Adieu- Il mondo accanto

 

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adieu

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Tutti i suoi beni entravano ormai in una valigia, la stessa valigia rossa di finta pelle con cui diciotto anni prima era arrivato a Parigi: qualche vestito, oggetti da toilette, un sacco a pelo, le lettere di Nadine, le musicassette e i due libri che aveva tenuto. Non vi mise dentro neanche l’agenda con gli indirizzi. Si sentiva leggerissimo, libero da ogni zavorra. Gli sembrava di aver dormito tutto l’anno, di essere intorpidito come una parte del corpo rimasta immobile per molto tempo. Ora provava quella strana sensazione di piacere e dolore insieme che si ha quando il sangue ritorna a scorrere in un braccio o in una gamba. Era ancora vivo, si muoveva.
Quella notte Jean dormì per l’ultima volta nel suo appartamento. Sistemò a terra il sacco a pelo come le prime notti che vi aveva dormito, e come allora la casa gli sembrò estranea e un po’ spettrale. Dormì male. Quando si svegliò cominciava appena ad albeggiare. Si alzò e camminò per la casa. I suoi passi risuonavano nelle stanze vuote e l’eco della sua tosse aveva un che di minaccioso. Jean andò alla finestra e l’aprì. Le lastre di cemento del cortile, bagnate dalla pioggia della notte, luccicavano e avevano un colore più scuro e uniforme. Accese una sigaretta e la fumò, benché non gli piacesse. Si mise a osservare un merlo che saltava di ramo in ramo fischiando forte. Quando chiuse la finestra, il merlo si spaventò e volò via. Avrebbe voluto rimanere ancora un po’, per congedarsi con calma da quella casa che non avrebbe più rivisto, ma all’improvviso non gli interessava più. Non è possibile congedarsi veramente da qualcosa o da qualcuno, pensò. L’ultimo sguardo è come il primo, e il ricordo è solo una delle tante possibilità.
Avvolse la statuetta in una delle tende che il giorno prima aveva tolto dalle finestre, quindi lasciò l’appartamento senza voltarsi indietro neppure una volta. Nella cassetta delle lettere c’erano un paio di depliant pubblicitari e una lettera che mise in tasca senza neanche guardare il mittente. Avrebbe dovuto informare le poste della sua partenza, ma non aveva un nuovo indirizzo, non sapeva dove sarebbe andato. Le lettere probabilmente sarebbero state tutte rimandate indietro con la solita etichetta: “Destinatario sconosciuto”.
Lasciò la chiave nella cassetta delle lettere, come concordato con l’agente immobiliare. Quando udì scattare la serratura del portone alle sue spalle rimase un momento immobile, senza sapere da che parte andare. Alla fine scelse la direzione che negli ultimi anni aveva preso quasi ogni giorno. Percorse la via fino al Boulevard de Clichy. Si fermò alla banca e prelevò dal conto tutto il denaro di cui disponeva. Poi continuò, sempre diritto fino al Boulevard de Magenta e da lì fino alla Gare du Nord. Davanti all’ospedale affrettò un po’ il passo, come se temesse di essere riconosciuto e fermato da qualcuno.
Dietro la stazione una donna, più o meno della sua età, gli chiese qualcosa.
“Mi scusi” disse, mentre i loro sguardi s’incontravano.
Jean si schermì con la mano. Benché la donna non avesse un aspetto misero, era sicuro che volesse chiedergli soldi. Voleva dire qualche parola, ma la voce gli mancò. Solo la bocca si mosse. La donna rispose qualcosa, anche lei senza voce, e se ne andarono passando l’uno accanto all’altra. Magari voleva solo sapere l’ora, pensò, o chiedermi un’indicazione. Si voltò, la donna non c’era più.
Prese il treno per Deuil. Era più tardi del solito – l’ora di punta era passata – ma il treno era pieno come sempre e Jean rimase in piedi nel corridoio vicino agli sportelli, con la valigia e la statuetta avvolta nella tendina.
Arrivato a Deuil, non andò verso la scuola come ogni giorno, ma si avviò nell’altra direzione. Il venditore di auto usate avrebbe preferito vendere a Jean un’altra macchina, invece della vecchia due cavalli. Disse che aveva in offerta modelli molto migliori a prezzi appena un po’ più alti.
“Quella è roba per collezionisti” disse, “lei paga soprattutto il nome. Le posso far vedere qualcosa di più sportivo?”
“Io sono un collezionista” disse Jean, aggiungendo che pagava in contanti. Tirò fuori dalla tasca un fascio di banconote e contò davanti allo sbalordito venditore la cifra richiesta.
“Posso prendere subito l’auto?”

Il venditore disse che doveva prima sistemare i documenti. Ci volevano almeno cinque giorni. Jean chiese se c’era un albergo nelle vicinanze. Il venditore disse che lì non ne conosceva, ma che a Enghien c’erano gli hotel delle case di cura termali, anche se erano cari. Se non ci teneva a stare in città, in periferia c’erano hotel di ogni genere.
Jean prese un taxi e si fece portare a Porte de la Chapelle. Proprio sulla circonvallazione trovò un Etap Hôtel a buon prezzo. Disse che non sapeva quanto si sarebbe fermato e pagò per una notte.
Non era ancora mezzogiorno e fu costretto ad aspettare che la stanza fosse pronta. Si mise a sedere nella hall. Lungo una parete c’erano dei distributori automatici di bibite e di dolciumi e un altro distributore da cui si potevano comprare cartine stradali, dizionari, spazzolini da denti e preservativi. Tutto quel che serve, pensò Jean. Alcuni ragazzi di colore stavano intorno ai distributori e parlavano fra loro ad alta voce. Non avevano l’aria di clienti dell’albergo.
Alla reception un uomo, una donna e un ragazzo – probabilmente il figlio – discutevano con il portiere. Il padre era appena più vecchio di Jean, ma aveva l’aria stanca e sofferta. Indossava jeans e un pullover fatto a mano fuori moda, sotto il quale si vedeva benissimo la pancetta. Il figlio, che aveva l’età dei suoi studenti, aveva la faccia piena di brufoli. La madre aveva i capelli corti e ossigenati. Jean non ebbe alcun dubbio che fossero tedeschi. Il padre sembrava spaesato e insicuro, la madre irritata. Il portiere, spazientito, cercava di convincerli di qualcosa.
Jean si avvicinò e chiese in tedesco se poteva essere d’aiuto. L’uomo lo guardò sorpreso, poi spiegò che secondo lui negli accordi pattuiti il posto macchina doveva essere incluso nel prezzo della camera. Jean tradusse. Il portiere disse che il garage doveva essere pagato a parte. Non si trattava di una grande somma, ma il padre sembrava non aver messo in conto quella spesa. La famiglia aveva un’aria piuttosto misera, forse avevano fatto i conti in modo risicato e magari avevano speso più del previsto.
La donna ripeté per un paio di volte che un affronto del genere non l’avrebbero accettato. Guardò il marito con aria di disprezzo, come se fosse colpevole di tutto quel malinteso. Per un attimo Jean pensò di regalare loro la somma in questione, ma sapeva che non sarebbe servito a nulla.
La stanza era piccola, si vedeva che avevano risparmiato il più possibile sull’arredamento. C’era una toilette, ma non il bagno. La porta in vetro della cabina della doccia si apriva direttamente dalla stanza, il lavandino era accanto alla porta della doccia, sulla parete. A capo del letto matrimoniale c’era una brandina per una terza persona.

Jean s’immagino come la famiglia tedesca avrebbe passato la notte in una stanza come quella, i genitori nel letto, il figlio sulla brandina. Se li immaginò tutti e tre farsi la doccia la mattina, immaginò la loro promiscuità e la loro nudità, la vergogna del ragazzo mentre si metteva la crema per l’acne senza poter chiudere la porta del bagno come a casa. Li vide in giro per Parigi alla ricerca della bellezza della città, e si chiese se l’avrebbero trovata. Con i piedi doloranti, a mezzogiorno avrebbero mangiato in un ristorante con il menu in tedesco e sarebbero stati imbrogliati dai camerieri. Poi avrebbero litigato, perché i genitori sarebbero voluti andare in un museo e il ragazzo no. E se gli avessero chiesto cosa voleva vedere, lui non avrebbe saputo dirlo.
Jean era contento di essere sfuggito a tutto questo. Era contento di non aver mai creato una famiglia. Ne aveva viste abbastanza, ogni volta che i suoi studenti andavano da lui dopo la scuola e gli parlavano dei loro problemi, ogni volta che chiamava i genitori e cercava di fare da paciere. Una o due volte era successo addirittura che qualcuno dei suoi studenti passasse la notte a casa sua, sul divano, quando a casa le cose non andavano.
In piedi davanti alla finestra guardava l’autostrada a più corsie. Le finestre della stanza non si potevano aprire. Erano finestre a isolamento acustico, solo ogni tanto trapelava il suono lontano di un clacson o di un motore più rumoroso.
Da mezzogiorno Jean non era più uscito dalla stanza. Era rimasto per ore alla finestra a guardare le macchine procedere sull’autostrada, a volte più serrate l’una all’altra, altre meno, e verso sera si era formata una coda che ora si fermava e poi si rimetteva in moto. Gli automobilisti avevano già acceso i fari. Si fece buio. Passano di continuo, pensò, il traffico non finisce mai. Pensò alla sua morte, o almeno cercò di pensarci. La sua vita, però, era stata così povera di eventi che non riusciva a immaginare la morte. Riusciva solo a vedersi degente in un ospedale. E poi di nuovo guardò la strada, con quelle macchine che non si potevano contare. Il Signore Iddio le ha contate, per non perderne neanche una. Le stelle, i granelli di sabbia, le pecore del suo gregge. Neanche da piccolo Jean ci aveva mai creduto.

L’angoscia non era un pensiero. Sembrava venire da fuori. Quando Jean pensava alla fine di quell’amore, non aveva angoscia. Era disperato, confuso, si lamentava della propria sorte, si faceva dei rimproveri. L’angoscia invece arrivava subitanea e senza preavviso. Allora era come se i suoi pensieri si rabbuiassero. L’angoscia gli toglieva il respiro, gli schiacciava il corpo, finché gli pareva che il suo corpo esplodesse e si dissolvesse in una schiuma fine, in milioni, miliardi di goccioline microscopiche sospese nel vuoto.
La mattina tutto l’hotel odorava di disinfettante. A colazione servirono il caffè in una tazza di plastica, il pane era molle e il succo d’arancia diluito con acqua.
Jean uscì. Il cielo era grigio, ma non faceva freddo. Andò a passeggio per il quartiere. Da quando abitava a Parigi, non era mai stato lì. Ogni giorno era passato per Saint-Denis, ma dal finestrino del treno aveva sempre visto solo i casermoni delle case popolari e le villette unifamiliari coi loro giardinetti microscopici e più avanti, vicino allo Stade de France, i nuovi centri commerciali, sorti come funghi negli ultimi anni.
Non lontano dall’hotel, dietro un alto muro, c’era un cimitero. Lì accanto, un’impresa di pompe funebri esponeva due o tre lapidi in marmo di diverso colore. In vetrina era appeso un manifesto con le offerte dell’estate, un monumento funerario in granito grigio chiaro e una colonna con motivo a scelta a un prezzo speciale. Fino a esaurimento delle scorte.
Jean entrò nel cimitero. Un uomo in tuta da ginnastica uscì dalla toilette che si trovava proprio all’ingresso, passandogli accanto. Gli venne in mente una barzelletta che aveva sentito una volta. Parlava della morte e di tute da ginnastica, ma non riusciva a ricordare il nesso. Forse era un aereo che precipitava? Camminò lentamente in mezzo alle file di tombe. In alcune erano sepolte intere famiglie. Le liste dei nomi erano come delle storie familiari, le scritte più vecchie si decifravano a stento, le nuove erano ancora dorate e brillanti. Davanti a una tomba più brutta delle altre, con delle grosse catene di ferro e un tetto nello stile di un tempio greco, si fermò. Lesse i nomi e le date. Fra gli anni Cinquanta e Sessanta pareva che non fosse mancato nessuno in quella famiglia, poi nel giro di pochi anni c’erano stati cinque casi di morte. Sul monumento c’era un vaso di fiori avvizziti, dunque ci dovevano essere ancora dei discendenti, persone che si ricordavano dei morti. Sulla lapide c’era ancora posto per uno o due nomi.
Jean uscì dal cimitero e continuò a camminare per il quartiere. Si meravigliò di come tutto fosse pulito e ordinato. Si mise a leggere i nomi sui campanelli dei citofoni, nomi stranieri, non sapeva di dove. Alcuni sembravano arabi, altri dell’Europa dell’Est o asiatici. Non c’era nessuno in giro per le strade. Non c’erano negozi, solo un edificio pubblico con bagni e docce. Alle finestre di un doposcuola erano appesi disegni colorati, una dozzina di esseri con teste enormi, incredibilmente simili a uomini, che si somigliavano tutti.
Verso mezzogiorno Jean tornò in albergo. Pagò la stanza per un’altra notte. Aveva comprato alcuni giornali e rimase tutto il pomeriggio a letto a leggere articoli sui campi di golf più belli del mondo, sulla chirurgia plastica e sul festival del cinema. In una rivista femminile trovò un elenco di cento consigli per il sesso. Invece di sembrare affascinanti a tutti i costi, preoccupatevi di essere sempre ben pettinate e truccate. I regali danno gioia, i complimenti sul corpo del partner aumentano il piacere di entrambi.
A un bel momento si addormentò. Quando si svegliò, era già notte. Si sentiva inquieto, sapeva che ormai non sarebbe più riuscito a dormire. Uscì dall’hotel e andò a passeggio per il quartiere. Dopo un po’ arrivò ai nuovi centri commerciali, quelli che vedeva ogni giorno dal treno. Alcuni erano appena finiti e non ancora rivestiti all’esterno. Le facciate di vetro brillavano e sembravano nere alla luce dei lampioni. Dappertutto c’erano telecamere di controllo, ma non si vedeva nessuno.
Sulla via del ritorno passò di nuovo accanto al cimitero, ormai chiuso. Si chiese chi sarebbe mai venuto sulla sua tomba, chi avrebbe pensato a lui. Forse Nadine. E poi? Prima o poi qualcuno, leggendo il suo nome scritto sulla lapide, avrebbe calcolato la sua età e pensato: “Anche lui è morto abbastanza giovane”.

Fu in quel momento che udì pronunciare il suo nome.
Lo osservai oltre la cortina lucida di quello specchio dove, per tanti anni, ero rimasto prigioniero. Lo chiamai nuovamente. Jean mi guardò quasi incredulo.
Toccai la superficie e lo specchio si aprì come una cascata d’acqua.
Jean attraversò la soglia e mi sorrise.
Benvenuto nel mondo accanto.
Gli parlai dei miei silenzi e dei miei ricordi e soprattutto di quando mi chiamavo Jean e vivevo a Parigi.
Chiusi gli occhi mentre, oltre i silenzi di tutte le mie esistenze, il “Mondo accanto” riassorbiva i miei pensieri in un mondo di luci e riflessi senza fine.
Adieu

E’ sospeso il Voi

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52 pensieri su “Adieu- Il mondo accanto

  1. Leggo questo brano e non posso non pensare a tutta la saga del Mondo Accanto che tanto ci prese, a noi lettori, già da molti anni fa.
    Eravamo nella piattaforma di Splinder e mi affacciai, un po’ incredula al mondo dei Blog.
    E leggemmo di questo “Lord Ninni” che, emergendo dalla massa, scriveva di sentimento, dignità, amore per il prossimo, introspezione.
    Ricordo che rimasi affascinata dalla tua scrittura e mi chiedevo se non fosse stato uno scrivere passeggero.
    Poi arrivarono altri lettori.
    Arrivarono le discussioni e gli apporti.
    E rimanesti dentro lo scrigno delle cose preziose, uniche.

    In questo racconto parli di un’ennesima sfaccettatura del carattere umano: il disilluso.
    Quello che, pur avendo i mezzi non è riuscito a realizzare i suoi sogni.
    Sì, c’é tanta introspezione e analisi dell’animo umano. Una disamiba che colpisce fin dall’inizio. la tua ambientazione in Francia si ricollega a tutte quelle ambientazioni di “Adieu”. Una forma di racconto che si chiude in un momento triste, ma che diventa chiaro, aperto e cristallino, nell’atto di liberazione.
    Questo racconto sembra migliore di tutti quelli di “Adieu-Il mondo accanto”, ma non è vero.
    Sono tutti belli, tutti splendidi, tutti meravigliosi. Posso dirti, mon ami, che ti vedo più disposto, più “grande”.
    La tua ultima “realizzazione, in spirito e a quanto ho compreso, sul quotidiano, mi rallegra e mi fa felice.
    Se questo è il risultato allora applaudo a te e a chi ti ama, con gioia e con forza.

    Non farmi mancare la tua amicizia per piacere.
    Non posso essere altro che contenta della tua “vita”, sia essa leteraria o …

    Un brano bellissimo che dovrebbe avere avuto un posto d’onore alla domenica.
    Ma tutti i tuoi brani devono avere il posto donore.
    Au revoir on ami, bisous

    Annelise

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    • Annelise Baum

      Il ricordo si compenetra nella spiegazione del fatto che risalta la situazione di Jean.
      Mi riferisco a una “un’illusione necessaria””..
      Per prima cosa, appunto, l’esistenza del libero arbitrio.
      O meglio: la natura della sua esistenza, poiché se esiste come concetto, un fondo di verità ci deve pur essere. Ebbene credo (e la mia è una convinzione piuttosto forte) che si tratti di un’illusione necessaria. Illusione perché non vedo come possa qualcosa sfuggire alla dura legge di causa-effetto. Nemmeno i pensieri più intimi, nemmeno la pura voce della nostra coscienza e le nostre scelte più sentite possono recidere il vincolo che le lega alla fisica, in senso lato.
      Adieu-Il mondo accanto è l’apoteosi del libero arbitrio.
      Ti ringrazio per le parole gentili,
      Cordialità

      Ninni

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  2. Una folata di vento che riempie il cuore.
    Mamma da quanto tempo non leggevo i tuoi Adieu milord.
    Un’emozione forte e pressante.
    Mi ricordo che la prima volta che lessi uno dei tuoi “Adieu” mio padre impiegò un intero pomeriggio per spiegarmi che cosa consiste l’Adieu se non una maturazione profonda. Ti ricordi come mio padre ti ringraziò? E quando anche la prof. d’italiano ti scrisse?
    E le mie compagne?
    Sì, ha ragione la signora Annelise, erano i tempi di Splinder. I tempi e le prime volte che ti scrivevo e mi chiedevo se questo milord non fosse un pochino dark.
    Invece, poi, capii la bellezza di questi Adieu.

    Un brano che tornerò più tardi per scrivere tutta l’emozione di una lettura bellissima
    L’ho letto già due volte ed è difficilissimo potere descrivere un passaggio così profondo.
    Buongiorno Milord

    Eleonora

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  3. Ecco il mondo accanto.
    Amico mio ti confesso che ne ho sentito la mancanza, la sua assenza.
    Eccoci a vedere, assistere alle vittorie e alle conquiste dell’uomo per l’uomo.
    Abbiamo l’essere che dopo avere esaurito, con la sua presenza, l’utilità intrinseca si pone verso il mondo dichiarando la sua assenza.
    Un brano caro Ninni bellissimo, forte e potente.
    Bellezza allo stato puro.

    Grande.
    E’ motivo di vanto poterti annoverare tra gli amici…
    Ciao

    Francesco

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  4. Ecco un brano bellissimo.
    Un brano che da spazio a tento.
    Jean lo vedo come la realizzazione compiuta dei nostri atti.
    Un po’ come se assistessimo alla verifica che l’uomo per vivere debba usare una maschera.
    Maschera intesa, non sempre, come un fattore negativo.
    Anzi, come un filtro importante per riparare le proprie emozioni e difenderle ad opltranza.
    Un amore sublime per la vita, un lascito importante per tutti. C’é molto dascrivere Milord.
    Perdonami, ma me lo rileggo. E’ profondo e complesso.
    Buona giornata

    Giorgia

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    • Giorgia Mattei

      la realizzazione dei nostri atti è quando, al compimento, stimiamo una rendita emozionale quasi illimitata.
      Cosa dovremmo avere per servirci di tale vantaggio?
      Molto brevemente è così.
      Buona giornata

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  5. Le confesso, caro Dott. Raimondi, che l’ho letto con una ammirazione singolare.
    Lei ha scritto una pagina memorabile che e difficile da metabolizzare di primo acchito. L’ho letto con meraviglia e stupore per il brano che non facile, si presenta alla ribalta.
    Una sintesi di moralità e pulizia in una scrittura scorrevole ma non per tutti.
    Mi creda, non voglio fare esclusivismi o razzismi.
    Il suo scritto non è per tutti, o almeno per chi distrattamente si accosta e legge.

    Oggi lei, caro Dott. Raimondi mi ha piacevolmento stupito.
    Buona giornata

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  6. Gentile Milord…

    Questo brano è una meraviglia!
    La Meraviglia è un Sentimento dell’ Anima, ed essa viene rapita, nel leggerVi, prima ancora della mente.
    Ogni volta che ulteriormente ci proponete, sembra che superiate Voi stesso. In realtà è l’ attesa, l’entusiasmo della sorpresa, Voi siete sempre il genio che siete. Educazione, moralità, sensibilità, coraggio, profondità, giustizia e tanto di più possa nobilitare una persona siete Voi.
    Si legge e si torna indietro a rileggere l’ ultima frase. E così, parlo per me, ritrovo tanti stati d’ animo noti. Nessuno può sfuggire di vivere, suo malgrado, fasi di vita o situazioni. Anche quando sembra impossibile, poi si superano, e spesso col nostro stupore. Poi ci capacitiamo che dovevano essere per un’ evoluzione. Le abbandoniamo, non le dimentichiamo.
    Non è mia abitudine trasgredire alla riservatezza che mi è propria: devo riconoscere che questo brano, Milord, mi ha dato da meditare e da consolidare certe mie scelte.
    Il mio umile commento, Milord, vuol significare che Vi ho letto con ammirazione e, soprattutto, mi dà occasione per ringraziarVi di tanta Meraviglia!
    Con illimitata Stima

    Maria Silvia

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  7. Il suo brano parla di introspezione approfondita e parla alle coscienze e al cuore degli uomini che sanno ascoltare e che sanno decidere della propria vita.
    Abbiamo il giovane autore, con la maschera di Jean, attraversare il tempo e le esperienze, come una moviola che, girando a ritroso, offre una sequenza non delineabile e certa, invece, nelle linee e nei tratti.
    Si ha lo scorrere posteriore in una situazione nata anteriormente.
    Un lascito per chi segue e una situazione che, apparentemente, senbra semplice ma è complessa nella sua semplicità
    Jean ha raggiunto il motivo della sua esistenza stessa e l’intelligenza, la sua di Autore e artista della parola, comprendono questo passaggio e la obbligano, quasi, ad aprire lo specchio per riassorbirne l’energia.
    Un brano delicato, pierno di sentimento e di analisi interiore che prende e fa riflettere.
    Un brano da ricordare e sicuramente da rileggere.

    Abbia una buona giornata
    Amedeo

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    • Amedeo d’A.

      Un commento che del particolare è bandiera.
      La maschera di Jean è appunto una maschera fine a se stesso. un filtro per interfacciarsi con il prossimo.
      Un mezzo e in alcuni casi, uno strumento per definire il proprio ruolo.
      Grazie don Amedeo per aver scritto
      Buona giornata

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  8. Una scelta, la scelta tua, di palesare uno stato d’animo, una vita, oltre la vita stessa.
    Ci fai viaggiare tra le ali di una passione per ricreare l’analisi mistica di un misticismo proprio.
    Sai, mi ha colpito che il nostro protagonista abbia una vita contronata dalla semplicità del quotidiano, che hai descritto con una maestria indiscutbile. Una maestria che si pone al di sopra di qualsiasi situazione.
    Quella è una situazione e da lì non si esce in alcun modo. Anche perché, come mi è sembrato di comprendere, Jean è unico in tutta la sua unicità.
    bello il passaggio del cimitero e la sua riflessione. I nomi quasi cancellati, e altro, dove l’oblio è padrone del futuro e il futuro si perde dentro l’oblio.
    Ecco la scelta del riassorbimento entro il letto di questo ‘Mondo accanto’, che sempre pronto, tutto si riappropria.

    Ottimo.
    Ti abbraccio

    L.

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    • Hilde Strauß

      Lo stato d’animo di una vita si palesa con il racconto e con l’esserci.
      Quando, invece, il dolore si mescola con l’esistenza abbiamo i silenzi e le incomprensioni.
      Tutto bene, dunque?
      Non credo.
      Il passaggio del cimitero è un simbolo come tutto del resto. Ma non ho bisogno di soiefarlo vero?
      Ciao grazie

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  9. Sto leggendo e rileggendo e credimi non ho parole per scrivere.
    Potrei scrivere tante cose, ma preferisco tenermi dentro le emozioni.
    Io non so esprimerle e non so buttarle fuori come vorrei.
    Bello proprio, profondo.
    Ciao

    Susi

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  10. (Perdonami, ma ho bisogno di darti del Tu, in quanto l’emozione è fortissima)

    Leggo questo racconto e mi metto comoda, rannicchiando le gambe sul divano e mi sento piccola piccola.
    E mi rendo conto che sono intimorita da questa storia.
    Eccomi mentre passo dalla stanza e raccolgo la borsa e poi esco.
    In una simbiosi, mi confondo con Jean e vivo, mi vivo, in una esperienza che mi aggancia l’anima, un esperienza simbiotica unica.
    Ascolto la eco del pomeriggio che muore e mi sento strana.

    Milord, un’emozione che mi prende e mi relega nell’angolo della coscienza.
    Un racconto che emozione e avvince.
    Ho sentito tutta la forza e la potenza del messaggio. Un messaggio che è di vita e non di morte. Ecco una esplicazione della poetica quasi ad occuparsi di tutto quello che può essere detto.
    Un po’ come fosse che “Tutto ciò che è profondo ama la maschera”, un concetto che non mi sembra molto sprecato su tutto questo.
    Jean è una maschera, una trasposizione di noi stessi nell’ambito umano che è divino. Una specie di creazione che si rinnova negli occhi e nelle persone che leggono.
    Ne sono convinta, come sono convinta che la tua etica abbia spinto il nostro eroe ad analizzarsi a fondo per comprendere, prima che capire.
    Comprendere la vacuità del mondo che osserva e a cui nessuno fa più caso.
    Il passaggio dal cimitero è magistrale. Il meglio della letteratura, perdonami, mondiale.
    L’oblio che è stanco di dimenticare, dimenticando. Un’immagine che prende e colpisce…
    E colpisce a fonfo, fino ad annichilirsi

    Ma qua avviene il risveglio.
    Un risveglio dettato da te stesso:
    “Lo osservai oltre la cortina lucida di quello specchio dove, per tanti anni, ero rimasto prigioniero.”

    Ecco l’espressione principe di questo racconto che racconto non è.
    Per tanti anni eri miasto prigioniero. prigioniero di una maschera da teatro. Una mascheraa non indossata da te stesso, ma fatta indossare dagli altri.
    Sono gli altri che ti fanno indossare quella maschera.
    Indossala oppure nessuno ti ascolterà.
    Tu l’hai indossata quella maschera Milord?
    No, tu non l’hai mai indossata!
    piuttosto ti fai uccidere vero?
    Piuttosto il tuo personaggio lo fai morire, abbandonando il suo mondo, facendolo trasitare nel mondo accanto.
    Ma c’è tanto altro, tantissimo altro.

    Posso affermare, come ha fatto un tuo stimatissimo lettore, che è per me un onore esserti amica.
    Me ne vanto proprio.
    Lascio un caro saluto per tutti e di nuovo, perdonami se mi sono rivolta con il Tu.
    Non lo faccio più.
    Giuro.

    Buonasera.

    Anna

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    • Anna Blu
      “Tutto ciò che è profondo ama la maschera”

      Dice Nietsche in “Al di là del bene e del male”, dunque “dammi una maschera, ti prego, una maschera ancora“.
      La maschera è l’illusione dell’inganno, l’unica cosa che permette di vivere, ma con la consapevolezza che essa è appunto illusione e inganno, poiché l’uomo per vivere deve darsi un senso, in vista della morte che è implosione di ogni senso.
      La maschera che Nietzsche sceglie è la volontà di un’adesione totale alla necessità dell’esserci: “Io sono il tuo sì“, il sì a ogni illusione riconosciuta come necessità per poter vivere, senza però ingannarsi in merito ad esse, ma la volontà di questa consapevolezza lo conduce alla follia, poiché non c’è altra via per l’ “Oltreuomo“.

      Un uomo che sceglie una maschera sembrerebbe un po’ poco filosofo.
      È vero che anche l’ironia di Socrate era una maschera, fingersi ingenuo per indurre l’interlocutore a raccontare le sue false verità.
      Però esercitare una deliberazione come il dire di si alla vita e poi usare tale scelta come maschera nei confronti della vita stessa, mi pare un tantino equivoco.
      E la follia d’altronde è la scissione della personalità (che etimologicamente mi pare significhi proprio maschera), l’io che mette il piede in due scarpe.
      Credo che in fondo anche la scrittura sia una gran bella maschera, infatti è molto più facile fingersi sapienti scrivendo che parlando.
      La penna può sempre trovare delle scappatoie, inventare una dissertazione, un romanzetto la dove necessiterebbe una risposta precisa e immediata.
      Per questo nell’antichità la scrittura stentò ad imporsi sull’oralità e molti filosofi non scrissero nulla. Anche Platone e Aristotele non affidarono i loro principi più importanti alla scrittura e le loro opere sono per lo più dialoghi scritti o meditazioni scritte, e non trattati sistematici.

      Può darsi che la supplica di Nietsche sia rivolta al fatto di ritornare all’ignoranza,alla non consapvolezza, perché a volte raggiungere certe consapevolezze riuscire anche solo per poco scorgere quello che sta dietro l’illusione può causare il vuoto dentro di sé,può rendere la realtà di questo mondo più difficile da vivere se non abbiamo i mezzi la conoscenza e sviluppato l’equilibrio necessario per rimanre equanimi in questo mondo pur avendo compreso la realtà illusoria.

      Ah dimenticavo :
      Etimologicamente la parola persona deriva dal greco e si riferisce alla maschera indossata dagli attori nel teatro.
      Le persone sono maschere.

      Grazie Anna., cordialità

      Antonmaria

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      • La maschera non è finzione se la stessa identità fosse finzione, cioè se l’attore sul palcoscenico della vita trovasse che la maschera gli fa interpretare un ruolo a lui più congeniale.
        Se invece si ritenesse che la verità e la sincerità fossero nell’identità, allora la maschera sarebbe una fuga.

        La maschera ha più significati ed è in relazione con il rapporto Io e il mondo, ma anche con noi stessi, poichè il volto, il viso è la parte del corpo che più rappresenta simbolicamente l’interfacciia fra l’Io e i mondo.
        Così dall’antica maschera mortuaria negli antichi Egizi, per aumentare lo spirito del defunto che dovrà affrontare gli spiriti maligni dell’al di là,
        oppure il “lifting” nella postmodernità della nostra contemporaneità, ognuno tende a rifuggire o a ricercare ciò che è.

        La maschera è l’interpretazione di un ruolo dentro una rappresentazione. è l’Io che mette il proprio corpo fisico dentro una realtà interpretata da una cultura.
        La maschera può essere difesa del proprio Io, oppure fuggire dal proprio Io per poter essere altro,o ancora adattamento a ciò che gli altri vorrebbero che noi fossimo.

        Noi non conosciamo noi stessi, noi conosciamo l’ansia e il disagio, la difficoltà. Noi indossiamo una maschera e la cambiamo dentro un ruolo che interpretiamo come un attore sul palcoscenico della vita.
        Perchè a volta vivere un ruolo di finzione è meglio di vivere un ruolo nella realtà se questa è mediocrità, perchè fuggire è meglio di stare immobili, perchè la follia è più libera della costrizione nella normalità di una cultura che lo ha decisa…..Spesso è così e cambiare “pelle” tatuandosi o fare i “lifting” è tentare di essere il non essere.

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  11. Ninni Milord,
    avemmo qualche difficoltà a scrivere di questo vostro ulteriore capolavoro.
    Una messa in scena della vita, così come voi l’avete immaginata nelle vostre notti di introspezione.
    Una carica che parte dal mondo accanto e giunge nei meandri della introspezione più pura.
    Siete un mito mio signore.
    Un mito da stringere.
    Stringere per capire…

    Tornerò milord. Eccome se tornerò..
    E’ difficile sapete?

    un abbraccio sincero e un caro saluto..

    lamanuindisposta

    😦

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    • Manuela Rovati

      L’introspezione, fa parte dell’uomo e si rivela quando, nei destini tra specie, si realizza un desiderio.

      Nel nostro caso, qual’é il desiderio?
      Difficile poterlo inquadrare, ma quando disponibile, il problema è risolto come tutto del resto, no?
      Grazie per aver scritto e cordialità

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  12. Magistrale proprio.
    bello sul serio e sicuramente che fa e porta verso la belezza delle idee.
    Ho letto commenti bellissimi. Comenti che fanno impallidire gli scrittori.

    Mi uniformo anch’io e posso affermare che è anche per me un grandissimo onore potere essere tua mica e da tanto, anche.
    Buona sera Milord.
    Un bacio

    Sony

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  13. Di intensa verità il passaggio dove si dice e’ impossibile congedarsi veramente da qualcuno. Descrizioni e vette di profonda conoscenza d’anima si susseguono come in un altalena tra sogno e realtà. L’atmosfera impeccabile, l’immagine giunge subitanea. E quando la realtà non basta più, il sogno si fa strada tra le strade, parabole dove tutto diventa possibile. Offro la mia interpretazione, siete nelle note più alte del sentire. Una buona serata. Cordialità

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    • neily
      e’ impossibile congedarsi veramente da qualcuno

      Non è possibile congedarsi veramente da qualcosa o da qualcuno, pensò
      Riportiamo, correttamente, quanto da voi accennato. Indiscutibilmente un’affermazione forte e stilisticamente ineccepibile, allorquando si dovessse tener conto del fatto che l’affermazione in parola precede (di una parola) la seguente ulteriore affermazione:
      “L’ultimo sguardo è come il primo, e il ricordo è solo una delle tante possibilità”.
      Magari avessimo l’incrocio tra le strade dove tutto diventa possibile, ma tale incrocio essendo affabulato, praticamente è inesistente.
      Ovvero incroci che non si “formalizzeranno” mai.

      Il sogno si fa strada tra le strade.
      Qualora la situazione precedente lo dovesse consentire, il fatto non sussisterebbe proprio perché non contemplato.
      Grazie per aver scritto.
      Cordialità

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  14. Un passaggio che è intenso e che colpisce per bellezza e forza.
    Forza delle idee e del sentimento e tu di sentimento ne hai tanto caro Ninni.
    Abbiamo il ritorno del mondo accanto. Di quel mondo che vive e legge oltre le nostre vite, di un incanto che ti è proprio: la dignità e il senso di giustizia.
    Cosa vale una vita a costruire se poi tutta la realtà è ridotta a quel piccolo che diventa grande soltanto nell’immaginazione dei più?

    Viviamo in un mondo che ci mangia addosso e Jean ha quasi terminato.
    Fiera di essere tua amica.
    Che si sappia…

    Buona serata

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    • Isabella Ozieri

      Il Mondo Accanto.
      Ecco il ritorno., nel mondo accanto, del passaggio Adieu.
      Un passaggio che, in passato ci diede molte, moltissime soddisfazioni. Vi ricordate di Vrilolakas?
      Vi ringraziammo per le espressioni gentilissime e generosissime.
      Cordialità

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  15. Un racconto fatato. Un racconto sopra le righe.,.
    Ho letto tanta forza disperata di vita e di capire.
    Un silenzio nelle proprie intime convinzioni e un capirsi che è proprio degli spiriti nobili.

    Hai la forza e la bellezza. Hai i silenzi e le parole.
    Hai tanto…
    Bravissimo Milord.
    Bravo bravo.
    Una bellezza da Oscar.

    Buona sera

    Elena

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  16. Carissimo Milord, perdonate la mia assenza ma ieri pomeriggio mio marito si è sentito poco bene e sono presa fra analisi e cose varie. Torno quanto prima, vi prego perdonatemi

    Un abbraccio grandissimo con la stima di sempre

    Giovanna

    La storia siamo noi

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  17. Caro Milord, finalmente ho potuto leggere con calma il vostro racconto. non si può leggervi senza la dovuta attenzione. I significati dei vostri racconti sono talmente profondi che ogni frase va letta e riletta per non perdere nulla o rischiare di fraintendere.
    Sono rimasta stupita per la bellezza che ci riporta nel ” Mondo accanto “. li ho letti tutti a suo tempo, rimanendone sempre affascinata. inizialmente facevo fatica a capire ma poi divenne semplice, all’apparenza, vivere il racconto.
    Stamane, in ospedale mentre aspettavo notizie di mio marito, ho riflettuto sulla prima lettura veloce fatta ieri. Mi sono detta: in effetti arriviamo al mondo con una valigetta con il minimo indispensabile e in qualunque momento possiamo andarcene con la stessa valigetta, dove tutta la nostra vita non ci sta e forse non avrebbe nemmeno significato ci stesse. Per quanto possiamo aver dato di noi stessi, sia nel bene che nel male la traccia rimane: ma fino a quando?. Perdonate questa divagazione personale che forse non c’entra proprio niente.
    Tornerò a mente più serena.
    Comunque sapete quanto i vostri scritti aiutino la mente, l’anima a capire meglio la vita. Avete davvero un grande dono rarissimo e sono certa che sia idea comune dei vostri lettori.

    Un rispettoso e sincero saluto

    Giovanna

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    • Giovanna Orofiorentino

      Un commento, il tuo, che è amicizia pura, precisa e puntuale.
      Il Mondo accanto, ti ricordi? Una saga che nacque in una notte d’inverno. L’umore non era dei migliori, ma le persone, te compresa, c’erano tutte.
      Ne nacque un qualcosa che, in anni, mi ha dato tanta, tantissima, soddisfazione.

      Ti ringrazio per averlo ricordato
      Ciao

      Ninni
      La storia siamo noi

      PS: un caro in bocca al lupo per tuo marito, con la speranza che tutto possa risolverso per il meglio

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    • neily

      Asto
      Buona sera, amico mio, quanto tempo. Mi ricordo il duettare a suon di poesia con tutta l’allegra brigata che riempiva le serate.
      Se non ricordo male, Asto è una parte del tuo cognome.
      Come si potrebbe mai non ricordare le prime esperienze poetiche?

      Grazie per essere passato. Inutile estenderti l’ìinvito a rimanere.
      Buona serata e cordialità

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