conversazione vis a vis è più facile esprimere e portare avanti il discorso.
    Ti mando un carissimo abbraccio con tutto il cuore
    sapendo che la storia siamo noi

    Giovanna

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    • Giovanna Orofiorentino

      Ma prima di tentare di rispondere a queste domande forse non sarebbe male chiederci: perchè ce lo domandiamo se abbiamo una coscienza?
      Evidentemente perchè non lo sappiamo, però vogliamo saperlo. Vogliamo saperlo perchè siamo consapevoli di essere qui ma non sappiamo a cosa serviamo, vogliamo a tutti i costi dare un “senso” alla nostra vita, e poi va spesso a finire che trascorriamo una vita che fa senso.
      Ad alcuni non basta l’intera vita per scoprirlo, e l’ultimo loro rantolante pensiero è che forse non aveva senso chiedersi se la vita ha un senso.

      Altri, meno pretenziosi, si limitano ad assimilare il senso del gregge, e il fiondarsi nel precipizio assieme a quello fa sembrare tutto meno drammatico; anzi, quasi gradevole. In fin dei conti mal comune mezzo gaudio.
      Altri ancora, presuntuosi e vanitosi oltre ogni limite consentito, e parimenti profondamente insicuri, si pongono impavidi alla guida del gregge, e menano vanto di riuscire a sedurlo e guadagnare la sua approvazione, orgogliosi di aver compiuto chissà quale impresa ma dimenticando che per guidare un gregge è sufficiente un cane.
      Poi vi sono le pecore anticonformiste, che si staccano dal gregge quel tanto che basta per essere notate e richiamate all’ordine, ma non si sognerebbero mai di perderne di vista la coda.
      Vi sono poi i politici pecora, che adulano il gregge per esserne in cambio adulati; non si sa se siano parte del gregge o alla sua testa, quel che si sa però è che al momento di cadere nel precipizio loro si trovano sempre alla coda.
      Salendo nella gerarchia troviamo gli intellettuali, i colti, i dotti, cani da pastore però pigri e svogliati, che anzichè guidare le pecore vogliono dir loro dove andare, ché si fa meno fatica, e pretendono anche riconoscenza.

      Non bisogna dimenticare gli scienziati, categoria simile a quella summenzionata ma più precisa, più seria, più esatta. Loro misurano tutto, sanno esattamente quanto è alto il precipizio e quanto è lunga la strada per arrivarci, ma non sanno che cosa si intende con “precipizio”.

      Più sù vi sono i sapienti, che si caricano le pecore sulle spalle e le portano nei prati ad ammirare i fili d’erba, e le farfalle, e le api, e gli uccelli, e insegnano loro a scoprire il senso della vita di un’ape, ad apprezzare il suo melodioso ronzare intorno ai fiori, l’inconsapevole ma indispensabile lavoro di impollinazione, il ritorno a casa per trasformare il nettare in miele, tanto miele, più di quello che serve per nutrirsi e che viene messo a disposizione degli altri abitanti del prato. Poi le induce ad apprezzare i fiori, ed immaginare l’azione del vento come spirito fecondo che provvede alla loro riproduzione, e ad ammirare le livree delle farfalle che sembrano codici miniati.
      E poi a guardare il tramonto, col sole che va a far visita al mondo degli inferi, e far caso alle corolle dei fiori che si richiudono su se stesse e si preparano per la notte. E il sorgere delle stelle, con tutto un mondo che cambia e si popola di falene, di lucciole, di civette e pipistrelli.
      Tutti loro, tutti questi singoli mondi che costituiscono il grande, complesso, variegato, rumoroso, profumato, divertente, operoso, colorato mondo di un semplice prato, tutti loro se lo chiederanno da dove vengono, chi sono e dove vanno? Sembra di no: a guardarli ognuno di loro sa esattamente chi è, cosa deve fare, dove deve andare, anche la libellula, la mantide e la rana, basta guardarle.
      Nessuno di questi esseri ha paura dell’altro, ma le pecore hanno paura di loro: non li rispettano, li catturano, li schiacciano, li rovinano, li colgono, li rompono, e loro hanno imparato a temere le pecore.
      E allora le pecore nel prato si stupiscono, si sentono fuori posto, e riflettono sul fatto che nella loro vita non hanno fatto altro che guardare altre pecore, e quando si annoiavano allora guardavano se stesse.
      E si chiedono se forse la vita di tutti quei piccoli esseri, che loro avrebbero potuto in un attimo cancellare dalla faccia della terra, non avesse più senso della loro, trascorsa per la gran parte a chiedersi se valeva la pena viverla anzichè viverla e basta. E qualcuna, dotata di talento per la logica, si chiede se forse questo suo “non sapere” da dove viene, che cosa è e dove va non sia forse una diminutio nei confronti degli altri esseri che invece lo sanno, e inizia ad abbandonare l’aria tronfia di chi si ritiene superiore perchè gli avevano insegnato ad esserlo.

      E tornate a casa dopo aver scoperto un mondo, lo ritrovano tutto intero negli occhi dei loro fanciulli, e provano vergogna ed imbarazzo ad aver tentato di insegnar loro, fino al giorno prima, ad essere pecore serie, inquadrate, razionali, istruite, perchè “la vita è dura” e bisogna imparare a viverla.

      La storia siamo noi
      Un abbraccio con stima

      Ninni

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  25. Ecco, chi siamo e da dove veniamo.
    Alcune volte è proprio difficile potere affrontare l’argomento anche perché, da dove veniamo lo sappiamo tutti? E invece non è vero. Ognuno ha la sua barca da dove traghetta. Quella barca o quel barcone che ci porta in nuove realtà. Realtà brutte o belle.
    Ma chi siamo?
    Credo che il problrma nasca proprio da la.
    Chi sono io?
    Perché sono qua?
    Cosa ci faccio?
    Perché butto (perché è buttare) la mia vita tra un marito sempre assente e due bambini sempre assenti, ma presenti quando c’é da sistemarli?
    Il mio è un discorso molto di parte. Un discorso che ha tanto fumo… e poco arrosto dirai tu?
    E invece no. Se c’é tanto fumo è proprio perché c’é tanto fuoco che non vuole spegnersi.
    Un fuoco che brucia tutto e che si ostina a divampare, proprio, sul fatto perché io non so chi io sia!!

    Ti abbraccio con tantissima stima, caro Ninni e ti chiedo scusa se mi sono sfogata così.
    Non volevo, credimi.
    Ciao un bacio e un abbraccio

    Lilly

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  26. Questione spinosa.
    Dovrei tentarne una diffusione di pensiero un po’ più piena e adesso non ho tempo.
    Ma ci tengo, pre prosieguo, ad illustrartela.
    Gran brano, amico mio.
    Ciao e un abbracci

    Vale

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