La bella Italia II

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Frattanto, l’infuriare delle informazioni fasulle provenienti dal versante abissino, così contrastanti con la realtà dei fatti, aveva finito per disorientare l’opinione pubblica internazionale. Chi stava vincendo, gli italiani o gli abissini? Si registrarono anche molti episodi curiosi o divertenti. I corrispondenti al seguito delle forze italiane, per esempio, incontrarono spesso difficoltà a far pubblicare i propri reportage, esatti ma succinti, perché i direttori diffidavano di quei resoconti ritenendoli influenzati dai nostri servizi segreti. Si dava invece grande risalto alle notizie particolareggiate dell’agenzia Wazie Alì Bey che favoleggiava di scontri e di battaglie in cui gli italiani continuavano ad avere la peggio. Il “New York Times” giunse persino a cestinare una corrispondenza da Asmara, nella quale Herbert Matthews pronosticava la prossima vittoria italiana, e preferì dare spazio a quella da Addis Abeba che sosteneva il contrario. Neppure l’esito favorevole agli italiani della battaglia decisiva dell’Endertà modificò la situazione. Il “Times” di Londra e il “New York Times” la definirono un piccolo combattimento senza importanza. E pubblicarono l’autorevole commento del massimo storico militare britannico, Sir Basil Liddell Hart, il quale sosteneva che “nulla autorizza a credere che si tratti di una vittoria decisiva”. Pochi giorni dopo, però, gli italiani entravano trionfalmente in Addis Abeba. Il non aver creduto che gli italiani stessero vincendo provocò, come ovvia conseguenza, una frenetica ricerca di giustificazioni allorché divenne chiaro che stavano effettivamente vincendo. La più facile e la più sfruttata fu quella di sostenere che il nostro esercito aveva sconfitto gli etiopi usando i gas e bombardando indiscriminatamente gli ospedali, i centri della Croce Rossa e altri obiettivi civili. Naturalmente non vi è più alcun dubbio che in qualche occasione si ricorse a simili mezzi, ma le segnalazioni da parte abissina furono così confuse e le smentite italiane così veementi che ancora di recente la questione è stata al centro di aspre polemiche fra storici autorevoli. Per la verità, allora molti giornalisti stranieri testimoniarono di avere visto uomini e donne piagati dalle ustioni provocate dall’iprite, ma tali affermazioni non furono mai convalidate dalle indispensabili documentazioni fotografiche. D’altra parte, i fotoreporter inviati a seguire la guerra sul versante abissino erano privi di libertà di movimento e per questa ragione costretti a riprendere scene e pose strumentalmente ricostruite a loro uso e consumo. La mancanza di adeguate prove fotografiche consentì agli italiani di respingere ogni accusa. Un altro elemento a loro favore fu la scoperta che alcune delle rare foto di ustionati esibite quale testimonianza dagli abissini in realtà risultarono eseguite nei lebbrosari. In ogni caso, se è accertato che i gas furono impiegati, ciò accadde solo in situazioni particolari. Altrimenti non si spiegherebbe perché i nostri soldati non avessero in dotazione la maschera antigas, strumento indispensabile per non rimanere vittime del gas “amico”. Pochi anni fa, nel corso di una rinnovata polemica fra Indro Montanelli, che per esperienza diretta negava l’uso dell’iprite, e lo storico Angelo Del Boca, che invece lo documentava, intervenne come “paciere” Sergio Romano, il quale sul “Corriere della Sera” citò un interessante rapporto da lui rintracciato negli archivi del Pentagono. Si trattava della relazione del capitano dei marines Pedro A. Del Valle che aveva seguito da osservatore l’esercito italiano in Abissinia. In essa, dopo avere significativamente sottolineato che la maschera antigas non era in dotazione dell’esercito italiano, il capitano riferiva che, secondo quanto confidatogli dal generale Frusci, “l’iprite era stata usata soltanto come rappresaglia per le atrocità commesse contro l’aviatore italiano Minniti”. Basandosi su queste e altre testimonianze, il capitano dei marines era infine giunto alla conclusione che i gas erano stati effettivamente impiegati, ma solo occasionalmente, e che non avevano rappresentato un fattore decisivo nel corso della campagna. Lui stesso pare non aver dato troppa importanza alla questione, considerato che nel suo lungo rapporto i riferimenti all’uso dell’iprite occupano appena una dozzina di righe. Per quanto riguarda invece i bombardamenti degli ospedali e dei centri della Croce Rossa, è chiaro che in guerra capita spesso di colpire tali obiettivi; si tratta dunque di stabilire se ciò sia stato fatto di proposito o per errore. In Abissinia tale distinzione era resa ancor più complicata, poiché l’emblema della croce rossa era da secoli usato per indicare i bordelli; inoltre, quando gli abissini scoprirono che quel simbolo garantiva l’immunità dai bombardamenti, presero l’abitudine di inalberarlo sugli alloggi degli ufficiali e su edifici dedicati a tutt’altro uso. Persino il figlio dell’imperatore Hailè Selassiè aveva sistemato quel vessillo protettivo sul tetto della propria casa. Da parte loro, le fonti ufficiali italiane, nel momento in cui venivano poste di fronte a testimonianze fotografiche indiscutibili, si giustificavano sostenendo che i nostri aviatori si ritenevano autorizzati a bombardare anche gli obiettivi con l’emblema della croce rossa, in quanto erano spesso bersaglio di sparatorie provenienti da tende o edifici contrassegnati con quel simbolo.
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Mentre, riguardo all’accusa di impiegare il gas, contrattaccavano accusando gli abissini di decapitare o di castrare i prigionieri e di usare le dilanianti pallottole esplosive dum-dum proibite dalle convenzioni internazionali. Per concludere: benché certamente esagerate, sia le versioni degli uni sia quelle degli altri contenevano un fondo di verità. Se per il resto del mondo l’Abissinia (nessuno ancora la chiamava Etiopia) era soltanto una curiosità enigmistica, per gli italiani dei primi decenni del secolo scorso aveva una collocazione di rilievo nell’immaginario collettivo. Tutti sapevano come e dove trovarla sulla carta geografica, e bastava nominarla per evocare nomi familiari di località mai viste di cui, nelle sere d’inverno davanti al focolare, un nonno o un vecchio zio, veterani della campagna d’Africa, avevano descritto le suggestive particolarità: Dogali, Adua, Macallè, Asmara… Nomi di luoghi fiabeschi, che maestri volenterosi sfidavano gli scolari a rintracciare in quella piccola macchia verde con cui si indicava la nostra colonia più vecchia e più amata, l’Eritrea, e che erano diventati persino nomi di battesimo imposti a figli o nipoti di ex combattenti. Anche negli adulti ogni accenno all’Abissinia evocava un confuso groviglio di sentimenti intrisi di malinconia e di desideri inespressi: la voglia d’avventura, il senso di frustrazione, il fascino dell’ignoto, la ricerca dell’isola felice. “Io ti saluto e vado in Abissinia…” era un modo scherzoso di prendere commiato che si riallacciava a un antico ritornello popolare tramandato oralmente dai tempi delle prime spedizioni postrisorgimentali nel continente nero. Fu appunto dopo l’Unità nazionale, quando le grandi potenze europee dietro il velo della missione civilizzatrice si erano già da tempo impadronite di sterminati possedimenti coloniali, che le nostre classi dirigenti scoprirono che pure l’Italia aveva degli “interessi africani”. A dire il vero, a scoprirlo per primo non fu il governo, ma la compagnia di navigazione genovese Rabattino, per fini esclusivamente commerciali. Dopo l’apertura del canale di Suez, la compagnia aveva infatti urgente bisogno di uno scalo di ancoraggio e di “carbonamento” nel mar Rosso, diventato nel frattempo la più importante via marittima per i traffici con l’Oriente. L’incarico di acquistare un “qualsivoglia terreno, spiaggia, rada, porto o seno di mare idoneo a impiantarvi una stazione” venne affidato dalla Rubattino a Giuseppe Sapeto, un missionario ed esploratore savonese noto per avere guidato alcune spedizioni nell’Africa orientale. Egli, inizialmente, puntò su Aden ritenendola più adatta alla bisogna. Ma quando vi giunse, nel 1869, scoprì con sua sorpresa che gli “esploratori” inglesi e francesi erano arrivati prima di lui impadronendosi di gran parte della costa arabica per conto dei rispettivi governi. Sapeto comunque non si arrese. Trasferitosi sull’altra sponda del mar Rosso, dopo avere girovagato in lungo e in largo per la costa africana, fra deserti e villaggi dimenticati da Dio, scelse la baia di Assab, sulle assolate coste della Dancalia. Assab era allora un villaggio di poche capanne, abitato da poveri pescatori che facevano i pirati a tempo perso. Era privo di ogni risorsa, persino dell’acqua potabile, ma non c’era altro di meglio a disposizione. Sapeto ne trattò quindi l’acquisto con i capi locali e, dopo le consuete cerimonie levantine che durarono più giorni, si accordò sul prezzo versando in contanti 8100 talleri di Maria Teresa. Il tallero era una pesante moneta d’argento, coniata in Austria ma molto ricercata e diffusa in tutto il Levante, dove è stata usata per ogni tipo di transazione fino al 1945. Da “tallero” pare derivi il termine “dollaro”. Per almeno un decennio, il governo italiano si disinteressò della stazione marittima di Assab. Infatti allora si riteneva che per l’Italia la zona naturale di espansione fosse l’Africa mediterranea e, in particolare, la Tunisia, in cui già vivevano migliaia di coloni italiani. E in tal senso si muoveva la nostra diplomazia. Ma quando, nel 1881, la Francia si impadronì proditoriamente di questo paese, essendo l’Egitto un protettorato britannico e la Libia una provincia dell’ancora temibile impero ottomano, Roma dovette malinconicamente rinunciare alle ambizioni mediterranee e rassegnarsi a prendere in considerazione il territorio acquistato da Sapeto. La baia di Assab fu quindi ricomprata per 416.000 lire: un ottimo affare per la Rubattino che continuò così a servirsene a spese dello Stato. In quegli anni, a indirizzare le ambizioni italiane verso l’Africa orientale contribuirono fattori politici ed economici. In primo luogo, a spingerci in direzione del Corno d’Africa fu l’Inghilterra, la quale, per contrastare l’espansionismo francese, si proponeva di riequilibrarlo con quello italiano. Ma contribuì anche, e soprattutto, il desiderio del governo italiano e della Corona di aumentare il proprio prestigio collocandosi fra le potenze europee che già possedevano vasti imperi coloniali. D’altra parte, all’epoca godeva di molto credito la teoria dello “spazio vitale” e della “missione civilizzatrice” cui l’Europa si riteneva votata. Si dava insomma per scontato che fosse un sacrosanto diritto del vecchio continente conquistarsi dei territori in quella parte del mondo non ancora bonificata dalla “civiltà bianca”.
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D‘altronde, il verbo “colonizzare” non aveva ancora il significato negativo che assumerà in seguito. Colonizzare significava portare la civiltà, l’ordine, il benessere, e naturalmente anche la “buona novella” del cristianesimo, in paesi barbari popolati da selvaggi idolatri. I missionari e gli esploratori, consapevoli o no, fecero infatti da battistrada al colonialismo
ottocentesco e la società gliene rese grande merito. Anche le truppe d’occupazione quando partivano per le imprese d’oltremare venivano osannate dalle folle, cantate dai poeti e benedette dai vescovi. Pochi, insomma, in quegli anni, intravedevano le speculazioni, le sopraffazioni e le ingiustizie che si nascondevano sotto il comodo mantello della missione civilizzatrice. Persino Giuseppe Mazzini era stato un convinto fautore della “missione di Roma” nella confusa e incivile Africa. Di conseguenza, mentre nazioni grandi e piccine partecipavano al ricco banchetto coloniale, sui nostri giornali gli opinionisti più acuti si domandavano sconsolati perché, “vedendo che tutte le potenze europee, anche secondarie, si appropriano di qualche grosso boccone africano senza rendere conto a nessuno del loro operato, l’Italia se ne sta sola con le mani in mano”. Fu un altro esploratore a fornire all’Italia il pretesto per allargare convenientemente i confini della stazione marittima di Assab senza sborsare altri talleri. Si chiamava Gustavo Bianchi ed era stato incaricato dal governo di spingersi, con la scusa dell’esplorazione, a curiosare nell’interno del mitico impero biblico dell’Abissinia di cui molto si favoleggiava e poco si sapeva. Al ritorno dalla sua missione la carovana di Bianchi fu assalita dai predoni dancali mentre attraversava la regione del Tigrè. I portatori vennero trucidati, l’esploratore si salvò per miracolo e la notizia del massacro destò in Italia dolore, scalpore e desiderio di vendetta. Incitato dalla stampa, il governo decise alfine di reagire all’affronto e il 5 febbraio del 1885 un corpo di spedizione composto di 800 bersaglieri al comando del colonnello Tancredi Saletta sbarcò nel porto eritreo di Massaua senza nascondere le proprie intenzioni. Massaua, che diventerà la culla del colonialismo italiano, sorgeva sopra un’isola corallina del mar Rosso, in seguito collegata con la terraferma da una diga, ed era il posto più caldo del mondo. Popolata da 5000 abitanti, questa cittadina apparteneva all’Egitto, ma poiché quest’ultimo era controllato dall’Inghilterra (la quale si dimostrava favorevole alla nostra impresa), il governatore egiziano di Massaua fece rapidamente le valigie senza protestare. I nostri bersaglieri, seppure temprati dalle guerre risorgimentali, e soprattutto dalla lunga guerriglia contro i briganti del Sud, non erano tuttavia in grado di controllare quella vasta zona infestata di predoni. Ma Saletta era un piemontese fantasioso e non si perse d’animo. Andandosene in gran fretta, il governatore egiziano aveva abbandonato il suo piccolo esercito personale costituito da un migliaio di mercenari, detti bashi-buzuk, “zucche vuote”, pronti a vendersi per pochi talleri a qualsiasi padrone. Il colonnello li assunse in blocco e li inquadrò in reggimenti, comandati da ufficiali italiani e chiamati ortù, suddivisi a loro volta in compagnie e buluk, plotoni, affidati al comando di subalterni indigeni, gli scium-basci (sergenti) e i buluk-basci (che corrispondono più o meno ai nostri caporali). Una gerarchia che rimarrà immutata nel tempo. In seguito, Saletta costituì anche un corpo di cavalleria, le “penne di falco”, e di carabinieri indigeni, gli zaptiè. Con l’aiuto di queste forze ausiliarie particolarmente combattive debellò rapidamente i predoni dancali e conquistò l’intero entroterra di Massaua meritandosi, a fine carriera, una citazione nelle nostre enciclopedie quale fondatore dell’esercito coloniale italiano. L’Abissinia è una terra vasta sei volte l’Italia, arida e povera nel bassopiano, ma ricca di foreste e di verdi pianure sugli immensi altipiani che, ergendosi dalla bassura desertica e afosa di Massaua, superano spesso i 3000 metri di quota. Anche allora l’agricoltura era limitata alle aree più fertili, mentre nel resto dominava la pastorizia nomade. Non esistevano industrie di alcun genere e il principale commercio, oltre quello del bestiame, era rappresentato dalla tratta degli schiavi legalizzata dal governo e controllata esclusivamente dai mercanti arabi. Quando gli italiani si stabilirono nella cittadina eritrea, a Addis Abeba regnava ancora il negus Giovanni il quale esercitava, per modo di dire, la sua autorità su uno stato di tipo feudale dominato da un gran numero di ras infidi che avevano il diritto di riscuotere i balzelli e arruolare un proprio esercito personale. Un’altra classe dominante era costituita dagli abuna, i sacerdoti copti (il cui patriarca risiedeva nella città santa di Axum), che esercitavano un forte potere spirituale. I frengi, i bianchi, erano ancora rari in Abissinia e costituivano un oggetto di curiosità. Si trattava di coraggiosi missionari, di sospetti esploratori e di avventurieri dediti alla tratta degli schiavi o al traffico delle armi. Fra questi ultimi figurava, come si è già detto, anche il “poeta maledetto” Arthur Rimbaud. Ammonito dall’Inghilterra, che lo riforniva dei preziosi fucili necessari a tenere a freno i suoi ras più irrequieti, e a difendersi dai dervisci sudanesi, il negus Giovanni non aveva protestato per l’arrivo degli italiani. Anche i ras si erano giocoforza adeguati, tranne uno, ras Alula, signore dell’Hamasen, che darà grandi fastidi ai frengi indesiderati. “Ulula Alula, come bestia immane” declamerà inorridito dalle stragi compiute da questo ras, un nostro infervorato poeta.
Alula non rimase a lungo con le mani in mano: il 25 gennaio 1887 i suoi armati attaccarono il presidio italiano di Saati, ma furono duramente respinti. Preoccupato per l’accaduto, Saletta spedì sul luogo una carovana cammellata con circa 500 bersaglieri e un centinaio di bashi-buzuk, comandati dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis.
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A mezza strada, presso una località che sarà poi chiamata Dogali, comparvero improvvisamente gli uomini di Alula. Erano circa 8000 e attaccarono la colonna dopo averla circondata. Quello che accadde dopo venne raccontato dal tenente Carlo Savoiroux, uno dei pochi sopravvissuti all’eccidio: Gli abissini erano tutti stesi bocconi ad attendere pazientemente che i colpi di moschetto fossero meno frequenti per correre all’assalto. Infatti dopo oltre due ore di fuoco continuato, i colpi diminuirono. Ras Alula diede allora il segnale dell’attacco facendo rullare i tamburi e tutta l’armata abissina volò all’assalto. Si sentì un clamore, un vociare, un urlo, un rumore spaventoso provocato dalle grida degli attaccanti, dallo sparare dei moschetti e dall’urrà dei nostri bravi soldati. Poi, a poco a poco il rumore si fece meno assordante e poi debole e poi cessò affatto. Cademmo tutti: 540 di noi ed alcuni bashi-buzuc. Gli altri credo se la svignassero. Il dispaccio in cifra che comunicava la notizia del massacro giunse a Roma ventiquattro ore più tardi e provocò grande turbamento. Il capo del governo in carica, Agostino Depretis, fu sopraffatto dall’emozione. Appena pochi giorni prima, in risposta all’interroga-zione di un deputato che temeva una possibile reazione abissina, aveva dichiarato che non era il caso di drammatizzare per “i quattro predoni che avessimo potuto [sic] trovarci fra i piedi”. Affranto per la tragica notizia, dopo avere rintuzzato alla meglio le proteste della piccola pattuglia socialista guidata da Andrea Costa, che aveva addirittura paragonato l’episodio africano alle sconfitte di Lissa e di Custoza, Depretis, rientrato nel suo studio, ordinò che gli portassero una carta dell’Abissinia: “Vorrei” disse “almeno vedere dove si trova quel posto maledetto”. Ferdinando Martini assistette alla scena, e nel suo diario racconta che i collaboratori del primo ministro “si affannarono invano nel tentativo di individuare la località maledetta: in Eritrea, infatti, non esisteva alcun luogo chiamato così prima che l’onorevole Cappelli gli imponesse quel nome.,.”. Raffaele Cappelli era il segretario generale del ministero degli Esteri e a lui era spettato il compito di decifrare il dispaccio proveniente da Massaua. Scrive Martini: Tutto v’era chiaro tranne la indicazione del luogo dove lo sterminio avvenne. La gravità dell’evento non tollerava annunzi indugiati; d’altra parte, il nome del luogo non aveva essenziale importanza: se incorresse errore c’era tempo a correggere. Parve però a Cappelli che dalle lettere denotate dalle cifre un nome potesse comunque comporsi: Dogali, e Dogali scrisse; e con quel nome la infausta collina fu consegnata alla storia. Dopo l’episodio di Dogali seguirono due anni di relativa tranquillità. A Massaua si era stabilito con poteri militari e civili il generale Antonio Baldissera, padovano di nascita ed ex ufficiale dell’esercito austriaco con alle spalle una storia romanzesca. Trovatello, raccolto per strada dal vescovo di Udine, il piccolo Antonio fu da questi affidato all’imperatrice Marianna d’Austria, la quale lo avviò alla carriera militare nell’esercito austriaco, dove raggiunse il grado di generale. Integrato con il medesimo grado nel Regio esercito italiano dopo l’Unità nazionale, Baldissera, fiero del suo passato militare, continuava a portare orgogliosamente appuntate sul petto le decorazioni che si era guadagnato combattendo nel ’59 contro di noi e nel ’66 contro i prussiani.
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Ufficiale intelligente, ottimo organizzatore e popolarissimo (“O Baldissera,” canteranno in Italia, dopo la sua partenza per l’Africa “non ti fidar di quella gente nera…”), il nuovo arrivato perfezionò il lavoro iniziato da Saletta
trasformando gli indisciplinati bashi-buzuk in soldati obbedienti e combattivi, che volle ribattezzare “ascari” (ascari in arabo significa “guerriero”). Le nuove reclute professavano le religioni più diverse: c’erano copti, musulmani, animisti e persino dei Niam Niam dediti all’antropofagia… Ma lui, infischiandosene della loro fede (“credano pure a ciò che vogliono” era solito dire “purché obbediscano e combattano”), scelse i migliori selezionandoli fra le razze più guerriere. L’arruolamento era volontario e i limiti di età variavano dai 16 ai 24 anni. Per essere dichiarati “abili” era sufficiente una sola prova: una marcia senza soste di 60 chilometri seguita da una visita medica. L’unico privilegio consentito agli ascari (che sarà rispettato anche negli anni futuri) era di portarsi appresso le loro donne, che, con figli e masserizie, seguivano le truppe su carri e carretti, persino in battaglia. L’“austriaco”, come veniva chiamato Baldissera, trasformò quell’accozzaglia di mercenari in soldati straordinari il cui unico difetto, come osserva Domenico Quirico nel suo libro Squadrone bianco, “era costituito dall’eccessivo ardore nel lanciarsi avanti”. Diede loro una bandiera, ne alimentò lo spirito di corpo e il senso dell’onore, scegliendo per loro anche una splendida uniforme di cui andranno molto fieri. Salvo i piedi nudi di prammatica, gli ascari indossavano una elegante divisa bianca stretta attorno alla vita da una fascia di lana il cui colore (rosso, nero, azzurro e cremisi), identico a quello del tarbusc, il fez, indicava l’appartenenza a ciascuno dei quattro reggimenti nel quale erano stati inquadrati. I graduati, contraddistinti da lucenti galloni dorati, avevano diritto al saluto militare da parte dei loro inferiori indigeni, ma non dei soldati nazionali che ne erano esentati. Approfittando della morte del negus Giovanni, caduto in battaglia contro i dervisci sudanesi (la sua testa fu gettata ai piedi del califfo di Ondurman), Baldissera allargò i confini della colonia impiegando esclusivamente truppe indigene e sfruttando la rivalità dei vari ras che si contendevano la successione al trono. Il 3 agosto 1889, sconfitto Alula, occupò Asmara e insediò il proprio governo militare nel palazzo abbandonato dal ras fuggiasco. Nel frattempo, non senza difficoltà e non senza l’aiuto italiano, il ras dello Scioa riuscì a salire sul trono del Leone di Giuda, rimasto vacante dopo la morte del negus Giovanni. Il nuovo sovrano, subito riconosciuto da Roma, assunse il nome di Menelik II e in seguito firmò a Uccialli un trattato d’amicizia con l’Italia, che si impegnava ad appoggiarlo contro gli altri ras e contro i dervisci. Il 1° gennaio 1890 il nuovo capo del governo italiano, Francesco Crispi, annunciò orgogliosamente in Parlamento la nascita della colonia Eritrea con capitale Asmara. Pochi giorni prima, i nostri soldati erano sbarcati anche nella Costa dei Somali, dove già erano presenti inglesi e francesi, e si erano impadroniti del sultanato della Migiurtinia. Ora l’Abissinia era stretta fra le ganasce delle nuove conquiste territoriali italiane: la colonia Eritrea a nord e la Migiurtinia a sud.

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17 pensieri su “La bella Italia II

  1. In questo clima di incertezza e malcontento generale, Benito Mussolini, un giornalista poi entrato in politica, che formò a Milano i Fasci di combattimento.
    In poco tempo vi aderirono numerose persone, convinte che solo l’ordine, l’autorità e la forza avrebbero potuto porre rimedio alle difficoltà del momento.
    I Fasci di combattimento erano chiamati anche Camicie Nere, dal colore della divisa.

    Grazie all’appoggio economico degli industriali e dei proprietari terrieri, al silenzio del governo e delle forze dell’ordine, il movimento fascista diventò sempre più importante.

    I sostenitori del fascismo aumentavano ogni giorno e Mussolini decise di trasformare il movimento in un partito politico: nasceva così il Partito nazionale fascista

    Inquadriamolo storicamente.
    Un capitolo questo, caro Milord, che è oro colato.,
    Grazie e buona giornata

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  2. E’ vero che il fascismo ha sbagliato con le leggi razziali, ma per chi si permette di Parogonare Berlusconi a Mussolini, rifletta 1000 volte valutando ciò che ha fatto il fascismo!
    1). Guerra alla Mafia e alla Massoneria (vedi “Prefetto di ferro” Cesare Mori)
    2). Assicurazione invalidità e vecchiaia, R.D. 30 dicembre 1923, n. 3184
    3). Assicurazione contro la disoccupazione, R.D. 30 dicembre 1926 n. 3158

    Ecco.
    un saggio bellissimo il suo.
    Buongiorno

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  3. Non credo che iniziando un dibattito sul fascismo si faccia onore a quello che leggo.
    Questo secondo capitolo è poesia.
    una forza che dà potenza alle parole.
    Un’analisi di merito che è un pregio.
    Ciao Ninni

    Buona giornata

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  4. meticoloso e preciso.
    Un capitolo che ci da uno spaccato, con un racconto, una croonaca precisa.
    Ci stai facendo vivere e rivivere quel racconto che la storia definisce “Il periodo d’oro” dell’Italia.
    Una nazione che usciva da delle congiunture particolari che simanifestavano con la bellezza e la forza di “ruyscire”.
    Da allora, credo, che questo spirito sia rimasto assolutamente assente.
    Grazie Milord.
    Comunque me lo rileggerò con più calma.
    C’è tanto in tutto questo.
    Grazie proprio.
    Buona giornata

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  5. Scusate.
    Leggo il sig. Iribarne…
    Avrei da aggiungere, anche:
    -Assistenza ospedaliera ai poveri
    -Tutela del lavoratore di donne e fanciulli
    -Assistenza illegittimi e abbandonati o esposti

    Buongiorno Milord.
    Un capitolo che è preciso come un chiodo nel muro. Cos’altro potrei aggiungere se non tanto stupore per questa precisione bellissima?
    Buona giornata da Paris.

    Ciao e grazie

    Annelise

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  6. Il declino dell’ideologia fascista, avvenuto con la sconfitta dell’Asse nella seconda guerra mondiale, non fu del tutto netto.
    Alcuni regimi occidentali, come quello di Franco in Spagna e di Salazar in Portogallo sopravvissero ( mentre i paesi dell’Europa orientale furono investiti dai regimi comunisti) e in molti paesi dopo la guerra, anche se formalmente proibiti, vennero ricostruiti partiti direttamente ispirati al fascismo. In Italia i reduci della Repubblica di Salò fondarono
    il Movimento Sociale Italiano, trasformatosi poi nel ’95 in partito di destra moderato ( Alleanza Nazionale ), perdendo le connotazioni più dirette del fascismo. Vennero creati altri movimenti della destra più radicale e anche terrorista ( Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Ordine Nero … ).
    Negli anni ‘80-‘90 sono sorte ideologie filofasciste razziste soprattutto ostili nei confronti degli immigrati e ciò avviene soprattutto in Francia e Germania ( anche se partiti ispirati a tali ideologie non riescono ad affermarsi elettoralmente ),
    in Europa orientale dove la nascita dei partiti fascisti è legata al crollo del sistema comunista, in Sudafrica e negli Stati Uniti.

    Ma di cosa si parla?
    Bello quello che hai scritto.
    le guerre coloniali
    Tsé

    Susi
    😉

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  7. Caro Antonmaria

    È sempre Meraviglia leggerVi, di qualsiasi cosa scriviate. Meraviglia per lo stile, il genio, l’ originalità che si evincono dai Vostri Capolavori. E spesso, come nella pubblicazione corrente, stupisce lo straordinario lavoro di documentazione e studio che vi è stato.
    Non di meno si nota l’ importanza che date, e che deve avere, riportare notizie ed eventi con obiettività. Il Vostro senso di Giustizia è diffusamente risaputo.
    Ho letto davvero con molto interesse, è lodevole il Vostro impegno di divulgare cultura. Un impegno che svolgete con molta umiltà, ma chi legge comprende la Vostra ‘grandezza’.

    Il meccanismo degli insediamenti costieri garantiva buoni profitti con sforzi minimi. Non era necessario occupare l’interno, disperdere truppe, spendere soldi; questo veniva lasciato agli africani e alle loro classi dirigenti. I meccanismi del commercio funzionavano ugualmente, venivano portati avanti dagli stessi africani, spesso coadiuvati da trafficanti o maestranze europee. In alcuni stati costieri inoltre le classi dirigenti stavano anche cercando di promuovere ambiziosi programmi di riforme ed erano disposte ad intensificare le relazioni economico-politiche con gli europei a patto di rimanere indipendenti. Perché dunque di punto in bianco cambiare politica? spendere soldi, tempo e uomini per amministrare direttamente i territori dell’interno, infestati di malattie e completamente privi di strade o sistemi di comunicazione efficienti
    Non esiste una risposta unica ed anzi tale questione è ancora una fra le più dibattute e oggetto di revisionismo storico. Inizialmente si era dato più peso alle motivazioni economiche, oggi si tende a rivedere tutto rivalutando quelle politiche e culturali.
    Ci stiamo quindi addentrando in uno dei tanti campi minato della storia.
    Ricchi o poveri, borghesi o socialisti, tutti sembravano gioire allo stesso modo dei successi in Africa riportati dai propri eserciti.
    C’erano tutti, ma proprio tutti.

    Grazie, Antonmaria. Per chi può LeggerVi, è tanto arricchimento interiore e culturale.
    Con Stima Affetto Gratitudine,

    Maria Silvia
    (Da sempre per sempre KS)

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    • Preg.ma Sig.ra Maria Silvia,

      poterLa leggere e poter leggere i suoi apporti, così interessanti, profondi e approfonditi, rende l’universo conoscenza, proposto da SAI, più articolato e vivace.
      Le espressioni che leggo, grazie alla Sua penna, sono frutto di maturazione e discernimento non comune.
      Me lo lasci dire.
      La ringrazio a nome dell’analisi e dell’approfondimento.
      Le auguro una bella e serena giornata

      Amedeo

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      • Gent.mo Amedeo d’ A.

        La ringrazio per aver apprezzato il mio commento. Vorrei esprimerLe la mia stima: i Suoi apporti sono sempre interessanti ed espressi con eleganza scrittoria.
        Le auguro buon proseguimento di giornata.

        Maria Silvia

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    • Maria Silvia,

      non posso far altro che associarmi alla pubblica ammirazione.
      Leggendoti ho registrato un’analisi serena e sicuramente approfondita.
      Una pulizia che è invidiabile.
      Grazie anche a te e ai tuoi apporti sempre perfetti e soprattutto approfonditi.
      Buona girnata

      L.

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      • Gentile Hilde

        Grazie, sono onorata del pensiero che mi hai riservato.
        Ti seguo sempre,
        ho già avuto mofo di manifestarTi la mia profonda Stima.
        Un cordiale saluto.

        Maria Silvia

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  8. Che ognuno abbia la sua parte di ricordi.
    Che ognuno stringa quello che la mente gli riserva e gli regala.
    Oggi, caro dottore, lei sta rendendo giustizia a quanti in questi anni, hanno voluto denigrare, senza ritegno e senza alcuna veridicità storica.
    Quella veridicità che Lei, caro dottore, con pazienza e dotta informazione, sta delineando. Il Suo, mi creda, è un lavoro lodevole che trascende qualsiasi momento di cognizione e si rivolge a chi, assetato di sapere, è perso nei meandri della menzogna e delle risposte artefatte.

    un po’ per sport ho cercato di approfondire qualche argomento o fatto da lei proposto.
    Le devo dire che, con grande, grandissima soddisfazione, ha reso esaustiva qualsiasi spiegazione di merito e nel merito.

    Si, in questo secondo capitolo, mi ritengo profondamente soddisfatto.
    Una verità storica legata a fatti e argomenti, da lei descritti, assolutamente verificabili e approfonditi.
    La ringrazio a nome della mia sete di conoscenza.

    Abbia una serena giornata e grazie.

    Amedeo

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  9. L’analisi storica, caro Ninni, certamente non ti difetta e in questo lavoro, scritto con passione e con determinazione, la stai regalando a piene mani, per tutti.
    Tu sai, perché lo sai, che il periodo storico da te preso in esame con questo libro (perché di libro si tratta vero?) è un periodo che per me è odioso.

    Riesci, però, a regalarmi quella serenità che fa scaturire l’attenzione, in modo non comune.
    Un modo che rende l’attenzione come un obbligo a leggerti e a seguirti.
    Grazie per tutto questo.
    Non smetterei di leggerti mai.
    Ti ringrazio e aspetto il prossimo capitolo con quella attenzione che meriti sul serio.
    Ciao, un caro saluto

    L.

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