La bella Italia XI

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In nome dell’autarchia furono penalizzati i consumi voluttuari, gli italiani vennero esortati a “non sprecare il pane quotidiano” mentre i manifesti avvertivano: “Se mangi troppo derubi la Patria”. Tutti erano invitati a “mangiare italiano”, a “vestire italiano”, a “consumare italiano” e a boicottare i prodotti stranieri anche quando i surrogati nazionali risultavano scadenti. Perfino fa bevanda più diffusa in Italia – il caffè – venne sostituita da un prodotto “delle nostre colonie”, il carcadè, un intruglio non proprio sgradevole che somigliava al tè. Dall’ordine di vestire italiano nacque la moda nazionale, il futuro Italian style, e per la prima volta le signore voltarono le spalle ai figurini di Coco Chanel, di Vionnet e di Balenciaga, mentre Ferragamo, privato delle lamelle d’acciaio indispensabili per sorreggere l’arco del piede femminile (“L’acciaio serve alla patria!”) inventava le scarpe ortopediche con la suola di sughero.
Nel campo tessile si diede sviluppo alle stoffe nazionali prodotte sinteticamente, come il rayon al posto della seta e il lanital derivato dal latte (che sarà presentato dalla Snia Viscosa come “il tessuto dell’indipendenza”), oppure utilizzando la canapa, il lino, nonché la leopardiana ginestra. Il ruvido orbace sardo, su ordine di Starace, venne impiegato per confezionare le uniformi dei gerarchi (“È un tessuto guerriero, sportivo, buono anche per lo sci”). Grande impulso venne dato alla coniglicoltura, ossia all’allevamento dei conigli, le cui carni dovevano compensare la scarsità di quella bovina di provenienza straniera e le cui pellicce erano utilizzate dall’industria tessile. Ma male incolse a una fabbrica di Perugia che per lanciare il suo prodotto coniò questo slogan antieroico e poco patriottico, subito censurato da Starace: “La lana di coniglio è la lana degli italiani”.
La più clamorosa manifestazione scaturita dalla fertile fantasia mussoliniana fu comunque quella della “Giornata della fede” celebrata il 18 dicembre, ossia esattamente un mese dopo la proclamazione delle sanzioni. Il termine “fede” aveva in quell’occasione il doppio significato di fede nel fascismo e di anello nuziale che tutte le italiane (i mariti, di solito, non potevano concedersi questo “lusso”) furono invitate a donare alla patria. La cerimonia, che si svolse in ogni città d’Italia, consisteva infatti nell’offerta dell’oro alla patria per sopperire ai bisogni della guerra. Su appositi palchi dove erano collocati dei contenitori (preferibilmente elmetti militari), i donatori, disponendosi in file ordinate, depositarono la propria tradizionale fede d’oro ricevendone in cambio una di metallo più vile, solitamente stagno. La prima a dare l’esempio fu la regina Elena, che si recò personalmente al Vittoriano con grande solennità per testimoniare che la Casa Savoia era totalmente solidale con il regime fascista (“E guarda la regina / che dona la sua fede…” cantavano le soubrette degli avanspettacoli). Il gesto della sovrana venne imitato da milioni di italiane senza distinzione di classe e si trasformò in un trionfale plebiscito. Le fedi raccolte furono a Milano 180.000 e a Roma 250.000.
Oltre la fede, furono “donati alla Patria” oggetti d’oro e d’argento di fattura e valore diversi: dall’umile catenina della prima comunione a gioielli molto pregiati. Il principe Umberto offrì il suo Collare della SS. Annunziata, Vittorio Emanuele III lingotti d’oro e d’argento, Pirandello donò la medaglia del premio Nobel e Gabriele d’Annunzio, insieme alla propria fede, spedì una cassa colma di ori e di argenti. Il cardinale di Bologna, Nasalli Rocca, volle offrire la sua catena episcopale e Guglielmo Marconi l’anello nuziale e la medaglietta da senatore. A proposito di questa aurea medaglietta, 414 senatori del regno su 419, accogliendo l’invito del presidente del Senato Luigi Federzoni, offrirono anch’essi la loro. Figurava tra i donatori anche il senatore Benedetto Croce, che tuttavia fece precedere la sua offerta da una lettera significativa, che Jader Jacobelli ha voluto recentemente ricordare. Ecco il testo di quanto scrisse Croce a Federzoni:
Eccellenza,
quantunque io non approvi la politica del governo ho accolto, in omaggio al nome della Patria, l’invito dell’E.V. e ho rimesso alla questura del Senato la mia medaglia, che ha la data del 1910. Con osservanza,
Benedetto Croce

Mussolini non poteva certo esimersi da quell’incombenza, sicché fece fondere tutti i busti in metallo pregiato che ornavano la sua residenza alla Rocca delle Caminate, aggiungendo il suo ricco medagliere in cui figurava, fra le altre, una grande medaglia aurea donatagli dal papa in occasione del Concordato fra lo Stato e la Chiesa, siglato l’11 febbraio 1929. Questa medaglia fu in seguito al centro di un curioso episodio che emerge da una delle numerose intercettazioni telefoniche allora regolarmente effettuate dai servizi segreti del regime. Si tratta di una conversazione fra il segretario amministrativo del partito fascista, Giovanni Mannelli, e un console della Milizia.
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Ecco il testo:
Console: Come sapete, onorevole, le offerte di oro alla Patria dei gruppi e degli enti sono affluite in Federazione, da dove vengono poi avviate alla Banca d’Italia. Qui, a mezzo di un esperto, vengono divise per caratura e pesate. Tra gli altri oggetti figura il medagliere del Duce che è stato rimesso per primo.
Mannelli: È stato un gesto magnifico da parte del Duce!
Console: Certamente, però c’è una cosa abbastanza antipatica: tra le medaglie di oro purissimo ve n’è una, molto grande, che è di volgare metallo dorato.
Mannelli: Mettetela da parte, il danno non è poi gravissimo.
Console: Il male non è il danno in se stesso, ma è che si tratta della medaglia commemorativa degli storici trattati con il Vaticano e che gli fu consegnata dal Papa in quell’occasione… Insomma, quei simpatici pretini affibbiarono al Duce una patacca in piena regola!
Mannelli: Disgraziati!
Console: A noi la cosa è stata segnalata dalla Banca d’Italia, ma non sappiamo se è il caso di farlo sapere al Duce.
Mannelli: La cosa non è semplice perché lui è molto ombroso. Ne parlerò al segretario del partito, vedremo cosa decide lui…
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La “Giornata della fede”, o più esattamente la raccolta dell’oro, dell’argento e anche dei rottami di rame e di ferro, si protrasse a lungo estendendosi anche ad altri “valori” e raggiunse i seguenti totali:
Oro kg 36.895
Argento kg 115.131
Contante L. 1.543.000
Valuta estera L. 296.000
Titoli di Stato L. 430.415
Titoli privati L. 43.544
Polizze combattenti, pensioni, soprassoldi e medaglie al V.M. L. 13.346.000.
Il consenso al regime esplose, come scrive De Felice, “in forme e manifestazioni senza uguali”. La scrittrice Milly Dandolo poteva dare ali alla sua penna: “Sappia il mondo che quest’oro è diverso da quello che si compra e si vende comunemente. Non c’è bilancia che possa misurare il suo peso. Potrebbe valutarlo solo la bilancia della Giustizia…”.

Ai primi di dicembre, quando il maresciallo Badoglio giunse in Eritrea per prendere in pugno le sorti della guerra, il grosso dell’esercito abissino, che era avanzato di mille chilometri, si trovava ancora in marcia di avvicinamento verso il fronte. Secondo il generale Quirino Armellini, capo dell’ufficio operazioni di Badoglio, all’arrivo del maresciallo la situazione era la seguente:
Le armate nemiche sono tre. Quella di ras Mulughietà (70.000 uomini) dirige dall’Amba Alagì verso nord avendo già i primi elementi sull’Amba Aradam (una ventina di chilometri a sud di Macallè). Quella di ras Cassa (30.000 uomini) marcia verso il Tembien. Quella dì ras Immirù (40 o 50.000 uomini) è a sud del Tacazzè. Le forze italiane sono così predisposte: I e III corpo d’armata saldamente sistemati a Macallè. Poche forze nel Tembien verso il quale altre stanno marciando. Il II corpo d’armata è schierato fra Adua, Axum e Selaciacà, con punti di osservazione spinti fino al Tacazzè. Più indietro un paio di divisioni giunte recentemente dall’Italia si stanno avvicinando al fronte.
Badoglio, che aveva posto il proprio quartiere generale sull’Enda Jesus di Macallè, presso il fortino di Galliano, appena presa visione della situazione innervosì subito Mussolini, cui aveva precedentemente prospettato una immediata ripresa delle operazioni, annunciandogli che avrebbe dovuto osservare una pausa piuttosto lunga per organizzare le sue forze. Naturalmente il maresciallo addossò ogni colpa al suo predecessore anche se, per la verità, De Bono aveva lamentato senza ottenere soddisfazione le stesse esigenze e le stesse difficoltà. Ma, a differenza di De Bono, Badoglio non si lasciò intimidire da Mussolini e accolse con virtuali alzate di spalle le sollecitazioni che questi gli inviava quasi quotidianamente. Si limitò infatti a tranquillizzarlo, per quanto possibile, con un secco telegramma dal tono piuttosto risentito: “È sempre stata mia norma essere meticoloso nella preparazione per poter essere irruente nell’azione. Vostra Eccellenza e tutto il Paese non devono avere sorprese”.
Le sorprese invece non mancheranno e non saranno liete. La prima, che Badoglio proprio non si aspettava, fu l’inattesa controffensiva etiopica scatenatasi subito dopo il suo arrivo. A dare il via furono le avanguardie di ras Immirù che la notte del 15 dicembre superarono il fiume Tacazzè da due guadi diversi, circondando un nostro contingente indigeno di circa un migliaio di ascari spintosi in perlustrazione e scortato da uno squadrone di carri leggeri. Gli uomini di Immirù, guidati da monaci copti particolarmente battaglieri, attaccarono di sorpresa e con estrema violenza impiegando armi moderne e bombe a mano. Tutti i carri italiani furono messi fuori combattimento e gli equipaggi uccisi a sciabolate. Al comandante del contingente, maggiore Luigi Criniti, ferito a una gamba, non restò che ordinare “baionetta in canna” e lanciare i suoi ascari all’attacco riuscendo così a rompere l’accerchiamento. Ma rimasero sul terreno 9 ufficiali, 22 carristi italiani e 370 ascari. Nei giorni che seguirono gli abissini incoraggiati dallo scacco inferto al nemico, proseguirono nell’offensiva: Immirù riconquistò la regione dello Scirè giungendo alle porte di Axum, mentre le armate di ras Cassa e di ras Sejum dilagarono nel Ternbien. Il giorno di Natale del 1935 gli italiani furono costretti ad abbandonare anche il villaggio di Abbi Addi e a lasciare agli etiopi tutto il Tembien meridionale. Si ritirarono infatti sul passo Uarieu che sbarrava l’ingresso alla conca di Macallè, dove si riorganizzarono in un campo trincerato.
Dal 22 dicembre al 18 gennaio l’offensiva etiopica non concesse requie e per Badoglio furono giornate durissime.
Era giunto in Eritrea per dare maggior impulso all’avanzata e invece era stato costretto a ritirarsi e ad abbandonare al nemico gran parte del territorio che De Bono aveva conquistato. Mentre gli abissini, galvanizzati dal successo, esultavano e da Addis Abeba il governo del negus lanciava, naturalmente esagerando, proclami di vittoria, i giornali europei annunciavano a grandi titoli la crisi italiana e alcuni già pronosticavano il ripetersi di “una nuova Adua”.
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Badoglio non perdette comunque la calma. Decise di accorciare alcuni settori del fronte abbandonando posizioni importanti, come quella di Selaclacà, poi chiese a Roma due altre divisioni di camicie nere di rinforzo. Mussolini, di sua iniziativa, gliene aggiunse una terza che Badoglio accettò senza esitare, continuando tuttavia a segnare il passo pur sapendo che la generosità del Duce nel profondere uomini e mezzi palesava il desiderio di una pronta offensiva. Il maresciallo, invece, pensava a difendersi: dispose infatti le opportune misure affinché le fortificazioni del passo Uarìeu fossero irrobustite ma, nello stesso tempo, mise anche “allo studio le modalità da seguire per una eventuale ritirata da Macallè” perché, come riferì pacatamente all’impaziente Mussolini, “pensare al peggio e prepararsi a fronteggiarlo e a dominarlo è da forti”.
.Assumendo il comando delle operazioni in Africa, Badoglio aveva imposto al quartier generale il proprio “stile”, assai diverso da quello di De Bono. Come racconta Indro Montanelli, che di quegli avvenimenti fu testimone oculare, il vecchio quadrunviro era di pasta diversa da quella del suo più giovane successore (era nato nel 1866, Badoglio nel 1871) e aveva dato alla sua azione di comando un’impronta politica e paternalistica, da “governatore”. L’altro era invece militare dalla testa ai piedi, con i difetti e le virtù che questa formazione comporta. Mentre il primo si era sforzato dì sottolineare il carattere fascista e civilizzatore della sua guerra e, per scrupoli umanitari, aveva ordinato all’aviazione di colpire soltanto gli obiettivi militari e le truppe in movimento, ma non i villaggi e le torme di fuggiaschi, Badoglio si rivelò subito per quello che era: un soldato professionista che operava da tecnico senza crudeltà inutili, eppure pronto senza alcuna esitazione a la guerre comme a la guerre, ossia a ricorrere a tutto pur di vincere, compreso il gas…
Frattanto, mentre da Roma si chiedevano a Badoglio “fatti” militari per alimentare la contropropaganda, a sollevare gli entusiasmi provvide il comandante del fronte sud Rodolfo Graziani. Un forte dualismo divideva già allora i due comandanti, sia per temperamento che per provenienza. Badoglio infatti, di undici anni più vecchio del rivale, proveniva dalla tradizionale casta militare piemontese; l’altro, invece, era un self-made man, per giunta ciociaro, che non aveva neppure frequentato l’accademia militare. Si era infatti guadagnato i galloni da generale sul campo, guidando – con spietata energia e crudeltà – la riconquista della Libia fra il 1921 e il 1929. Per questi suoi precedenti era considerato un esperto di guerre coloniali. Badoglio, suo superiore, gli aveva lasciato “libertà di azione” in Somalia, ma affinché non gli facesse troppo ombra gli aveva anche ordinato, contrariandolo non poco, di mantenere “una difensiva molto attiva per attrarre e mantenere nello scacchiere somalo il maggior numero di forze nemiche”.
Mentre a nord era in corso l’offensiva abissina, anche il fronte sud fu mobilitato da una improvvisa puntata di ras Desta che, a capo di un’armata di circa 70.000 uomini, muovendosi da Neghelli si era spinto verso il territorio somalo di Dolo affrontando una marcia di 400 chilometri attraverso un territorio desertico e inospitale. L’ambizione di ras Desta, che era il giovane genero del negus, consisteva nel poter cogliere il nemico di sorpresa, ma la sua ardita manovra si rivelò disastrosa. Graziani infatti lo attendeva a piè fermo e organizzò una reazione demolitrice. Pur disponendo di una sola divisione nazionale, la Peloritana, oltre alle bande di dubat, in tutto non più di 14.000 uomini, poteva contare su armamenti migliori e, soprattutto, su una considerevole forza aerea.
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13 pensieri su “La bella Italia XI

  1. Un capitolo notevole frutto di una preparazione profonda, analitica e sotto molti aspetti distante dalle passioni politiche.
    Un capitolo che si apprezza per snellezza e fluidità.
    Pericoloso, credo, è parlare soltanto delle “cose” riuscite del fascismo senza sottolinearne il carattere dittatoriale e assolutista, proprio di una dittatura che tanta guerra e tante morti ha portato. Si potrebbe avere e capire con un invito al revanscismo.
    Sei troppo onesto e moralmente perfetto per non notarlo.
    Il riscontro, caro Ninni, da te operato, è veramente prezioso.
    Non posso non rimanerne affascinata.
    Hai saputo esporre un periodo con particolari e aneddoti (Il Console e il Ministro) che non credo possano essere alle mani dei molti.
    Grazie Nì, sei sempre un mito.
    Ciao e buona domenica

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  2. Caro Antonmaria

    Mi conoscete e potreste indovinare quale esclamazione mi ha ispirato la parte iniziale del corrente capitolo: magari si tornasse a quei concetti tendenti ad educare ad uno stile di vita pro se stessi e pro Patria!
    Infatti il Fascismo non è un concetto politico, piuttosto una condotta di vita istintivamente ispirata al bene comune, della Patria dunque, corrispondente anche a quello proprio. (Chi può negare questo aspetto positivo del Fascismo?!) Da qui si comprende l’ entusiasmo di contribuire al bene comune anche con la donazione di beni esclusivamente voluttuari.

    Curioso è stato leggere il passo nel quale riportate la conversazione tra il console della Milizia ed il segretario Mannelli, in cui, fatto che poi relativamente stupisce, proprio la Chiesa avesse ‘rifilato’ a Mussolini una volgare patacca, quella a commemorazione dei trattati tra Stato e Vaticano.

    Fu un’ epoca di costruzioni.
    Fu un’ epoca che non ha più avuto eguali in fatto di riscatto e di orgoglio italiano, come non tenerne conto.

    Anche come evidenziato nell’ ultima parte del capitolo, assistiamo ad un modo diverso di condurre la guerra.
    Analisi per obiettivi e circoscrizione territoriale.
    Tutto viene condotto al fine di ottimizzarne la riuscita.
    Uno stile italiano che nulla aveva a che vedere con le “invasioni barbariche” operate dalle altre potenze straniere.

    È grande soddisfazione leggerVi, Antonmaria, con la garanzia che, come è Vostro metodo e Stile, la Vostra informazione è sempre attinente ai canoni di verità e giustizia derivati da studio e documentazione approfonditi.
    Grazie, nel suo significato più esteso.
    Con Stima e Affetto.

    Maria Silvia
    Vostra Sil

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  3. L’analisi di periodo è impeccabile, caro dott. Raimondi. Una analisi specchiata che fa vedere e trasparire un’acuta preparazione carica di tanto.
    Ho seguito il suo ragionamento e anche i fatti che, come mi veniva raccontato e legato ai ricordi di bambino, corrispondono a verità.
    Una verità inoppugnabile.
    La ringrazio per metterci a disposizione una analisi acutissima e profonda che, sicuramente, getta una luce profonda e di piena soddisfazione.
    Buona serata e grazie.

    Amedeo

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  4. Milord siete sempre superlativo.
    Non avrei potuto leggere di meglio.
    Un lavoro poderoso e completamente di grandissima soddisfazione.

    Scusa: Il Vaticano che affibbia patacche?
    Ma no, dai…
    Ma chi? Il vaticano?
    Ma dico non ci crederai vero? Quello sono la quintessenza dei pataccari, figurati…
    Grazie milorderrimo….

    Your Lilly
    🙂

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  5. Un capitolo che si legge con tutta la semplicità di una lettura scorrevole e bella.
    mi sono immersa in un periodo raccontato che è diventato come un periodo visto nelle sue più belle sfumature.
    Buongiorno milord.
    Il Vaticano che impatacca delle patacche?
    ma dai …

    Buona giornata

    Elena

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  6. Ho letto tutto d’un fiato, caro Ninni.
    una passione, la tua, per la verità e la giustizia, che lascia basiti tanto riesci a infondere e trasfondere in pulizia e ricerca attenta.
    Grazie per questo ulteriore capitolo.
    Un capitolo di perfezione di stile e di proprietà.
    interessante, soprattutto, nei contenuti.
    Buongiorno
    (Il prossimo? L’attesa per poter leggere il seguito è diventata consequenziale).
    Ciao e grazie

    Anna

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  7. Mi unisco a questo coro che, unanime, riconosce la tua maestria, milord.
    Una perfezione che è dei maestri.
    Sei sempre stato così: un valore aggiunto per chi ti legge e per chi ti conosce.
    Inarrestabile.
    Inarrivabile.
    Grazie per esserci ..

    Maria Luisa

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  8. Ecco il tocco del maestro.
    Ecco quello che la tua intelligenza e cultura promette.
    Un capitolo bello che sa di racconto del passato, ma che potrebbe essere accaduto questa mattina.
    L’autorevolezza, poi, della persona, si sposa perfettamente con quanto hai raccolto per noi, assemblato e confezionato.
    Cosa attendersi di più?
    Grazie Ninni…
    Buona giornata Diretore…

    Sofy

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