La bella Italia XIX

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Nessun impero della storia è durato così poco quanto quello d’Etiopia. Sei anni appena: dal 1936 al 1941. In quei pochi anni gli italiani spesero fiumi di denaro per migliorarlo, ma assai poco per conservarlo. Questa è la malinconica conclusione cui sono giunti i nostri storici di fronte alla rapidità con la quale gli inglesi, quando scatenarono l’offensiva, riuscirono a farlo crollare. Non sono neppure mancate le solite giustificazioni consolatorie per spiegare e rendere più onorevole la nostra disfatta, ossia l’isolamento dell’impero dalla madrepatria, il rapporto di forze squilibrato, la scarsità delle scorte, l’impossibilità di ricevere rifornimenti e tutte le altre drammatiche manchevolezze che si possono immaginare. Ma nessuno sembra avere mai preso in considerazione le cause principali di quella fulminea nonché sconcertante sconfitta: l’assenza di una strategia e, soprattutto, di un condottiero.
Oggi infatti, sia pure con l’ausilio del senno del poi, si può tranquillamente affermare che se le forze italiane fossero state guidate da un comandante più risoluto e più audace, appena appena vagamente rassomigliante a un Erwin Rommel, la storia dell’impero italiano d’Etiopia sarebbe stata diversa e la sua fine certamente più eroica. Perché non è vero che all’inizio del conflitto le sorti dell’impero fossero già scontate. Al contrario, in Etiopia, come d’altronde in Libia, eravamo molto più forti degli inglesi e in grado di batterli con facilità. Quel che mancò fu un progetto, offensivo e difensivo, e soprattutto la voglia di fare la guerra sul serio. Tutti, a Roma come a Addis Abeba, si cullarono nell’illusione che il secondo conflitto mondiale sarebbe stato rapidamente vinto dai tedeschi e che a noi sarebbero bastati pochi morti per sederci trionfanti al tavolo della pace.
Fu appunto a causa di questa errata convinzione che Mussolini e gli alti comandi militari affrontarono la prova bellica senza preparazione alcuna. Confortata dall’idea che tutto sarebbe finito presto e bene grazie al potente alleato, l’Italia trascurò irresponsabilmente persino gli obiettivi più facilmente raggiungibili. Come l’isola di Malta, che gli inglesi si erano affrettati a evacuare, o il canale di Suez, difeso da una sparuta guarnigione di riservisti britannici, certamente non in grado di resistere alle nostre preponderanti forze dislocate in Libia. Considerato lo stato delle cose, non deve quindi sorprendere se a Roma nessuno si preoccupò delle sorti dell’impero. D’altra parte, già nel 1937, in una lettera a Graziani datata 22 febbraio, Mussolini aveva detto chiaramente che in caso di guerra, se l’Italia non doveva aspettarsi nulla dall’impero, l’impero non doveva attendersi alcun aiuto dall’Italia. Evidentemente influenzati dal pensiero strategico tedesco e dal ricordo della prima guerra mondiale, il Duce e i suoi capi militari erano convinti che la guerra si sarebbe ancora una volta combattuta e risolta sui fronti europei e che il problema delle colonie sarebbe stato affrontato dopo l’“immancabile vittoria”, come era accaduto a Versailles.
Tuttavia, il 10 giugno 1940, quando l’Italia entrò in guerra al fianco della Germania (che nel frattempo, con una serie di spettacolari blitz, aveva costretto la Francia alla resa e ricacciato in mare, a Dunkerque, il corpo di spedizione britannico), nell’impero etiopico la situazione non era affatto precaria. Il duca d’Aosta disponeva di circa 100.000 soldati nazionali, raggruppati nella divisione Granatieri di Savoia, schierata attorno a Addis Abeba, e negli 80 battaglioni di camicie nere distribuiti lungo i confini. A questi si sommavano gli oltre 250.000 soldati indigeni, fra ascari, dubat e zaptiè, tutti coraggiosi e leali, anche se tradizionalmente più adatti agli attacchi di scorreria che alla guerra difensiva. Infatti le loro prestazioni si riveleranno mediocri. La forza aerea consisteva di circa 240 aerei da caccia e da bombardamento, non tutti in perfetta efficienza, e la forza navale di 8 cacciatorpediniere e 8 sommergibili che, secondo gli osservatori britannici, costituivano un “pericolo letale” per le navi che dovevano attraversare il canale di Suez. Anche il parco automezzi era relativamente ricco: circa 200 fra carri e autoblinde e circa 6500 fra veicoli, autocarri e cingolati. Se gli uomini e i mezzi erano molti, bisognava però tenere conto della lunghezza dei confini da presidiare: 8700 chilometri, senza contare i fronti interni contro i superstiti focolai di ribellismo indigeno, che in seguito gli inglesi provvederanno ad alimentare. Ma il problema principale del momento erano piuttosto i rifornimenti di carburante, di pezzi di ricambio e di pneumatici di cui la prevedibile chiusura del canale di Suez non avrebbe consentito di rimpinguare le scorte.

Le forze italiane erano distribuite su quattro scacchieri: a nord (Eritrea e Amhara) comandava il generale Luigi Frusci; a est (Harar, Scioa e Dancalia) il generale Guglielmo Nasi; a ovest (Galla e Sidama e parte della Somalia) il generale Pietro Gazzera e a sud (Giuba e resto della Somalia) il generale Gustavo Pesenti. Il duca d’Aosta, che assunse il comando superiore di tutte le forze armate in Etiopia, aveva come capo di stato maggiore il generale Claudio Trezzani.
Nei mesi precedenti all’inizio del conflitto e persino durante la “non belligeranza” italiana, su tutta la lunghezza della frontiera comune le relazioni fra inglesi e italiani erano state cordiali e persino conviviali. Gli ufficiali italiani si recavano spesso a Cassala dove i loro colleghi inglesi si annoiavano a morte fra tribù nomadi e capanne di fango, mentre ad Asmara e a Addis Abeba la vita sociale era assai più brillante. Tanto che gli ufficiali e i funzionari britannici cercavano con impazienza di farsi invitare in queste più accoglienti città. Naturalmente fra i graditi ospiti non mancavano gli agenti dell’Intelligence Service che provvedevano a guardarsi intorno e a riferire. E ciò che riferirono lo si può desumere dal fatto che, quando l’Italia entrò in guerra, a Londra abbandonarono ogni speranza di poter evitare la conquista dei loro possedimenti coloniali confinanti con l’impero etiopico.
Rispetto alle forze italiane, di cui conoscevano la minacciosa consistenza, inglesi e francesi (questi con 5000 soldati a Gibuti) disponevano infatti, oltre che di un centinaio di velivoli e di mezzi corazzati, di appena 40.000 uomini, tutte reclute locali, in gran parte indigene e disseminate negli immensi spazi del Sudan, del Kenia e della Somalia britannica. Tra Khartum e le frontiere dell’Africa orientale italiana non c’era neanche un migliaio di soldati sudanesi. Tanto è vero che il governatore britannico del Sudan informò Londra che qualsiasi eventuale azione contro gli italiani sarebbe dovuta partire da Gibuti in quanto la Sudan Defence Force in quel momento non era all’altezza della situazione. Poi le cose peggiorarono ancora dopo la resa della Francia, perché le forze francesi di Gibuti furono “congelate” e gli inglesi rimasero soli e abbandonati al loro destino. L’Inghilterra, infatti, costretta a difendere se stessa dagli attacchi aerei tedeschi e dalla minaccia di una possibile invasione, non era assolutamente in grado di rimpinguare le sue esigue forze dislocate nelle colonie, peraltro già in gran parte impegnate sul confine libico-egiziano per ostacolare la prevedibile (per gli inglesi) avanzata italiana verso Suez.
Molto diversa era invece l’atmosfera che regnava a Addis Abeba. Alla vigilia della nostra entrata in guerra, il duca d’Aosta aveva rispolverato il suo ambizioso piano: attraversare il Sudan e l’Egitto per operare un congiungimento con la Libia onde aprire una indispensabile “direttissima” che avrebbe collegato l’impero con il Mediterraneo. Quello di Amedeo era un sogno megalomane e forse irrealizzabile, ma a Roma la pensavano diversamente. Se inizialmente il viceré aveva ricevuto, come una doccia fredda, un dispaccio di Badoglio, capo dello stato maggiore generale, che gli ordinava dì “mantenere un contegno strettamente difensivo” e di limitarsi a “studiare” la possibilità di azioni offensive, subito dopo l’ingresso in guerra dell’Italia ecco giungere un contrordine. Lo stato maggiore chiedeva al duca d’Aosta di assumere immediatamente un “contegno offensivo”.
Cos’era accaduto? A Roma tutti ormai credevano nel Blitzkrieg, la guerra-lampo. E Mussolini, che alla vigilia dell’attacco alla Francia aveva chiesto a Badoglio “qualche morto” da far valere nei confronti dell’alleato tedesco che, altrimenti, con le sue sfolgoranti vittorie sarebbe rimasto il solo padrone dell’Europa, si ricordò dell’Etiopia. Il generale Nasi, colui che a Gondar avrebbe ammainato l’ultima bandiera italiana in Africa orientale, annota nel suo diario che al viceré arrivò un telegramma firmato da Badoglio che diceva press’a poco così: “Su da bravi! Bisogna portare al tavolo della pace anche un pegno coloniale”.
La guerra ebbe così inizio anche in Etiopia e le nostre prime vittorie furono abbastanza facili, ma purtroppo rimasero uniche. “Fu la sola nostra sconfitta ad opera degli italiani” ricorderà Churchill nelle sue memorie. Si cominciò dal Kenia dove il 10 luglio le truppe italiane occuparono Moyale e costrinsero gli inglesi a ritirarsi per un centinaio di chilometri. Successivamente l’attacco investì il Sudan anglo-egiziano muovendo dal confine eritreo. Spronato da una incomprensibile esortazione radiofonica di Mussolini (“L’ombra di Carchidio Malvolti vi attende a Cassala!”), il generale Frusci occupò la città sudanese, che era un importante centro ferroviario, dopo avere avuto facilmente ragione dei suoi pochi difensori. Scoprirà solo più tardi che l’“ombra” evocata da Mussolini apparteneva a un eroe coloniale italiano ucciso dai mahdisti a Cassala sessant’anni prima e di cui lui non aveva mai sentito parlare.
Frattanto, quasi simultaneamente, il generale Cazzerà aggredì il Sudan dal confine etiopico conquistando rapidamente il forte di Gallabat e il centro abitato di Kurmuk. Ora le truppe italiane minacciavano la capitale sudanese e il premier britannico Winston Churchill, con amara ironia telegrafò a Anthony Eden, divenuto ministro della Guerra: “Se perdi anche Khartum passerai alla storia”. Ma Eden non passerà alla storia per questo.

Ora non restava che la Somalia britannica. Il generale Nasi superò il confine il 5 agosto occupando Hargheisa e isolando così la Somalia britannica da quella francese. Per gli inglesi l’attacco italiano non costituì una sorpresa: sia pure a malincuore avevano previsto la perdita di questa colonia. Tuttavia, malgrado la posizione sfavorevole, organizzarono la difesa disperata di Berbera, la capitale, facendo affluire da Aden due battaglioni indiani punjab e un reparto di cammellieri arabi. Il 9 agosto, preceduti da un nutrito fuoco di artiglieria, i fanti italiani mossero all’assalto di tre alture tenute dai punjab, una delle quali fu rapidamente conquistata, ma le altre due resistettero grazie al fuoco di sbarramento dell’artiglieria nemica. Il giorno 11, gli indiani tentarono un contrattacco per riconquistare l’altura perduta, ma furono respinti. Sia pure a fatica e con numerose perdite, gli italiani continuarono ad avanzare minacciando l’accerchiamento della città. Il comandante britannico, generale Godwin Austen, indugiò a lungo prima di prendere una decisione definitiva. Le direttive che aveva ricevuto gli concedevano un ampio potere discrezionale: “È vostro compito” gli aveva telegrafato il generale Wavell, comandante supremo del Medio Oriente, “impedire l’avanzata italiana. Farete i passi necessari per ritirarvi solo se necessario”. Ed egli se ne avvalse, appena si profilò la minaccia dell’accerchiamento, per ordinare la ritirata. “È l’unico passo necessario per evitare la catastrofe” spiegò ai suoi superiori per ottenere l’autorizzazione di evacuare le truppe. Curiosamente agli inglesi furono concessi due giorni di tregua per imbarcarsi sulle navi che li avrebbero trasferiti in Kenia, e non un solo colpo di fucile fu sparato contro di loro. Qualcosa di simile era accaduto poche settimane prima a Dunkerque, quando i tedeschi avevano permesso al corpo di spedizione britannico di rimpatriare. Il comportamento tenuto dai nostri a Berbera si spiega con il fatto che il duca d’Aosta riteneva, come Hitler a Dunkerque, che la pace fosse ormai dietro l’angolo. Il 19 agosto sì concludeva così, vittoriosamente, la breve campagna delle truppe italiane nell’Africa orientale italiana, sia pure con perdite piuttosto significative: 2052 caduti (poco meno di quanto c’era costata l’intera campagna d’Abissinia) contro 250 della parte avversaria.
A Roma, naturalmente, questa modesta vittoria fu ingigantita dalla propaganda e Mussolini inviò al duca d’Aosta un messaggio di congratulazioni invitandolo a nuove azioni militari.
Ora che con l’occupazione di Berbera la conquista della Somalia è un fatto compiuto, vi giunga, Altezza, insieme al mio, il plauso del popolo italiano che ha seguito con assoluta certezza le fasi della dura battaglia. Dopo la necessaria sosta, Voi dirigerete verso altre mete la volontà perseverante e l’ardimento delle truppe che presidiano l’Impero e lo estendono nei confini e nella potenza.
Questi “confini”, già immensi all’inizio del conflitto, si erano frattanto paurosamente allungati.
Churchill reagì molto male alla perdita del Somaliland e cominciò a pensare di sostituire il generale Wavell. Questi aveva infatti appena finito di rassicurare Londra che dal Sud non sussisteva una minaccia immediata contro l’Egitto, quando un nuovo pericolo cominciò a profilarsi al Nord.

Dopo la tragica morte del governatore della Libia Italo Balbo, abbattuto il 28 giugno 1940 dal “fuoco amico” della nostra contraerea mentre con il suo apparecchio rientrava a Tobruk da una perlustrazione, il comando delle nostre forze era stato affidato al maresciallo Graziani. Non fu una buona scelta. Il “leone di Neghelli”, come amava farsi chiamare, era considerato un esperto di guerre coloniali, ma ormai questo conflitto non si poteva più definire “coloniale”. Non si trattava più di affrontare sprovveduti ribelli indigeni, bensì di combattere una guerra europea, moderna e meccanizzata, trasferita per esigenze strategiche nel territorio africano. Graziani non si rivelò all’altezza della situazione. Rintanato nel suo comando, collocato prudentemente a 120 chilometri dalle prime linee, il “leone di Neghelli” rinviò di giorno in giorno l’inizio dell’offensiva, malgrado le esortazioni di Mussolini e pur disponendo di forze superiori (250.000 uomini contro non più di 40.000). Si mosse soltanto verso la metà di settembre e a Londra si visse un altro momento di panico. Si riteneva che il canale di Suez fosse ormai a portata di mano degli italiani. Graziani, invece, si fermò inspiegabilmente a Sidi el Barrani, uno sperduto villaggio a 100 chilometri di deserto dal punto in cui era partito. Malgrado le invettive del Duce (“Non valeva la pena di avere tutto quello che avete richiesto e di disporre di 15 divisioni per portare a casa soltanto Sidi el Barrami”) sostò lì per mesi. Anzi perdette tempo ad allungare (e asfaltare) la via “Balbia” che percorreva l’intera costa libica e si preoccupò di fortificarsi nella zona come se fosse al comando non di un esercito in marcia, ma di una forza di occupazione. A questa “stranezza” di Graziani fece seguito una “stranezza” di Mussolini. Il 28 ottobre 1940, senza alcuna motivazione strategica, gli italiani attaccarono la Grecia convinti, come annotava Galeazzo Ciano nel suo diario, di “giungere a Salonicco in ventiquattr’ore”. Invece resteranno impantanati sul confine greco-albanese fino all’aprile del 1941.

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PS: A far tempo dal presente capitolo, fino alla naturale fine dell’elaborato, verranno sospesi i commenti.
Grazie per l’attenzione.

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