Mille Aghi III: Il Primo

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IL PRIMO

— Fu un coraggioso — scrisse Alfred Case — colui che per primo assaggiò un’ostrica. E, devo aggiungere, fu un uomo a cui la società deve molto, se non che un tale debito è da ritenersi cancellato dall’attimo di rapimento che lui fu il primo a provare.
E innumerevoli altre figure epiche ci furono, pari alla sua, pionieri le cui imprese sono, come minimo, paragonabili alla scoperta del fuoco, e che sono indubbiamente superiori all’invenzione della ruota e dell’arco.
Nessuna di quelle conquiste dell’umanità però (a parte probabilmente quella dell’ostrica) avrebbe, oggi, sapore per noi, se non ci fosse stato nella storia dei primordi dell’umanità un altro grande momento, anche più sensazionale.
E questa è la storia di Bria.
Bria, accovacciato all’ingresso della caverna, fissava la pentola del montone. C’era voluta tutta una giornata di caccia per mettere le mani su quel montone. Aveva dedicato il giorno dopo a cuocerlo, mentre la sua donna teneva in ordine la caverna, badava ai bambini e nutriva il più piccolo con l’alimento che sgorgava dal suo petto, che non aveva bisogno di caccia.
Adesso l’intera famiglia era seduta in fondo alla caverna, a lamentarsi, con le pance che borbottavano per la fame, per il disgusto del cibo, e per la paura della morte che viene se non si mangia, e lui solo mangiava il montone.
La carne era filacciosa, insipida, stantia. Lui aveva le sue buone ragioni per mangiare, ma non se la sentiva di criticare i suoi. In quei sette mesi non si era mangiato altro che montone. Gli uccelli erano spariti. Negli anni passati i volatili ritornavano, ma quell’anno, sarebbero riapparsi? Tra breve, anche i pesci avrebbero dovuto risalire il fiume, ma chi sapeva se l’anno in corso sarebbe stato identico a quello passato?
E chi aveva mangiato cinghiali e conigli morti, s’era riempito di strani vermi. L’Uomo del Sole aveva detto che si commetteva peccato contro il Sole a mangiare cinghiali e conigli, e certo doveva essere vero, perché i trasgressori morivano, tutti.
Dunque o mangiare montone, o fare la fame, o montone o morte. Bria, rimasticando il suo insipido boccone, rifletteva. Lui si sforzava di mangiare quella carne, ma la sua donna, i bambini, gli altri… Ormai si contavano le costole negli adulti, e i bambini avevano gli occhi grossi e sporgenti, e il pancino gonfio, come una pietra tonda e liscia. I vecchi non raggiungevano più l’età di un tempo e anche i giovani salivano al Sole, senza esserci stati mandati da ferite causate da uomini o da fiere. Il cibo-che-non-ha-bisogno-di-caccia diventava sempre meno abbondante, e ormai Bria riusciva a vincere anche quelli che un tempo, nella lotta, erano più forti di lui.

La Tribù era con lui perché lui riusciva ancora a mangiare, e appunto perché la Tribù era con lui, lui si sforzava di mangiare. Gli pareva che il Sole stesso gli chiedesse di trovare un modo perché la Tribù potesse riprendere a nutrirsi, e tornare così alla vita.
Bria, adesso, si sentiva lo stomaco sazio, ma la sua bocca non lo era. C’era stato un tempo in cui lui si sentiva lo stomaco vuoto e la bocca fin troppo sazia. Bria si sforzò di farsi tornare in mente quel tempo.
E in quell’istante, mentre girava la lingua in bocca per ritrovare la sensazione dimenticata, ricordò, di colpo.
Era la Grande Estate, quando le acque del fiume erano basse, le sorgenti asciutte, e gli uomini si dirigevano verso la nascita e la morte del Sole a trovare l’acqua. Lui era tra quelli che avevano trovato l’acqua, ma s’era spinto troppo lontano. Aveva ormai mangiato tutta la carne secca di cinghiale che s’era portato dietro (perché allora non era peccato mangiarla) e aveva consumato tutte le frecce, ma non era ancora arrivato a casa, e aveva bisogno di mangiare. Perciò s’era messo a mangiare quella roba che cresce nella terra e di cui si cibano gli animali, e ne aveva trovata anche di buona. Un giorno aveva estratto dalla terra un bulbo, diviso in tante piccole sezioni, e ognuno di quegli spicchi gli aveva riempito la bocca d’un sapore così intenso che Bria aveva bevuto quasi tutta l’acqua che s’era portato dietro per dimostrare ai compagni di averla trovata. Solo a pensarci, adesso, risentiva quel gusto in bocca. Era un gusto buono.
Bria si mise a scavare nel suo angolo della caverna, e ritrovò il resto del bulbo che aveva portato con sé dai lontani paesi che aveva visitato. Prese uno degli spicchi di un colore bianco giallognolo, gli tolse la pelle più scura e più resistente e l’annusò. Solo a sentire l’odore, la bocca provò una sensazione di sazietà. Bria soffiò sulle braci, e quando il fuoco divampò e la pentola si mise a bollire, lasciò cadere lo spicchio pelato sul montone. Se la carne sazia lo stomaco ma non la bocca, e il bulbo viceversa sazia la bocca ma non lo stomaco, chissà che messi assieme…
Bria invocò il Sole perché il suo desiderio si avverasse, per il bene della Tribù. Poi lasciò bollire la pentola e per qualche istante non pensò a niente. Alla fine si alzò, pescò dalla marmitta un pezzo di carne, e si mise a masticarlo. Si sentì subito la bocca più sazia, e a un tratto gli venne un’altra idea.
Partì di buon passo verso lo spiazzo dove stavano le pecore e gli altri animali della tribù, e ritornò con una specie di incrostazione bianca e cristallina. La lasciò cadere nella pentola, rimescolò servendosi di un bastone, e stette a guardare, finché il cristallo bianco non si fu sciolto completamente. Allora addentò un altro boccone.
Adesso sì che si sentiva la bocca sazia. Lanciò a gran voce il richiamo che significava «mangiare». Uscì per prima la sua donna. Appena vide la solita pentola col montone si voltò per andarsene, ma lui la tenne ferma, le aprì la bocca e le cacciò dentro un pezzo della nuova carne. Lei lo guardò a lungo, in silenzio. Poi le sue mascelle si misero a lavorare freneticamente e solo quando non rimase più niente da masticare, lei a sua volta lanciò il richiamo ai suoi bambini.
Ci sono altri spiazzi da sfruttare, pensava Bria, e possiamo mandare gli uomini a raccogliere altri bulbi, laggiù dove crescono. La Tribù così potrà ricominciare a mangiare… La pentola ormai era vuota, e Bria e la sua famigliola se ne stavano seduti intorno, a leccarsi le dita.
Fame, sale e aglio si erano combinati assieme per dare all’umanità il primo chef.

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10 pensieri su “Mille Aghi III: Il Primo

  1. La morale è sempre quella: coloriamo la vita con qualcosa di più interessante.
    Vita e morte si equivalgono.
    Almeno, per quello che sta dentro a questi due momenti, rendiamo con la nostra presenza tutto più interessante.
    Grazie

    Liked by 1 persona

  2. Un racconto leggero che ha una sua allegoria.
    L’uomo delle caverne che scopre gli ingredienti per rendere sapida la vita.
    un racconto pieno di genialità e forza evocatrice.
    Grazie Ninni, sempre una letteratura bella e raffinata sia nell’esposizione, che nel suo significato più importante.

    Grazie

    Babi

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  3. Alla brevità del racconto, grazie al Tuo Talento letterario,, si contrappone l’ intensità della morale che se ne deduce, che magari è suggerimento: rendere significativo il passaggio su questa Terra per trascorrerlo con entusiasmo e soddisfazione, quindi con autostima.
    Penso l’ apatia, la rassegnazione, l’ indolenza siano tra i sentimenti più autodistruttivi dentro.
    Il mondo offre continui stimoli ed opportunità; ma non bisogna attenderli, bisogna darsi da fare per individuarli, coglierli e svilupparli. E noi , inoltre, come facenti parte di comunità, dovremmo avere nella nostra natura un individuale istinto di intraprendenza per conseguire risultati di utilità sociale. Sicuramente agire da l’ esempio e trasmette coraggio a chi nicchia.
    Grazie, Antonmaria, leggerTi è sempre arricchimento.
    Con immensa Stima e profondo Affetto,

    Maria Silvia
    Tua Sil

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  4. Leggo con tantissima attenzione, Ninni, questo secondo racconto che parla di una evoluzione del pensiero
    Ma attenzione, pur se un racconto semplice, la profondità dell’insegnamento è grande.
    Ci parli di una società arcaica, primitiva (come potrebbe essere qualsiasi realtà di povertà, retrocultura oscura e difficoltà sociale) che, grazie all’iniziativa del singolo, con gli stessi “ingredienti” utilizzati nel passato, riesce a modificare la realtà.
    Ecco che, questa illuminazione di cambiamento profondo e sostanziale, ci giunge dalla semplicità.
    Una semplicità meditata, è vero, ma pur sempre semplice.
    Ecco l’input che ci giunge dalla tua profonda saggezza.
    Forse un suggerimento verso questa società ormai allo sbando?
    Oppure, ad esempio, sulla gestione della città di Roma capitale?
    Gli strumenti li abbiamo tutti.
    Cosa aspettiamo a porre in atto la semplicità di tutto quello che abbiamo per modificare in meglio la società?

    Grazie Ninni, sei davvero prezioso.
    Con profonda stima, un caro saluto

    Loredana

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  5. Qui la forza dell’allegoria, della morale è dettata, proprio, dalla morale che copre tutto.
    la morale del procacciarsi l’alimento per vivere che, anche se fa parte della vita quotidiana, porta a fuggire dall’inutilità di una vita senza scopi e senza motivi.
    L’uomo delle caverne, però, riesce a coinvolgere direttamente tutto quello che lo interessa, famiglia compresa.
    Ecco l’evoluzione della società…

    Grazie Ninni, sei impagabile.
    Anche con una storia brevissima all’apparenza innocua.
    Grazie

    Buona serata

    Annelise

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  6. Semplicemente geniale caro dottore.
    Le lascio un saluto ammirato.
    Ce ne fossero persone come lei, un onore e vanto poter averla come amico.
    Ce ne fossero
    Buona giornata

    Vittorio

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