La bella Italia XX

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La fortuna stava dunque per girare dalla parte degli inglesi. Tuttavia, nel settembre del ’40, a Londra regnava ancora un’atmosfera molto pesante. Martellata dai bombardieri tedeschi e minacciata da un’invasione, l’Inghilterra non era assolutamente in grado di rinforzare le sue posizioni coloniali. Inoltre dovette affrontare un singolare problema diplomatico. All’inizio del conflitto, Hailè Selassiè, in esilio nella capitale britannica, si era precipitato a Khartum per essere pronto a rientrare nella sua Addis Abeba, nella convinzione che sarebbe stata quanto prima liberata. Ma ora che le sue previsioni ottimistiche erano naufragate, la sua presenza divenne ingombrante. Si temeva che potesse aizzare il malcontento fra gli indigeni e provocare ancora di più gli italiani. Ci mancò poco che non lo rimettessero su un aereo per rispedirlo a Londra.
Le cose mutarono nell’autunno quando la “battaglia d’Inghilterra” si concluse con la vittoria britannica. I tedeschi rinunciarono all’operazione “Leone marino”, lo sbarco nelle isole britanniche, i bombardamenti aerei diventarono per gli inglesi più sopportabili e la minaccia italiana contro Suez si rivelò inconsistente. A questo punto gli inglesi reagirono con determinazione passando al contrattacco sull’unico fronte ancora “acceso” tenuto dai soli italiani. Il 9 dicembre, il generale Wavell, ormai rifornito di mezzi corazzati in misura adeguata, attaccò le fortificazioni di Sidi el Barrani, che Graziani aveva predisposto come per le guerre coloniali del XIX secolo. Le nostre postazioni vennero spazzate via come da un uragano e la nostra disfatta fu colossale. Perdendo appena 624 soldati, gli inglesi catturarono 40.000 prigionieri (la metà dell’armata italiana), e si impadronirono di 237 pezzi d’artiglieria e di 73 carri armati. Poi partirono alla conquista della Libia lungo la strada asfaltata che pareva essere stata preparata per favorirli.
Per il nostro paese fu un terribile risveglio. Le ambizioni fasciste di fare dell’Italia una grande potenza si rivelarono delle vane ostentazioni. Mussolini, avvilito e deluso dei suoi generali, così commentò il disastro: “È la materia prima che è scarsa. Persino Michelangelo aveva bisogno del marmo. Se avesse avuto solo argilla sarebbe stato semplicemente un vasaio”.
Mentre il “vasaio” si lamentava e invocava l’aiuto tedesco in Libia, a Londra si festeggiava. Dopo lunghi mesi di insuccessi e disfatte, gli inglesi avevano ottenuto la loro prima grande vittoria. Ma invece dì vibrare il colpo di grazia agli italiani in Libia – una decisione di cui, dopo l’arrivo di Rommel, si sarebbero amaramente pentiti -Wavell ricevette l’ordine di inviare le sue migliori divisioni indiane nel Sudan. Era giunta l’ora di affondare una volta per tutte il fragile impero italiano.
Nell’impero le luttuose notizie giunte dagli altri fronti raffreddarono gli entusiasmi dell’estate e aprirono ampi spazi allo scoramento e all’angoscia. In Europa il “blitz” era fallito e la guerra prometteva di durare più a lungo del previsto. Il tempo lavorava per gli inglesi che si erano subito riaffacciati sui confini sudanesi. Il loro primo tentativo, l’attacco al forte di Gallabat nel novembre del 1940, si risolse in un disastro, perché gli italiani avevano predisposto un eccellente sistema difensivo. Il futuro appariva tuttavia molto oscuro. L’isolamento dalla madrepatria diventava di giorno in giorno più pesante. Le scorte diminuivano a vista d’occhio e non esistevano possibilità di rifornimento. Scarseggiavano le munizioni, i medicinali, i pezzi di ricambio e soprattutto i pneumatici indispensabili per l’impiego dei veicoli sulle grandi distanze. Per nascondere alla ricognizione aerea l’effettivo stato delle cose, si ricorse anche al trucco di camuffare innocui veicoli da carri armati. Gli inglesi, comunque, spadroneggiavano sui cieli abissini. “Oggi” comunicò sconsolato il duca d’Aosta al comando supremo di Roma “in tutto l’Impero che è vasto sei volte l’Italia, abbiamo sei batterie contraeree (di cui quattro antiquate) e quattro batterie da 20 mm. Di caccia efficienti ce ne restano sì e no una trentina”.

Ma a Roma avevano ben altro da pensare che aiutare l’impero e, d’altra parte, era impossibile fare giungere rifornimenti attraverso Suez. Tuttavia, poiché il viceré riteneva indispensabili almeno 10.000 tonnellate di benzina e almeno 20.000 pneumatici, qualcuno a Roma brigò in maniera da ottenere che l’alleato, benché ancora neutrale, Giappone, spedisse da Tokyo i rifornimenti essenziali richiesti. Qualche tempo dopo, la nave nipponica Yamayuri Maru entrava nel porto ormai deserto di Mogadiscio accolta con comprensibile soddisfazione: trasportava 2500 tonnellate di benzina avio, 200 di oli lubrificanti, oltre alle preziosissime gomme per autocarro che erano state richieste. Ma la soddisfazione si tramutò in disperazione quando si scoprì che i pneumatici non si adattavano ai cerchioni dei nostri autocarri. Qualcuno, a Roma, aveva sbagliato le misure.
In un paese serio e per giunta in guerra, commenta Franco Bandini rievocando questo singolare episodio, quel qualcuno avrebbe dovuto essere fucilato. Invece non accadde nulla e c’è anche da aggiungere che quando, alcuni mesi dopo, gli inglesi occuperanno Mogadiscio, troveranno nei nostri depositi ancora intatti più di seimila tonnellate di carburante.
Mentre a Addis Abeba gli italiani, sopravvalutando immensamente la forza avversaria, già consideravano perduta la partita prima ancora di cominciarla, gli inglesi si erano rapidamente riorganizzati. Ai primi reparti messi frettolosamente insieme richiamando alle armi i coloni, si aggiunsero due divisioni indiane comandate dal generale Neath e provenienti dal fronte libico. Nel Sudan fu anche approntato un reparto speciale destinato a svolgere un ruolo da protagonista nella campagna d’Etiopia. Si trattava della Gazelle Force, un corpo autonomo motorizzato, dotato di artiglieria da campagna e guidato dal colonnello Messervy. Del contìngente faceva anche parte uno di quei personaggi avventurosi e romantici che la Gran Bretagna spesso produce. Era il maggiore scozzese Orde Wingate, un esperto di guerre coloniali che era stato prudentemente rifornito di un milione di sterline d’oro (la famosa “cavalleria di san Giorgio”) per fomentare e organizzare in Etiopia la guerriglia contro gli italiani.
Orde Wingate svolgerà un ruolo importantissimo nella riconquista dell’Abissinia. Comandante di una formazione mista, chiamata Gideon Force, raccolse attorno a sé i terribili sciftà, metà partigiani e metà predoni, che vivevano alla macchia dal tempo dell’occupazione italiana e che, per voto, da quell’epoca non si erano più tagliati capelli e barba. Il loro aspetto doveva essere terrificante se si considera che usavano portare appese al collo e alla cintura le collane composte di orecchie e di testicoli tagliati ai nostri soldati.
Per contrastare l’eventualità di un contrattacco britannico, il comando italiano non prese i provvedimenti che sarebbero stati necessari per meglio utilizzare le forze disponibili. “Invece di procedere ad un graduale e dignitoso abbandono di spazio” osserverà in seguito il generale Ugo Pini, allora comandante di una grande unità, “per concentrarsi in un sicuro ridotto offensivo centrale, sull’altopiano etiopico, che consentisse la possibilità di una lunga resistenza autonoma, vennero invece date disposizioni per battaglie e scaramucce di retroguardia: queste troppe volte eluse, quelle perdute in partenza”. Con il risultato che le forze italiane rimasero distribuite su enormi scacchieri offrendo così al nemico l’opportunità di concentrare le proprie masse d’attacco laddove !e nostre difese risultavano più deboli. Di conseguenza, mentre gli italiani attendevano fatalisticamente uno scontro che non lasciava prevedere risultati positivi, gli inglesi erano ormai pronti all’attacco. Due piccoli eserciti furono frettolosamente organizzati lungo la frontiera settentrionale del Sudan e lungo quella meridionale del Kenia. L’armata del Nord era composta di inglesi, indiani e indigeni al comando del generale William Platt, detto “il Kaid”. Quella del Sud, formata da coloni e sudafricani bianchi rinforzati da folti contingenti indigeni di Kikuyu e Bantu, era comandata dal generale Alan Cunningham, un ex compagno di scuola del duca d’Aosta, all’epoca in cui quest’ultimo studiava in Inghilterra.

Per la verità, di ex compagni di scuola il viceré d’Etiopia ne aveva più d’uno tra le file nemiche. C’era Sir John Mariott, comandante di una brigata indiana, nonché capo del Servizio informazioni per l’Eritrea, e Sir Francis Rennell Rodd, che nella primavera del 1940 era stato spedito al Cairo e poi a Khartum con incarichi imprecisati, ma facilmente intuibili se consideriamo il suo passato. Sir Francis, figlio di Sir James, ambasciatore britannico a Roma dal 1908 al 1921, era amico personale di Amedeo. Avevano studiato insieme sia al Saint Andrew College sia a Oxford. Durante la prima guerra mondiale, quale ufficiale dell’Intelligence Service, era stato addetto alla III Armata italiana comandata dal duca d’Aosta Emanuele Filiberto, della quale faceva parte anche suo figlio Amedeo con il grado di sottotenente. Terminato il conflitto europeo, Francis Rennell Rodd, visse a lungo in Italia e frequentò la famiglia Aosta, alla quale certamente doveva il Collare dei santi Maurizio e Lazzaro che gli era stato conferito da Vittorio Emanuele III e che lui portava con grande compiacimento. Lo storico Franco Bandini, attento indagatore di misteri, aggiunge uno sconcertante particolare. I Rennell Rodd, padre e figlio, avevano un altro amico in Italia, quell’Andrea Finocchiaro Aprile, noto esponente della massoneria che, proprio su consiglio inglese, si fece banditore dell’indipendenza siciliana fra il 1943 e il 1944, sotto la protezione del primo governatore militare dell’isola, che era lo stesso Sir Francis.
Come si vede, ce n’è d’avanzo per imbastirci sopra un intrigante castello di sconcertanti ipotesi. D’altra parte, poiché le coincidenze non sono sempre fortuite, questa curiosa “guerra fra compagni di scuola” non mancherà in seguito di suscitare commenti e sospettose interpretazioni. Ma a questo punto vale la pena di lasciare i fronti etiopici congelati nell’attesa degli eventi, e di ritornare per un momento in Italia, a Roma, fra gli intrighi di corte e di salotto che, con il precipitare degli avvenimenti bellici, si erano ancor più aggrovigliati e non saranno mai chiariti del tutto. Diamo perciò la parola a un importante testimone: Giovanni Ansaldo, il più bravo, il più attento e anche il più onesto giornalista dell’epoca. Quelle che seguono sono alcune pagine del suo libro L’Italia Com’era, pubblicato nel 1992, dopo la sua morte:
Alla vigilia di questa guerra, noi ricordiamo di avere udito un discorso strano. Chi lo faceva era un uomo legato al fascismo ma, più ancora, devoto alla dinastia; e dotato di quella seconda vista che qualche volta, in politica, suggerisce espedienti e vie d’uscita dalle situazioni più disperate. “Questo” diceva questo personaggio “è il grande momento degli Aosta. La duchessa, quarant’anni fa, ha sognato il trono d’Italia per il suo primogenito; e poi è tutto finito in niente, perché nacque il principe Umberto. Ma, ora, il trono d’Italia è li, dinnanzi ad Amedeo. Il duca d’Aosta figlio, non ha che da allungare la mano per prenderlo. Egli, laggiù ad Addis Abeba, e sua madre a Capodimonte, sanno benissimo che questa guerra sarà un baratro in cui sprofonderemo tutti. Amedeo d’Aosta non si fa illusioni di difendere l’Impero. L’ha detto chiaramente ancora in aprile a Ciano. E sua madre non se ne fa neanche lei sulla possibilità di difendere l’Italia. Si tratta, perciò, per il duca d’Aosta, di essere audace. Appena Mussolini dichiara la guerra, lui, da Addis Abeba, dichiari la pace; si rifiuti cioè di attaccare l’Inghilterra, tratti un armistizio per conto proprio. A lui sarà facilissimo mettere a posto quattro esaltati e la gran massa dei militari lo seguirà. Gli inglesi, da parte loro, lo lasceranno risiedere e governare l’Impero. A catastrofe avvenuta in Europa, egli sarà acclamato Re, o almeno luogotenente del regno, e la dinastia sarà salva e potrà trattare con i vincitori…” Abbiamo qualche ragione dì ritenere che il discorso strano – ma poi non tanto strano – sia stato sussurrato a Capodimonte alla madre e in Addis Abeba al figlio. Ma fu come se l’aria non avesse sentito, e come se quei suggerimenti spregiudicati non avessero mai sfiorato il timpano dei due principi. Egli, il figlio, Amedeo d’Aosta, laggiù in Africa, avuto l’ordine di iniziare le operazioni di guerra, le iniziò senza neppure una semplice mormorazione; e la madre, a Capodimonte, “si chiuse” più che mai in attesa di un ritorno impossibile di lui dall’Africa. Entrambi capivano, entrambi sapevano; ma neppure per un attimo si fermarono a meditare sul “pronunciamento” che, anticipando l’armistizio di tre anni e mezzo, avrebbe forse potuto portare lui al Quirinale, anziché morire prigioniero in Kenya. In questa fedeltà della duchessa al capo della dinastia, ch’essa non amava e da cui non era amata, in questa lealtà nell’ora della prova, sta la grandezza morale della duchessa d’Aosta; tanto più alta, se la si raccosta alle antipatie ormai antiche tra i due rami della casa Savoia, al contrasto latente sempre esistito tra il Quirinale e il palazzo della Cisterna* (* I duchi d’Aosta erano anche conti della Cisterna.) e alle speranze accarezzate in segreto dalla donna orgogliosa quando il principe Amedeo era piccolo e al Quirinale non v’erano bambini. Forse,allora, nel tempo felice della sua prima maternità, vagheggiò di vedere suo figlio sul trono d’Italia; tanto più onore, dunque, a lei, che, mortole il figlio, caduta la dinastia, dispersi per il mondo tutti i Savoia, restò ultima, tenacemente, sulla terra italiana,* (*Elena d’Orléans fu l’unica Savoia a non fuggire dopo l’8 settembre 1943. Rimase a Napoli e i tedeschi la rispettarono.) cacciata da Capodimonte si stabilì al Quisisana di Castellammare in vista del golfo di Napoli; dove nel 1951 morì lasciando l’ordine che il suo corpo fosse ravvolto nella bandiera in cui a Nairobi fu ravvolto suo figlio.

Ora, a parte le considerazioni che si possono fare a proposito dì questa singolare rivelazione di Giovanni Ansaldo, il quale era amico intimo di Ciano e bene introdotto negli ambienti politici del tempo, è effettivamente molto probabile che qualcuno abbia “sussurrato” qualcosa nell’orecchio dello sfiduciato viceré nei mesi che precedettero l’offensiva britannica contro l’impero etiopico. Qualcuno che, conoscendo le sue tendenze filobritanniche e il suo aristocratico antifascismo, nonché le antiche ambizioni degli Aosta, poteva prospettargli l’eventualità che, a guerra finita e perduta, sarebbe stata necessaria un’“alternativa” alla Casa Savoia per conservare il trono. E chi meglio dei suoi antichi “compagni di scuola” (per giunta tutti membri attivi dell’Intelligence Service) avrebbe potuto farlo? La loro sospetta presenza attorno ai confini dell’impero minacciato potrebbe infatti non essere stata casuale.
Siamo, naturalmente, nel campo delle ipotesi e tuttavia resta il fatto che, se questi “sussurri” ci furono, Amedeo d’Aosta non gli diede ascolto. Ciò è confermato da un episodio, questo sì ampiamente documentato, che si presta a essere considerato la punta emergente di un misterioso iceberg “tropicale”. Il 15 dicembre 1940 una colonna autocarrata del generale Alan Cunningham penetrò nella Somalia italiana e attaccò il presidio di El Uach travolgendolo con incredibile facilità, La brigata indigena che lo difendeva si dissolse senza combattere lasciando al nemico armi, munizioni e persino la cucina ancora funzionante. Fatto ancora più grave è che il generale Gustavo Pesenti, comandante di quello scacchiere e governatore della Somalia, neppure avvertì il viceré dell’offensiva. Amedeo, infatti, apprese la notizia ascoltando Radio Londra. Esterrefatto, saltò su un aereo e si precipitò a Mogadiscio. Ma qui lo attendeva un’altra sorpresa. Il generale Pesenti, invece di difendersi per lo smacco subito, contrattaccò affermando senza ambagi che era inutile continuare a combattere perché la guerra era ormai perduta. Poi propose senza mezzi termini al viceré di firmare la pace separata. “Noi affretteremo così” gli disse il generale “la fine del conflitto che gli italiani non sentono e salveremo l’Impero che ci è costato tanti sacrifici.”
Amedeo ammutolì, come narra un testimone. Poi reagì con fermezza. “Basta!” gridò. “Meriteremmo di essere fucilati entrambi, lei per le parole che ha pronunciato, io per averle ascoltate.” La discussione si chiuse e non ebbe seguito. Rientrato a Addis Abeba, Amedeo ci pensò sopra qualche giorno poi, il 27 dicembre, sollevò il generale dal comando delle truppe, ma non dall’incarico di governatore, che gli venne tolto soltanto più di un mese dopo, il 31 gennaio 1941. Il 4 febbraio, senza un rimprovero ufficiale, Gustavo Pesenti rientrò a Roma e non ebbe problemi. È comunque utile ricordare che, verso la fine del 1942, lo stesso Pesenti realizzò, d’intesa con gruppi antifascisti italiani e francesi, un accordo con i marescialli Badoglio e Caviglia, per trasferirsi nel Nordafrica francese con il compito di organizzare un “esercito italiano di liberazione” reclutando volontari fra i nostri prigionieri di guerra. Il progetto fallì perché Pesenti venne arrestato dal nostro controspionaggio.

PS: Alla naturale fine dell’elaborato, vengono sospesi i commenti.
Grazie per l’attenzione.

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