Una storia 24

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2Sophie, che avrebbe voluto rimangiarsi quelle allusioni così scoperte, poco dopo andò a letto sola, chiedendosi come sarebbe finita tutta questa storia. Non aveva spento da molto la candela quando sentì George nel suo spogliatoio. Pochi minuti dopo venne nella stanza e si coricò accanto a lei. Per un istante pensò che si fosse pentito della sua condotta di quelle ultime settimane, ma la speranza ebbe vita breve.
Dopo essersi gettato sopra di lei con il respiro ansimante, la bocca vorace sulla sua, le mani che la stringevano senza dolcezza, George la possedette in un modo che le fece orrore. Era chiaro che la passione che lo divorava era tutt’altro che amore per lei. Quando rotolò sul fianco, staccandosi da lei, Sophie si sentì ferita, infelice, e fu con grande sollievo che lo sentì alzarsi dal letto senza dire una parola per andarsene a dormire nel suo spogliatoio. Mentre era stato con lei era Emily Horton che aveva in mente, era Emily Horton che lo accendeva di passione. Ora Sophie ne era certa, e premette la faccia contro il cuscino perché lui non sentisse i suoi disperati singhiozzi.
La mattina dopo si fece portare la colazione a letto e più tardi pranzò da sola. A cena George si comportò come se niente fosse successo e le parlò di una partita di caccia organizzata dal duca di Marlborough e alla quale loro due sarebbero stati invitati.
— Non mi piace veder uccidere gli uccelli — disse lei in tono stizzoso e lui si limitò a stringersi nelle spalle, senza guardarla in faccia.
— Di certo alle signore verrà offerta la possibilità di fare qualcosa d’altro. Lo sai che ti piace andare in visita a Blenheim.
Così pian piano la vita tornò alla normalità. Lui si accostò di nuovo al suo letto come al solito, senza più la straordinaria passione di quella notte tempestosa, ma in realtà erano più lontani che mai l’uno dall’altra. George non era tanto cieco da non rendersi conto di essersi comportato in maniera abominevole nei confronti di Sophie, usandola come un mezzo per soddisfare il suo desiderio di un’altra donna. Era disgustato di se stesso, ma l’orgoglio gli impediva di dire o fare alcunché che sembrasse un modo per chiedere scusa. Uomo di forti passioni, non aveva mai dovuto domarle per amore di un’altra persona e adesso, del tutto incapace di parlare di argomenti così intimi, non sapeva come riparare a quello che aveva fatto. Di conseguenza era più che mai rinchiuso in se stesso e si sforzava, invano, di sembrare del suo solito umore e di parlare di argomenti quotidiani. Sophie cominciava a non vedere l’ora che arrivasse la fine del mese per poter andare in visita a Mount Street.
E poi venne quella che tra sé chiamò la notte del puledro.
Aveva trascorso quella giornata con Monica, entrambe in continua adorazione dell’ultimo arrivo nella famiglia Layton, che aveva appena tre settimane; anche se Sophie cercava di nascondere i suoi sentimenti, Monica aveva notato la sua depressione e, convinta che questa fosse dovuta solo alla nursery vuota, aveva cercato di tranquillizzarla. — Ero sposata già da due anni quando è arrivato John, sai? — le aveva detto. — E adesso mi sembra di essere incinta a intervalli regolari.
Al suo ritorno aveva trovato la casa molto silenziosa. James le prese il mantello e la cuffia e lei entrò nella biblioteca: dalla porta semiaperta che dava sullo studio vide George seduto alla scrivania con un giornale aperto davanti a sé. C’era qualcosa nel suo atteggiamento che la spinse a entrare. — È successo qualcosa? — chiese, guardandolo in viso. — C’è qualche cattiva notizia?
Lui raddrizzò la schiena di scatto, richiudendo il giornale. — No, niente di importante. — Poi, con uno sforzo le chiese se avesse trascorso una bella giornata.
— Il bambino è delizioso — rispose lei in tono allegro — ma troppo piccolo per interessare a un uomo. Charlie trova che assomigli a una prugna secca e spera che cambi fisionomia al più presto.
George riuscì a tirare fuori un mezzo sorriso, ma la sua attenzione era rivolta ad altro. — Ci avviciniamo al camino? Devi essere gelata — le disse, dopo aver buttato il giornale nel cestino. Ma Sophie non si lasciò ingannare, era successo qualcosa.
Fu verso la fine di una cena ancora più silenziosa del solito, servita in salotto invece che nella grande e fredda sala da pranzo, che James venne a comunicare al padrone che Hedges avrebbe voluto parlare con lui. — Dice che è una cosa urgente, signore.
— Leah! — George balzò in piedi, lasciando a metà il formaggio. — È troppo presto — spiegò a Sophie. — Hedges dev’essere preoccupato sul serio per chiamarmi a quest’ora. Non aspettarmi, se faccio tardi.
Nel giardino soffiava un vento d’aprile che pareva beffare chi sperava nella primavera e che riusciva a trovare ogni angolino nascosto della casa, fischiando nella galleria al piano di sopra. Sophie sedette accanto al camino del salotto e prese il libro che stava leggendo. Dopo un’ora George non era ancora tornato. Il tempo passava lentamente. Venne James a chiederle se aveva bisogno di qualcosa e se occorreva tenere acceso il fuoco a quell’ora tarda.
— Sì, aggiungi un altro po’ di legna. Non so quanto starà fuori il padrone, ma lo aspetterò alzata. Tu puoi andare a letto, James, e di’ a Phoebe che faccia lo stesso.
La pendola nell’atrio suonò la mezzanotte. Irrequieta, senza sapere bene perché volesse rimanere alzata, tranne per il fatto che questa nascita significava tanto per George, Sophie gironzolava per la stanza; poi entrò nella biblioteca e da lì passò nello studio. Il giornale era ancora lì nel cestino e lei lo prese e lo aprì sulla scrivania, chiedendosi che cosa avesse colpito tanto suo marito. A giudicare dal suo comportamento, non doveva essere una buona notizia. Voltò le pagine, scorrendo i titoli, senza trovare niente di interessante, finché non arrivò agli annunci di nascita, fidanzamento, matrimonio e morte. E poi lo vide.
Si annuncia il fidanzamento
del maggiore Edgar William Bryce con la signora Emily Rosamund Horton,
vedova del defunto capitano Lawrence Horton.
Il matrimonio avrà luogo a Londra, con cerimonia privata.
Eccola la notizia! Non c’era da stupirsi che George fosse sconvolto. Sophie rimase a fissare l’annuncio fino a quando non vide le lettere ballarle davanti agli occhi, poi rimise con cura il giornale nel cestino, come l’aveva trovato. Possibile che non riuscisse a liberarsi di Emily Horton e della sua influenza? E se George trovava così intollerabile l’idea che lei si sposasse, soprattutto con Bryce, l’amore che nutriva per lei doveva essere ben profondo! Non c’era da stupirsi che non gliene fosse rimasto più per la moglie.
Facendosi forza raddrizzò la schiena. Tutto questo doveva finire. Non poteva tollerare di vivere nella menzogna per il resto della sua vita e nemmeno, secondo lei, lo poteva George, o almeno il vero George, quello che di tanto in tanto le appariva da dietro la sua maschera, un uomo franco e onesto, capace di alti sentimenti. Questa vita di sotterfugi lo stava distruggendo.
Dopo essersi avviluppata in un mantello, uscì di casa dalla porta di servizio e si avviò verso le stalle. Era una limpida notte di luna e non ebbe bisogno della lanterna per vederci. C’erano dei lumi accesi nella stalla dove venivano ospitati solo i cavalli arabi e lei entrò dalla porta semiaperta. Qui vide George e Hedges, entrambi in maniche di camicia, in un box: suo marito teneva alta la coda della giumenta e il suo stalliere aveva spinto l’avambraccio a fondo dentro di lei.
Sophie si irrigidì e rimase inchiodata dov’era: quella scena era un po’ più cruda di quel che si sarebbe immaginata. Improvvisamente George avvertì la sua presenza e si voltò di scatto.
— Che diavolo ci fai tu qui? — esclamò in tono rude.
— Credevo che… — cominciò lei. — Be’, non tornavi più e così sono venuta a vedere… — Hedges, dopo un’occhiata al padrone e poi alla sua signora, ritirò immediatamente il braccio.
— Torna a casa — le ordinò bruscamente George. — Questo non è posto per te.
— Non mi lascio turbare così facilmente — replicò lei senza muoversi. — Posso rendermi utile in qualche modo, magari tenendoti la lanterna? Non fa molta luce appesa a quel gancio. — E senza aspettare risposta la staccò e la tenne in modo da illuminare quella zona della stalla, la giumenta e i due uomini. Nel box accanto, Jassy, anche lei gravida, si agitava irrequieta, mentre al lato opposto della stalla, la causa di tutto quel trambusto notturno alzava di tanto in tanto la testa, come se sentisse che stava succedendo qualcosa di insolito in quelle ore normalmente tranquille.
Hedges tornò a dedicarsi alla giumenta in travaglio. — Guardate, signore, si sta aprendo, come pensavamo…
— Posa quella lanterna ed esci! — gridò George a sua moglie, quasi con rabbia. — Vai via, per l’amore del cielo, e lasciaci lavorare!
La furia che sentì nella sua voce la lasciò sconcertata. Ebbe quasi l’impressione che l’origine di quel risentimento venisse da qualcosa di più serio della sua intrusione. La mano tremante, Sophie si voltò per rimettere a posto la lanterna, ma proprio in quel momento Jassy, contagiata da tutta quell’agitazione, scalciò all’improvviso contro il battente che chiudeva il suo box. Il chiavistello cedette e l’animale rinculò, urtando Sophie, che terrorizzata indietreggiò di scatto, facendo cadere la lanterna, che rotolò su se stessa e sparse l’olio a terra. Subito una lingua di fiamme colse la paglia e si diffuse per tutto il pavimento. Hedges uscì di corsa dal box, quasi senza accorgersi che la paglia cominciava a bruciare, afferrò Jassy per la criniera, la spinse di nuovo nel suo box e richiuse con cura il battente. Leah, spaventatissima, inchiodò per un attimo George contro la parete. Lui la spinse via con una spallata, ordinando al tempo stesso a Sophie, di uscire. — Hedges, il secchio!
Ma prima che lui o il suo stalliere si avvicinassero al fuoco, Sophie aveva raddrizzato la lanterna e con grande presenza di spirito aveva afferrato una coperta dei cavalli stesa su una rastrelliera e l’aveva buttata sulle fiamme, pestandola poi fino a soffocare le fiamme. In pochi secondi il pericolo era passato e lei riappese la lanterna al gancio, prima di appoggiarsi contro un pilastro, esausta e senza fiato, ma trionfante.
— Ben fatto signora! — esclamò Hedges con una spontaneità insolita per lui. — Le stalle sarebbero potute andare a fuoco come niente.
George parve lottare con se stesso, rosso in faccia e non solo per lo sforzo fisico. — Arriva adesso, Hedges — fece a un tratto, voltando la schiena a Sophie. — Sento uno zoccolo.
— Avremo bisogno della corda — replicò l’uomo, prendendone una da un gancio. — Eccola, signore.
E si misero al lavoro per far nascere il puledro. Sophie, inchiodata sul pavimento, pareva incapace di staccare lo sguardo dalla giumenta ansimante. Dopo aver assicurato la corda intorno ai due minuscoli zoccoli, George e il suo stalliere tirarono. Pochi minuti dopo il puledrino scivolava fuori. — Oh Dio, signore, è morto! — esclamò Hedges.
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3George imprecò con un linguaggio che Sophie non gli aveva mai sentito usare. Era proprio una tragedia per lui che il primo puledro arabo fosse nato morto. Con la faccia bagnata di lacrime scappò a casa. Se solo fosse riuscita a consolarlo! Ma lui non la voleva, non l’aveva mai voluta, e lei si mise a piangere per George, per se stessa e per quel patetico cadaverino. Sentì la mano destra pulsare violentemente e bruciarle tanto che si rese conto solo allora che era gravemente ustionata. Arrivata in cucina accese una candela e cercò del burro da spalmarci sopra. Provava parecchio dolore, ma mentre si fasciava la bruciatura con uno straccio, strinse forte i denti per non lasciarsi sfuggire nemmeno un gemito.
Le fu impossibile spogliarsi da sola, così si infilò sotto il copriletto, dove il dolore la tenne sveglia per molte ore. Ma quello era niente rispetto alla sofferenza che le straziò il cuore per tutta la durata di quella buia notte. Il mattino dopo, pallida e con gli occhi cerchiati, Sophie aspettava che George la raggiungesse al tavolo della prima colazione. La mano le faceva molto male: nonostante la lozione che aveva preso dalla cassetta di medicinali che suo padre le aveva preparato, era ancora dolorante e bruciava. Non aveva il minimo appetito, e a quanto pareva nemmeno George ne aveva, perché non venne a far colazione e lei lo sentì entrare nello studio. L’istinto le suggeriva di lasciarlo in pace e così si chiuse nel suo salotto, dove cercò di rispondere ad alcune lettere. La scena della notte precedente le sembrava un incubo: la stalla male illuminata, piena di strane ombre, i due uomini che si affaticavano sopra la giumenta in travaglio, George così arrabbiato con lei, anche se quella violenta reazione era indubbiamente dovuta all’effetto che gli aveva fatto quell’annuncio sul giornale. E tutto il resto! Trovando grande difficoltà a tenere la penna nella mano ferita, Sophie si allontanò dalla scrivania e andò a sedersi sul sedile imbottito sotto la finestra. Era lì a guardare fuori della finestra quando George entrò nella stanza. Era vestito come al solito per uscire a cavallo e anche lui aveva l’aria stravolta.
— Mi spiace, George — cominciò Sophie, esitando un po’. — Capisco che non avrei dovuto…
— È vero, non avresti dovuto — la interruppe lui. — Ma anch’io non avevo il diritto di parlarti in quel modo, specialmente in presenza di Hedges, e ti chiedo scusa.
— So che ho fatto una stupidaggine a venire là — riprese lei, sbattendo le palpebre stupita da quelle scuse. — Però volevo capire. È una parte della tua vita a cui sono estranea e pensavo che…
— Oh, basta con quella storia, per favore! — fece lui con un gesto impaziente.
— Va bene, ma mi spiace per il puledro.
— Anche a me — ammise lui con aria tetra. — Rappresentava un bel po’ di soldi.
— Pensavo alla giumenta e a quel povero puledrino. Deve tutto ridursi ai soldi?
Lui la fissò meravigliato. — È questo che pensi di me? Che sono spietato e avido di denaro? Be’, forse hai ragione.
— No, no — cercò di rimediare lei.
— Lo sai bene che cosa penso dei miei arabi e allevare cavalli è un’impresa commerciale come un’altra.
— Scusami, non intendevo… oh, santo cielo, ho parlato troppo!
— Sì, e in parecchie occasioni. Quanto a ieri notte, per favore, cerca di capire che certe cose non sono adatte a te.
— Sì, adesso lo so. È stato terribile. E per poco non ho incendiato la stalla.
Per la prima volta George perse la sua espressione cupa e parve rilassarsi. — La mia bellissima stalla! — fece, con un accenno di sorriso. — Ma devo dire che la tua prontezza è stata provvidenziale.
— Be’, almeno questo — ribatté lei, celando la mano ustionata in una piega del vestito. — Mi terrò ben lontana da quel posto la prossima volta.
— Sarà molto saggio da parte tua — rispose lui con grande fermezza. — E adesso vado a Londra: sarò di ritorno domani sera, o giovedì mattina al più tardi.
— A Londra? — Sophie era sbigottita. — Per così breve tempo? Perché?
— Per affari. Non posso stare via troppo a lungo. Jassy…
Per la prima volta Sophie fu presa da un vero e proprio accesso d’ira e avvampò. Sicura che fosse arrivato il momento di mettere da parte ogni riguardo, raddrizzò la schiena e, con gli occhi fissi sul panciotto del marito, si addentrò in un terreno molto pericoloso: — Credi forse che io non lo sappia che vengo dopo i tuoi cavalli? E dopo la rediviva signora Horton?
Adesso che era riuscita davvero a scuoterlo lo sentì trattenere il respiro con un sibilo. — Mio Dio… lo sai, allora! E da quando?
— Da Natale! — urlò Sophie.
— Ah, la mia loquace cugina, senza dubbio. Ha approfittato della mia ospitalità per dilettarti di pettegolezzi malevoli.
— Doveva pure venire fuori! E tu mi hai mentito — ribatté lei gridando. — Hai mentito e mi hai ingannata fin dall’inizio. Adesso lo so perché eri cambiato tanto quando ci siamo sposati. Lei era tornata a Londra poco prima della cerimonia, non è vero? — E aggiunse con una risata di scherno: — Dev’essere stato duro per te dover scegliere tra la signora Horton e il denaro di zia Adela. Certo, io non c’entravo per niente nella tua scelta!
— Basta, basta, per l’amore del cielo! La fai sembrare una cosa così… così spregevole.
— E non lo è forse? — E alzando finalmente gli occhi per guardarlo in faccia, Sophie vide che era paonazzo. — Adesso è tutto chiaro! Mi hai mentito, non è vero? Tutte quelle visite a Londra fin da quando siamo arrivati qui… Immagino che siate di nuovo amanti. — Tale erano la rabbia e il senso del torto subito che Sophie era ben lontana dal pianto, mentre George, sotto questo attacco inaspettato, si lasciò cadere sul sedile sotto la finestra.
— Non posso negare che sia tornata a Londra — disse alla fine. — Due giorni prima del nostro matrimonio. Ma te lo giuro, anch’io credevo che fosse morta e vederla è stato per me uno shock incredibile. E poi era troppo tardi. Dopo il matrimonio lei non… — Si interruppe. Era un’agonia terribile parlare con Sophie di questa cosa. Che Emily lo avesse respinto gli bruciava ancora come una ferita aperta, persino in quel momento.
— Ah, sì? Allora le era rimasto ancora un minimo di sensibilità? E a tutti e due è venuto forse in mente che poteva essere una cosa crudele mandare a monte il matrimonio a poche ore dalla cerimonia? Che pensiero pieno di riguardo! Ma naturalmente era il denaro la tua prima preoccupazione.
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6— No, ti prego, Sophie, non infierire così su di me! — la supplicò lui. — Non puoi immaginare che cos’ho sofferto in quelle quarantotto ore. È stata una tortura. E tu cominciavi a piacermi, pensavo proprio che avremmo potuto vivere piacevolmente insieme, noi due… cosa che è successa, poi, dopo tutto. Almeno così pensavo. Da dopo Natale e la malattia di mio padre.
— Sarebbe stato possibile prima — fece lei gelida. — Ma da quando ho saputo la verità, è stato come se ci fosse stato un cancro tra noi due, qualcosa che corrompeva quel poco che avevamo. Ho dovuto guardarti in un altro modo sapendo che non eri l’uomo che credevo, quando siamo andati insieme al mulino.
— Come puoi dire una cosa del genere, Sophie?
— Oh, posso, posso! — lo rimbeccò lei con rabbia. — Mi hai sempre creduta timida e docile, facile da manipolare, ma non lo sono e non permetterò che quella donna continui a rovinarci l’esistenza.
— Non lo farà. Quando ti ho detto che era finita, dicevo la verità.
— Ma io non ci credo. Mi stai mentendo da quando ci siamo sposati. Non mi hai mai detto che era viva, non ti sei fidato di me. Non mi hai mai detto niente, nemmeno quando ne avresti avuto l’opportunità… e Dio sa se te ne ho date di occasioni! Non ti è mai venuto in mente che la verità prima o poi sarebbe venuta fuori?
— Non lo so — fece lui confuso, con voce roca. — Credevo… speravo…
— Che io non sarei mai venuta a saperlo? George. — Cominciava a tremarle la voce. — Come hai potuto fare un gioco così pericoloso, ingannarmi in quel modo? E come posso fidarmi più di te?
— Non lo so. — Lui fissava il pavimento. — Mi pare di avere rovinato tutto. Come potevo sapere che sarebbe tornata? Non hai idea di che inferno siano stati quei due giorni per me.
— Però c’era sempre il denaro della zia Adela!
— Oh, al diavolo quei soldi! — sbottò lui. — Ma certo che li volevo. Data la situazione, mio padre e io saremmo stati pazzi se non li avessimo visti come la salvezza per noi. E tu… — alzò finalmente gli occhi verso di lei — tu non ti sei poi comportata tanto bene, tenendomi nascosto il fatto che eri al corrente fin da Natale che Em… che la signora Horton era viva.
— Volevo che me lo dicessi tu — rispose lei a voce bassa. — Volevo che fossi onesto con me.
— Era come pretendere da un ragazzino che ammetta di avere rubato una fetta di torta. — George era offeso. — Buon Dio, avrei preferito che tu mi affrontassi direttamente invece di lasciarmi credere che ignorassi tutto. Sei stata molto abile nel recitare la tua parte!
— Forse avrei dovuto parlartene dopo Natale — mormorò lei. — Ma tuo padre era malato e…
— Una buona scusa per rimandare un confronto leale e diretto. Forse eri tu che non lo volevi! In ogni caso si direbbe che sia stata tu a vivere nella menzogna in questi ultimi tre mesi.
— Non meno di te. — Poi, punta sul vivo, aggiunse temerariamente: — Come devi odiarmi per essermi messa tra te e lei. Quando sei nel letto con me, quando fai l’amore con me, rimpiangi che io non sia lei? L’altra notte…
Lui balzò in piedi, rosso in viso. — Questa conversazione è durata fin troppo. Adesso vado in città. Forse il buon senso ti sarà tornato quando tornerò a casa.
— Andrai al suo matrimonio con Edgar Bryce? Sì, l’ho visto sul giornale ieri sera. O vai proprio per impedire il matrimonio? Come puoi essere così stupido, George?
— Vedo che non riesci a capire.
— Capisco solo che tu ami lei e non me, ma se vai, sarà la fine di tutto. E non intendo riferirmi all’amore, perché quello tra noi non è mai esistito, ma dei nostri buoni rapporti. Non posso né intendo tollerare una simile umiliazione. E tantomeno scene come quella con Edgar Bryce. Non andare, George — concluse, senza pregarlo ma mettendolo di fronte a una scelta di vitale importanza.
Lui era già diretto verso la porta. — Devo — replicò in tono angosciato. — Non capisci? Ho il dovere di tentare almeno di farle capire quale errore sarebbe sposarlo, dopo quello che ha fatto a noi due.
— Mi sembra che non abbia fatto niente di più grave che informare un amico che la moglie lo stava tradendo con un altro.
— Sophie!
– Perché, non è la verità forse?
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13 pensieri su “Una storia 24

  1. Caro Antonmaria

    Sperticarsi in complimenti non è nei miei modi di fare, ma per quest’ ultimo capitolo, forse, è il caso. Avete reso così bene gli umori dei protagonisti, che quasi sembra di venirne contagiati.
    Dopo tanto ‘tenersi dentro’, a Sophie si offre l’ opportunità di chiarirsi con George. L’ uomo, venendo a sapere che la moglie è al corrente dell’essere in vita di Emily, ora è impreparato e disorientato nella reazione da opporre alla moglie.
    Ma Sophie, oltre il lato dolce e remissivo che ci ha fatto conoscere, ne possiede un altro che mostra di quanta determinazione è dotata per pretendere verità e rispetto, basi per un ottimale rapporto coniugale e, comunque, per far trionfare la giustizia.
    George tenta di ribaltare l’ evidenza, che è a favore di Sophie, cercando di darle la colpa per avergli taciuto che sapesse del ritorno di Emily.
    Il tentativo di George è vano e l’ ultimatum finale che pone Sophie mi pare sia dovuto (pur a me non piacendo alcuna forma di ricatto).

    Nell’ attesa impaziente di sapere le conseguenze degli ultimi fatti, grazie Antonmaria.
    Con Stima e Affetto,

    Maria Silvia

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  2. Il simbolo dell’amore non sempre coincide con il cuore. Brava Sophie, la capisco. Si, convengo anch’io che George non è cattivo, ma semplicemente e soltanto un uomo.
    Bravo Milord. Non c’erano dubbi.
    Una lettura bellissima

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  3. Una bellezza inenarrabile.
    Vi ho seguito, milord, con un’apprensione incredibile.
    Mi colpite con l’attenzione che meritate.
    Un bacio e un abbraccio con tutto l calore possibile. Siete bravo, bravo, bravo!!!🙂

    La vostra Elena

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  4. Ho letto sette dei capitoli precedenti e mi è piaciuto.
    Terribilmente piaciuto.
    Ho iniziato a seguirla con quella gioia, perdoni la frase, che può avere una bambina davanti ad un giocattolo nuovo.

    George, questo splendido protagonista, si caratterizza per la freschezza del carattere.
    Non dico che abbia ragione, ma lei, Lord Ninni è riuscito a caratterizzarlo fortissimamente.
    La conoscevo di fama (Ho letto quasi tutti i suoi reportages sull’Espresso) e anche qualche cosa come racconti.
    Ma questa sera si è aperta una finestra bellissima.
    Ho scoperto che è un grande romanziere.
    Mi piacciono i romanzi d’amore.
    Sarà che sono sempre innamorata.
    Questo capitolo parla tanto di Sophie e del suo essere donna.
    Ecco, io mi identifico proprio con lei.
    Semmbra che mi abbia dipinta addosso a Sophie.

    Le lascio un caro saluto…

    Loredana

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  5. Ecco un capitolo bello, profondo e ben scritto.
    Un capitolo che si ricorderà per la bellezza e la completezza. Ho letto già qualche commento e devo dire che l’attenzione mi si è focalizzata su alcuni colleghi e su una “lettrice” in particolare.

    Una descrizione bellissima in tutti i suoi componenti.
    Un pezzo importante nella buona prosecuzione del romanzo.
    A braccio ci si avvicina al Clou.

    Ciao Nì, mi lasci incantata ogni volta per come scrivi.
    Un sorriso, bye

    1050

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