Il direttissimo …

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78Come tutti i direttissimi per le lunghe distanze, il treno numero 17 da Milano a Roma era un convoglio per signori, con vagoni di prima classe, divani vellutati, toilette, paralampade di opaline e due carrozze letto lucidate a spirito. Di solito partiva in ritardo, per sciopero o dispetto.
La sera del 29 ottobre 1922 si mosse invece con due minuti di anticipo, nonostante la pioggia furiosa che svaporava sulle caldaie delle locomotive e le notizie telegrafiche che segnalavano binari divelti a picconate e scambi sabotati lungo la linea.
I giornalisti ospiti del treno ricordarono nelle loro cronache il comportamento del capomacchinista, non il suo nome. Lo descrissero come «alto di statura, in divisa e con decorazioni». Dell’uniforme ferroviaria portava solo il berretto a pentolino ricoperto d’incerata e il distintivo cucito sul lato destro della camicia nera: una ruota a raggi vista di sghimbescio dai cui mozzi sì librava un paio d’ali.
Sulla sinistra del petto esibiva il medagliere. A differenza dei militari del regio esercito i «fascisti della vigilia», gli «antemarcia» come sarebbero stati chiamati negli anni successivi, non portavano nastrini simbolici ma le medaglie originali di metallo, riunite a grappolo. Non tutte al valore, naturalmente: ne appuntavano anche di commemorative, di partecipazione a gare podistiche o ciclistiche, del Regio Automobile Club, della Croce Rossa, oltre a cimeli delle campagne garibaldine e della guerra di Libia sottratti alle teche dei defunti, croci di cavaliere, reliquie religiose o bagnate del sangue dei camerati nelle risse contro i comunisti. I medaglieri avevano valore affettivo.
La divisa dei fascisti mostrava ancora i segni delle origini anarcoidi del movimento, riassunte nel motto «me ne frego» ricamato sui gagliardetti e sui labari assiepati davanti allo sportello della penultima carrozza letto del direttissimo 17 prima della partenza.
Ognuno s’inventava una tenuta a capriccio rimescolando attorno alla camicia nera vecchi capi dell’uniforme della Grande Guerra, gambali da caccia, panciotti slacciati, mantelline militari, bretelle, pagliette, cappelli flosci, cappelli da buttero, berretti da pastore sardo, berretti da arditi. Erano le uniformi più difformi che mai si fossero viste dopo la spedizione di Garibaldi in Sicilia, riconoscibilissime tuttavia non solo per il nero della camicia – chi la portava infilata nei pantaloni, chi fuori, stretta sui fianchi da una fusciacca – ma per un che di beffardo per ogni convenienza e distinzione sociale. I proletari – ce n’erano, eccome, anche tra i fascisti – roteavano il bastone da passeggio dei borghesi, sia pure con l’anima di ferro. I fascisti della vigilia, nell’insieme, sembravano sempre reduci dall’aver saccheggiato un fondo di magazzino, eppure qualcosa suggeriva che lo avessero fatto con criterio, badando a scegliere tra gli indumenti e le cianfrusaglie quelli che meglio si adattavano a più usi, diversi climi e opposte situazioni: guanti di pelle per il freddo ma anche per non spellarsi le mani colpendo col manganello o guidando la motocicletta, mantelline da trasformare in cuscini o in coperte per dormire all’addiaccio, armi corte e non ingombranti, molte tasche.
Uno scrittore che nel 1922 aveva diciott’anni e che probabilmente vide l’arrivo a Roma del direttissimo 17 la mattina del 30 ottobre, Emilio Radius, ricorda i fascisti della vigilia così: «Durante gli scioperi sostituivano coloro che avevano incrociato le braccia: li sostituivano non soltanto per ragioni politiche ma anche per il vezzo di far l’altrui mestiere. Seguivano un loro istinto, che per me è rimasto e rimane in gran parte misterioso. I fascisti erano un po’ come i capomastri che pretendono di saperla più lunga degli ingegneri, i farmacisti che, appena possono, rubano l’arte ai medici, i procacciatori di cause che si credono più pratici e soprattutto più furbi degli avvocati… La loro era l’insurrezione degli empirici, dei praticoni… Non c’era cerimonia, non c’era trattenimento, né pubblico né privato, in cui a un certo punto non spuntassero i fascisti. Il guardaportone del palazzo patrizio o li lasciava passare sorridendo o veniva buttato da parte. Oggi sembra incredibile, ma i fascisti intervenivano a una data ora, per lo più a mezzanotte come gli spettri, anche alle feste da ballo private; e non in abito da società, proprio con le loro mezze uniformi l’una diversa dalle altre.

Perché?
Con quale motivo?
O con quale pretesto?
Affinché la festa si svolgesse tranquillamente senza paura dei rossi?
O per moderarne l’eccessivo fasto?
O per far meditare gli invitati sul fatto che, mentre fuori si combatteva e si moriva per la patria, là dentro ci si divertiva senza ombra di pensiero? Per questi ed altri motivi, nessuno dei quali chiaro. I primi fascisti, ecco, erano una genìa che non sapeva assolutamente astenersi da qualche cosa, rimanere estranea a qualche cosa…» Per i passeggeri del direttissimo numero 17 che lo videro gesticolare a tu per tu con il capostazione centrale di Milano e poi correre alla locomotiva e saltare in cabina come se il treno fosse già in movimento, il capomacchinista in divisa avrebbe potuto benissimo essere uno dei tanti fascisti capaci di fare un po’ di tutto e niente bene: non un ferroviere ma un volontario mandato a sostituire uno scioperante. Tanto più che i ferrovieri fascisti erano davvero pochi.
Era, al contrario, un conduttore di grande esperienza, eccitato dall’altezza dell’ora ma fedele al servizio. Aveva preso l’impegno di far arrivare il treno in orario almeno fino a Pisa e l’avrebbe mantenuto a costo di forzare durante il viaggio i blocchi dei suoi stessi camerati.

musso-muetze-dw-kultur-munichSul direttissimo numero 17 viaggiava Benito Mussolini, incaricato dal re di formare il nuovo governo. Pioveva su tutta Italia da cinque giorni. Quella che negli anni avvenire sarebbe stata chiamata marcia su Roma – forse trentamila uomini, forse trecentomila – era ormai frantumata in una quantità di bivacchi impantanati, privi di ordini e di comunicazioni, di tende e di cibo caldo. Le colonne in marcia si erano arenate sotto i ponti, nelle aie, sempre troppo lontano dalle città dove pure i fascisti avevano occupato le prefetture, gli uffici telegrafici e le stazioni. Gruppi sparsi di camicie nere avevano preso d’assalto i treni dondolando lanterne rosse ma alla prima stazione erano stati costretti a scendere, con le brusche, da altre camicie nere, meglio informate. Tutto finito. Finito cosa? Male o bene? Per ora finito, forse bene. Chi l’ha detto? Il comando fascista.
Mussolini aveva vinto con l’astuzia. Scatenata la marcia su Roma militarmente impossibile, aveva ottenuto l’incarico governativo in cambio dell’impegno di tenerla a bada, innanzi tutto di fermarla. Da un momento all’altro la mobilitazione fascista avrebbe dovuto servire soltanto a rimettere ordine nel pantano sanguinoso delle fazioni. I ferrovieri fascisti, per pochi che fossero, avevano la consegna di ripristinare il servizio e poterono farlo perché, tra i marciatori, erano i soli a disporre del telegrafo: controllare i biglietti, niente clandestini a bordo, tantomeno se camicie nere, niente bivacchi nelle stazioni o lungo i binari. Ufficialmente il telegrafo non trasmise la notizia esatta della presenza di Mussolini su quel treno, ma sul muso della prima locomotiva del direttissimo numero 17 la pioggia macerava due grandi bandiere tricolori incrociate.
Alle 21,30 del 29 aprile, con puntualità da tempo dimenticata, il treno di Mussolini arrivò da Milano alla stazione di Borgo San Donnino e le pesanti bandiere ricaddero su se stesse. Il capomacchinista in divisa, con una mano in testa per non perdere il berretto, attraversò i binari di corsa e si precipitò all’ufficio telegrafico per sfogare un desiderio che durante un’ora di viaggio gli era maturato dentro come un gonfiore incontenibile: rifiutare il cambio a Pisa e assicurarsi «l’alto onore di scortare il duce a Roma». Le parole «scortare il duce a Roma» non furono però trasmesse; dalla stazione di Pisa non ci fu risposta.
La linea ferroviaria da Milano a Roma era in quell’epoca assai più contorta di com’è oggi. Da Borgo San Donnino, cittadina che in era fascista sarebbe stata ribattezzata Fidenza – e questo nome le è rimasto – i treni si inerpicavano tortuosamente sull’Appennino, lo scavalcavano per discendere in Lunigiana e arrivare a Pisa dopo cinque ore. A Pisa le locomotive, di solito due, andavano cambiate perché il convoglio ripartiva in direzione opposta. Il messaggio del capomacchinista del 17 finì sotto gli occhi della massima autorità ferroviaria in servizio a Pisa, l’ispettore Amato Amante il quale, pur essendo in borghese, sembrava vestito da cerimonia per via di una specie di marsina, la cravatta d’argento e il cilindro. Tutto ciò perché aveva dovuto prendersi cura, in stazione e fuori, dell’ambasciatrice di Francia di ritorno da Parigi a Roma. Era scesa dal treno internazionale di lusso, aveva fatto staccare la carrozza riservata con tutte le sue cappelliere e i paralumi rosa, e invece di visitare la città s’era acquartierata lì, nell’ufficio dell’ispettore, spaventata dalla rivoluzione. Per rasserenarla Amato Amante l’aveva portata in giro in taxi dimostrandole che a eccezione di qualche pattuglia armata e pochi cumuli di sacchi di sabbia agli angoli delle vie, la rivoluzione non c’era o se c’era non si vedeva.
Adesso, a poche ore dall’alba, la carrozza speciale dell’ambasciatrice era sul binario morto e occorreva agganciarla al direttissimo 17. Come gli altri ispettori lungo la linea, Amato Amante aveva ricevuto la consegna di far ripartire il treno in orario. Già la manovra di agganciamento della carrozza dell’ambasciatrice avrebbe portato via qualche minuto in più. L’alto onore richiesto telegraficamente dal capomacchinista avrebbe reso tutto più complicato: per regolamento burocratico, infatti, macchina e macchinista erano indivisibili; quindi, anziché attaccare altre due locomotive alla coda del 17 sarebbe stato necessario invertire quelle provenienti da Milano.
Niente alti onori, quindi. Tutto come sempre, anzi, possibilmente, meglio. D’altronde, tra le consegne ricevute da Amato Amante c’era anche quella di limitare eventuali festeggiamenti delle autorità fasciste e militari pisane sotto le pensiline durante la sosta del treno: la presenza di Mussolini non era confermata e, comunque fosse, a quell’ora antelucana il duce avrebbe riposato nel vagone letto.
La manovra delle locomotive fu eseguita con rapida precisione, senza strepiti che disturbassero i signori della prima classe e i dormienti.
Un gruppetto di fascisti non facinorosi, con divise decorose, inchinarono in silenzio labari e tricolori verso i vagoni con le tendine abbassate.

Il capomacchinista richiamato all’ordine fu visto staccare le grandi bandiere zuppe dalla caldaia della sua locomotiva e correre, portandole a spalla, verso la cima opposta del treno, oltre i vagoni letto, per affidarle al collega diretto a Roma.
Quindi si incamminò, dopo la partenza del direttissimo, verso le camerate dormitorio della stazione e uscì da una notte di storia per riprendere senza alcun ruolo esaltante la vita degli italiani nell’anno primo dell’era fascista.
Invidiò inutilmente il piccolo aeroplano che senza un motivo e con acrobazie da pipistrello inseguiva i falò sparsi della sperduta marcia su Roma.
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13 pensieri su “Il direttissimo …

  1. Eccoci a un pezzo che dire superlativo è dire poco.
    Il sistema di locomozione, che hai evidenziato qua è il treno a carbone. E tutto il tuo passaggio è su quello.
    Lo si sente sbuffare e incedere, sulle rotaie, con il suo tipico “Ciuf ciuf”

    Lo sento scandito proprio.
    La storia è quella che sappiamo da questo o quel libro. Il fatto che tu l’abbia umanizzata, fa ben sperare. Impariamo gocce di cultira prenendole dalla natura.
    Bello
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    Una buona giornata

    Annelise …

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  2. Eccomi

    Scrivere di questi fatti,mi fa provare un brivido. L’hai talmente raccontato bene che sembra di essere li.
    Un abbraccio con la storia che, generosa, per una volta si fa tenere in braccio.
    Grazie ciao

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  3. Un argomento, questo, molto scottante anche adesso. Si parla di fascismo e di valori, fondamentali, trsmessi alla Patria.
    Li ho studiati, imparati e assimilati.
    in molti di questi valori, la difesa della famiglia, del suolo italiano e la difesa della nostra identità mi sono trovata d’accordo.
    Però, adesso sembra che i valori siano stati portati un po’ troppo estremizzati.
    Accoglienza è una situazione alla quale ci stiamo abituando.
    Ma ci siamo abituati sul serio?

    Questo pezzo, milord, dscrive il giorno in cui benito Mussolini arrivò a Roma per fare il suo governo.
    Abbamo qualche differenza?
    Vedremo.
    Sono molto triste al riguardo.
    Buona serata.

    Eleonora

    PS: perdono, non ho voluto scantonare dal motivo del post, l’ho semplicemente correlato.
    Grazie

    Ele

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  4. Non me lo immaginavo un brano che trattasse questo tema.
    Ci vuole coraggio milord.
    taqnto coraggio, sia per la professione che si svolge, che per i nmici che accorrono a frotte.
    Avete descritto benissimo il viaggio, le situazioni e quant’altro, cn quella proprietà che ci è maestra.
    Un brano così perfetto da fare sembrare, il racconto, una cronistoria del tempo, di prima mano.
    Grazie e buona giornata.

    Giorgia

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  5. Caro Antonmaria

    Il Vostro impegno politico perché sovranità popolare e diritti sociali vengano di fatto riconosciuti al popolo, è risaputo.
    In questi tempi di politicanti che hanno preso il posto dei politici, in genere pure arroganti, non mossi da ideologie convinte e pronti anche a passare da un partito all’ altro per poltrone e privilegi, questa Vostra pubblicazione onora la Vostra fedeltà ideologica ed il Vostro coraggio.
    Originale da parte Vostra la scelta di scrivere del viaggio di Mussolini verso Roma, dove avrebbe formato il governo.
    Qui, il Vostro talento di descrivere minuziosamente i dettagli di tutto e di tutti, è oltre lo straordinario a cui ci avete abituato. Con la lettura, tutto e tutti si animano, ci si immedesima nel contesto.
    Si possono accettare delle critiche sul fascismo, ma indiscutibilmente i valori di patria e famiglia che venivano tassativamente allora onorati, tutelati, non lo sono altrettanto oggi. E sta diventando un guaio, la società è sempre più allo sbando.

    Complimenti, Antonmaria, e grazie.
    Con Stima e Affetto,

    Maria Silvia

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