La bella Italia VIII

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Respinta dunque in blocco la proposta britannica, Mussolini concluse affermando brutalmente che restavano solo due soluzioni per il “caso Etiopia”: una pacifica, l’altra militare, La soluzione pacifica significava la “cessione in nostro diretto dominio di tutti i paesi non di razza etiopica conquistati per l’Abissinia da Menelik e dai suoi successori, più il controllo del nucleo centrale”. La soluzione militare, invece, non avrebbe significato nient’altro che “la cancellazione dell’Etiopia dalla carta geografica”. Più chiaro di così il Duce non poteva essere e quel primo colloquio si concluse in un’atmosfera di reciproca ostilità.
Su richiesta di Eden i due statisti tornarono a incontrarsi il giorno seguente. L’atmosfera non era affatto mutata. Nel corso del colloquio, secondo indiscrezioni di fonte incerta, si registrarono vivaci battibecchi. Eden avrebbe ammonito Mussolini ricordandogli che la strapotente flotta britannica era pronta a entrare in forze nel Mediterraneo, ma questi, per niente impressionato, avrebbe commentato con un sorriso malizioso: “Dipenderà, poi, da noi se potrà uscirne”. Eden avrebbe allora minacciato la chiusura del canale di Suez, e l’altro pronto: “Sappiamo già come riaprirlo”. Ma forse si tratta di affermazioni a uso della propaganda. Di sicuro sappiamo che il Duce respinse con asprezza e pesante ironia i “compensi” offerti dall’Inghilterra, ossia la provincia dell’Ogaden, osservando che l’Italia non poteva accontentarsi “di una mezza dozzina di palmizi in una landa desolata dove non c’è neppure una pecora”. E aggiunse subito dopo: “Non intendo passare alla storia come un collezionista di deserti”.
Successivamente Mussolini indicò a Eden sulla carta geografica le regioni del Tigrè, dello Scioa e del Goggiam, conquistate da Menelik e ora rivendicate dall’Italia, specificando che il territorio lasciato a Hailè Selassiè sarebbe stato sottoposto a una sorta di protettorato italiano. “Come avete fatto voi con l’Egitto” precisò con un’occhiata significativa. Eden respinse la proposta italiana e chiese di mettere a verbale che, “purtroppo, il punto di vista italiano non è condiviso dal governo di Sua Maestà”, ma fece aggiungere, con uno sforzo di diplomazìa, che il tempo poteva ancora accomodare le cose. Da parte sua, Mussolini fece mettere a verbale quanto segue: “Il capo del governo italiano se può dare un consìglio alla Gran Bretagna è quello di lasciarci fare. In poche anni trasformeremo il Paese e sarà un vantaggio per tutti. L’Abissinia nelle regioni più alte può dare lavoro a centinaia di migliaia di italiani. Noi non piglieremo l’iniziativa di uscire dalla Società delle Nazioni, ma bisogna che ci mettano nelle condizioni di non doverne uscire”.
Non era una rottura fra Italia e Inghilterra, ma poco ci mancava. La sera, tuttavia, durante un ricevimento in onore dell’ospite all’albergo Excelsior, l’ambasciatore britannico James Eric Drummond cercò di salvare almeno le apparenze. Mussolini, che aveva trascorso il pomeriggio a Castel Porziano, si presentò in tenuta casual (pantaloni bianchi, giacca con il rinforzo ai gomiti, camicia aperta senza cravatta) mentre Eden e gli altri erano in abbigliamento formale. Raggiunto da un diplomatico inviato dall’ambasciatore per pregarlo di avvicinarsi a Eden affinché il loro disaccordo non risultasse evidente, il Duce rispose risentito: “La distanza tra noi è esattamente uguale. Se vuole parlare con me, che venga qui lui”. Eden non venne e Mussolini se ne andò poco dopo senza salutarlo.
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Intanto continuavano a partire verso l’Africa orientale navi cariche di operai e di soldati, mentre il Duce faceva fremere i cuori degli italiani attraverso la radio – uno strumento del quale si era perfettamente impadronito – toccando le corde patetiche dei sentimenti e suscitando impulsi emotivi e immagini suggestive. Per esempio, in un famoso discorso alla Camera, rivolse il suo pensiero “ai fanti della Peloritana scaglionati sull’oceano Indiano, lungo la linea dell’Equatore, a ottomila chilometri di distanza dalla Madre Patria”.
Ai suoi appelli, come si è detto, risposero migliaia di volontari delle estrazioni e delle provenienze più diverse, con i quali si diede vita a legioni che più anomale non potevano essere. Una di queste era formata dai veterani delle campagne d’Africa combattute prima del 1900. Un’altra dai feriti e dai mutilati della prima guerra mondiale. Un’altra ancora raccoglieva i figli degli italiani residenti all’estero, arrivati a centinaia da ogni parte del mondo. C’era infine la legione giovanile dei GUF, i Gruppi universitari fascisti.
I nostri grandi transatlantici carichi di truppe che salpavano da Napoli e da Livorno erano salutati da folle immense radunate attorno alle banchine dei porti. Anche lungo le sponde del canale di Suez i nostri “legionari” (così li aveva ribattezzati Mussolini che non perdeva occasione di richiamarsi alla storia di Roma imperiale) venivano accolti da manifestazioni di simpatia da parte di folte rappresentanze della colonia italiana in Egitto. In quei giorni diventò famosa in Italia una bella ragazza barese, Maria Uva, che accompagnava le nostre navi da terra, in automobile, sulla strada parallela al canale, conversando con i soldati affacciati alle murate. Avvolta in un tricolore, la giovane cantava inni patriottici, in particolare Faccetta nera, la canzone più in voga del momento. Maria Uva fu, in un certo senso, la mascotte o la madrina della nostra impresa coloniale. Tutti i legionari si ricorderanno di lei perché tutte le navi italiane dirette a Port Tewfik all’altro capo del canale, sullo sbocco nel mar Rosso, ricevettero il suo entusiastico saluto. Al termine del conflitto etiopico Maria Uva, che aveva ricevuto innumerevoli proposte di matrimonio, sarà decorata con la medaglia della campagna d’Etiopia per il suo fervore patriottico.
A Port Said, i piroscafi venivano accolti “amichevolmente” anche dalle salve di saluto della corazzata britannica Barham e dai due cacciatorpediniere Active e Antilope, che erano i cani da guardia del canale. La nostra stampa riferiva soddisfatta che i marinai inglesi assiepati sui bordi gridavano “Viva il Duce” e salutavano romanamente le truppe italiane in transito.

Ma il governo britannico non si dimostrava altrettanto amichevole, anzi il suo atteggiamento si faceva di giorno in giorno più minaccioso e la situazione presentava gravi incognite. L’eventuale chiusura del canale di Suez, infatti, avrebbe totalmente isolato l’Italia e tagliato fuori il nostro corpo di spedizione. A Londra, intanto, regnava l’incertezza riguardo alla posizione da assumere in quel frangente. Alcuni ministri, come Eden, erano convinti che Mussolini, conquistata l’Etiopia, si sarebbe avventato sull’Egitto e sul Sudan, mentre parte dell’opinione pubblica conservatrice e in particolare Winston Churchill, che per Mussolini nutriva grande simpatia, erano propensi a dargli credito e a permettergli di “sfogarsi”. Tuttavia gli orgogli nazionali, lo squilibrio tra le forze, il divario di ricchezze e di potere d’influenza nel mondo rendevano difficile trovare una soluzione. A peggiorare le cose intervenne a questo punto il Peace Ballot, il grande referendum popolare indetto in Inghilterra dall’Unione per la difesa della Società delle Nazioni. Come si è già detto, la Lega ginevrina viveva giorni difficili. Gli stati partecipanti badavano soprattutto ai propri interessi e le convenzioni internazionali, approfittando della debolezza della Lega, venivano continuamente violate. Il referendum proposto dall’Unione mirava perciò a rinvigorirla così da garantire la pace nel mondo, la giustizia sociale, l’indipendenza dei popoli e tutte le altre belle utopie che entusiasmano l’opinione pubblica. Manco a dirlo, dal referendum scaturì una volontà “societaria” assoluta. Quasi all’unanimità gli inglesi chiesero il ripristino dell’autorità della Lega, la riduzione degli armamenti, nonché severe sanzioni verso i paesi aggressori.
In Inghilterra mancavano pochi mesi alle elezioni e il governo Baldwin scoprì, da un giorno all’altro, che la causa di Hailè Selassiè, tradotta in termini elettorali, avrebbe garantito una sicura vittoria. Fu per questa ragione, anche se molti tardarono a capirlo, che l’Inghilterra si trasformò di punto in bianco nello strenuo difensore dell’indipendenza etiopica contro le minacce italiane. Eden, animato da uno spirito di crociato, sì precipitò a Ginevra per persuadere gli esitanti e creare le basi di quella presa di posizione societaria che sarebbe scattata al primo gesto di aggressione. Il ministro degli Esteri Samuel Hoare, che simpatizzava per Mussolini avendolo conosciuto sul fronte italiano quando lui era un giovane tenente e l’altro un semplice caporale dei bersaglieri, cambiò rapidamente registro e si fece minaccioso: “È giunta l’ora” dichiarò “di bloccare Mussolini affinché Hitler ne prenda nota”. Il giorno seguente il mondo, già scosso dai forti accenti uditi a Ginevra, apprese che non si trattava solo di parole. La Home Fleet, la flotta britannica levava le ancore per dirigersi ancora una volta, come ai tempi di Napoleone, verso il Mediterraneo.
Il 20 settembre, mentre il mondo tratteneva il fiato, le prue delle navi da battaglia fendevano il Mare nostrum. Era una flotta imponente: 6 corazzate, 17 incrociatori, 53 cacciatorpediniere, 11 sommergibili e altre unità minori e ausiliarie. Contemporaneamente, la Mediterranean Fleet, già presente, veniva concentrata ad Alessandria e si rafforzavano le guarnigioni di Malta e di Aden.
Sull’invio di questa imponente forza navale nel Mediterraneo si è molto discusso. Inquadrato nel contesto delle altre iniziative, il gesto dimostrava chiaramente una precisa volontà di ostacolare l’impresa italiana. A Roma, negli ambienti più moderati si temette il peggio e corsero persino voci che pronosticavano le dimissioni del Duce e la sua sostituzione con il generale Badoglio, mentre le componenti più esaltate del regime fantasticavano su irrealistici colpi di mano. Italo Balbo, allora governatore della Libia, propose addirittura di attaccare con i suoi aerei la flotta britannica. Nessuno, insomma, se la sentiva di escludere l’eventualità di un conflitto italo-britannico e il mondo intero era in allarme.
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In tutto questo trambusto, soltanto Mussolini mantenne i nervi a posto, manifestando una calma serafica che non mancò di sorprendere gli osservatori. Ora ne conosciamo le ragioni. Renzo De Felice, che ha indagato meglio di chiunque altro nella psicologia e negli archivi del Duce, ha infatti rivelato il segreto della sua sorprendente imperturbabilità. Da qualche tempo, il SIM, il nostro efficientissimo servizio di informazioni, aveva introdotto un suo agente nell’ambasciata britannica di Roma, il quale era in grado di fotografare il contenuto dei documenti più segreti custoditi nella cassaforte dell’ambasciatore. Grazie a queste preziose informazioni, Mussolini ebbe la possibilità di scoprire che l’azione degli inglesi era soltanto dimostrativa, ossia un clamoroso bluff. Risultava infatti che la Home Fleet non solo non era in grado di tenere il mare in caso di guerra perché priva di una efficiente protezione antiaerea, ma anche che – e questo era l’elemento decisivo – il suo munizionamento le consentiva non più di una mezz’ora di fuoco. Puntando tutte le sue carte sul bluff britannico in un momento dì massima tensione internazionale, egli sfidò dunque apertamente la più lampante dimostrazione di potenza dell’Inghilterra, e prese la sua decisione finale. Il bluff fu scoperto e la Home Fleet umiliata.
II 2 ottobre 1935, alle dieci del mattino, il Duce fu ricevuto dal re al Quirinale. Vittorio Emanuele era stato a lungo perplesso sull’opportunità dell’avventura africana. L’idea di riuscire dove suo padre Umberto I aveva fallito gli sorrideva e desiderava sinceramente lavare l’“onta di Adua”, ma i suoi consiglieri, compreso Badoglio, lo trattenevano. Mussolini espose al sovrano i motivi – probabilmente anche quelli segreti – che lo avevano spinto ad assumere quella decisione e Vittorio Emanuele approvò. “Sapevo, eccellenza,” gli disse “quasi tutto quello che lei mi ha schiettamente riferito. So pure dell’opposizione, cauta ma viva, che si è diffusa fra i suoi principali collaboratori. M’hanno informato e so i nomi di molti generali e ammiragli che paventano e discutono troppo. Ebbene, adesso il suo vecchio Re le dice: Duce, vada avanti: ci sono io alle sue spalle… Avanti le dico!”.
Alle sei e mezzo del pomeriggio, il Duce si affacciò al balcone di Palazzo Venezia davanti alla consueta “folla oceanica” e pronunciò uno dei suoi più infuocati discorsi: “Camicie nere della rivoluzione. Uomini e donne di tutta Italia. Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti, oltre i mari. Ascoltate! Un’ora solenne sta per scoccare nella storia della Patria. Venti milioni di uomini occupano in questo momento le piazze di tutta Italia”. E continuò con parole suggestive e demagogicamente sapienti presentando l’Italia come vittima e la Lega delle Nazioni come sopraffattrice. Ricordò che dopo la vittoria comune, che ci era costata 670.000 morti, 400.000 mutilati, 1.000.000 di feriti, “attorno al tavolo dell’esosa pace non toccarono all’Italia che scarse briciole del ricco bottino coloniale altrui… Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni. Ora basta!”. E aggiunse dopo il lunghissimo applauso della folla: “Alle sanzioni economiche opporremo la nostra disciplina, la nostra sobrietà, il nostro spirito di sacrificio. Alle sanzioni militari risponderemo con misure militari. Agli atti di guerra risponderemo con atti di guerra… Ma sia detto ancora una volta e nella maniera più categorica – io ne prendo impegno sacro davanti a voi – che noi faremo tutto il possibile perché questo conflitto di carattere coloniale non assuma la portata di un conflitto europeo. Ciò può essere nei voti” sottolineò riferendosi evidentemente al revanscismo tedesco “di coloro che intravedono in una nuova guerra la vendetta di templi crollati, non nei nostri”.
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10 pensieri su “La bella Italia VIII

  1. Un impegno notevole, per un capitolo notevole, che ci parla con la bellezza di una scrittura scorrevolissima, di un periodo italiano tra i più discussi.

    Grazie Milord.
    L’ho letto, proprio, con tantissimo interesse.
    Buongiorno.
    Annelise

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  2. Caro Antonmaria

    Dall’ entusiasmo con cui 1.900.000 persone volevano partire volontarie per partecipare all’ espansionismo coloniale, dunque a concorrere alla grandezza della patria, si deduce quanto il periodo intorno il 1935 fu prestigioso.
    Nel periodo del colonialismo, il cui significato era diverso da quello attuale, l’ Italia riacquistò un prestigio a livello internazionale raramente nella storia eguagliato.
    Anni ‘ruggenti’ in cui l’ Italietta cialtrona e bacchettona diventa tra le più dignitose e floride potenze internazionali. Questo periodo di gloria è ben denotato dalle condizioni del popolo, il cui benessere nel posto di lavoro e nel tempo dopolavoro, era priorità per l’ amministrazione fascista.
    Grazie, Antonmaria. LeggerVi è arricchimento. Per quel che mi riguarda, non ci si può lasciar sfuggire nulla di ciò che scrivete.
    Con Stima Affetto e Gratitudine,

    Maria Silvia
    Vostra Sil

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