La bella Italia XVII

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Dopo il suo arrivo in Inghilterra, ospite del governo britannico, il negus non si era ancora rassegnato alla sconfitta e il 30 giugno 1936 si presentò, avvolto in un mantello nero in segno di lutto, all’assemblea straordinaria della Società delle Nazioni convocata a Ginevra. La sua apparizione alla tribuna fu all’origine di un episodio vergognoso. Un gruppo di giornalisti italiani, imbeccati a quanto pare da Galeazzo Ciano, gli lanciò contro una salva di fischi e di insulti volgari, tanto che il delegato rumeno Tìtulescu rivolse al presidente Van Zeeland una scandalizzata richiesta: “Faites taire ces sauvages!”. I “selvaggi” italiani furono effettivamente fatti tacere dalla polizia elvetica e rispediti in Italia. Il negus comunque non ne ricavò vantaggi: denunciò le “atrocità” italiane, lamentò l’inefficacia delle sanzioni chiedendone la riconferma, sottolineò che il problema era più vasto e che non riguardava soltanto il suo paese ma anche la sicurezza collettiva, la stessa esistenza della Società delle Nazioni e la moralità internazionale (“Quello che è accaduto a noi” disse “domani accadrà a voi!”). Ma ormai i giochi erano fatti, la Lega non aveva la voglia e neppure l’autorità di modificare il fatto compiuto, sicché il malinconico erede di Salomone e della regina di Saba dovette piegarsi per una seconda volta all’amara sconfitta.
Anche in Inghilterra il fronte sanzionista aveva cominciato a franare. Anthony Eden fu duramente attaccato da deputati del suo stesso partito capeggiati da Winston Churchill, mentre il suo rivale Samuel Hoare venne richiamato a fare parte del governo come Lord dell’ammiragliato. Il capo del Foreign Office riuscì comunque a conservare il suo incarico e a manovrare per il mantenimento delle sanzioni che furono tuttavia abrogate dalla Lega il 4 luglio con grande soddisfazione di Mussolini (“Oggi sugli spalti del sanzionismo mondiale è stata innalzata la bandiera bianca!” annuncerà dal solito balcone). Quattro giorni prima l’ammiragliato britannico aveva ordinato alla Home Fleet, presente ancora nel Mediterraneo, di fare ritorno alle proprie basi. Con queste due decisioni la guerra d’Abissinia si poteva dire definitivamente conclusa, e infatti non tarderanno a giungere, a cominciare dall’Austria e poi dalla Germania, i riconoscimenti ufficiali dell’impero italiano da parte di tutte le nazioni del mondo. Ma la partita con l’Inghilterra Mussolini l’aveva vinta soltanto a metà. La permanenza di Eden al Foreign Office, ora che dopo la vittoria del Fronte popolare vennero a mancare anche i buoni uffici della Francia, gli renderà impossibile ristabilire con gli antichi alleati l’atmosfera di Stresa.
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Tuttavia, malgrado certe sue affermazioni contraddittorie e la propaganda antibritannica alimentata dalla stampa di regime, Mussolini era ancora favorevole alla creazione di un fronte antitedesco in Europa. Come se un sesto senso lo spingesse a rimanere lontano da Hitler – per il quale, come sappiamo, non nutrì mai particolare simpatia -, cercò di riallacciare i contatti con gli ambienti londinesi favorevoli a un riavvicinamento con l’Italia. Verso la fine di maggio, informato dall’ambasciatore Dino Grandi delle parole riferitegli da Winston Churchill (“Il Duce ha ragione: bisogna pensare a ricostituire il fronte antitedesco di Stresa, altrimenti saremo noi stessi gli artefici dell’egemonia tedesca in Europa”), Mussolini gli telegrafò questo messaggio personale da trasmettere all’uomo politico britannico: “Dal suo atteggiamento dipende il domani delle relazioni anglo-italiane, che io desidero più forti e feconde. Da parte mia farò quanto è in mio potere per realizzare questo riavvicinamento che non è soltanto opportuno, bensì anche necessario”.
Nei giorni seguenti, dietro istruzioni del Duce, Grandi mise in atto un ulteriore risoluto tentativo di gettare nuovamente un ponte fra Italia e Gran Bretagna, sottolineando la preoccupazione di Mussolini di “vedersi costretto ad allacciare con Hitler sempre più stretti legami”. In un colloquio con Eden, l’ambasciatore italiano gli riferì che Mussolini non desiderava altro che “dimenticare il passato” e ricominciare da capo con un rapprochement tra Gran Bretagna, Francia e Italia. Insistette inoltre nel dire che l’Italia si considerava ormai una “potenza soddisfatta” e che in Etiopia avrebbe avuto abbastanza da fare per altri cinquant’anni. Ma Eden replicò freddamente che i suoi atti (le sanzioni) erano conseguenti agli obblighi assunti a Ginevra, atti di cui, peraltro, “noi non ci rammarichiamo”. Nonostante i mutamenti di umori che si erano verificati all’interno del suo governo, l’ostinato capo del Foreign Office non aveva cambiato di una virgola il suo atteggiamento ostile nei confronti dell’Italia. “Se il signor Mussolini” dichiarerà in seguito “pensa che gli basti strizzare l’occhio per indurcì ad aprirgli le braccia, si sbaglia di grosso.”

Mussolini continuò comunque a “strizzare l’occhio” alla Gran Bretagna. Lo storico inglese Richard Lamb ha documentato con dovizia i tentativi da lui compiuti per ristabilire buoni rapporti con l’Inghilterra. Ancora il 10 giugno, dopo che Grandi lo aveva informato di un suo colloquio con Arthur Neville Chamberlain, il Duce inviò al suo ambasciatore il seguente telegramma:
Leggo resoconto tuo colloquio con Chamberlain. Ti autorizzo a confermargli la smentita che gli hai dato circa relazioni italo-tedesche. Non c’è nulla. C’è soltanto un’atmosfera migliorata il che è comprensibile per ovvie ragioni, e ci potrebbe essere qualcosa di più se i pazzi di Ginevra e di Londra continueranno la loro politica ostile all’Italia.
Nel momento in cui sarebbe stato più utile agli interessi britannici ricondurre Mussolini in seno al fronte di Stresa, l’atteggiamento negativo di Eden fu quanto meno fuori luogo. Come riconosce Lamb, questi voltò le spalle a tutte le aperture che Grandi a Londra e Ciano a Roma avanzarono a nome di Mussolini. Senonché, il 18 luglio scoppiò in Spagna la guerra civile e il Duce, spronato da Hitler, “prese a imbarcarsi in una serie di sconsiderate avventure” che lo avrebbero trascinato un po’ alla volta verso la ferrea alleanza con la Germania nazista. “Eppure” conclude Lamb “Mussolini avrebbe continuato, sia pure con intervalli sempre più lunghi, a far balenare aperture alla Gran Bretagna”.
In Etiopia, dove gran parte del paese non era stata ancora “pacificata”, la scelta di Graziani quale nuovo viceré si rivelò disastrosa. Vanitoso, arrogante e brutale, il maresciallo applicò gli stessi metodi da lui praticati pochi anni prima per la “pacificazione” della Libia, che avevano poco da invidiare a quelli che saranno in seguito adottati dai nazisti. Migliaia di soldati e di bande di irregolari furono impiegati in operazioni su vasta scala nelle province abissine più remote, per sottomettere le tribù e i ras che si mostravano ancora riottosi ad accettare la dominazione italiana. Repressioni feroci ed esecuzioni sommarie rimasero a lungo all’ordine del giorno. Rarissimi i casi di clemenza, fra cui quello di ras Immirù, che per ordine di Mussolini fu risparmiato ed esiliato in Italia, nell’isola di Ponza (per ironia della sorte, nella stessa isola e nella stessa casa dove sarebbe stato confinato l’ex Duce, dopo la caduta del regime il 25 luglio 1943). Ras Desta venne invece fucilato e così i due figli di ras Cassa che si erano arresi in cambio della promessa di aver salva la vita. Altri ras, come Sejum Mangascià, promisero “fedeltà e devozione” all’Italia e il loro esempio fu seguito anche dal capo della Chiesa copta, l’abuna Cirillo.
Il 16 febbraio 1937 Graziani organizzò una cerimonia per festeggiare la nascita del principe di Napoli, Vittorio Emanuele, primogenito maschio dì Umberto e di Maria José. Nel pomeriggio le autorità e i notabili locali si riunirono davanti al Piccolo ghebì, fatto costruire da Hailè Selassiè sul modello di una casa di campagna del Norfolk, che aveva visitato nel 1924. Graziani, che faceva gli onori di casa, era sull’ingresso, circondato dalla scorta di zaptiè, i carabinieri eritrei e intento a gettare talleri a una massa di mendicanti, quando esplose la prima bomba; poi ne esplosero altre otto nel giro di pochi minuti. Pare che a lanciarle fossero stati due ex allievi della scuola militare dì Olettà ancora fedeli al negus. Ma non ci fu il tempo di individuare gli attentatori perché scoppiò il finimondo. I feriti urlanti erano centinaia, fra cui Graziani, l’abuna Cirillo e altri dignitari. Mentre venivano prestati i primi soccorsi, la rappresaglia si scatenò spontanea. Così racconta in un suo interessante diario il giornalista Ciro Poggiali, rimasto anche lui ferito nell’attentato:

Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba, in mancanza di un’organizzazione poliziesca, hanno assunto il compito della vendetta con sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati e accoppano quanti indigeni si trovano ancora in strada. Episodi orripilanti di violenze inutili. Mi dicono che un suddito americano, per avere soccorso un ferito abissino, è stato bastonato da una squadra di randellatori. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente. A notte inizia il bruciamento dei tucul… Poi spiegheranno che senza questa pronta reazione i centomila indigeni di Addis Abeba (i bianchi non arrivano a tremila) avrebbero potuto insorgere e fare di noi un macello.
Il caos durò tre giorni e si concluse con un massacro che, secondo le stime, fu di 3000 morti. Quando Graziani uscì dall’ospedale, fermò quell’anarchico spargimento di sangue per organizzare la rappresaglia in maniera più sistematica. Ordinò a tutti i governatori di eseguire punizioni esemplari e quasi tutti obbedirono in modo più o meno severo. Tranne il generale Guglielmo Nasi, governatore dell’Harar, un ufficiale severo e rispettato. Il viceré gli telegrafò: “Spari a tutti, dico a tutti, ribelli, notabili, capi, seguaci, sia se catturati in azione, sia che si siano arresi, e chiunque sia sospettato di malafede o di avere aiutato i ribelli o che avesse avuto anche solo l’intenzione di farlo. Bisogna fare piazza pulita anche di indovini e di sciamani”. Nasi ignorò quegli ordini. Successivamente Graziani prese la sciagurata decisione di rivolgere la propria collera anche contro il clero copto, e fece fucilare quattrocento monaci o diaconi del monastero di Debrè Libanos, nel Goggiam, che fu poi dato alle fiamme. Tale inutile atrocità gli si ritorse contro, perché in quella regione, arresasi agli italiani senza un solo sparo, si accese un fuoco di guerriglia che si estese in altre province, dando luogo a un ulteriore spargimento di sangue.
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A Roma, intanto, Mussolini era bersagliato dai dispacci allarmati dei funzionari coloniali che si lamentavano dei metodi di Graziani. Il ministro Lessona lo esortò ripetutamente a congedare il viceré sanguinario, decisione che prenderà nel novembre del 1937. Sulle prime, però, cercò di difenderlo considerandolo un uomo di sicura lealtà, di cui lui stesso aveva incoraggiato gli eccessi. A spiegare la furiosa reazione di Graziani circolò a lungo negli ambienti militari una curiosa giustificazione. Nell’attentato, il viceré aveva riportato centoquarantatre piccole ferite prodotte dalle minuscole schegge di alluminio dell’ordigno che gli era scoppiato quasi sui piedi (si trattava probabilmente di bombe a mano “balilla”, molto rumorose, ma poco efficaci, in dotazione all’esercito italiano); una di queste, però, operando come i famosi “castrini” usati dagli Azebu Galla, lo aveva mutilato nella sua virilità. La storiella, perché di una storiella si trattava, raggiunse anche i quartieri alti romani e il viceré deve essersi vivamente preoccupato di questa umiliante diceria. A scanso di equivoci, il viceré aveva evidentemente voluto rassicurare il Duce della sua immutata virilità.
Come si è già detto, fra il ministro delle Colonie Alessandro Lessona e il viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani non correva buon sangue. Oltre alla diversità di opinioni sui metodi da applicare per giungere alla pacificazione del paese, i due uomini erano divisi anche da questioni di prestigio. Secondo la carta costituzionale dell’impero, il viceré era gerarchicamente subordinato al ministro delle Colonie e Graziani, che già aveva dovuto ingollare bocconi amari per la sua subordinazione a Badoglio, mal si adattava a tale condizione da lui ritenuta umiliante. I motivi di frizione erano frequenti: bastava una banale questione di precedenza per scatenare conflitti protocollari senza fine. Questo stato di cose durò diciannove mesi poi, finalmente, Mussolini prese la salomonica decisione di licenziarli entrambi. Al posto di Lessona fu chiamato Attilio Teruzzi, vecchio squadrista e generale dell’esercito, mentre la carica di viceré venne assegnata al duca Amedeo d’Aosta.

Non sono chiari i motivi che indussero Mussolini a scegliere un membro della casa regnante. Forse lo fece perché Amedeo era figlio di Emanuele Filiberto, duca d’Aosta, l’unico comandante italiano a uscire dal disastro di Caporetto con la reputazione accresciuta, ma anche di Elena d’Orléans, l’unica dama della Casa regnante che salutava romanamente, “braccio teso e sguardo fiero”, come prescriveva l’etichetta del fascista perfetto. A questo punto, però, è necessaria un’annotazione particolare che ci consentirà di meglio comprendere gli avvenimenti successivi.
Come è noto, la rivalità tra i due rami di Casa Savoia è sempre esistita e continua tuttora. Ma divenne particolarmente intensa dopo che Vittorio Emanuele sposò la sconosciuta Elena di Montenegro, e suo cugino Emanuele Filiberto la brillante Hélène, orgogliosa e ambiziosa principessa d’Orléans. Già a prima vista il contrasto fra le due coppie risultava evidente: sproporzionata e goffa quella regale (Vittorio Emanuele misurava un metro e mezzo, tanto che il suo altissimo cugino lo chiamava “Re sciaboletta”), elegante e altera quella ducale (Hélène definiva “bergère”, pastora, la regale cugina). Più volte il minuscolo sovrano avvertì il peso di questa rivalità con un senso di angoscia. Per esempio durante la lunga attesa dell’erede al trono Umberto (che venne poi finalmente alla luce nel 1904, otto anni dopo le nozze) Hélène già chiamava “mon petit roi”, mio piccolo re, il suo primogenito Amedeo, che essendo nato nel 1898 per sei anni era stato l’erede al trono. Oppure all’indomani di Caporetto, quando Vittorio Emanuele III, affranto dalla disfatta, si era quasi rassegnato ad abdicare in favore del cugino. E ancora più tardi, con il fascismo trionfante, allorché circolarono insistentemente voci secondo cui Mussolini avrebbe preferito collocare sul trono il giovane e aitante Amedeo invece del timido e introverso Umberto. Ma non era accaduto nulla: la dinastia rimase in sella e tuttavia Elena di Orléans, definita maliziosamente nei salotti “regina madre in aspettativa”, non si rassegnò del tutto…
La nomina di Amedeo a viceré d’Etiopia si rivelò comunque una buona scelta. Il duca conosceva bene l’Africa. Giovanissimo, aveva lavorato in incognito per un paio d’anni nel Congo Belga (facendo anche l’operaio in una fabbrica di sapone di Stanleyville). Era poi rientrato in Italia con le braccia ricoperte di tatuaggi e contagiato da quello che allora veniva definito romanticamente il “mal d’Africa”. In seguito vi aveva fatto ritorno frequentemente vivendo a lungo con lo zio, duca degli Abruzzi e famoso esploratore polare, stabilitosi in Somalia dove aveva realizzato una enorme tenuta modello.
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Al momento della sua nomina, Amedeo aveva trentanove anni. Arruolatosi volontario a diciassette anni durante la prima guerra mondiale, aveva partecipato a quella d’Abissinia con il grado di generale dell’aeronautica. Uomo di buon carattere, estroverso e gioviale, a differenza degli altri austeri esponenti di Casa Savoia sapeva rendersi simpatico e cameratesco. Di altissima statura (superava di 35 centimetri la media nazionale), quand’era di buon umore, a chi gli si rivolgeva chiamandolo “Altezza”, lui rispondeva sorridendo: “Un metro e novantotto”.
Appena giunto a Addis Abeba, il nuovo viceré rivelò subito le sue intenzioni: accelerò il rimpatrio di Graziani, che avrebbe voluto rimanere a capo dell’esercito finché non fosse stata repressa la ribellione, e quando questi, al momento del congedo, gli disse: “Altezza, posso darle un ultimo consiglio?”, lui rispose freddo: “Grazie Eccellenza, ma preferisco sbagliare da solo”. Poi congedò quattro dei cinque governatori delle province, con la sola eccezione del generale Nasi, ed emanò due proclami. Agli italiani rivolse l’invito di “affermare con dignità di vita e con le opere del lavoro il prestigio della Patria”. Ai nativi promise “giustizia secondo i costumi, le tradizioni e la religione di ognuno”.
Forse erano soltanto parole di circostanza, ma rivelavano comunque un cambiamento di stile. E qualcosa effettivamente cambiò. Certo, al duca non fu possibile eliminare le ruberie, gli intrallazzi e le speculazioni sugli appalti che proliferavano dopo la conquista dell’impero, ma riuscì a porvi un freno, introdusse una serie di riforme sulla proprietà terriera e soprattutto mise fine alle fucilazioni indiscriminate sulla base di semplici prove indiziarie. Ciò non gli impedì di reagire con estrema durezza quando si rendeva necessario, anche se, ai metodi repressivi imposti da Graziani preferiva il modello della politica coloniale inglese. Negli ambienti coloniali britannici contava infatti molti amici e a coloro che spesso incontrava nei circoli di Nairobi o del Cairo era solito dire: “Supponete di avere cacciato in Etiopia tutta la feccia dell’East End di Londra e di aver lasciato che si scatenasse: immaginate cosa sarebbe accaduto. Ecco, è quello che noi abbiamo fatto in Etiopia e, in qualche modo, io ora devo ripulire”.

A questo punto è forse opportuno ricordare che, nella breve vita dell’impero italiano, ciò che fu fatto, di bene e di male, accadeva o era già accaduto anche negli altri imperi coloniali. Di conseguenza, prima di esprimere frettolosi giudizi radicali sulle nostre responsabilità, non si deve dimenticare qual era la morale del tempo. Gli storici britannici, che di imperi e di colonie si intendono senz’altro più di noi, si sono infatti rivelati nei confronti della politica coloniale fascista molto più obiettivi di tanti loro colleghi italiani. Vale fa pena di leggere ciò che riporta in proposito l’autorevole Enciclopedia britannica:
Forse nessuna potenza europea spese mai, in uomini e in denaro, tante risorse in un possedimento coloniale come l’Italia durante iì suo breve possesso dell’Abissinìa. Il solo programma stradale fu preventivato per assorbire cento milioni dì sterline. Fu creato un sistema amministrativo interamente nuovo. L’Africa orientale italiana (Abissinia, Eritrea, Somalia, in tutto circa 600.000 miglia quadrate) venne divisa in cinque province, ognuna sotto un governatore responsabile verso il viceré. Addis Abeba e altre città importanti furono dotate di scuole elementari e tecniche, separatamente per cristiani e musulmani. Inoltre vennero istituite scuole agrarie di vario genere e si sviluppò una capillare organizzazione sanitaria. Furono fondate imprese colonizzatrici, organizzazioni industriali di vario genere, si costruirono officine, mulini, stazioni generatrici di energia elettrica. Fu iniziato e sviluppato un programma di costruzioni edilizie nella capitale e altrove si intrapresero lavori di ricerca mineraria e di altro genere.
Queste opere di pace, che nelle intenzioni di Mussolini dovevano abbracciare un decennio di attività costruttiva, vennero effettivamente portate avanti, per quanto fu consentito, con un dinamismo eccezionale.

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13 pensieri su “La bella Italia XVII

  1. Un capitolo che parla e parla di tanto.
    Storiograficamente ineccepibile fin dal suo assunto, dal suo inizio.
    Parlare della storia coloniale e soprattutto affrontarne i temi “positivi” regalandoci quella obiettività, la Sua, alla quale ci ha abituati è impresa ardua.
    Un’impresa che lei è riuscito a soddisfare ampiamente e con grande chiarezza.

    I riporti di periodo, poi, sono esposti con una linearità che, per il tema trattato, è quasi inaspettata.
    La ringrazio dal profondo sia per il tema trattato, sia per la sua eleganza.
    Abbia una splendida giornata.
    Con gratitudine

    Amedeo

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  2. Caro Antonmaria

    Tra i più belli, a mio avviso, di quest’ opera, il corrente capitolo è significativo per ricomporre la verità storica ,nei tempi moderni travisata dolosamente.
    Quelli qui trattati, furono meritatamente definiti anni ‘ruggenti’; se durarono solo un decennio fu anche perché trentasei nazioni si impegnarono a contrastare l’ Italia nella sua espansione coloniale, evidentemente perché incapaci di essere al suo stesso livello nelle gestioni coloniali. Non ci riuscirono semplicemente perché, noncuranti delle popolazioni locali, esclusivamente ne sfruttavano le risorse a vantaggio solo dello Stato imperante.
    E c’ è chi, disinformato, definisce ‘razzista’ il Fascismo, quando solo l’ Italia aveva avuto l’ iniziativa di costituire eserciti autoctoni e di realizzare in loco coloniale strutture urbanistiche, in alcuni casi ben più all’ avanguardia di quelle nel territorio nazionale.
    La verità storica è che il carattere innovativo della politica coloniale fascista era irrealizzabile dalle altre potenze, nei concetti e nei fatti per le ragioni sopra citate e, dunque, la ostarono in tutti i modi. Le più impegnate in questo furono: Gran Bretagna, Russia, Stati Uniti, Francia e Spagna.
    RiconoscendoVi lo straordinario impegno di documentazione e studio, della Vostra specchiata onestà intellettuale è testimonianza anche quest’ ennesimo Vostro lavoro storiografico.
    Con immensa Stima e profondo Affetto,

    Maria Silvia
    Vostra Sil

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  3. La seconda guerra mondiale è stata il cancro e la distruzione delle masse per tutti.
    I vari e tra i vari motivi si registrò una recrudescenza di quella che era il sentimento nazionalista europeo.La Germania con il suo reich, la Francia con la sua spasmodica ricerca di diventare grande.
    La Gran Bretagna con il suo fare imperialista, si spaventarono tantissimo appena la misera e umile Italia si affacciò, nel panorama mondiale politico, chiedendo il suo posto al sole.
    Il dittatore Mussolini aveva assordato tutti con quei deliri di onnipotenza per diventare un grande impero.

    Eppure e questo te lo devo riconoscere, fu grazie a Mussolini se l’Italia ebbe il suo Spin Off.
    devo riconoscere, tra i tanti commenti, che un paio sono di qualità
    La descrizione delle nazioni invidiose dell’Impero Italiano dell’AOI è bella.

    Questo capitolo è decisamente di classe, Ninni.
    Ma non potevo intuire diversamente.
    Buona giornata

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  4. Una sottile linea di demarcazione tra quello che era bene e quello che andava fatto.
    Perché parlare male di quel periodo se, ormai, è conclamato che fu un periodo d’oro?
    Grazie Ninni per quest’altra bellissima esperienza legata al nostro…
    Grazie

    Buona giornata

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