La bella Italia XXI … e ultimo

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All’inizio del 1941, in Europa, la bandiera rossa con la croce uncinata sventolava dalle rive dell’Atlantico alle sponde del fiume Bug, il nuovo confine russo-tedesco. Il potente motore della macchina bellica germanica era in “folle”. Dovunque erano giunte, le armi della Wehrmacht tacevano in attesa degli eventi futuri. Soltanto i fronti italiani erano “accesi”. In Grecia, le nostre divisioni si trovavano in gravi difficoltà rispetto all’imprevista ed eroica resistenza dell’esercito ellenico; in Africa settentrionale battevano addirittura in ritirata di fronte alle forze britanniche che avevano invaso la Cirenaica, mentre nell’impero, totalmente isolato dalla madrepatria, attendevano rassegnate il colpo finale. Svanito il sogno della guerra lampo, ora si dovevano fare i conti con l’assoluta impreparazione ad affrontare un conflitto in cui l’Italia si era gettata con irresponsabile avventatezza. Mussolini, che aveva orgogliosamente annunciato di voler condurre una “guerra parallela”, ovvero autonoma, fu costretto a umiliarsi di fronte a Hitler e a chiedergli aiuto.
Anche l’Inghilterra, rimasta sola (con la Grecia) a combattere contro le forze dell’Asse, aveva molti problemi, soprattutto nel rifornimento dello scacchiere del Mediterraneo dove si era trasferito il cuore del conflitto. Il generale Wavell, comandante supremo britannico per il Medio Oriente, era al centro di una situazione molto delicata. Doveva contemporaneamente provvedere a rafforzare l’esercito greco che aveva un estremo bisogno di uomini e di mezzi, incalzare gli italiani sul fronte libico e inoltre proteggersi le spalle mettendo le nostre forze in Etiopia nell’impossibilità di nuocere. D’altra parte, l’occupazione dell’impero italiano non era per gli inglesi soltanto una semplice questione di prestigio, perché in tal caso avrebbero potuto attendere tranquillamente che questo cadesse da solo come un frutto maturo. Impadronirsi subito di Mogadiscio, Berbera e Massaua, significava conquistare il completo controllo del mar Rosso, indispensabile per far affluire rinforzi all’Egitto senza incorrere nelle insidie che continuava a presentare la navigazione nel Mediterraneo. L’esigenza si era resa ancor più impellente dopo la promulgazione della legge “Affitti e Prestiti” da parte del governo americano. Una clausola infatti stabiliva che i convogli americani di rifornimento navigassero in mari sicuri. E il mar Rosso ancora non lo era.
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La grande offensiva britannica si scatenò ai primi di gennaio su due scacchieri, a nord sul confine eritreo e a sud sul confine somalo. Fu invece trascurato il settore centrale, essendo strategicamente il meno importante. Vediamo prima ciò che accadde a nord. Nel bassopiano sudanese, le truppe italiane non ressero a lungo all’urto dell’agile Gazelle Force rinforzata dalle due divisioni indiane. Due giorni dopo Cassala venne riconquistata e gli italiani si ritirarono ordinatamente opponendo una tenace resistenza. Fu in quei giorni che si verificò l’episodio eroico del tenente Amedeo Guillet, comandante di un reparto di cavalleria indigena. Per scompaginare le linee inglesi, egli si produsse in una delle due ultime cariche della storia (l’altra fu quella compiuta nell’agosto del 1942 dal reggimento Savoia cavalleria a Isbuscenskij, in Russia). A briglia sciolta e sciabola sguainata, il tenente riuscì infatti a sfondare lo schieramento nemico, sorpreso e ammirato per tanta audacia. Ecco come l’assalto fu descritto dall’ufficiale inglese che lo subì:
Quando la nostra batteria prese posizione, un gruppo di cavalleria indigena, guidata da un ufficiale su un cavallo bianco, la caricò dal Nord, piombando giù dalle colline. Con coraggio eccezionale questi soldati galopparono fino a trenta metri dai cannoni, sparando di sella e lanciando bombe a mano, mentre i nostri cannoni, voltati a 180 gradi sparavano a zero. Le granate scivolavano sul terreno senza esplodere, mentre alcune squarciavano addirittura il petto dei cavalli. Ma prima che quella carica dì pazzi potesse essere fermata, i nostri dovettero ricorrere alle mitragliatrici.
Naturalmente, dopo la carica Guillet non poté tornare indietro e rimase isolato, ma continuerà, unico bianco tra i suoi fedeli ascari, che lo soprannominarono communtar al sciaitan, “comandante Diavolo”, a condurre una sua guerra privata, travestito da guerriero arabo come il leggendario Lawrence d’Arabia, finché non riuscirà a rientrare avventurosamente in Italia, dopo l’8 settembre 1943, per combattere ancora contro i tedeschi. Quella di Amedeo Guillet fu una delle tante gloriose e poco conosciute epopee di cui si resero protagonisti altri eroici comandanti italiani di bande indigene. Come il capitano Castone Gianni e il sergente (poi generale, decorato con medaglia d’oro) Angelo Bastiani.
Incalzato dalle superiori forze nemiche, lo schieramento italiano fu infine spezzato in due tronconi. Da una parte la colonna indigena del generale Lorenzini che, dopo avere combattuto eroicamente ad Agordat e subito perdite ingenti, si vide costretta a ripiegare in direzione di Cheren. Dall’altra le truppe nazionali di Nasi che dovettero evacuare il forte di Gallabat e quindi ripiegare in direzione di Gondar. Tuttavia, alcuni reparti resistettero ancora sulle alture di Laquatat e di Cochen, finché gli Highlanders scozzesi non sfondarono definitivamente le nostre linee.

Ora per gli inglesi la strada verso l’Eritrea era aperta e gli italiani si concentrarono a Cheren, una piazzaforte naturale a 3500 metri d’altezza, il cui antemurale roccioso si prestava per una battaglia di retroguardia. E qui, infatti, il comandante della piazza, generale Nicola Carnimeo, decise di operare il massimo sforzo per fermare l’avanzata nemica. Uomo di grandi capacità militari e di notevole forza d’animo, anche Carnimeo si lamenterà, a posteriori, degli errori compiuti dai comandi che, invece di raggruppare tutte le forze disponibili, le lasciarono distribuite “a chiazze” nei vari settori rendendole dovunque vulnerabili. Il generale riuscì comunque a raccogliere altri 5000 uomini che si unirono ai difensori del baluardo. Trascorsero cinque giorni di relativa calma, poi, il 5 febbraio, il generale Platt fu pronto per il nuovo attacco. Al momento dello scontro decisivo, Carnimeo disponeva di 13.000 soldati, più della metà indigeni, mentre le forze del generale britannico consistevano in due divisioni indiane con 28.000 uomini e in 6000 militari della Gideon Force.
Più forti per numero e per mezzi, gli inglesi fecero anche ricorso alla guerra psicologica. Per demoralizzare i nostri soldati assediati, tutte le sere trasmettevano con gli altoparlanti romantiche canzoni italiane, brani di opere liriche e notizie delle nostre sconfitte in Grecia, in Libia e nel Mediterraneo. Non mancava neppure la pioggia di volantini propagandistici e di salvacondotti per gli ascari che volevano disertare. E infatti aumentarono le defezioni. La durissima battaglia, cominciata il 5 febbraio, si protrasse senza soste fino al 27 marzo. Alpini, bersaglieri, camicie nere e ascari combatterono eroicamente, pronti a farsi ammazzare piuttosto che cedere. In cielo andarono perduti ben 220 aeroplani, ossia quasi tutta la nostra forza aerea. Alla fine rimase solo il vecchio CR 42 dell’intrepido capitano Visintini che continuò, di tanto in tanto, ad affacciarsi per ostacolare le squadriglie nemiche da caccia e da bombardamento. In soli tre giorni, fra il 23 e il 26 marzo, gli italiani registrarono 1000 morti e 2300 feriti. Mancavano viveri, munizioni, medicinali e i difensori erano allo stremo quando, la sera del 26, giunse ai superstiti l’ordine di ripiegare su Ad Teclesan. La battaglia di Cheren era finita.
Il generale Carnimeo tentò un ultimo scontro di arresto proprio a Ad Teclesan, ma gli inglesi superarono anche le ultime resistenze e il 31 raggiunsero Asmara dove si svolse la mesta cerimonia della resa. Massaua cadde il 7 aprile e quattro giorni dopo il presidente americano Roosevelt dichiarò navigabile il mar Rosso. La via dei rifornimenti americani alle truppe britanniche dell’Africa settentrionale era così assicurata proprio quando la controffensiva scatenata da Rommel in Libia la rendeva indispensabile.
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Sul fronte sud le cose andarono ancora peggio. Prima dell’offensiva, il generale Carlo De Simone, chiamato a sostituire Gustavo Pesenti, ordinò l’evacuazione dell’Oltre-giuba e della città di Chisimaio, e schierò le sue forze lungo i 200 chilometri del fiume Giuba. Dall’altra parte del fiume, verso il confine con il Kenia, fu lasciata soltanto una banda di irregolari somali, detta Harti, comandata da un bravissimo ufficiale italiano, il capitano Castone Gianni, di cui si è già detto. La banda, che si manteneva da sola razziando i villaggi kikuyu o cibandosi con la carne degli elefanti uccisi, aveva compiti di perlustrazione e informazione. E le informazioni non tardarono a diventare drammatiche. Il 6 febbraio il comandante Gianni annunciò di essere stato attaccato da forze immensamente superiori: l’offensiva nemica sul fronte meridionale era cominciata.
La prima battaglia, se così vogliamo chiamarla, fu semplicemente ridicola. Il generale Cunningham, con le sue fanterie appoggiate da carri armati, autoblinde e semoventi, si trovò di fronte la sola banda Hard composta da 160 “straccioni”, come li chiamava il capitano Gianni. E tuttavia, volteggiando tra le file nemiche, essa riuscì a fermarne l’avanzata fino al 18 febbraio, quando si “sganciò” per ripiegare verso nord. Ora anche la strada verso Mogadiscio era aperta. Dopo un ultimo tentativo di resistenza a Buio Burti, le nostre forze indigene (su 35.000 soldati soltanto 4000 erano nazionali) disertarono in massa. Non restava dunque più nulla da fare. Non un solo aereo italiano si fece vivo per attaccare la lunga colonna che si snodava nella piana aperta e senza riparo, mentre alle truppe keniote e sudafricane si aggiungevano man mano le formazioni etiopiche degli sciftà. Occupata Mogadiscio, Cunningham proseguì la sua marcia facile e vittoriosa: il 26 marzo cadde Harar e il 29 fu la volta di Dire Daua. Al comandante britannico non restava che compiere il grande balzo verso Addis Abeba. Verso lo stesso obiettivo procedeva da nord, a dorso di cammello, anche la Gideon Force, alla quale si era aggregato con il suo seguito lo speranzoso Hailè Selassiè. L’operazione a tenaglia stava funzionando con perfetta sincronia.

All’alba del 3 aprile 1941, nel ghebì di Addis Abeba, Amedeo d’Aosta tenne il suo ultimo consiglio di guerra. Erano presenti i capi civili e militari. Il viceré era indeciso fra tre soluzioni: ritirarsi nel Galla e Sidama, dove il generale Cazzerà disponeva di 50.000 uomini bene armati e relativamente freschi; ripiegare a Gondar dove si era concentrato il generale Nasi; oppure raccogliere gli ultimi soldati a sua disposizione per costituire un’estrema ridotta sull’Amba Alagi nell’altopiano abissino. Fu il capo di stato maggiore Trezzani a battersi per quest’ultima soluzione e il viceré l’accettò, probabilmente per il richiamo romantico esercitato da questo luogo così strettamente legato alla nostra storia. Considerando la situazione, neppure le altre scelte davano adito a grandi speranze, ma quella dell’Amba Alagi fu certamente la peggiore. Così facendo, Amedeo si chiudeva in una trappola senza vie d’uscita isolandosi del tutto dalle truppe di Cazzerà e di Nasi. In seguito, infatti, le critiche non mancheranno. Quella più dura venne dal maresciallo Caviglia che scrisse nel suo diario: “Dal punto di vista militare la scelta dell’Amba Alagi fu una ragazzata. Mantenendo le sue forze divise, il duca doveva necessariamente perdere tutto”.
Frattanto, il 6 aprile, la Gideon Force era giunta a Debra Marcos. Orde Wingate intendeva concedere un periodo di riposo alla sua “orda” selvaggia, ma quando lo informarono che Cunningham stava per raggiungere Addis Abeba, cercò di forzare la marcia in modo da arrivarci per primo. A fermare la sua corsa fu il generale Platt, spinto da motivi umanitari. Temeva che la conquista di Addis Abeba da parte dei sanguinari sciftà avrebbe scatenato una feroce carneficina fra i 40.000 italiani ancora residenti nella capitale. La solidarietà di razza ebbe insomma il sopravvento sull’alleanza. Anche ad Asmara, gli inglesi si erano comportati nella stessa maniera disponendo che la PAI, la polizia italiana, continuasse a mantenere l’ordine anche dopo l’occupazione.
Hailè Selassiè entrò trionfalmente nella capitale riconquistata il 5 maggio 1941, esattamente cinque anni dopo quel maggio del 1936, in cui era stato costretto ad abbandonarla. Per prima cosa, volle sostare in preghiera nella chiesa di Santa Maria. Preceduto da Orde Wingate, in sella a un bellissimo cavallo bianco, il negus, che viaggiava a bordo di una vecchia berlina Alfa Romeo già appartenuta a ras Hailù, fu accolto da un caldo tripudio popolare. Davanti al ghebì imperiale, il generale Cunningham aveva schierato come picchetto d’onore il reggimento sudafricano dei King’s African Rifles.
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Comprensibilmente commosso, il sovrano restituito al suo trono pronunciò in quell’occasione un discorso saggio, pacato e molto nobile. Invitò i suoi sudditi ritrovati a “non commettere nessun atto di crudeltà, come quelli che il nemico ha commesso contro di noi fino ad oggi”. Sarà ascoltato.
Rinchiuso nella sua ridotta dell’Amba Alagi, Amedeo d’Aosta attendeva rassegnato la sua sorte. Pur di restare fra i suoi soldati aveva rifiutato di imbarcarsi sull’ultimo trimotore S 79 ancora in grado di portarlo in salvo. Quello che gli interessava salvare era l’onore militare suo e della patria. La resistenza dell’Amba Alagi durò poco più di un mese. A metà maggio, il duca confidò al giornalista Alfio Beretta che l’aveva seguito sull’amba: “Non importa quanto potremo resistere: conta solo fare il proprio dovere. E, se si deve cadere, cadere in piedi”. Alla vigilia della resa definitiva, quando ormai tutto era andato perduto, disse ancora al generale Rossi: “Non credevo che si potesse soffrire tanto. Domani lasceremo questi luoghi con i nostri morti e per noi comincerà la prigionia… Chissà se in Italia capiranno!”.
I comandanti inglesi, invece, compresero il dramma dell’uomo e gli concessero l’onore delle armi. Era il 17 maggio 1941. Il picchetto d’onore che salutò gli italiani, vinti, ma non umiliati, era anch’esso composto da soldati del King’s African Rifles, e sul desolato paesaggio africano si svolse una scena di cavalleria militare d’altri tempi. La mattina era nebbiosa. Il viceré decaduto, che indossava l’uniforme di ordinanza, assistette sull’attenti alla cerimonia dell’ammainabandiera mentre le cornamuse suonavano Drum and bagpipes gave my heart a turn. I reparti italiani, armati, sfilarono al passo, seguiti da Amedeo che scese dall’amba avendo alla sinistra il generale inglese Mayne e dietro un sottufficiale sudafricano con il cappello largo alla boera e uno scudiscio sotto l’ascella. Nel suo diario, in data 19 maggio, il duca d’Aosta così descrive la malinconica cerimonia:
Tutta la mattina i reparti si riordinano: i soldati si sono ripuliti; perfino divise fresche sono uscite non si sa da dove. Barbieri al lavoro hanno ridato alle facce un aspetto decente. Poi è cominciata la sfilata. Tre reparti inglesi, uno bianco, uno nero, uno rosso (indiano) schierati in ordine perfetto. L’atto finale è stato eroico e l’epilogo perfetto.

Più brutale, ma forse più vera, la versione del giornalista Quirino Maffi presente alla scena: “Gli inglesi sembravano usciti da una lavanderia, mentre gli italiani apparivano come un manipolo sporco ed eterogeneo, i relitti di un naufragio”. Il viceré venne poi trasferito in Kenia con cinque ufficiali d’ordinanza, il medico dì fiducia Gustavo Borra e due attendenti, i soldati Gallini e Campi. A ricevere il “prigioniero” nell’aeroporto di Nairobi fu il suo ex compagno di scuola Sir Francis Rennell Rodd.
Dopo l’occupazione di Addis Abeba e la capitolazione dell’Amba Alagi, l’Amhara, dove si era ritirato con le sue truppe il generale Guglielmo Nasi, rimaneva l’ultima regione etiopica ancora in mano agli italiani. Gondar, il capoluogo, sorge in una valle circondata da montagne tagliate tanto regolarmente da sembrare delle muraglie. Questo sbarramento naturale non servì comunque a fermare gli inglesi che provenivano dal Sudan. Il generale Nasi aveva organizzato la resistenza predisponendo una serie di capisaldi in un raggio di 50-80 chilometri attorno alla città: Debra Tabor, Uolchefit, Ulag, Chercher e Sella Culquaìber. Malgrado l’isolamento, Nasi era deciso a resistere, sia pure, come racconterà lui stesso, “con truppe malnutrite, male equipaggiate e quasi scalze; con poche armi automatiche in gran parte guaste, con pseudocarri armati di brevetto locale, con artiglierie vetuste e logore, con pochi mezzi di trasporto, senza aerei, con pane nero, grumoso, senza tabacco e senza notizie dei familiari”.
Per i primi mesi il generale riuscì ad amministrare con mano ferma l’isola superstite del nostro impero. Organizzando il mercato indigeno e formando squadre di cacciatori e di pescatori (nel lago Tana), trovò di che alimentare le sue truppe, garantendo una razione giornaliera individuale di 300 gr di pane, 400 di carne, 200 di pesce e verdura. La frutta era abbondante.
Isolati com’erano dalle grandi direttrici logistiche, gli italiani, salvo qualche sporadico attacco sempre respinto degli sciftà, furono per qualche tempo trascurati dagli inglesi. Ma in seguito costoro decisero di liberarsi definitivamente di quel bubbone pericoloso. Il presidio di Debra Tabor, attaccato da terra e dal cielo, cadde il 6 luglio, al termine di aspri combattimenti. Anche quello di Uolchefit, dopo avere sostenuto accaniti attacchi e sbaragliato reparti nemici, dovette arrendersi il 27 settembre, stremato da 93 incursioni aeree. Ai superstiti, i britannici concessero gli onori militari.
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L’obiettivo più importante per gli inglesi era rappresentato da Sella Culquaìber, tenuto da un battaglione di camicie nere, un battaglione coloniale e da elementi del genio e della sussistenza: 2800 uomini in tutto, ai quali si era unito successivamente un gruppo di carabinieri con militi nazionali e zaptiè libici, cui era affidato il controllo della rotabile per Gondar. Contro questo presidio la lotta fu lunga e durissima. Soltanto il 21 novembre, dopo un’incursione aerea, cui presero parte una sessantina fra caccia e bombardieri, e dopo innumerevoli e sanguinosi assalti all’arma bianca, gli italiani furono travolti e costretti alla resa. Dopo la fine dei combattimenti, gli inglesi dovettero intervenire con le armi per impedire che i guerrieri sciftà sottoponessero i prigionieri alle loro barbare consuetudini.
La caduta di Culqualber aprì al nemico la strada per Gondar. La mattina del 26 novembre 1941 la città fu investita dal fuoco delle artiglierie e dagli attacchi dal cielo. Il giorno dopo, alle 18, caduti anche gli altri capisaldi, i carri armati del generale James penetrarono in città dove venne ammainato l’ultimo tricolore che ancora sventolava in terra abissina. La campagna dell’Africa orientale italiana era veramente terminata. Ci era costata 15.000 soldati caduti, 5000 italiani e 10.000 indigeni, e 100.000 prigionieri che finirono nei campì di concentramento del Kenia e dell’India. Dopo la fine del conflitto, i civili italiani potranno continuare a vivere in Etiopia grazie alla magnanimità del negus.
Amedeo d’Aosta morì a Nairobi di tubercolosi miliare all’alba del 3 marzo 1942. Nel maggio dell’anno precedente, quando era già prigioniero di guerra, gli era stata conferita la medaglia d’oro al valore militare. La notizia, intercettata dagli inglesi, fu riferita al duca dal generale Pìatt. Il “Kaid” riuscì anche a recuperare il nastrino azzurro dell’onorificenza (pare lo abbia avuto “in prestito” da un alpino prigioniero) e volle appuntarglielo personalmente sul petto. “Per farlo dovetti salire su due gradini!” riferirà l’ufficiale inglese che era dì bassa statura. Alla cerimonia funebre, oltre a Platt e al governatore Moore, poterono assistere anche i generali italiani Nasi, Scala-Martini, Sabatini, Daodiace e Torre, compagni di prigionia di Amedeo. Ancora oggi, la salma del duca riposa nella chiesa ossario di Neyeri dove sono sepolti altri settecento italiani morti in prigionia.

Molti dei civili italiani rimasti in Etiopia anche dopo la caduta dell’impero non subirono persecuzioni e poterono continuare a vivere e a dedicarsi alle loro attività senza incontrare difficoltà alcuna. Almeno fino al 1974, quando un colpo di Stato militare detronizzò il negus e portò al potere il colonnello Menghistu, sedicente “marxista-leninista”. Il vecchio sovrano venne a lungo torturato (secondo una leggenda, per fargli rivelare “il segreto dell’Arca”; secondo un’altra leggenda, assai più realistica, per fargli rivelare il numero del suo conto corrente in Svizzera), poi fu fatto uccidere da Menghistu che, a quanto si disse, ordinò di seppellirlo sotto il pavimento del suo studio. Dopo di allora fame e miseria tornarono a regnare dovunque, tanto che oggi l’Etiopia è considerata la nazione più povera del mondo. Anche l’Eritrea fu a lungo sconvolta da una sanguinosa guerra civile e ora gode di una malcerta autonomia sotto una dittatura militare. La Somalia, invece, dopo essere stata per qualche anno amministrata dall’Italia e quindi governata dalla sopportabile dittatura di Siad Barre, è precipitata nel caos. Fallito il tentativo militare compiuto dall’ONU con l’operazione “Restore Hope” per ristabilirvi l’ordine, il paese è in balia di vari “signori della guerra”. La Somalia è attualmente considerato un “paese canaglia”, rifugio di terroristi e di avventurieri.
Nell’ex impero, il ricordo della dominazione italiana, da molti rimpianto, è ormai affidato ai pochi veterani ascari che ancora sopravvivono. Con loro la sorte non è stata benigna. A differenza degli italiani, dopo il ritorno del negus, essi furono vittime di persecuzioni, e molti di loro vennero puniti con l’applicazione della “legge della regina Taitù”, ossia l’amputazione della mano o del piede destri. Per evitarla, molti fuggirono nel Sudan, in Kenia o nello Yemen. Ex “madre” non del tutto ingrata, l’Italia si ricordò di loro nel 1950, li sottopose a un censimento comprensibilmente difficile e assegnò ai combattenti superstiti una pensione calcolata sulla base degli anni di servizio prestato e a risarcimento delle mutilazioni subite per cause di guerra (e di pace). Si trattava di somme modeste (da 5000 a 23.000 lire per i militari, da 13.000 a 46.000 per gli invalidi); tuttavia, considerate le loro condizioni di vita, per i beneficiati furono una manna dal cielo. Nel 1985, quando gli ex soldati ascari ancora in vita erano circa 10.000, il nostro ministero degli Esteri, nell’intento di liberarsi da quella pendenza che comportava indescrivibili complicazioni burocratiche, offrì loro una sostanziosa liquidazione per chiudere la partita. Ma la risposta fu un generale rifiuto. Preferirono continuare a recarsi ogni mese presso la più vicina sede diplomatica italiana per ritirare il loro sussidio, ma soprattutto per “salutare la bandiera”.
La nostra, naturalmente!

Il corredo fotografico è dedicato al design e alle innovazioni geniali del 1938, gli anni ruggenti.
LA BELLA ITALIA
Grazie per aver letto questo lavoro.
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36 pensieri su “La bella Italia XXI … e ultimo

  1. Un lavoro eccezionale, Ninni.
    Una scelta che prende e pone in risalto tutta la bellezza dell’italianità nel mondo.
    Grazie per questo saggio che riempie di conoscenza gli italiani da tavolino.
    Grazie

    Sofia

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  2. Caro Antonmaria

    Non avreste potuto concludere quest’ opera magistrale con più coerenza, come è nel Vostro Stile di Uomo Giusto, Valoroso e Coraggioso: dando voce e riscatto a chi lottò e difese fino allo stremo l’ orgoglio italiano.
    Tanti anonimi militi italiani ed indigeni che si immolarono e riuscirono a non far scadere in Dignità il popolo italiano.
    Il merito di questo Vostro lavoro storiografico, io penso, sia stato di riequilibrare la verità storica riguardo l’ epoca fascista. Chi possiede onestà, alla luce delle informazioni di indubbia veridicità qui a mano a mano riportate, non può che riconoscere che l’ entusiasmo popolare e la partecipazione patriottica così fervidi furono per leggi e provvedimenti appropriati per tutelare le esigenze ed i diritti sociali del popolo italiano.
    Il Fascismo fu uno stile di vita basato su tre precetti: Dio, Famiglia e Lavoro, valori fondamentali per una società sana e coesa che pare siano scemati parecchio in questi tempi di dura critica.
    Poi, sempre l’ obiettività, deve portare a criticare che la situazione, essendo in stato di autarchia, non aveva altri confronti alternativi ed è logico e risaputo che lo scambio di opinioni è sempre costruttivo per giungere alle soluzioni migliori.

    Anche in questo lavoro, si evincono tanto Talento, tanto Sapere, tanta Genialità impareggiabili e Moralità e Coraggio da insegnare. Bravissimo, Antonmaria.
    Grazie, con Stima Affetto e Devozione.

    Maria Silvia
    Vostra Sil

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    • Maria Silvia

      Nel 1882 il governo italiano decise di comprare dalla compagnia genovese di navigazione di Rubattino la baia di Assab, in Eritrea.
      Nel 1885 sorse la prima colonia italiana, l’Eritrea, che fu molto criticata perché si spesero moltissimi soldi per conquistare territori poverissimi e lontanissimi. Dietro al colonialismo italiano c’era un’esigenza di prestigio e il problema dell’emigrazione.
      Centinaia di migliaia di italiani emigravano all’estero in cerca di condizioni di vita migliori che non trovavano in Italia. Così il governo italiano scelse di trovare dei territori come sbocco dell’emigrazione.
      Nel 1890 venne conquistata la Somalia e nel 1911 la Libia.
      La conquista coloniale italiana fu costosa e per niente facile. Ci furono tensioni forti e sconfitte contro l’impero etiope della Abissinia.

      Corsi e ricorsi?
      Probabilmente l’Impero italiano d’Africa, o per estensione le Colonie italiane, fanno parte del patrimonio e DNA

      Grazie mia signora.
      Cordialità

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      • Sicuramente il colonialismo italiano si distinse da quello delle altre potenze, oltre per i motivi da Voi addotti, perché fu finalizzato a migliorare l’ arretratezza dei paesi conquistati e non esclusivamente allo sfruttamento delle risorse. Dovevano essere delle estensioni del territorio nazionale.
        Grazie, Antonmaria, per le puntualizzazioni utili per una più giusta comprensione.
        Un saluto affettuoso.

        Vostra Sil

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  3. Le origini della colonizzazione italiana in Africa vanno ricercate, da un lato, nel desiderio di non essere assenti dalla spartizione africana operata dalle grandi potenze, dall’altro dalla reale necessità di trovare uno sbocco alla sovrabbondanza della popolazione.
    Ma fu soprattutto lo stabilirsi del protettorato francese in Tunisia che, cancellando le speranze di una pacifica penetrazione italiana nel paese, spronò i successivi governi a una più energica azione nelle sole zone dell’Africa rimaste ancora fuori della sfera d’influenza delle maggiori potenze.

    Grazie per questo ennesimo capolavoro, caro dottore.
    Grazie davvero.

    Amedeo

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  4. Tutto bello e scritto bene.
    Ma parliamo sempre della tragica storia del colonialismo italiano in Africa.
    Ovvero: repressioni, campi di concentramento, cementificazione dei pozzi pubblici, uso di armi chimiche.

    Ciao e buona domenica

    Gab

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  5. L’Italia, nei pochi anni che ebbe a propria disposizione, costruì buoni porti, un’ottima rete stradale, ospedali, acquedotti, scuole, e inoltre incrementò le costruzioni urbane, favorendo l’inizio dell’industrializzazione.
    Le vicende belliche fecero perdere all’Italia l’Impero coloniale.
    Tutto questo va riconosciuto, ad onore del vero.
    Mi dispiace leggere, almeno qua dentro, di persone che accecate dal fanatismo pseudo comunista (ma dove sta il comunismo in certe affermazioni?) si abbandona a considerazioni trite e ritrite che tutti conoscono, giusto per il gusto di dissacrare continuamente.
    Capisco e apprezzo il lavoro, enorme e di documentazione, fatta da Ninni.
    Non capisco quando si entra qua dentro e con fare da saccenti ci si pone in alto come dei giudici senza sapere di cosa si parla.

    Un lavoro bello e spettacolare Ninni.
    Soprattutto pieno di fatti.
    Bravo e grazie.

    Babi

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  6. Le colonie avrebbero dovuto tendere progressivamente all’autosufficienza
    finanziaria.
    Occorreva quindi intraprendere la loro valorizzazione economica e per compiere ciò era necessario attirarvi i capitali privati. La Somalia fu affidata a una società commerciale.
    In questa colonia gli italiani erano poche decine e si riteneva che essa non offrisse assolutamente condizioni idonee all’emigrazione.
    Per l’Eritrea, invece, sebbene ufficialmente accantonata, ogni tanto la questione
    dell’emigrazione tornava di attualità anche perché spesso l’opposizione in Parlamento accusava il governo di mantenere delle colonie del tutto inadatte ad accogliere gli emigranti italiani che a centinaia di migliaia varcavano ogni anno l’oceano.
    La storia si ripete…

    Grazie a te Ninni.
    Condivido quanto affermato da una utente: il fanatismo on porta a nulla e qua non siamo per giudicare un modo di pensare o di agire, ma di leggere e imparare un modo intelligente di fare storia.
    Si spera il più reale possibile.
    Grazie.
    Buona domenica

    M.

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  7. Io da te ho sempre imparato, caro Ninni.
    Un pozzo di sapere, una vetrina dell’Uomo per l’uomo.
    Grazie per quest’opera monumentale, di conoscenza e saggezza.
    Buona domenica
    Ciao

    Francesco

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  8. Inizialmente i ceti dirigenti del Sud avevano contrastato la
    politica coloniale commerciale nel Mar Rosso, elaborata piuttosto negli ambienti
    economici di Milano e Genova, puntando invece all’espansione nel Nord Africa, sia
    perché le regioni del Sud avevano con esso antiche consuetudini economiche, sia
    perché avrebbe potuto accogliere un buon numero di coloni agricoli, come attestava la
    folta colonia siciliana in Tunisia.

    E così so consuma tutta la storia.
    Grazie Ninni, sei magnifico

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    • Gianluigi Top

      Grazie per l’intervento.
      mi sovviene, però, una espressione:
      “E dunque? ,,, ”
      Mi sfugge il passaggio sulla “Colonia siciliana in Tunisia”.
      Devo arguire che esisteva un Impero parallelo siciliano d’Africa?
      😀

      Ciao e grazie

      PS: ma a Milano e Genova di cosa parlavano?
      🙂

      Ciao

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  9. Una sferzata di energia che colpisce le coscienze.
    Grazie Ninni per quello che, molto generosamente, ci regali. E grazie, anche, alla donna importante della tua vita che con sagacia e proprietà di linguaggio ci fa da interfaccia tra la cultura e l’introspezione, risvegliando, in noi, tutta quella bontà di sentimenti che, dalla vostra superlativa coppia, promana..
    Grazie anche a te Maria Silvia, dunque …
    Buona giornata ragazzi

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    • Grazie a Lei, gentile Signora Raffaella.
      Nelle Sue parole avverto Sincerità del cuore, e ciò fa tanto piacere.
      Ha colto bene, con Ninni c’ è Sintonia completa.
      Solo persone col cuore pulito, come immagino Lei, sanno cogliere certe cose e felicitarsene.
      Le Sue parole le considero un bel dono. Grazie ancora.
      Buona giornata anche a Lei.

      Maria Silvia

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  10. Caro Dott. rileggo con più attenzione il Suo pregevolissimo elaborato.
    Una sorpresa in termini storiografici.
    La presenza della Sua Signora, che commenta con quella proprietà di linguaggio che la contraddistingue in classe ed eleganza, fa il resto.
    Buongiorno lady Maria Silvia
    La ringrazio per la bellezza di quest’opera che, gratuitamente e con tanta generosità, mette a servizio di chi la legge.
    Abbia la mia ammirazione più sincera.

    Amedeo

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    • Gent.mo Amedeo d’ A.

      La ringrazio per essersi espresso così favorevolmente nei miei confronti.
      Per la Stima che nutro per la Sua persona, così eminente per Sensibilità Cultura e Classe, Le Sue parole mi onorano particolarmente.
      Buona giornata anche a Lei.

      Maria Silvia

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  11. L’Etiopia va ad aggiungersi alle altre colonie che l’Italia già possiede in Africa, tutte, fino a quel momento, poco proficue: l’Eritrea e la Somalia nel Corno d’Africa, e la Libia in Africa settentrionale.
    A differenza di questi territori, l’Etiopia è, invece, ricca di risorse naturali. I tecnici italiani inviati nel paese parlano di cinquanta milioni di ettari di terra fertile subito disponibili per due milioni di possibili coloni.

    Grazie per tutto questo Milord

    Giorgia

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  12. Fra le nazioni europee l’Italia fu quella che ebbe l”impero coloniale’ forse geograficamente più ristretto ed economicamente meno produttivo. Se si esclude la Germania dal 1884 al 1918, l’Italia fu anche la potenza che mantenne possedimenti oltremare per il lasso di tempo più breve.
    Buona giornata

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  13. In Italia la conquista di territori africani (nel 1885 in Eritrea, nel 1889 in Somalia, nel 1911 in Libia e nel 1935 in Etiopia), la loro gestione (fino al 1941-1942) e tutte le esperienze ‘coloniali’ o ‘imperiali’ a essa connesse ebbero un’importanza e una risonanza così grandi che fanno del passato coloniale uno degli aspetti meno ricordati e meno studiati ma cruciale di tutta la storia nazionale unitaria.

    Grazie a lei

    VF

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  14. Un passaggio importante come importante è la storia dell’uomo.
    Un uomo e il suo ambiente.
    Quello che, nel bene o nel male, lo ha fatto crescere e vivere.
    Grazie Milord.
    Grazie a te.
    Come sempre saggezza e senso di equità ti prendono, prendendoci.
    Buongiorno

    Melissa

    PS: ho aavuto qualche difficoltà a scrivere. Credo che sia stato per dei lavori su sito.
    Buona giornata

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  15. Eccoci all’epilogo di questo lavoro immane.
    Ci hai accompagnati, prendendoci per mano, attarverso il recente passato italiano. un passato che, qualsiasi cosa si possa pensare, fa parlare ancora di se.
    Potremo aggiungere, alla nostra storia, ancora tremila anni, ma, dentro al silenzio imposto, esiste quell sottile compiacimento di cosa eravamo, cosa eravamo diventati … e in quanti ci si misro per distruggerci.
    In fin dei conti nessuno ci ha mai aiutato.
    L’italiano è bravo, ma è anche tanto cialtrone, mammone, opportunista e vigliacco.

    Oggi, i benpensanti, il popolo dei giudici e degli arroganti, gonfia le liste del “sottuttoio”.
    Provatevi voi a creare dal nulla e dare una connotazione, anche una parvenza seria, alla collettività.
    Tutti bravi a criticare:
    Comunisti in testa.

    Com’é che non ci ha mai provato nessuno a cambiare le cose?
    Basta polemica adesso.Adesso sono qua per manifestarti tutto il mio umilissimo apprezzamento per quello che hai scritto e ci hai regalato
    Grazie Ninni.
    Grazie davvero.

    Maria Luisa

    Mi piace

  16. Pulito, bello e completo.
    E’ sempre una bellezza e un intendimento speciale poter leggere tutto questo.
    sei bravo e soprattutto riesci a praticare, con un po’ di saggezza, la via pericolosissima della storia che tutti rifiutano.

    Ciao e grazie

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  17. A Roma, il centenario dell’Impero coloniale italiano della Libia è stato ignorato.
    In compenso è stato celebrato a Tripoli, l’8 ottobre scorso , dal presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil e dal ministro degli esteri Angelino Alfano.
    Quella del colonialismo italiano, ha dichiarato Jalil, fu per la Libia “un’era di sviluppo”.
    Infatti, “il colonialismo italiano portò strade e palazzi ancora oggi bellissimi a Tripoli, Derna, Bengasi; portò sviluppo agricolo, leggi giuste e processi giusti: i libici questo lo sanno benissimo”.

    “Rilettura storica” altamente apprezzata dal ministro:
    “La storia coloniale europea la conosciamo bene, anche con le sue ombre, però l’Italia ha lasciato un segno di amicizia”.
    Si tratta, a questo punto, di riscrivere i nostri libri di storia.
    L’Italia occupò la Libia con un corpo di spedizione di 100mila uomini, che viveva in una arretratezza tremenda, lo fece non per scopi espansionistici ma perché, in quanto nazione civile, voleva aprire al paese africano “un’era di sviluppo” italiano e locale.

    Grazie Ninni per tutto questo.

    Anna

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  18. Caro Milord, vi chiedo perdono: Per troppo tempo non ho commentato la vostra splendida opera ma vi assicuro che ho letto tutto. Molto lo conoscevo ma voi mi avete aperto un mondo molto più approfondito. Ho avuto così l’opportunità di riempire grandi lacune. E’ un piacere immenso leggervi. In questi mesi ho avuto il tempo proprio centellinato: presa da eventi a cui non potevo assolutamente mancare.
    Sappiate che la mia stima, amicizia e affetto è sempre quella che è figlia di anni ed anni di conoscenza.
    Grazie per questo lavoro meraviglioso.
    Spero di ricevere vostre notizie presto.

    Un sincero, amichevole abbraccio, come sempre vostra
    Giovanna

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  19. Un grazie, un profondo grazie per aver letto, commentato e prodotto argomentazioni di sicuro interesse.

    Un grazie, sentito, soprattutto agli utenti che hanno contribuito, con il loro aapere, attenzione e apporti, alla consapevolezza di quanto proposto, anche attraverso i dibattiti costruttivi fin qui svolti.
    Lieto se contribuimmo nell’instillare una presa di coscienza “sull’argomento”.
    Rammaricato se, in via del tutto involontaria, producemmo dubbi e incertezze.

    Nota a latere:
    Il presente lavoro, probabilmente, verrà edito prossimamente da Arnoldo Mondadori Editore


    Cordialità

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