La bella Italia III

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Soddisfatto della situazione che si era venuta a creare, il generale Baldissera riteneva che fosse necessario un periodo di calma per procedere all’organizzazione della colonia. Ma così non la pensava Francesco Crispi. Il nuovo capo del governo, tramutatosi rapidamente da ex garibaldino repubblicano in un fervente monarchico nazionalista, era infatti desideroso di trasformare al più presto l’Italia in una grande potenza coloniale e premeva sul governatore dell’Eritrea perché ne dilatasse i confini ignorando gli accordi stabiliti a Uccialli. Fra i due uomini il rapporto non tardò a deteriorarsi e, naturalmente, fu Crispi a spuntarla: Baldissera, considerato troppo prudente, fu silurato, richiamato in patria e sostituito per breve tempo dal generale Orero e poi dal generale Oreste Baratieri.
Il nuovo governatore della colonia, anche lui ex ufficiale garibaldino, nonché amico personale di Crispi, era un militare ambizioso e spregiudicato che subito si affrettò ad assecondare le ambizioni espansionistiche del presidente del Consiglio. Il primo screzio fra Roma e Addis Abeba si registrò con la controversia sull’interpretazione dell’articolo 17 del trattato di Uccialli. Secondo Menelik, l’articolo stabiliva che il negus “può farsi rappresentare in Europa dall’Italia”, secondo Crispi che il negus “deve e consente di farsi rappresentare…”, il che significava capovolgere il significato e trasformare l’Abissinia in un protettorato italiano. Ferito nel suo orgoglio, Menelik scrisse personalmente una lettera al “fratello cristiano Umberto I” affinché fosse riconosciuta l’indipendenza del suo regno, ma l’altro, offeso per essere stato chiamato “fratello” da un barbaro, neppure gli rispose. I venti di guerra ricominciarono così a soffiare sull’altopiano etiopico. La stampa italiana condannava “il voltafaccia del ras dello Scioa”, retrocedendo in tal modo il negus neghesti a un qualsiasi irrequieto capotribù, mentre una diffusa canzonetta popolare lo minacciava apertamente: “O Menelicche, le palle son di piombo e non pasticche!”.
Baratieri non rimase a lungo con le mani in mano. Nel luglio del 1894, con un’operazione audace e brillante, raggiunse e conquistò Cassala, piazzaforte dei dervisci nel Sudan. Ma Menelik ebbe appena il tempo di gioire per la sconfitta subita dai secolari nemici dell’Abissinia, perché pochi mesi dopo il generale italiano mosse guerra anche contro Mangascià, il ras del Tigrè, colpevole di avere aiutato alcune tribù che si erano ribellate agli italiani. Sbaragliata l’armata tigrina, il 28 dicembre dello stesso anno Baratieri conquistò Adua e stabilì il suo comando proprio nella residenza abituale di Mangascià. Al ras sconfitto non rimase che chiedere aiuto a Menelik il quale, temendo la superiorità militare degli italiani, cercò di risolvere la vertenza senza ricorrere alle armi e inviò una garbata lettera a entrambi i contendenti. All’appello di Mangascià rispose: “Non si può dire che gli italiani abbiano torto, perché fosti tu ad attaccarli. Come mai hai fatto una cosa simile? Sono comunque contento che Dio ti abbia salvato”. A Baratieri, che sosteneva di avere agito perché costretto da Mangascià, rispose: “Tu non ignori che io amo rimanere in pace con i miei vicini, eppure fosti tu il primo a invadere le terre altrui. Non fu questa una mancanza? Ora ho scritto ai miei capi del Tigrè che l’inconveniente non si ripeta. Ho scritto anche a re Umberto affinché lui faccia intendere ragione ai suoi capi di Roma e di Massaua. Spero di non incontrare difficoltà per sedare questa questione sorta per malintesi”. Ma i “capi di Roma” non intendevano ragione. Crispi, esultante per i successi ottenuti, incitò Baratieri a conquistare l’intero Tigrè e poi, a operazione conclusa, invitò a Roma il generale vittorioso, che fu accolto come un trionfatore e salutato addirittura come il “Napoleone d’Africa”.
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Giacché le sue proposte pacifiche erano rimaste inascoltate, Menelik aveva nel frattempo ordinato la mobilitazione generale. “Ascoltate! Ascoltate!” gridavano di villaggio in villaggio i banditori accompagnati dal cupo rullo dei negarit, i tamburi di guerra. “Che divenga sordo chi è nemico di Menelik e della Vergine Maria! È arrivato un nemico che rovina il paese, che muta la religione, che ha passato il mare datoci da Dio come frontiera. I guerrieri preparino i viveri, nessuno rimanga a casa, perché tutti devono prendere parte alla difesa della nostra terra.”
Mentre le forze abissine si andavano radunando attorno a ras Maconnen, comandante dell’armata imperiale, Baratieri ordinò al generale Giuseppe Arimondi di attestarsi a Macallè, piccolo centro tigrino situato a oltre 2000 metri di quota, dove ebbero subito inizio i lavori per la costruzione di un forte sulla cima dell’Enda Jesus. Sistemate le difese, una colonna di 1600 soldati, in gran parte ascari, comandata dal maggiore Pietro Toselli, fu inviata in perlustrazione fino al lago Ascianghi dove venne avvistata l’avanguardia nemica: circa 30.000 uomini guidati dallo stesso Maconnen, cui si erano prontamente aggregati i guerrieri di Mangascià e del redivivo Alula. Obbedendo agli ordini di Arimondi, Toselli, un piemontese coraggioso e idolatrato dai suoi ascari, si schierò sulle pendici dell’altopiano dell’Amba Alagi, a oltre 3000 metri di quota. Il rapporto di forze era insostenibile, ma Baratieri era ottimista in quanto riteneva che i ras fossero in disaccordo fra loro e che quindi si potesse ancora disgregarli distribuendo come al solito armi e talleri d’argento. Invece, questa volta, il fronte abissino si rivelò compatto e quando Baratieri se ne rese conto era ormai tardi: i suoi messaggeri inviati pancia a terra con l’ordine di ripiegare su Macallè furono intercettati e uccisi dalla cavalleria abissina e Toselli, ignaro del pericolo che incombeva sul suo presidio, rimase fermo sulla pericolante posizione, in attesa degli eventi.
Il 5 dicembre 1895 era domenica e gli abissini, da buoni cristiani, erano soliti rispettarne la festività. Ma non ras Alula il quale, bramoso di vendetta, scatenò di sua iniziativa la battaglia, che rapidamente dilagò sull’intero fronte. Come al solito, gli assalitori non avevano un piano preordinato: attaccarono il presidio italiano comportandosi alla stregua di un’impetuosa fiumana che travolge ogni ostacolo. Circondati e fatti segno di ripetuti attacchi all’arma bianca (gli abissini erano armati di lance e zagaglie, ma anche di moderni fucili Remington), Toselli e i suoi ascari resistettero coraggiosamente all’urto per qualche ora. Disponevano di alcuni pezzi d’artiglieria da montagna e anche delle micidiali mitragliatrici Gatling (sparavano 400 colpi al minuto, ma la rapidità dipendeva da chi azionava la manovella), che provocarono enormi vuoti fra gli attaccanti. Ma la potenza di fuoco non fu sufficiente a fermare l’orda urlante degli assalitori. All’una del pomeriggio, mentre la mischia ancora infuriava, l’eroico maggiore, disperato, ferito, reso afono dal troppo gridare, annunciò al suo aiutante: “Non ne posso più. Ora mi volto e lascio che facciano”. Si voltò, infatti, e scomparve nel caos della battaglia. Quando ritrovarono il suo corpo denudato e castrato, com’erano soliti fare gli abissini, ras Maconnen ordinò cavallerescamente che fosse seppellito con gli onori militari nella vicina chiesa di Beil Mariam. Sull’Amba Alagi perdemmo 20 soldati nazionali e 1500 ascari, ma anche qualcosa di più importante: perdemmo il timore reverenziale che Menelik nutriva per le armi italiane. Dopo la vittoria dell’Amba Alagi il negus cominciò a pensare che i frengi non fossero invincibili e che si potesse ancora ributtarli in mare. Ordinò infatti alle sue truppe di proseguire in direzione di Macallè e di Adua.
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Giunto troppo tardi per soccorrere Toselli, il generale Arimondi, incalzato dalle truppe di Maconnen, sgomberò Macallè dopo avere lasciato una piccola guarnigione nel piccolo forte ancora incompiuto. Il presidio, composto di 170 italiani e di 1150 ascari, era comandato dal maggiore Giuseppe Galliano, un altro piemontese di Mondovì (a quell’epoca gli ufficiali superiori provenivano quasi tutti dall’esercito sardo), intelligente e coraggioso, che si era già guadagnato in Abissinia una medaglia d’oro e un’altra d’argento. Gli italiani erano bene armati, disponevano anche di quattro pezzi di artiglieria da montagna e di viveri per quattro mesi. Ma il forte, benché godesse di un’ottima posizione da cui si dominava la conca sottostante, era appena abbozzato. Consisteva infatti in un muraglione di cinta tirato su a secco che attorniava due settori rialzati e sovrapposti in cui erano sistemati i magazzini, le tende dei soldati e i tukul dove si ammassavano, coi loro bambini, le donne degli ascari. Il problema più grave era tuttavia rappresentato dalla mancanza dell’acqua. Non si era fatto in tempo a costruire dei pozzi e bisognava rifornirsi da due sorgenti situate all’esterno della cinta fortificata a una distanza di circa 400 metri. Il generale Baratieri criticò aspramente Arimondi perché non aveva abbandonato anche quel forte al nemico. Lui, infatti, sgomberò forse troppo in fretta persino Adua, la più fulgida delle sue conquiste, per concentrare tutte le proprie truppe a Adigrat, cento chilometri di pietraie, di burroni e di altipiani a nord di Macallè.
L’assedio del forte di Macallè iniziò con un garbato scambio di lettere. “Come stai?” scrisse ras Maconnen al maggiore Giuseppe Galliano, comandante del forte. “Io sto bene grazie a Dio. I tuoi soldati stanno bene? I miei stanno bene. A nome del mio Imperatore ti prego di andartene, altrimenti mi costringi a fare la guerra. Sarei dolente di dovere spargere sangue cristiano. Ti prego quindi di andartene con i tuoi soldati. Tuo amico Maconnen.”
“Come stai?” rispose Galliano al ras. “Io sto bene grazie a Dio e i miei soldati stanno benissimo. Il mio Re ha ordinato che io stia qui e io non mi muoverò. Fa’ pure quello che credi, ma ti avverto che qui con me ho degli ottimi fucili e dei buonissimi cannoni. Tuo amico Galliano.”
Maconnen comparve davanti al forte il 9 dicembre, ma dimostrò di non avere fretta. A fermarlo non era la paura dei buonissimi cannoni vantati da Galliano (lui ne disponeva di altrettanti con una gittata superiore a quelli italiani), bensì la necessità di colmare le perdite subite dalla sua armata nella battaglia dell’Amba Alagi. Trascorsero così alcune settimane di relativa tranquillità. Maconnen aveva interamente circondato il forte e ordinato ai suoi uomini di tagliare le linee del collegamento telegrafico con Adigrat, ma Galliano riuscì ugualmente a mantenersi in contatto con il comando, quando era possibile con il telegrafo ottico, ma soprattutto mediante l’impiego di spericolati messaggeri.
Una volta schierate le truppe, ebbe inizio lo scambio di messaggi di cui si è detto. Gli inviti alla resa di Maconnen erano riguardosi, ma implacabili. Le risposte di Galliano cortesi, ma ferme. Con i messaggi viaggiavano anche gli uomini. Il tenente Umberto Partini, inviato al campo di Maconnen come parlamentare, rientrò ammirato dalle maniere aristocratiche del ras. Anche il capitano medico Alfonso Riguzzi, invitato nel campo abissino da Maconnen per curare il ras Mangascià, caduto da cavallo, fu accolto signorilmente. Grato per le cure ricevute, quest’ultimo gli confidò: “Odiavo gli italiani e mi sono arrabbiato quando hanno preso vivo il tenente Scala. Ma ora ho cambiato idea e ti sarò sempre riconoscente”. Poi gli concesse di pranzare con il suddetto tenente, uno dei pochi superstiti della battaglia dell’Amba Alagi. “Questi ras non sono barbari” riferirà Riguzzi a Galliano. “Sono cortesi, ospitali e scaltri. Fanno domande imbarazzanti e danno risposte finissime.”
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Frattanto, la tattica del rinvio sembrava favorire gli assediati. In Italia i resoconti dell’assedio di Macallè, eroicizzato a dismisura dalla stampa, appassionavano i lettori come un romanzo d’appendice, mentre da Napoli erano cominciati a partire i rinforzi per dare “una lezione a quei musi neri”. Ma occorrevano cinquanta giorni di navigazione per raggiungere la meta e, nel frattempo, il 6 gennaio 1896, l’armata di Maconnen fu raggiunta dalla guardia imperiale. Ora la tenda rossa di Menelik troneggiava al centro di una marea di tende, di uomini e di animali che si perdeva a vista d’occhio. Dentro al forte cominciavano a preoccuparsi. “Questa attesa,” scriveva un ufficiale nel suo diario “questa sospensiva fra la vita e la morte comincia a diventare molesta. Nel campo nemico vediamo gente andare tranquilla, provvedersi, mangiare. Se i nemici avessero notizia dell’arrivo delle nostre truppe non mostrerebbero tanta quiete.”
Il primo vero attacco iniziò la notte del 7 gennaio e continuò per tutto il giorno seguente. Gli abissini giunsero fin sotto le mura, che cercarono di superare usando rozze scale di legno come per gli assalti ai castelli medievali. Furono respinti con gravi perdite, ma riuscirono purtroppo a impadronirsi dei due preziosi pozzi. Il 9, Menelik chiese una tregua per seppellire i suoi morti, Galliano pose come condizione la restituzione dei due pozzi, ma il negus respinse la proposta. Centinaia di cadaveri rimasero così a imputridire sotto il sole, mentre all’interno del forte l’acqua cominciava a diventare preziosa. Intanto, la notizia di questa prima vittoria degli assediati giunse a Roma e re Umberto, motu proprio, promosse Galliano tenente colonnello per meriti di guerra. Curiosamente, il neopromosso ne fu informato da Maconnen il quale, catturato il messaggero che recava il dispaccio, Io fece gentilmente pervenire a Galliano unito alle sue personali congratulazioni.
Più che gli assalti degli abissini, era la mancanza di acqua a rendere difficile la situazione degli assediati. Galliano non disponeva di forze sufficienti per tentare la riconquista delle sorgenti e fu necessario razionare le riserve: un litro al giorno per ogni sette soldati. Gli ascari bevevano l’acqua putrida riservata al bestiame, mentre il tenente medico Mozzetti, dopo avere inutilmente tentato di raccogliere la brina notturna, ora cercava di rendere bevibili degli intrugli ricavati dalle urine e dal sangue dei muli. Scriveva Galliano nel suo diario: “Sono tredici giorni che avverto il comando che mi fu tolta l’acqua senza speranza di riprenderla. Non vedo comparire nessuno. Chissà quale fatalità impedisce al Baratieri di soccorrerci? È questione di ore, poi il sacrifizio”. Quella stessa sera, Galliano inviò, su percorsi diversi, quattro messaggeri per annunciare a Baratieri che la resistenza era allo stremo e che il presidio avrebbe adempiuto al suo dovere con una fine gloriosa. Poi riunì i suoi ufficiali per annunciare che l’indomani avrebbe dato battaglia dopo avere fatto saltare il forte.
Gli assediati ignoravano che a Roma la “questione africana” era al centro di un infuocato dibattito. Alla Camera le sinistre chiedevano addirittura l’abbandono dell’intera colonia, mentre il re e Crispi tremavano al solo pensiero che a Macallè si ripetesse l’“onta dell’Amba Alagi”. Una nuova sconfitta avrebbe costretto il governo alle dimissioni e minato gravemente il prestigio sia della Corona sia dell’esercito. Alla stessa maniera la pensava il generale Baratieri che vedeva crollare miseramente tutti i suoi ambiziosi disegni di gloria. Fu a questo punto che entrò in scena un misterioso personaggio. Si trattava di un certo Pietro Felter, un commerciante bresciano che viveva da tempo in Abissinia e godeva la piena fiducia di Maconnen. Felter si mise in contatto con Baratieri e si offrì come intermediario, poi, dopo complesse trattative, gli fece sapere che il ras, d’accordo con il suo negus, era disposto a liberare la guarnigione di Macallè in cambio di un riscatto in denaro. Precisò anche la cifra: 4 milioni di franchi francesi. Informato da Baratieri di questa non molto eroica opportunità, Crispi si disse d’accordo. Ma la cifra richiesta era enorme, come trovarla? Il governo non disponeva di sufficienti fondi segreti e neppure si poteva ricorrere a uno stanziamento speciale poiché, rendendo pubblica l’umiliante trattativa, ciò avrebbe coperto di ridicolo proprio quell’esercito di cui si voleva salvare l’onore. Dopo varie tergiversazioni, il riscatto fu infine pagato personalmente da re Umberto, al quale la somma sarà in seguito restituita dal governo mediante versamenti mensili sul “conto Macallè”.
Il 19 gennaio gli assediati contavano ormai le ore che li separavano dalla fine. A uno a uno, tutti i trombettieri ascari che salivano sulla rocca per suonare l’adunata, venivano centrati e uccisi. Ora gli ordini venivano diramati di bocca in bocca ai soldati sfiniti e ormai a corto persino di munizioni. Poco dopo il tramonto, la fucileria abissina si placa improvvisamente e, verso le 20, preceduto dal rullo dei negarit, un parlamentare abissino si presenta nella terra di nessuno chiedendo di entrare nel forte. Galliano lo riceve nel recinto interno e l’inviato del negus gli consegna una lettera. Sarà l’ultimatum di Menelik? Galliano legge la missiva al lume di una candela, impallidisce, al che i suoi ufficiali si radunano attorno a lui attenti e incuriositi. Quindi egli annuncia con voce commossa:
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Signori ufficiali,
la lettera che mi è giunta è del generale Baratieri e ci porta un dolore. Leggo loro la parte che riguarda tutti noi: “D’ordine di S.M. il Re d’Italia, Vostra Signoria cederà il forte di Macallè al Negus d’Abissinia… Il presidio uscirà con gli onori militari, con armi e bagagli e con quanto altro la Signoria Vostra crederà utile trasportare.
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L’effetto di quella lettura è quello di una condanna a morte, molti ufficiali, sfiniti dalle privazioni, scoppiano in pianto, altri bestemmiano. Galliano, scuro in viso, ripiega la lettera e la mette in tasca borbottando quasi fra sé: “Povera Italia!”.
Il mattino seguente, dopo avere ammainato il tricolore, la guarnigione italiana uscì in colonna dal forte, gli ufficiali con la sciabola sguainata. In testa vi era Giuseppe Galliano, a cavallo della sua mula bianca e con il chepì calato sugli occhi per non vedere nessuno. Gli assedianti vittoriosi presentarono le armi, poi un drappello entrò nel forte per alzare sulla rocca la bandiera di ras Maconnen, rossa, azzurra e gialla. Secondo voci mai confermate, prima di andare via, il tenente colonnello avrebbe promesso a ras Maconnen di non impugnare mai più le armi contro gli abissini.
Ancora non sappiamo con esattezza cosa spinse il generale Baratieri a provocare la tragedia di Adua poco più di un mese dopo la resa di Macallè. Ma certamente deve avere avuto un peso questo significativo telegramma che il suo deluso protettore Francesco Crispi gli inviò da Roma il 20 febbraio 1896. “Codesta è una tisi militare, non una guerra” sottolineava l’amareggiato capo del governo. “Piccole scaramucce nelle quali ci troviamo sempre inferiori di numero; sciupio di eroismo senza successo. Non ho consigli da dare, perché non sono sul posto, ma constato che la campagna è condotta senza alcun piano prestabilito, e io vorrei che ve ne fosse uno. Siamo pronti a ogni sacrificio per salvare l’onore dell’esercito”. Per il non più baldanzoso “Napoleone d’Africa”, quelle aspre parole dovettero risuonare alle sue orecchie come una frustata. E infatti gli rispose risentito: “Mandatemi diecimila uomini e vi porterò Menelik impagliato!”. Una sbruffonata che Crispi forse finse di prendere sul serio dato che si affrettò effettivamente a spedire i rinforzi richiesti; ma nel contempo, in gran segreto, decise anche di esautorare Baratieri dal comando per riaffidare il governo della colonia al ricuperato generale Baldissera, che già era in viaggio per l’Eritrea sotto il falso nome di “commendator Baccalario”.
Che Crispi fosse pronto a “qualsiasi sacrificio” per lavare l’onta di Amba Alagi e di Macallè, Baratieri ne aveva avuto ampie prove. In poche settimane, questo generale avvilito, che per mesi aveva chiesto inutilmente rinforzi, fu raggiunto a Massaua da vari piroscafi carichi di truppe fresche e di imponenti quantitativi di materiali bellici, fra i quali un modernissimo fucile appena uscito dalle fabbriche: il mitico 91 (“che spara bene e non fa fumo” come si userà dire in seguito), un moschetto a sei colpi che doveva sostituire il vecchio Wetterli a colpo singolo. Purtroppo quest’arma non fu distribuita in tempo per la battaglia decisiva.
Per tutto il mese di febbraio del 1896 i due eserciti manovrarono a una trentina di chilometri l’uno dall’altro senza affrontarsi. Baratieri però aveva fretta e pareva deciso a superare ogni indugio, sebbene avesse sul campo soltanto 15.000 uomini e la gran parte dei rifornimenti sbarcati a Massaua fosse ancora in viaggio, a dorso di mulo o di cammello, lungo le impervie piste abissine. D’altro canto, il tempo avrebbe dovuto giocare a suo favore perché l’armata di Menelik, oltre 100.000 uomini costretti a rifocillarsi a spese delle misere popolazioni locali, non poteva rimanere a lungo inoperosa: un esercito raccogliticcio, guidato da capi spesso in lotta fra loro, se non combatte subito prima o poi si disgrega. A spingere Baratieri ad affrettare le operazioni pare abbia contribuito, oltre al telegramma ultimativo di Crispi, un’indiscrezione pervenutagli da Roma relativa alla sua prossima sostituzione con il generale Baldissera. Comunque sia, il 28 febbraio, il comandante in capo convocò a rapporto i suoi ufficiali e, sia pure fra molte incertezze, ordinò una puntata offensiva in direzione del campo abissino che si trovava nei pressi di Adua.

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22 pensieri su “La bella Italia III

  1. Milord,
    una apoteosi che mi prende il cuore.
    Leggere e gusare questo capitolo è un tutt’uno.
    L’ho letto e l’ho riletto con quella attenzione che meritava. Avrei, molto probabilmente declinato l’invito a scrivere un commento se non fosse che, e lo devo ammettere, ho imparato e sto imparando tantissimo sull’argomento. uno spaccato sul mondo che si colora di altro.
    Sai milord?
    Quell’altro è la consapevolezza di vivere in un altro piano della conoscenza. Io sono antifascista, profondamente e sottolineata antifascista, ma sto imparando e imparando tanto.
    capire questo mondo, come lo racconti o lo stai raccontando tu, è diventata quasi una realtà.
    E tutto questo lo devo a te e alla passione che metti per scrivere e descrivere, con questo tuo lavoro, situazioni che francamente non ho mai approfondito.

    Grazie comunque per aver aperto quella finestra, sul sole, che illumina la realtà storica da prendere con quella serenità, con cui racconti.
    Grazie Ninni
    Buona giornata

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  2. Ecco un capitolo che è degno di maggiore studio e approfondimento.
    Le notizie e tutto il resto assumono un elemento rinfrescante della mente.
    La conoscenza acquisita, dunque, è profonda.
    Non posso fare altro che ringraziarla, caro dottore.
    Buona giornata.

    Amedeo

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  3. Ciao milord! Mi sono divertita, nel senso più puro, a leggere questo spaccato della nostra storia, lo hai reso fresco, vivo, lo hai raccontato come una favola per grandi, con dovizia di particolari e senza appesantirlo con inutili orpelli. Il che fa intuire una conoscenza profonda della storia, la leggerezza e proprietà del tuo linguaggio lo hanno reso prontamente assimilabile, e alla fine dell’articolo non ti senti orfano ma più ricco di conoscenza, e forse appassionato ad un capitolo duro della storia della nostra Italia, Bell’Italia, sì, raccontata con trascinante passione, occhio obiettivo e gradevolezza da un gran maestro.
    Grazie!

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  4. Caro Antonmaria

    Un semplice ringraziamento. Gratitudine per tanta storia che non è insegnata, più precisamente che non è riportata così esaustivamente come fate Voi.
    La scrittura è vivace e coinvolgente e già da questi primi tre capitoli si ha la certezza che si tratterà di un libro capolavoro di informazione storica netta e obiettiva. Chi può leggerlo in anteprima è fortunato.

    Con Stima e Affetto,

    Maria Silvia
    Sil

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  5. La politica coloniale dell’Italia riprese slancio negli anni Venti, trovando una sua coerente giustificazione nell’ideologia fascista. Subito dopo l’avvento di Mussolini, la presenza italiana in Libia fu consolidata: fu ampliata l’occupazione della Tripolitania settentrionale (1923-1925) e della Tripolitania meridionale, mentre una dura repressione fu avviata in Cirenaica, guidata con successo dal generale Graziani.

    Tra il 1923 ed il 1928 fu inoltre completata la conquista della Somalia, fino a quel momento limitata alla parte centrale del Paese.

    In Etiopia, invece, il fascismo non ritenne, in questa prima fase, di modificare la situazione. Anzi, nel 1928 Italia ed Etiopia stipularono un patto di amicizia ed una convenzione stradale.
    La decisione di intraprendere una campagna militare in Etiopia iniziò a maturare a partire dal 1930.
    Il pretesto per l’avvio delle operazioni militari, i cui piani erano stati preparati già da tempo, fu offerto il 5 dicembre 1934 da un incidente presso la località di Ual-Ual, lungo la frontiera somala.

    L’imperatore d’Etiopia, Hailè Selassiè, preoccupato dai progetti italiani, si rivolse alla Società delle Nazioni, di cui il suo Paese era membro dal 1923. Ma Inghilterra e Francia, che non volevano alienarsi l’appoggio di Mussolini nel nuovo scenario politico d’Europa, impedirono di fatto che l’azione italiana fosse ostacolata.

    Lei, Direttore, con questa sua opera che è intelligenza, proprietà, conoscenza, è riuscito ad aprire un ulteriore squarcio in un mondo che non vuol capire.
    la ringrazio e buona giornata

    VF

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  6. Caro Direttore,
    un capitolo bellissimo e approfondito.

    Benedetto Croce indica il fascismo come una ‘parentesi’ nella storia in contraddizione con la naturale evoluzione dei paesi occidentali verso la democrazia.
    José Ortega y Gasset ne indica la causa nella ricerca del benessere da parte delle masse.

    Gli storici sono concordi con l’opinione che il fascismo si sia imposto come conseguenza della crisi economica avvenuta dopo la prima guerra mondiale e in seguito ai conflitti sociali tra proletariato e borghesia, mentre altri ne individuano cause psicologiche, come l’insicurezza generale e il bisogno di appartenenza ad un gruppo.

    Cerco di essere presa nello spirito collaborativo.
    Che bel capitolo caro Direttore.
    Un abbraccio e un sereno sabato.
    Ciao

    L.

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    Gent.mi e preg.mi

    Lady Donna Maria Silvia
    M.me Annelise Baum
    Sir Spillo
    Lord Gianluigi Top
    Miss Eleonora Bisi
    Don Amedeo d’A.
    Lady Sara
    Dott. Seamur
    Fraulein  Hilde Strauß

    L’impero e l’economia
    Nelle dichiarazioni pubbliche, nei documenti ufficiali e nelle direttive emanate dal governo fascista dopo la proclamazione dell’impero, il 9 maggio 1936, non si rintraccia l’esistenza di alcun piano generale per la “valorizzazione” (termine anodino con cui si intendeva lo sfruttamento dei possedimenti) dei possedimenti africani. Anche la propaganda, a parte l’indicazione di alcuni specifici obiettivi, insistette su formule generiche, come quella dell’«impero del lavoro» o della colonia come spazio ideale per la formazione dell’«uomo nuovo» fascista, frugale, guerriero e consapevole della propria superiorità razziale. Non si trattava solo di scelte retoriche. Al momento dell’avvio delle operazioni militari contro l’Etiopia non c’era alcun programma preciso su cosa l’economia della nuova colonia sarebbe dovuta diventare dopo la conquista, né una precisa quantificazione preventiva della sostenibilità dei costi e dei vantaggi attesi. Ancora all’indomani della proclamazione dell’impero, Mussolini faceva affidamento sul volontarismo e sullo «spirito fascista» più che su una ponderata programmazione:

    Il territorio dell’Etiopia – dichiarò nel luglio 1936 – è oggi così vasto e le sue risorse così poco note che sarebbe impossibile fare un calcolo realistico degli anni necessari perché renda. L’impresa certamente richiederà parecchi decenni. Tuttavia, noi marceremo, come sempre, rapidamente e, dopo pochi anni, i risultati della volontà e del lavoro italiano diventeranno visibili. In questo compito saremo animati dallo spirito e dal metodo fascista che hanno creato un ordine nuovo.
    Sarebbe tuttavia sbagliato confondere impreparazione, scarsa conoscenza e mancata pianificazione con un disinteresse per lo sfruttamento economico dei territori coloniali. Il regime fascista si mostrò infatti disponibile a mettere in campo interventi statali e investimenti pubblici nell’oltremare decisamente più elevati di quelli realizzati dai governi del passato.

    Il presente contributo intende offrire una panoramica delle modalità di funzionamento e dei risultati conseguiti dalle politiche di valorizzazione del colonialismo fascista in relazione ai diversi obiettivi da questo perseguiti; obiettivi che sostanzialmente corrispondevano con quelli delle tradizionali politiche imperialiste. Ci si concentrerà sull’esperienza coloniale dell’Africa orientale italiana (Aoi) – che riuniva due vecchie colonie italiane in Africa, Somalia ed Eritrea, e la più recente conquista, l’Etiopia – e si prenderà in esame il funzionamento dell’economia italiana, lasciando quindi sullo sfondo i riflessi sulle attività economiche e sull’organizzazione sociale delle colonie.

    Il colonialismo demografico
    L’obiettivo indicato con maggiore enfasi fu la colonizzazione demografica, nella quale il regime vedeva una soluzione per il problema della disoccupazione, soprattutto agricola, e dell’assorbimento della crescita naturale della popolazione. Si trattava di un’aspirazione non nuova, che da Crispi in poi aveva occupato un posto rilevante nei circoli coloniali italiani: un’aspirazione, però, rimasta fino a quel momento sulla carta. Alla metà degli anni Trenta, in Somalia ed Eritrea, sotto il dominio italiano da oltre un quarantennio, gli insediamenti di coloni risultavano ancora estremamente modesti, nonostante i tentativi realizzati soprattutto in territorio eritreo. La stessa Libia, oggetto di un ambizioso progetto di colonizzazione, non aveva visto realizzarsi le condizioni per divenire un punto di arrivo di grandi masse di italiani. Il colonialismo demografico annunciato dal fascismo intendeva quindi porsi in forte discontinuità con la reale situazione dei possedimenti acquisiti dai governi liberali.

    Fu proprio Mussolini a insistere, al momento dell’inizio dell’aggressione all’Etiopia, sulla volontà di creare una nuova Italia oltremare, composta di centinaia di migliaia di coloni che avrebbero trovato lavoro e benessere senza sottrarre alla patria forze giovani e vitali. L’obiettivo della conquista, disse, era garantire «la possibilità di espandersi per un popolo prolifico, il quale, avendo coltivato il coltivabile sulla propria terra spesso ingrata, non si rassegna a morire di fame. La guerra, dichiarò poi in un’intervista al “Paris soir”, aveva l’obiettivo di garantire al popolo italiano «il riconoscimento del suo preciso diritto: quello di vivere»: «Al mio primo segnale i nostri soldati dell’Africa Orientale scambieranno di buon grado il fucile con la zappa. Essi non chiedono che di lavorare per poter sostenere le loro famiglie, alle quali inviano già, con un meraviglioso spirito di risparmio, le loro modeste economie. E ancora, nell’agosto 1936, alcuni mesi dopo la proclamazione dell’impero: «hanno diritto all’impero i popoli fecondi, quelli che hanno l’orgoglio e la volontà di propagare la loro razza sulla faccia della terra, i popoli virili nel senso più stretto della parola.
    L’obiettivo del colonialismo demografico era dirottare verso i possedimenti oltremare la più alta quota possibile di flussi migratori precedentemente diretti verso l’estero, per mettere fine, una volta per tutte, alla lunga storia degli italiani popolo di emigranti. Con la conquista dell’Etiopia, secondo i teorici del colonialismo, si poteva realizzare il progetto, fallito in Libia, di un colonialismo marcatamente “popolare”, e dare vita a un impero del lavoro.

    La colonizzazione demografica si legava strettamente, nei progetti del fascismo, alla valorizzazione agraria.
    In concreto, il progetto della «colonia di popolamento» ricalcava, nelle linee generali, quello di colonizzazione interna messo in atto con le grandi bonifiche degli anni Trenta. Esso prevedeva l’acquisizione da parte del governo dei terreni, il loro inserimento nel demanio pubblico e la successiva assegnazione agli apparati – come il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione, l’Opera nazionale combattenti, l’Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale e gli enti regionali di colonizzazione – cui era assegnato il compito della colonizzazione. Lo Stato avrebbe dovuto sostenere l’operazione fornendo incentivi, credito speciale, premi e sussidi per favorire la bonifica e la colonizzazione da parte delle famiglie assegnatarie dei terreni.
    Un grazie sentito per tutti gli interventi.

    Ninni

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    • Ninni

      Sei un illuminato, con una soddisfazione che allarga l’anima.
      Una bellezza scrittoria che è incomparabile.
      Grazie Milord.
      Grazie per davvero.
      Un bel pomeriggio è appena iniziato.
      Che lettura appassionante.

      Anna

      Mi piace

    • Ineccepibile come sempre, Caro Direttore. È una grande soddisfazione leggerVi.
      Spero leggano in tanti e che possiate smuovere coscienza razionalità ed onestà intellettuale a chi, per punto preso, voglia, con atteggiamento ignorante ed arrogante, negare la bontà di tanti principi e fatti che riguardano l’ epoca mussoliniana che, senza possibilità di smentita, continuano a produrre beneficio alla nazione nei giorni nostri:. Appunto: questione di ignoranza.
      Dunque grazie, Direttore. Suscitate la curiosità e, dalla curiosità, il desiderio di sapere. Tanti ignoranti spalanchino la mente!

      Con Stima e Affetto

      Maria Silvia
      Sil

      Liked by 1 persona

  8. L’Italia fu l’unico tra i paesi vincitori della prima guerra mondiale dove la classe dirigente fu travolta da una crisi post-bellica, originatasi nei problemi di formazione dello Stato e nel modo in cui fu portata in guerra nel 1915.
    Il movimento socialista, rimasto neutrale, continuava ad avere un atteggiamento critico: verso la classe dirigente liberale; verso coloro che avevano combattuto in guerra; nei confronti dei contadini i quali vedevano nel conflitto la riforma agraria e la realizzazione della proprietà terriera.

    Congratulazioni direttore.
    Un pezzo notevole
    Susi

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  9. Nel 1919, nasce il Partito Popolare Italiano ad opera del sacerdote siciliano Don Luigi Sturzo, che si dichiarava aconfessionale e democratico.

    Il regime dovette scontrarsi con le nuove idee propugnate dalla nascente Democrazia Cristiana.
    Il tuo pezzo, Milord, è poesia.
    Una poesia che prende
    Ciao

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  10. Mussolini entrò al potere nel formale rispetto delle norme dello Statuto albertino: aveva avuto l’incarico dal Re di formare il governo; aveva avuto la fiducia della Camera nella quale contava 35 deputati fascisti.

    Nel Paese avevano grande forza sia la Monarchia che la Chiesa cattolica, la quale era contro questo movimento che rimaneva ancora minoritario rispetto a queste forze.
    Mussolini proponeva un programma che già aveva citato prima di entrare nel Governo cercando di arrivare ad un compromesso con i centri tradizionali del potere politico ed economico.

    Una destrezza nelle parole, caro Direttore.
    Una bellezza che è pura e più pura.
    Grazie
    grazie davvero

    Sony

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  11. Anche in politica estera, per lo meno nella fase che va dal 1922 al 1935, il fascismo mantenne la propria duplicità di atteggiamento, ovvero di continuità o rottura nei confronti della tradizione liberale.

    Sin dall’inizio la politica estera fascista conoscendo perfettamente che la posizione geografica, il quadro degli equilibri internazionali e la debolezza dell’apparato produttivo e militare dell’Italia non permettevano a quest’ultima un orientamento ostile verso la Francia e la Gran Bretagna, fu orientata alla ricerca di un prestigio internazionale che ponesse il paese sullo stesso piano delle due grandi potenze occidentali, anche nella consapevolezza che la disparità delle forze non lo avrebbe mai reso possibile.

    Importante e bello questo saggio che prende e arricchisce
    Un abbraccio caro Ninni.
    Grazie a te

    Isy

    PS: Grande Direttore.
    🙂

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