La bella Italia VI

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Per Mussolini si trattava dunque di attendere l’occasione che gli avrebbe consentito di ottenere l’assenso francese e britannico per portare a compimento il suo progetto imperiale. Tale occasione, per una serie di eventi concatenati allora imprevedibili, si presentò alfine nel 1934. L’anno prima Adolf Hitler aveva conquistato il potere in Germania e la situazione europea era rapidamente mutata. Gli equilibri faticosamente raggiunti dopo la pace di Versailles furono subito rimessi in discussione perché il Führer, che aveva basato tutta la sua campagna elettorale sulla sottintesa promessa di una “rivincita” germanica per la guerra perduta, non tardò a mostrare la sua determinazione. Il 23 marzo si fece affidare i pieni poteri dal Reichstag e il 14 ottobre, con un gesto clamoroso, annunciò che la Germania si ritirava dalla Società delle Nazioni in segno di protesta per il fatto che le convenzioni internazionali le negavano la parità con le altre potenze europee in fatto di armamenti. Fu un gesto molto grave, ma il popolo tedesco, ormai galvanizzato dall’oratoria trascinante del neodittatore, lo approvò con un plebiscito, svoltosi il 12 novembre 1933, che raccolse il 95 per cento dei voti. Persino a Dachau, già in funzione come campo di concentramento, su 2242 prigionieri 2154 approvarono la sua decisione.
Mentre l’Europa, e in particolare la Francia che negli ultimi sessant’anni era stata per due volte invasa dall’esercito tedesco, assisteva con ansia alla rinascita militare germanica, Hitler non perse tempo per avviare un programma di riarmo generale in aperta violazione di quanto stabiliva il trattato di Versailles. Anche Mussolini fu colto di sorpresa dall’irruzione delle “camicie brune” naziste sulla scena europea e, per la verità, non se ne rallegrò affatto. Benché avesse ufficialmente salutato l’evento con soddisfazione (“Un altro grande paese europeo si ribella con milioni di voti al crollante mito della democrazia!”), in privato non nascose i suoi dubbi e i suoi timori. Hitler non gli piaceva, riteneva quell’uomo, sono parole sue, “un meccanico incerto nell’uso dei suoi strumenti” e un “tipo un po’ risibile ed un po’ invasato”. Fra i due esisteva infatti un amore a senso unico: Hitler nutriva per il Duce un’ammirazione sconfinata, lo considerava il suo maestro e, appena eletto, aveva espresso la volontà di rendergli omaggio per proseguire “con tutte le mie forze quella politica di amicizia verso l’Italia che ho finora costantemente caldeggiata”. Mussolini invece nicchiava e dilazionava per quanto possibile quell’incontro invocato dal Führer con affermazioni persino toccanti (“Quello sarà il più bel giorno della mia vita”). Oltre che per l’antipatia personale, Mussolini rinviava l’invito anche perché impegnato nelle trattative per stringere un “patto a quattro” di sua ideazione, con il quale sperava di razionalizzare la situazione europea costituendo una sorta di direttorio che doveva comprendere l’Italia, la Francia, l’Inghilterra e la Germania. Ma il principale motivo che lo induceva a mantenere una certa distanza da Hitler era la “questione austriaca”.
L’ex Austria asburgica, ridotta ai minimi termini dopo la fine della prima guerra mondiale, rientrava infatti nelle mire pangermanistiche del Führer, il quale considerava l’Anschluss, ossia l’annessione, l’esigenza primaria per la costituzione del Terzo Reich. Mussolini, che non ignorava il progetto hitleriano, era ovviamente di parere contrario. Preoccupato di ritrovarsi con i tedeschi al Brennero, il 17 febbraio 1934 si era fatto promotore di una dichiarazione tripartita, con Francia e Inghilterra, nella quale le tre potenze si facevano garanti delle “storiche e inalienabili funzioni di un’Austria indipendente”. Poi, per consolidare ancor più l’amicizia italo-austriaca, il dittatore italiano invitò più volte a Roma il cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss, cui riconfermò la sua volontà di proteggere l’indipendenza dell’Austria dalle mire egemoniche germaniche.
Anche Dollfuss, pur essendo di estrazione cattolica, era un ammiratore del Duce e, a differenza di Hitler, ne conquistò subito l’umana simpatia. “Malgrado la sua minuscola statura” dirà dì lui Mussolini (Dollfuss misurava meno di un metro e mezzo) “è un uomo di ingegno dotato di volontà”. Capo di un partito cattolico conservatore, il cancelliere austriaco si stava incamminando verso un regime autoritario più per forza delle circostanze che per suo volere. Si trovava infatti in una posizione precaria: combattuto a sinistra da socialisti e comunisti, era inoltre insidiato a destra dal nascente partito nazista austriaco che, grazie agli appoggi sotterranei della vicina Germania, progettava di conquistare il potere anche con la violenza per realizzare il progetto hitleriano dell’Anschluss. Perciò, stretto fra due dittatori come il classico vaso di coccio, Dollfuss era stato alfine indotto a scegliere la protezione di quello italiano che, se non altro, era interessato a mantenere integra l’indipendenza austriaca.

La spontanea corrente di simpatia sorta fra Mussolini e il piccolo cancelliere coinvolse in seguito anche le rispettive famiglie. Nell’estate del 1934, la graziosa Alwine Dollfuss fu ospite di Rachele Mussolini a Riccione e i figli dell’una giocarono sulla sabbia con quelli più giovani dell’altra. Nel frattempo, seguendo i consigli di Mussolini, Dollfuss aveva promulgato una nuova costituzione che, pur conservando qualche riverbero cattolico, istituiva uno Stato autoritario di tipo fascista con assemblee esclusivamente consultive. In pratica, una dittatura. Tale mossa non aveva mancato di esasperare Hitler il quale certamente non era contrario alla fascistizzazione dell’Austria, ma la voleva sotto il segno dell’unità tedesca,
I rapporti italo-germanici erano dunque tutt’altro che idilliaci quando il 14 giugno 1934 ebbe luogo l’incontro con il Duce tanto agognato dal Führer. L’incontro si svolse a Venezia e fu apparentemente cordiale. In realtà non mancarono le frizioni. Nel momento in cui Adolf Hitler si affacciò dal portello dell’aereo. Mussolini sussurrò a Ciano: “Non mi piace” e quella frase, udita da un giornalista francese, fece subito il giro del mondo. Anche l’abbigliamento dei due uomini contribuì a sottolineare i contrasti esistenti tra loro. Mussolini accolse l’ospite in smagliante uniforme di caporale d’onore della Milizia, mentre l’altro indossava un impermeabile cachi stretto alla vita e un cappelluccio di feltro marrone che gli copriva il famoso ciuffo. Era pallido, intimidito, e il confronto con lo schieramento dei gerarchi fascisti lo innervosì ulteriormente. “Perché non mi avete detto che dovevo vestire l’uniforme?” sibilò stizzito ai suoi accompagnatori. Imbarazzante per Hitler fu anche l’atteggiamento del Duce, il quale, dopo i saluti di rito, lo accompagnò verso l’uscita dell’aeroporto mettendogli con protettiva familiarità una mano sulla spalla. Tale comportamento non sfuggì ai giornalisti stranieri, che non mancarono di sottolinearlo. “Adolf davanti a Cesare” titolò ironicamente un quotidiano francese.
Con queste premesse si giunse all’incontro diretto fra i due che quasi si trasformò in uno scontro. I giornali italiani, imbavagliati dalla censura, neppure ne accennarono, ma la stampa straniera riferì di pugni battuti sul tavolo e di scoppi di voci alterate dove spiccava la parola Österreich, Austria. Non sappiamo con esattezza cosa si dissero i due dittatori nel loro colloquio privato svoltosi nella villa Pisani di Stra, in quanto Mussolini, che si piccava di conoscere il tedesco, non volle interpreti e di conseguenza il tète-à-tète non ebbe testimoni. Certamente parlò molto di più il Führer perché il Duce si lamenterà in seguito della sua logorrea torrentizia. “Praticamente mi ha recitato tutto il Mein Kampf, un mattone di libro che non sono mai riuscito a leggere” confiderà più tardi al genero Galeazzo Ciano. Ma è sicuro che discussero a lungo dell’Austria, senza tuttavia giungere a un accordo sul suo destino.
Quale fosse il temperamento di quell’ometto un po’ imbranato che aveva accolto con sufficienza a Venezia, Mussolini ebbe modo di scoprirlo appena due settimane dopo. Il 30 giugno, infatti, nella famosa Notte dei lunghi coltelli Hitler fece infatti sterminare dalle SS le SA del suo rivale Ernst Rohm insieme ad altri oppositori: in tutto un migliaio di persone. La notizia turbò profondamente il Duce: “Quell’uomo spiritato e feroce” scrisse alla sorella Edvige “ha fatto ammazzare come cani i camerati che lo avevano aiutato a conquistare il potere. Sarebbe come se io facessi uccidere Dino Grandi, Italo Balbo, Giuseppe Bottai…”. E ancora non si era seccato quel sangue che altro ne corse in circostanze ben più drammatiche. Il 25 luglio, elementi nazisti austriaci, con false divise dell’esercito, assaltarono fa Cancelleria federale di Vienna per poi irrompere, dopo avere ucciso le guardie, nello studio di Dollfuss. Il cancelliere, colpito da molti proiettili, morirà dissanguato poche ore dopo mormorando: “Volevo soltanto la pace. Dio li perdoni” e raccomandando a coloro che l’avevano soccorso di pregare il suo amico Mussolini di prendersi cura di sua moglie e dei suoi figli. La notizia di questo brutale assassinio raggiunse il Duce nella sua villa di Riccione dove, da due settimane, ospitava i familiari del cancelliere assassinato. Toccherà a lui l’amaro compito di informare Alwine Dollfuss e i suoi due bambini del tragico evento.
Mussolini era poco incline alla vera amicizia, ma per il piccolo cancelliere provava effettivamente una personale simpatia. La sua morte lo addolorò profondamente e, spinto da tale sentimento, ma certamente anche dalla convinzione che Francia e Inghilterra si sarebbero schierate al suo fianco, senza consultare nessuno e senza perdere un’ora di tempo ordinò alle quattro divisioni di stanza nel Veneto di marciare verso il Brennero per manifestare chiaramente la sua decisione a difendere anche con le armi la libertà e l’indipendenza dell’Austria. Questo gesto risoluto e inatteso intimorì Hitler e frustrò tutti i suoi progetti annessionistici. Egli, che forse si attendeva le solite proteste formali attraverso la via diplomatica, non osò infarti reagire a un simile atto di forza. I golpisti austriaci furono in parte arrestati e gli altri si rifugiarono in Germania, mentre i “volontari” nazisti, già pronti a superare il confine austro-bavarese vennero prudentemente smobilitati.

L’opinione pubblica europea approvò entusiasticamente il gesto compiuto dal “protettore dell’Austria”, come venne subito definito Mussolini, e anche i governi di Francia e Inghilterra espressero pieno appoggio all’iniziativa italiana. Ma non accadde nulla di irreparabile. Chi temeva che la situazione degenerasse fu smentito dai fatti. Berlino incassò l’amaro boccone rinviando l’attuazione dell’Anschluss a tempi migliori, Londra fece sapere che non prevedeva “impegni nuovi” e Parigi si guardò bene dall’intervenire direttamente nella questione. Da parte sua, Mussolini, che forse si era atteso un sostegno più concreto per moltiplicare la forza persuasiva della sua azione, si accontentò del successo ottenuto e ne approfittò per richiamare le divisioni dal Brennero. Poteva infatti ritenersi soddisfatto: aveva fatto fallire il putsch nazista, a Vienna era tornata la normalità e lui aveva acquistato un prestigio personale di cui, d’ora in poi, le altre potenze avrebbero dovuto tener conto. Era l’unico capo di Stato europeo a essere riuscito a bloccare e a intimidire la rinascente potenza tedesca. Dopo di lui, fino al 1939, nessun altro avrebbe più osato imitarlo.
In Italia, l’iniziativa del Duce fu accompagnata da una vigorosa campagna antitedesca fino a quel momento impensabile. I giornali umoristici si sbizzarrirono in piena libertà contro i poco virili “bellinazi” raffigurati nelle vignette come sculettanti biondini e giunsero persino a ironizzare sulla presunta omosessualità del Führer. Dal canto suo, la stampa italiana più autorevole sottolineò soprattutto le differenze tra fascismo e nazismo, mettendo in rilievo le più odiose caratteristiche di quest’ultimo quali il razzismo e l’antisemitismo. Lo stesso Mussolini, che contribuì all’offensiva giornalistica pubblicando corsivi anonimi sul “Popolo d’Italia”, in un suo famoso discorso pronunciato a Taranto ricordò agli italiani che trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine d’oltr’Alpe, sostenute dalla progenie di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto.
Fu quello il momento peggiore nei rapporti fra i due dittatori, che si sarebbero riconciliati più tardi, grazie alla tenacia e all’astuzia di Hitler, il quale riuscirà alfine a conquistarsi, se non proprio l’amicizia, almeno la disponibilità del suo “maestro”. Ma grazie anche alla cecità delle potenze democratiche che spingeranno fra le braccia del Führer un Mussolini recalcitrante.
Come si è detto, il Duce maturava da tempo l’idea di conquistare l’Etiopia, ma furono gli avvenimenti austriaci a dargli l’impulso risolutivo. Certamente influirono anche altri motivi, tuttavia non risponde al vero quanto è stato affermato da molti storici, secondo i quali egli avrebbe affrontato l’avventura etiopica per rilanciare propagandisticamente il regime, risolvere i problemi occupazionali e placare il crescente malcontento popolare aggravato dalle conseguenze della famosa crisi del 1929. In realtà, quando Mussolini cominciò a prendere in seria considerazione questa iniziativa bellica, la crisi economica mondiale era in fase avanzata di superamento, il regime appariva più saldo che mai e godeva del suo momento di maggiore consenso a livello di massa. Anzi si può aggiungere che, semmai, la prospettiva di una guerra avrebbe potuto incrinare tale vasto consenso.
Da buon pragmatico, il Duce colse semplicemente il momento propizio che la situazione internazionale gli offriva. Egli non ignorava che per realizzare il suo disegno imperiale era indispensabile ottenere via libera dalla Francia e dall’Inghilterra, ma riteneva che tale assenso non gli sarebbe stato negato dopo che, con il suo gesto risoluto, aveva dimostrato a Londra e Parigi quanto fosse indispensabile l’Italia per arginare la crescente minaccia germanica.

Mentre Mussolini cercava un pretesto per riportare sui tavoli della diplomazia la questione etiopica, il 5 dicembre 1934, il famoso “incidente di Ual Ual” che gli fornirà il casus belli, cadde così a proposito che molti si ostinano ancora oggi a sostenere che fu organizzato dai nostri servizi segreti. In realtà non esiste un solo documento in grado di confermarlo. Anzi pare accertato che si trattò di un colpo di mano tentato dagli abissini. Ma esponiamo i fatti.
Ual Ual era una località ricca di pozzi situata nella desertica “terra di nessuno” al confine fra la Somalia e l’Abissinia. Centro prezioso come abbeveratoio per le mandrie delle tribù nomadi, era di appartenenza incerta, ma fin dal 1925 era stato occupato dagli italiani che vi avevano costruito a difesa un fortino presidiato da alcune decine di dubat (gli ascari somali, chiamati così per via del loro caratteristico turbante bianco), affidati al comando del capitano Roberto Cimmaruta. Verso la fine di novembre del 1934, un migliaio di armati abissini guidati dal fitaurari Sciferra, governatore dell’Ogaden, giunsero a Ual Ual in servizio di scorta a una commissione anglo-etiopica incaricata della delimitazione dei confini. Rivendicando la proprietà etiopica del territorio, Sciferra ingiunse ai dubat di sgomberare, ma l’ufficiale italiano respinse l’ingiunzione e la situazione si fece subito incandescente. Vista la malaparata, la commissione si ritirò prudentemente mentre gli armati abissini, numericamente superiori, si accamparono attorno al fortino manifestando apertamente le loro intenzioni bellicose. Seguirono alcuni giorni di tensione: i pochi dubat e i molti abissini si fronteggiarono con il dito sul grilletto (Cimmaruta aveva l’ordine di sparare solo se attaccato) fino a quando, il 5 dicembre, gli assedianti assalirono in massa il fortino. I combattimenti si protrassero fino all’alba del giorno seguente, ma alla fine gli etiopi furono sbaragliati dai dubat di Cimmaruta grazie anche all’impiego di due piccole autoblindo e a un paio di aerei da caccia decollati dall’aeroporto italiano di Mogadiscio.
L’incidente di Ual Ual, opportunamente ingigantito da ambo le parti, esplose sulla stampa europea e naturalmente finì sui tavoli della Lega delle Nazioni, alla quale il negus si era rivolto invocando l’articolo 11 del patto societario, secondo cui “ogni guerra o minaccia di guerra interesserà la Lega, che prenderà ogni iniziativa che possa risultare opportuna ed efficace”. L’iniziativa etiopica non ebbe tuttavia una buona accoglienza da parte di Francia e Inghilterra, che normalmente pilotavano le decisioni dell’organizzazione internazionale. D’altra parte, la Lega era da tempo allo sbando, come lo sarà, molti anni dopo, l’ONU al tempo della guerra del Golfo. Parigi e Londra continuavano a farla da padroni, ma la Germania ne era uscita sbattendo l’uscio, così come aveva fatto poco prima il Giappone, ostacolato per le sue mire sulla Cina. Gli Stati Uniti non avevano neppure preso in considerazione l’idea di associarvisi, mentre l’URSS era ancora un membro poco influente e guardato con sospetto. Si aggiunga poi che l’Etiopia non aveva certamente le carte in regola per presentarsi quale antagonista democratica dell’Italia, la cui permanenza nella Lega era particolarmente ambita.
Nel frattempo Mussolini, che in precedenza aveva già alzato la voce contro i “frequenti incidenti di confine” provocati dalle formazioni irregolari etiopiche, dopo quello di Ual Ual, che si fondava su prove incontestabili, chiese ufficialmente, come risarcimento del danno subito, scuse ufficiali da parte dell’Etiopia, l’onore alla bandiera (ovvero il riconoscimento della sovranità italiana sui pozzi) e la consegna del fitaurari Sciferra che aveva guidato l’attacco. Con manovre laboriose, Francia e Inghilterra riuscirono a evitare che la questione fosse sottoposta al Consiglio della Lega (qualcosa di simile – anche per l’inefficacia – all’attuale Consiglio di sicurezza dell’ONU) e, ben decise a non scontentare l’Italia, convinsero Mussolini ad accettare un arbitrato di conciliazione da affidare alla solita commissione internazionale sulla cui utilità c’era ben poco da sperare.

Ma ormai i tamburi di guerra contro l’Abissinia avevano iniziato a rullare. La stampa enfatizzò l’episodio di Ual Ual e gli italiani si strinsero attorno a Mussolini come non mai, in una sorta di crescente entusiasmo collettivo. Il mito della conquista del “posto al sole” tornava a esaltare soprattutto i giovani. L’idea di riscattare l’onta di Adua, di fondare un impero e di far vedere al mondo cosa fosse veramente l’Italia fascista suscitava vasti consensi. Mussolini, del resto, non faceva più mistero delle sue ambizioni coloniali e ammoniva “coloro i quali ci vorrebbero pietrificare al Brennero per impedirci di muoverci in qualsiasi altra parte dell’orbe terracqueo”. Era una chiara antifona per fare intendere a Londra e a Parigi che se volevano l’Italia impegnata ad arginare l’espansionismo germanico dovevano in cambio lasciarle le mani libere in qualche altra parte dell’“orbe terracqueo”. Il Duce era infatti consapevole che la sua progettata avventura africana aveva bisogno del consenso franco-britannico, mentre dell’eventuale intervento della Società delle Nazioni non si preoccupava più di tanto: se le due potenze egemoni gli davano via libera, la Lega, magari sdegnata, sarebbe rimasta a guardare. Si trattava dunque di convincere Francia e Inghilterra. Mussolini cominciò con la Francia, certo che gli inglesi, più pragmatici, sì sarebbero in seguito accodati.
Ministro degli Esteri francese era allora Pierre Laval, un ambizioso uomo politico che sarà fucilato nel 1945 quale capo del governo collaborazionista di Vichy. Lui e Mussolini erano fatti per intendersi: avevano la stessa età, la stessa umile estrazione sociale ed erano stati entrambi socialisti rivoluzionari prima di approdare su sponde politiche opposte. Infatti si intesero subito durante il loro primo incontro, avvenuto a Roma fra il 4 e l’8 gennaio del 1935. Per entrambi la questione austriaca era sullo sfondo e Laval sperava che l’Italia, grata di avere avuto libertà d’azione in Abissinia, liquidata questa faccenda, si sarebbe di nuovo concentrata sul Brennero per frenare il dinamismo di Hitler che, malgrado il fallimento del putsch di Vienna, continuava implacabilmente a conquistare posizioni di forza in Europa.
È difficile stabilire cosa i due uomini si dissero durante l’incontro romano. Ufficialmente, Italia e Francia si ripromisero dì consultarsi qualora l’indipendenza austriaca fosse stata minacciata. Decisero che i due paesi cooperassero per il mantenimento della pace e la Francia, riconoscendo l’ingiustizia subita dall’Italia a Versailles nella suddivisione delle spoglie coloniali, accettò uno statuto speciale per gli italiani residenti in Tunisia e cedette all’Italia 114.000 chilometri quadrati di deserto a sud della Libia (anche se in futuro risulterà ricco di petrolio, tale territorio era per il momento, come sottolineò lo stesso Mussolini, soltanto uno scatolone di sabbia), I due uomini si accordarono inoltre sui destini dell’Etiopia, ma tali accordi non furono messi a verbale, mentre la dichiarazione ufficiale venne scritta con il solito tortuoso linguaggio diplomatico che non è mai troppo esplicito e lascia sempre aperta qualche scappatoia che permetta ai contraenti di smentire quanto è stato detto. E, infatti, in seguito Laval potrà asserire, in malafede, di non avere affatto voluto intendere ciò che Mussolini effettivamente intese. Ossia che la Francia gli dava via libera per la conquista dell’Etiopia. Lo stesso Laval, d’altronde, al suo rientro a Parigi, si lasciò scappare questa frase significativa: “Ho venduto il negro”, sulla quale i giornali si sbizzarrirono.
Ma non è tutto. Indro Montanelli racconta che, dopo l’incontro, Mussolini, onde evitare possibili malintesi, inviò una lettera a Laval nella quale aveva trascritto per intero la formula del loro patto segreto. In essa, fra l’altro, si leggeva che “il governo francese non avrebbe ricercato in Etiopia la soddisfazione di altri suoi interessi che non fossero quelli economici relativi al traffico della ferrovia Gibuti-Addis Abeba”. Ma ancora più eloquente era un altro capoverso della lettera in cui si precisava che “il governo francese si impegna, per quanto riguarda l’Etiopia – anche nel caso di modificazione dello statu quo della regione in oggetto – a non ricercare alcun vantaggio”. Di questa lettera, Laval accusò ricevuta senza commenti.
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11 pensieri su “La bella Italia VI

  1. Milord,

    Parlare e affrontare gli avvenimenti del periodo che,Voi, avete preso in esame con quest’opera, è difficile e complesso.
    Leggo, tuttavia, dell’incomparabile bellezza che, tra le vostre mani, si percepisce.
    Non è di facile soluzione quanto state facendo.
    Le colonie, il “mal d’Africa”, il boom economico fecero tanto e portarono a prendere delle decisioni importanti.
    La politica sociale era una politica di contenimento della disfatta in termini economici e di forte sviluppo da incentivare.

    Il sistema, il Regime, funzionava.
    Funzionava bene.
    Non sto facendo della nostalgia di maniera, credetemi.
    Sto, grazie a voi, analizzando dei fatti che, corroborati dalla vostra sapiente penna, si svolgono in tutta la loro chiarezza.
    Un saggio storico di rara bellezza.
    Un saggio storico di importanza sopraffina.
    Una finestra aperta, con intelligenza e professionalità, all’analisi e alla conoscenza.
    Grazie Milord.
    Grazie davvero.
    Abbiate una serena giornata

    Anna

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  2. Caro Antonmaria

    Convinta che siate una grande fonte di Verità, ho letto anche questo capitolo con profonda attenzione, catturata dalla dovizia di particolari.
    Si può avere la libertà di scegliere solo se si conosce la verità.
    Questo saggio comunque non può che conquistare le persone che possiedono onestà di valutazione ed ammirazione per lo studio e l’ impegno storiografico che, anche in questa Vostra opera, è evidente.
    Con Stima e Affetto

    Maria Silvia
    Sil

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  3. Certo come article.
    It’s really complete for listen the particurally storia or italian fascismo.
    Many thank mr Raimondi.

    Albert Donovan
    The Guardian in London

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  4. Un capitolo bellissimo che parla di noi. Parla di un periodo storico di non facile lettura.
    Abbiamo bisogno di leggere la nostra storia con un occhio attento e non superficiale.
    Sei riuscito a farmi vivere e soprattutto capire questo periodo.
    Non avevo alcun dubbio circa la tua facoltà di raccontare gli eventi.
    Con questo capitolo,come sempre, ci hai portato sulle ali della bellezza ed equidistanza dei fatti.
    Un mito, milord
    Un mito per davvero.

    Un caro saluto

    Maria Luisa

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