La bella Italia IV

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La sera del 29 febbraio (era un anno bisestile), sotto un cielo senza luna, il corpo di spedizione italiano entrò quindi in azione in bell’ordine. Baratieri aveva disposto le sue truppe in una formazione a tridente. All’estrema sinistra, c’era il generale Matteo Albertone con la brigata indigena, circa 4000 uomini comandati da ufficiali italiani. All’estrema destra procedeva il generale Vittorio Emanuele Dabormida, con altri 4000 uomini suddivisi in tre reggimenti nazionali e un battaglione di ascari. Al centro, leggermente arretrate e distanziate fra loro, si muovevano due altre brigate nazionali con rincalzi indigeni: la prima, comandata dal generale Giuseppe Arimondi, composta di 3000 uomini, e l’altra, affidata al generale Giuseppe Ellena, che ne contava 4500. Baratieri, come comandante in capo, viaggiava con le due brigate centrali. Prima di affrontare la marcia su quel terreno sconosciuto, aveva ordinato di “sacrificare la velocità del movimento al vantaggio supremo di mantenere l’ordine e i collegamenti”. Le colonne infatti procedettero molto lentamente, ancor più del previsto. Annoterà in seguito lo stesso Baratieri:
Nella notte illune, non si udiva che un lungo ammortito scalpitio accompagnato dal rumore delle armi; nulla si vedeva essendo proibito il fumare, e le ombre delle colonne confondevansi con le ombre delle alture e del terreno ondulato. Ci volle circa un’ora e mezza prima che le due brigate bianche compissero lo sfilamento.
Malgrado la lentezza, i collegamenti entrarono comunque in crisi fin dalle prime ore. Alle tre di notte, Arimondi comunicò che la sua avanguardia aveva dovuto interrompere la marcia per lasciar sfilare la brigata di Albertone, da lui incrociata, forse per qualche errore di lettura (le carte topografiche erano, a dir poco, rudimentali), sulla sua stessa pista. Successivamente, oltre a essere in ritardo, Arimondi perse anche i contatti con l’ala destra di Dabormida. Nel frattempo, gli ascari di Albertone, più rapidi e determinati, avevano raggiunto l’obiettivo prestabilito, il colle di Chidane Meret, ma non si erano fermati ed erano avanzati per altri 8 chilometri giungendo in prossimità del campo abissino. Questo errore, se di errore si tratta, avrà conseguenze determinanti sull’esito della prossima battaglia. Ma fu un errore? In seguito Albertone si giustificherà affermando di essere stato ingannato da una falsa indicazione topografica, ma non è da escludere che si sia invece trattato di un errore volontario.
Il generale era un eroe coloniale che aveva sconfitto i dervisci, benché disponessero di forze soverchianti: abituato a disprezzare il nemico, forse intravide l’opportunità di conquistarsi un successo personale cogliendolo di sorpresa.
Mancò poco infatti che la sorpresa riuscisse per davvero. Sfortunatamente, un ascaro caduto prigioniero informò gli abissini del pericolo imminente e Menelik, senza perdere tempo, predispose le difese. Alle prime luci dell’alba, le forze abissine si gettarono a valanga contro la nostra brigata indigena e i combattimenti furono subito durissimi. Benché inferiori di numero, gli ascari si batterono da leoni aprendo vasti vuoti con le mitragliatrici e contrattaccando all’arma bianca, tanto che gli abissini si videro costretti a retrocedere lasciando sul terreno centinaia di caduti, compresi molti dei loro capi più prestigiosi. Informato dell’esito infausto dell’assalto, Menelik stava per ordinare la ritirata quando entrò in scena sua moglie che aveva voluto seguirlo sul campo di battaglia. La regina Taitù, destinata a entrare ben presto nell’immaginario collettivo degli italiani, era un personaggio molto influente a corte e amatissima dai suoi sudditi. Odiava gli italiani e aveva fatto voto di portare una pesante pietra al collo fino al giorno della loro sconfitta.
Un cronista abissino racconterà che, in quel drammatico frangente, “l’imperatrice, seguita dallo schiavo che la proteggeva con un ombrello e dalla uizerò Zauditù, dopo avere aperto il velo che le copriva il viso, fermò i guerrieri esitanti e gridò loro con tutte le sue forze: “Coraggio! Cosa vi è preso? La vittoria è nostra!”“. “I soldati,” continua il cronista “udendo queste parole non ripiegarono più perché l’uomo non sa fuggire quando la donna lo incoraggia.”
L’intervento di Taitù convinse il negus a lanciare nella battaglia la sua guardia imperiale forte di 25.000 uomini, i quali si avventarono con rinnovato ardore contro le posizioni tenute dagli ascari. Resistere all’urto diventò sempre più difficile, anche perché cominciarono a mancare le munizioni e, soprattutto, i comandanti. Il regolamento imponeva infatti ai nostri ufficiali di dare l’esempio restando bene in vista davanti ai loro soldati, a cavallo e con la spada sguainata; in tal modo si offriva un comodo bersaglio ai fucilieri nemici… Fu un’ecatombe: nel giro di poche ore, quasi tutti i nostri ufficiali caddero in combattimento e gli ascari, privi di comandanti, si sbandarono dandosi alla fuga. Alle 11 del mattino la brigata indigena non esisteva più e il generale Albertone era caduto prigioniero. Così terminò la prima fase della battaglia di Adua.

Frattanto, da almeno due ore, aveva avuto inizio anche la seconda fase dello scontro. La colonna di Dabormida, inviata in aiuto di Albertone, si incamminò verso il colle di Chidane Meret dove si credeva fosse attestata la brigata indigena. Ma, qui giunto, Dabormida non trovò nessuno.
Allarmato e confuso, nonché privo di informazioni precise in quanto gli ordini venivano trasmessi mediante il malsicuro telegrafo ottico (un congegno di specchi di cui, peraltro, Albertone era sprovvisto), il sopraggiunto si mosse verso sud da dove provenivano gli echi di una battaglia. Poche ore di cammino, “poi”, raccontò Dabormida, “come all’alzarsi di un sipario, gli abissini sorgono come demoni dalle alture, irrompono da ogni parte, occupano le altezze e fulminano noi, sdraiati in quel vallone. Essi parecchie decine di migliaia, noi forse tremila in colonna perché non potevamo, per mancanza di spazio, rimanere di fronte”.
Anche la brigata di Dabormida fu presto accerchiata e soverchiata. Alle 15, il generale ordinò la ritirata e da quel momento nessuno lo vide più. Il movimento della sua colonna si rivelò disastroso: gli armati di ras Maconnen, di ras Mangascià e di ras Mikael, oltre alla cavalleria dei Wollo Galla, in tutto forse più di 50.000 uomini, si rovesciarono sulle nostre truppe e le travolsero come un fiume in piena. Il corpo di Dabormida non fu neppure ritrovato, disperso fra le migliaia di cadaveri sparsi sul campo di battaglia.
Ora restavano intatte soltanto la brigata di Arimondi e quella di riserva del generale Ellena.
Ormai consapevole che la battaglia era perduta, Baratieri pensava di ordinare la ritirata, ma nel suo comando regnava la massima confusione. I reparti di bersaglieri e di cacciatori d’Africa resistevano eroicamente, mentre masse confuse di fuggiaschi si muovevano in disordine attorno alle loro posizioni falcidiate dall’artiglieria abissina e dagli attaccanti, che approfittavano dell’opportunità di confondersi con gli ascari per infiltrarsi oltre le linee. Il ritmo degli avvenimenti si era fatto frenetico e incontrollabile. A sostenere l’urto nemico rimase Arimondi, in aiuto del quale Baratieri aveva mandato all’ultimo momento anche il Terzo indigeni di Galliano, gli epici difensori di Macallè. Ma tutto era ormai inutile perché le sorti del combattimento erano decise:
Galliano scomparve nella mischia, mentre Arimondi, ferito a un ginocchio, con la spada sguainata in mezzo a un mucchio di cadaveri, continuò a vibrare fendenti finché gli abissini non lo sommersero (non è mai stato chiarito se fu ucciso o se si uccise). Poco dopo l’intera brigata fu annientata, mentre ciò che restava della colonna di Ellena, alla quale si era unito Baratieri, dopo essersi miracolosamente sottratta all’annientamento totale, poté alfine porsi in salvo raggiungendo alle nove di sera la posizione fortificata di Adi Cajeh. Calò così la notte sul campo di battaglia dove giacevano 4000 italiani, altrettanti ascari e un numero infinitamente superiore di abissini.

La morte di Galliano, come quella di Toselli, era destinata a entrare nella leggenda della nostra prima epopea coloniale. E il fatto che non si sappia nulla di preciso sul luogo e le circostanze in cui fu ucciso, ha contribuito a far sorgere attorno al valoroso ufficiale un romantico alone di mistero. Domenico Quirico, che ha raccolto con dovizia di particolari la storia delle nostre truppe coloniali, fornisce le due versioni più credibili. Secondo quanto raccontò il tenente Partìni, che fu l’ultimo a vederlo vivo, Galliano, gravemente ferito al volto da una fucilata, vedendo che il Terzo indigeni era ormai condannato, ordinò ai suoi ufficiali: “Signori, si dispongano con la loro gente e vediamo di finir bene”. Poi, mentre cercava di tamponare la ferita alla mascella, fu sorpreso da una torma di nemici che lo riconobbero e lo trascinarono nelle loro linee dove lo uccisero al termine di una barbara “fantasia”. Secondo un’altra versione, raccolta dal cavalier Arnaldo Piga, ufficiale postale ad Asmara, Galliano, dopo la cattura, essendo stato riconosciuto da alcuni capi che lo avevano visto sfilare sulla sua mula bianca dopo la resa di Macallè, venne processato e accusato di avere violato la promessa di non combattere più contro gli abissini. A tale accusa, Galliano avrebbe risposto: “In quel momento pensai che la mia persona non mi apparteneva, ma era proprietà del mio re a cui avevo giurato di dare il mio sangue”. Condannato come spergiuro, l’eroico ufficiale, con un ferro da cavallo in bocca legato a un briglia, sarebbe stato portato in giro nel mercato di Adua fra i lazzi della folla, quindi arso vivo e gettato nella fossa degli schiavi. Comunque siano andate le cose, la versione più credibile è certamente quella che Galliano sia stato riconosciuto e ucciso per non avere mantenuto la promessa di non combattere più contro gli abissini. È anche la versione che chi scrive questo libro ha sempre ascoltato raccontare da suo nonno, il quale, al fianco di Galliano, aveva combattuto sia a Macallè che a Adua.
La notizia della disfatta di Adua giunse in Italia nella nottata del 2 marzo e la retorica ebbe addirittura il sopravvento sui clamori dell’opposizione. Persino il radicale Felice Cavallotti, noto per le sue intemperanze antimonarchiche, si unì al coro commosso del Parlamento mentre Benedetto Croce scrisse che “l’Italia patriotticamente dolorante chiamava vendetta”. A far da parafulmine alla monarchia fu Francesco Crispi che dovette dimettersi da capo del governo per essere sostituito da un altro siciliano, il marchese Antonio Starabba di Rudinì. L’opposizione socialista e democratica, pur reclamando l’abbandono della folle avventura africana, alla fine, si accontentò della testa dell’ex garibaldino repubblicano che aveva invano sognato di emulare il “cancelliere di ferro” Otto von Bismarck. Da parte sua, la Chiesa di Roma, non ancora dimentica della breccia di Porta Pia, impedì l’ingresso del tricolore nelle basiliche dove si celebravano i riti in suffragio dei caduti.
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Anche a corte la débàcle di Adua suscitò delusione e sgomento.
La regina Margherita, che era più “africanista” del marito, non nascose il suo disappunto nei confronti di Crispi e di Baratieri, da lei ritenuti responsabili della sfortunata campagna. Ma, a onor del vero, deve essere smentita la leggenda secondo la quale la sovrana avrebbe inveito contro i soldati italiani e si sarebbe opposta al pagamento del riscatto che Menelik pretendeva per liberare i circa 2000 prigionieri catturati dopo la battaglia. In realtà, Margherita si disse contraria perché riteneva “umiliante per l’Italia un simile scambio con il nemico”, ma in privato affermò di essere pronta a vendere i propri gioielli “affinché i nostri poveri soldati lontani e prigionieri non abbiano a pensare che noi li abbandoniamo”. Inviò infatti in Africa mezzo milione di lire prelevato dalla sua cassetta personale. Una parte di prigionieri poté così rientrare in patria nel giro di pochi mesi senza particolari clamori, mentre gli altri ci furono restituiti sotto una curiosa forma di regalia che forse nascondeva una segreta operazione diplomatica. Un primo gruppo di prigionieri italiani era stato infatti “donato” da Menelik a una figlia dello zar, la quale li aveva poi affidati all’amica Elena di Montenegro, fidanzata del principe ereditario Vittorio Emanuele, che a sua volta li aveva riconsegnati al loro legittimo “proprietario”. Gli ultimi 200 vennero infine liberati dallo stesso Menelik che li offrì come dono di nozze per il matrimonio fra Vittorio Emanuele ed Elena, celebrato con il solo rito civile il 24 ottobre 1896.
Andò invece molto peggio per i nostri poveri ascari finiti prigionieri. Prima di liberarli, la terribile regina Taitù ordinò di tagliare loro la mano destra e il piede sinistro in modo che non fossero più in grado di combattere. Chi sopravvisse alle orrende mutilazioni (molti furono anche castrati), rientrò nel proprio villaggio dove condusse una vita di stenti, un poco attenuata dal modesto sussidio fatto elargire dal nuovo governatore dell’Eritrea Antonio Baldissera. Per qualche tempo, a Roma si temette che anche i prigionieri italiani potessero essere sottoposti a quella terribile punizione, ma già il 9 aprile il governo fu tranquillizzato da questo telegramma di Baldissera: “Amputati finora tutti indigeni. Sonvi cristiani, musulmani, abissini e non abissini, ma non italiani. Reduci soltanto evirati oltre venti, pressoché tutti italiani”.
Dopo la clamorosa sconfitta di Adua, per il generale Baratieri giunsero giorni molto tristi. L’ex baldanzoso e avventato “Napoleone d’Africa” cercò dapprima di difendersi scaricando, come si usa quasi sempre in questi casi, ogni responsabilità sui sottoposti, ma il meschino espediente non valse a evitargli la corte marziale. Fu infatti processato dal tribunale militare di Asmara “per omissioni, negligenze e abbandono del comando in guerra”. Il 14 giugno 1896, il pubblico ministero chiese per lui la degradazione e dieci anni di fortezza, ma alla fine una assoluzione pilotata “per inesistenza di reato” permise al generale sconfitto di scomparire dalla scena senza screditare del tutto il nostro esercito. Il quale esercito, tuttavia, ne uscì con le ossa rotte di fronte all’opinione pubblica mondiale. Anzi si può dire che proprio in quei giorni, oltre al tramonto del sogno crispino di collocare la giovane Italia fra le grandi potenze, nacque la leggenda diffusa ancora oggi degli italiani incapaci di combattere.

La stampa straniera, d’altra parte, non perse l’occasione di denigrare l’esercito italiano e nello stesso modo si comportarono importanti personaggi. Il Kaiser Guglielmo II, per esempio, si dimostrò sgradevolmente sorpreso dal fatto che “per la prima volta i bianchi erano fuggiti davanti ai neri”, ma ancor più velenosi furono i francesi. “Les italiens ne se battent pas” sentenziò il principe Enrico d’Orléans e la sua dichiarazione offensiva campeggiò su tutti i giornali di Francia. L’insulto, peraltro inatteso in quanto il principe era fratello di Elena d’Orléans, fresca sposa del duca d’Aosta Emanuele Filiberto, fu anche causa di una vertenza cavalieresca. Il primo a risentirsi fu il generale Albertone, sopravvissuto di Adua, il quale inviò all’offensore un cartello di sfida che il principe respinse dichiarando che avrebbe incrociato la spada soltanto con un avversario di sangue reale. A questo punto accadde qualcosa di strano. I giornali francesi annunciarono che un nuovo cartello di sfida era stato lanciato dal principe ereditario Vittorio Emanuele, ma la notizia venne successivamente smentita, la qual cosa diede luogo a non pochi commenti ironici, poiché era noto che il nostro futuro sovrano era alto appena un metro e mezzo e non era dotato di particolari virtù militari. Cos’era dunque accaduto? È assai probabile che a lanciare la sfida sia stato effettivamente Vittorio Emanuele (benché di piccola statura, l’ardire e il senso dell’onore non gli mancavano), suscitando così la preoccupazione dei suoi reali genitori, i quali, temendo per la vita del loro unico erede, avrebbero improvvisato questo astuto escamotage per risolvere onorevolmente la spinosa querelle. Poiché il cartello era firmato semplicemente Vittorio Emanuele e così si chiamava anche il conte di Torino, fratello minore del duca d’Aosta, fu attribuita a questi e non al principe ereditario la paternità della sfida che il principe d’Orléans dovette giocoforza accettare.
Il duello si svolse all’alba del 15 agosto 1897 nei pressi di Versailles e si concluse dopo ventisei minuti e cinque assalti. Il conte di Torino onorò la sua fama di abile spadaccino ed Enrico d’Orléans ebbe la peggio restando seriamente ferito all’addome e alla spalla destra. L’offesa all’esercito italiano era stata dunque lavata con il sangue e in Italia tutti se ne rallegrarono. La regina Margherita si felicitò con il nipote vendicatore, re Umberto lo esaltò “per il suo coraggio” e Giosue Carducci lo salutò “campione dell’esercito e vindice dell’onore italiano”. Non si conoscono i commenti dell’altro Vittorio Emanuele.
Frattanto, il 26 ottobre 1896 il nuovo governo italiano presieduto da Di Rudinì aveva firmato un trattato di pace con l’imperatore Menelik. Il primo articolo stabiliva: “Lo stato di guerra fra l’Italia e l’Etiopia è finito. In conseguenza vi sarà pace e amicizia eterne fra S.M. il Re d’Italia e S.M. l’Imperatore d’Etiopia, e fra i loro successori e sudditi”. Il secondo articolo precisava: “L’Italia riconosce l’indipendenza assoluta dell’Impero di Etiopia come stato sovrano”.
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Alla pace fece seguito una serie di accordi bilaterali che stabilivano la linea di confine fra l’impero etiopico e la colonia Eritrea (“che corre lungo una linea parallela alla costa del mar Rosso, sessanta miglia all’interno”), nonché la frontiera tra l’Etiopia e i territori somali affidati all’Italia che avrebbe dovuto coincidere con “una linea parallela alla costa dell’oceano Indiano, centottanta miglia all’interno”. In realtà, questa seconda linea non si tracciò mai e, di conseguenza, non venne mai definita l’appartenenza di una vastissima zona dell’Ogaden, completamente desertica ma ricca di alcuni pozzi indispensabili per abbeverare le greggi delle tribù nomadi. Il più importante di questi pozzi, quello di Ual Ual, in futuro fornirà a Mussolini il casus belli che andava cercando.
La sconfitta di Adua, comunque, non guarì i nazionalisti italiani affetti dal “mal d’Africa”, ma segnò soltanto una battuta d’arresto di non lunga durata. D’altra parte, tutti i paesi che si affacciavano sulla sponda africana del Mediterraneo erano già stati occupati da altre potenze europee con grande frustrazione dell’Italia, giunta troppo tardi sul proscenio internazionale. Restava “libera” soltanto la Libia, una “scatola di sabbia” disprezzata da tutti (solo molto più tardi vi saranno scoperti i ricchi giacimenti di petrolio), ma sufficiente ad appagare gli appetiti coloniali italiani. Il movimento nazionalista, che aveva ripreso forza, non si accontentò dei pochi territori acquisiti nel Benadir lungo la costa dell’oceano Indiano i quali, uniti agli altri possedimenti, avevano consentito di creare nel 1908 la colonia Somalia con capitale Mogadiscio. Finalmente, sia pure con gravissimi contrasti interni fra socialisti e nazionalisti, il governo di Giovanni Giolitti ritentò nel 1911 una nuova avventura africana contro la Libia, che faceva parte dell’ormai decrepito impero ottomano. Per conquistarla, l’Italia sostenne una lunga guerra che richiese l’impiego di 100.000 uomini. I turchi vennero tuttavia sconfitti con relativa facilità e, salutata al canto di “Tripoli bel suol d’amore…”, la cosiddetta “Quarta sponda” diventò un’altra colonia italiana. La prima guerra mondiale, con le sue distruzioni e immense perdite umane, affogherà per qualche anno le nostre ambizioni espansionistiche, che però riemergeranno subito dopo che il fascismo, giunto al potere, tornerà a rispolverare la vecchia e ormai sorpassata teoria dello spazio vitale e del diritto di conquistare un “posto al sole”.

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34 pensieri su “La bella Italia IV

  1. Caro Antonmaria

    Questo capitolo, alla stregua dei precedenti, è davvero appassionante.
    Con la Vostra scrittura fluida, geniale e brillante, Direttore, avete la capacità di far entrare nel contesto narrato come si assistesse ad un film. È dovizia di particolari ed efficace resa di animazione.
    ConoscendoVi, chi legge ha la certezza di apprendere i fatti con affidabilità perché siete persona che fa della giustizia un fondamento del proprio comportamento ed è risaputa la Vostra passione per l’ approfondimento documentato di qualsiasi tema trattiate.
    Appunto per ciò, la Vostra opera di diffusione di veritiera cultura e leale informazione è lodevole.
    Grazie, con ampio significato.
    Con Stima e Affetto,

    Maria Silvia
    Sil

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      • Gentile Giorgia

        La ringrazio, mi onora il Suo apprezzamento. Ho potuto, leggendoLa nel tempo, apprezzarLa per l’ appropriatezza dei Suoi apporti. Altresì per la delicatezza delle Sue esposizioni, ritengo che la compostezza in una donna sia tra le migliori virtù.
        Mi creda, sorrido leggendo certe spiritosaggini, che qualificano chi le scrive.
        RingraziandoLa di cuore per la solidarietà, ricambio l’ amicizia e, se vuole, mi può rivolgere il ‘tu’.
        Buona giornata.

        Maria Silvia

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    • Maria Silvia

      La politica coloniale dell’Italia riprese slancio negli anni Venti, trovando una sua coerente giustificazione nell’ideologia fascista.
      Subito dopo l’avvento di Mussolini, la presenza italiana in Libia fu consolidata: fu ampliata l’occupazione della Tripolitania settentrionale (1923-1925) e della Tripolitania meridionale, mentre una dura repressione fu avviata in Cirenaica, guidata con successo dal generale Graziani.

      Grazie per il Vostro, gentilissimo, apporto mia signora.
      Abbiate le nostre migliori cordialità

      Antonmaria
      Kren

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  2. Il colonialismo italiano nel periodo fascista è un fenomeno complesso.
    Accanto ai grandiosi progetti di creazione di infrastrutture (ne furono realizzate di veramente notevoli sia nell’AOI che in Libia), ai tentativi di modernizzazione economica, ai miglioramenti dell’urbanistica delle città, si alternarono fenomeni fastidiosi come l’italianizzazione forzata, figlia della retorica imperiale fascista,. Proseguendo un sogno che era stato proprio anche dell’Italia liberale, il fascismo tentò anch’esso in Africa il cosiddetto colonialismo demografico, ovvero incentivò il trasferimento dei contadini italiani nei nuovi possedimenti coloniali.
    Bastava la semplice decisione di fissare per iscritto la proprietà delle terra
    (nei territori rurali dell’Etiopia, vigevano ancora forme di proprietà collettiva e dove la sovranità effettiva del governo coloniale italiano era minufica).

    Una “illuminazione che è sotto gli occhi di tutti.
    Come possibile non accorgersene?
    Bello il ricordo di Adua.
    Grazie Direttore per questo saggio profondo.
    Ha la mia stima
    Buona giornata e buon S.Giuseppe lavoratore.
    (Oggi si lavora di più)

    VF

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    • Seamur

      Tra il 1923 ed il 1928 fu inoltre completata la conquista della Somalia, fino a quel momento limitata alla parte centrale del Paese.

      In Etiopia, invece, il fascismo non ritenne, in questa prima fase, di modificare la situazione. Anzi, nel 1928 Italia ed Etiopia stipularono un patto di amicizia ed una convenzione stradale.

      La decisione di intraprendere una campagna militare in Etiopia iniziò a maturare a partire dal 1930.

      Il pretesto per l’avvio delle operazioni militari, i cui piani erano stati preparati già da tempo, fu offerto il 5 dicembre 1934 da un incidente presso la località di Ual-Ual, lungo la frontiera somala.
      L’imperatore d’Etiopia, Hailè Selassiè, preoccupato dai progetti italiani, si rivolse alla Società delle Nazioni, di cui il suo Paese era membro dal 1923.
      Ma Inghilterra e Francia, che non volevano alienarsi l’appoggio di Mussolini nel nuovo scenario politico d’Europa, impedirono di fatto che l’azione italiana fosse ostacolata.
      Solo in un secondo tempo, quando l’opinione pubblica internazionale iniziò a mobilitarsi contro la violenta aggressione dell’Italia, la Società delle Nazioni approvò una serie di sanzioni economiche contro l’Italia.
      Grazie e cordialità

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  3. Nonostante i grandi sforzi, il tentativo di insediare in Africa la manodopera in eccesso si rivelò del tutti impraticabile.
    Non disponiamo di cifre del tutto sicure, ma si ritiene che negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale, quindi nel momento più alto del nostro colonialismo, (esclusa l’Eritrea che in quanto colonia primigenia vantava una comunità italiana pari a quasi il 10% della sua popolazione), la percentuale degli italiani nelle altre colonie rimanesse del tutto marginale; prendendo le stime più alte: 120 mila in Libia, 60-100 mila in Etiopia, 45-70 mila in Eritrea, poco più di 10 mila in Somalia.
    E tenendo conto che solo una piccola parte di questi risiedevano nelle campagne dedicandosi all’agricoltura… si comprende evidentemente come gli italiani preferivano emigrare in America piuttosto che fare i contadini in Africa.

    Un bel capitolo Ninni/Direttore.
    Ciao e buongiorno

    L.

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    • Hilde Strauß

      Il 2 ottobre 1935, in un famoso discorso pubblicato il giorno successivo su tutti i giornali italiani, Mussolini annunciò l’inizio di una guerra provocata senza alcuna causa plausibile, rispolverando come giustificazione la bruciante sconfitta subita dall’Italia alla fine del secolo precedente:

      “Con l’Etiopia abbiamo pazientato quaranta anni! Ora basta!”
      Cordialità milady

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  4. Si rimane affascinati da quello che si legge.
    Milord avete portato uno squarcio di luce su questo povero mondo.
    La controversa storia del fascismo (/nello specifico quello coloniale) si affranca dalle considerazioni politiche.
    Politica moderna che non è raffrontabile con quella attuale.. Serve, però, per capire il momento.
    Buona giornata.

    a Paris

    Annelise

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    • Annelise Baum

      L’esito della guerra coloniale era facilmente immaginabile considerato l’enorme dispiegamento di mezzi disposto dall’Italia.
      Il 3 ottobre le truppe italiane invasero l’Etiopia dall’Eritrea, occupando in breve tempo Adua, Axum, Adigrat, Macallè.

      Grazie per aver scritto
      Cordialità

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  5. Bello.
    sto imparando davvero tanto, malgrado sia un periodo storico che mi ha interessato fin da ragazza.
    Grazie Milord.
    Oggi cosa fate?
    Noi siamo sole sole solette.
    Ma vi pensiamo.
    Oh se vi pensiamo.
    Abbiate una buona giornata

    Vostra lady Eleonora
    (Siamo allegre mio signora)
    😀

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  6. Il capitolo è scritto con una maestria incredibile.
    Un capitolo più bello dell’altro.
    Perdonatemi milord: Questo, fino adesso, mi sembra il migliore.
    Certo è da considerare la pubblicazione nel suo complesso.
    Grazie per quello che ci regalate e come.

    Per “lady” Eleonora:
    Non credete di esagerare con tutte le vostre effusione … simpatiche e un po’ comiche?
    🙂
    Buona giornata a tutti.
    🙂

    Giorgia

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    • Giorgia Mattei

      Autorevole, saggia e “anziana” signora,
      se lei sapesse come mi rende felice essere oggetto delle sue attenzioni, sarebbe felice come me.
      Grazie per manifestarmi i Suo affetto e considerazione.
      Buongiorno

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    • Giorgia Mattei

      A metà novembre la direzione delle operazioni fu affidata al generale Pietro Badoglio, che, dopo aver affrontato la controffensiva etiopica, entrò ad Addis Abeba il 5 maggio 1936.

      Grazie e cordialità

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    • Manuela Rovati

      Il 9 maggio 1936 Mussolini poté proclamare la costituzione dell’Impero italiano di Etiopia, attribuendone la corona al Re d’Italia Vittorio Emanuele III.

      Grazie e cordialità

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  7. Ciao mylord, sono arrivata tardi a gustare queste tue belle esposizioni, ma ti esprimo la mia gratitudine perchè le ritengo un regalo. Sempre il tuo stile alleggerisce gli orrori di questa disfatta, pur restando fedele alla Storia, la descrivi amabilmente e con fluida passionalità, dal Gran Maestro non ci aspettavamo di meno.
    In questo conflitto, tra gli altri, persero la vita
    -1- Pietro Cella, prima medaglia d’oro al Valor Militare del corpo degli Alpini
    -2- Eduardo Bianchini, medaglia d’oro al Valor Militare, resistette fino alla morte al comando della sua batteria, permettendo così il ritiro della sua brigata.
    -3- Luigi Bocconi, figlio di Ferdinando che in suo onore fondò l’Università commerciale Luigi Bocconi
    Questa sconfitta diventò anche il simbolo della lotta al colonialismo.
    Anche se a qualcuno basta poco per essere felice, ti ringrazio Ninni, felice di averti letto, davvero grazie!
    Sara

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    • Sara

      E’ stata l’Italia una potenza colonialista?
      Certamente sì, se si considera soprattutto il poderoso impegno militare e lo spirito aggressivo con cui furono occupate le due regioni della Libia e poi, nel 1935-36, l’Etiopia.
      Da quest’ultima guerra di conquista nacque addirittura l’Impero italiano che, paradossalmente, anche agli altri paesi colonialisti e imperialisti apparve anacronistico.
      In questi due conflitti l’Italia sperimentò armi distruttive e feroci metodi repressivi.
      Forse è bene ricordare che i primi bombardamenti aerei del secolo XX furono compiuti da aeroplani di legno e di tela dell’aviazione italiana durante la campagna 1911/1912.

      Grazie per aver scritto.
      Bene arrivata e cordialità

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  8. Caro Ninni,
    mi perdonerai questa lunga assenza.
    Non per una sorta di indolenza, ma proprio perché sono stata presa da numerosi eventi.
    Ho letto tutti i capitolo che riguardano l’oggetto di questa tua ultima fatica.
    La storia d’Italia, costellata da tanti riporti storici, non poteva essere onorata da quello che, tu stesso, ci stai offrendo.
    Un brano, un passaggio che diventa una bella musica per chio vuole capire i momenti che hanno contribuito, nella modernità, alla crescita di questa bella penisola.
    Una storia d’Italia che diventa piacevole leggere, ricordare e commentare.
    Grazie amico mio.
    Grazie davvero per il tuo impegno.
    Ti abbraccio e buona giornata

    Theresa Elizabeth Warren
    Washington DC

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    • Theresa Elizabeth Warren

      Dagli aerei, che portavano solo due aviatori, il secondo sganciava a mano le bombe e anche i chiodi a tre punte per bloccare i combattenti arabi che camminavano scalzi.
      Che dire poi dei gas asfissianti della guerra d’Etiopia?
      Ancora oggi non è facile conoscere la verità ufficiale e sarebbe tempo che questo venisse storicamente accertato.
      Ma per quanto riguarda il periodo precedente della storia del colonialismo italiano, cioè gli ultimi decenni dell’Ottocento, il problema della collocazione dell’Italia tra gli Stati europei che da tempo più antico avevano possedimenti in Africa è più complesso.
      Tutto cominciò con un modesto scalo carboniero nella baia di Assab sul mar Rosso nel 1869, da cui l’Italia iniziò un processo di infiltrazione all’interno di un territorio, l’Eritrea, che diventerà poi la prima colonia italiana.
      L’Eritrea apparteneva al sovrano d’Abissinia che nel 1887 sterminò a Dogali il corpo di spedizione italiano.
      Manovre diplomatiche con il negus e controffensive militari portarono al mantenimento della colonia ma le pretese italiane di controllo politico dell’Abissinia portarono le nostre truppe coloniali al disastro di Adua nel 1896.

      Grazie per il Vostro illuminato intervento.
      Abbiate le nostre cordialità

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  9. Un capitolo bello e proto.
    Un capitolo che parla di passione sul serio e di pulizia mentale.
    La ringrazio: oggi sono cresciuto, malgrado la mia veneranda età,in conoscenza con soddisfazione.
    Grazie dottore

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