Bil’am ultima parte

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Gli sembrava ancora di percepire quello straordinario potere invisibile (un “campo di forza” l’aveva definito più tardi uno dei tecnici, mentre lui malediva i proiettili che avevano irrimediabilmente distrutto il congegno) che lo aveva inchiodato, completamente inerme in quell’angusto passaggio, troppo lontano dalla cupola per sperare che una pattuglia potesse soccorrerlo. Era la sua prima settimana su Marte e senza accorgersene si era allontanato troppo, godendo della leggerezza provocata dalla bassa gravità e meditando alternativamente sulla versatilità del Creatore dei pianeti e su quello storico giorno di tanto tempo prima in cui aveva tagliato fuori la più famosa delle linee difensive Tutte Americane per determinare il ribaltamento più sconvolgente mai verificatosi durante una Rose Bowl. Il touch-down di Sibiryakov si era guadagnato i titoli di testa; ma lui e Sibiryakov sapevano che cosa aveva reso possibile quel touch-down, e lui percepiva un delizioso calore interno… Era orgoglio smodato o semplice riconoscimento dei propri meriti? E poi era stato bloccato come nessuna linea difensiva era mai riuscita a fare e le ore passavano e nessuno su Marte sapeva dove fosse e quando la pattuglia era arrivata gli uomini gli avevano detto: — È stato il cappellano israelita a mandarci. — Più tardi Aronne Vaira, laconico per la prima e ultima volta, gli aveva detto semplicemente: — Sapevo che eri là. A volte mi succede.
Ora Vaira si strinse nelle spalle e con la mano aggraziata accennò un gesto di riprovazione. — Sotto il profilo scientifico, capitano, sono persuaso di avere, in alcune occasioni, una certa capacità di percezione extrasensoriale e, presumibilmente, anche un tocco di alcune altre facoltà psi. I Rinisti di Tel Aviv sono molto interessati a me; ma troppo spesso le mie facoltà si rifiutano di palesarsi in laboratorio. Comunque “operatore di miracoli” è un termine troppo forte. Mi ricordi una volta o l’altra di raccontarle la storia del rabbino di Lwow, operatore di miracoli garantito.
— Li chiami pure miracoli, li chiami percezioni extrasensoriali, lei ha un potere particolare, Vaira…
— Non avrei dovuto menzionare Giosuè — sorrise il rabbino. — Non mi starà suggerendo di tentare un miracolo per assicurarci la vittoria, vero?
— Al diavolo — sbuffò Fulcinelli. — Sono i suoi uomini. Si sono messi in testa che lei è un… un santo. Ora, voi ebrei non avete santi, giusto?
— Ecco una questione semanticamente interessante — commentò con voce quieta Aronne Vaira.
— Be’, un profeta. O come cavolo li chiamate voi. Dobbiamo fare degli uomini di quei vostri ragazzi. Iniettargli un po’ di grinta, mandarli a combattere convinti che vinceranno.
— E vinceranno? — domandò Vaira.
— Dio solo lo sa. Ma sicuro come l’oro no, se non ne saranno persuasi loro. Così, vede, dipende da lei.
— Cioè?
— Potrebbero tentare di attaccarci di sorpresa, ma personalmente non lo credo. Per come la vedo io, non sono meno stupiti e sconcertati di noi; e hanno bisogno di tempo per riflettere. Attaccheremo domani prima dell’alba; e per essere certi che voi israeliti partecipiate con il giusto spirito combattivo, lei li maledirà.
— Maledire i miei uomini?
— Potztousend Sapperment noch einmal! — L’inglese del capitano Fulcinelli era impeccabile, ma non all’altezza di una situazione come questa. — Maledire loro! Le… le cose, gli alieni, gli invasori, in qualunque maledettissimo urverdamnt modo lei voglia chiamarli!

Avrebbe potuto ricorrere a un linguaggio ben più incisivo senza offendere per questo i due religiosi. Entrambi si erano improvvisamente resi conto che il capitano faceva sul serio.
— Una maledizione formale, capitano? — chiese Aronne Vaira. — Anatema su di voi? Forse padre Smither sarà così gentile da prestarmi campana, libro e candela.
Ark Smither sembrava a disagio. — Immagino che lei abbia letto di certe cose, capitano. Ma accadevano molto, molto tempo fa.
— Non c’è nulla nella vostra religione che le vieti, vero, Vaira?
— C’è un… precedente — ammise il rabbino a bassa voce.
— In tal caso, questo è un ordine, un ordine del suo superiore. Lascio a lei l’aspetto procedurale. Sa certo meglio di me come fare. Se le serve qualcosa… Che genere di campana?
— Temo che il mio fosse uno scherzo, capitano.
— Bene, queste cose non scherzano per niente. E lei le maledirà domani mattina davanti ai suoi uomini.
— Pregherò — disse il rabbino Aronne Vaira — per avere consiglio… — Ma il capitano se n’era già andato. Si rivolse allora al suo compagno. — Ark, pregherà anche lei per me? — Le sue mani, abitualmente sempre in movimento, penzolavano inerti lungo i fianchi.
Ark Smither annuì. Cercò a tentoni il rosario mentre Vaira lasciava in silenzio la stanza.
Ora divertitevi a ipotizzare un tempo in cui due ridottissimi gruppi di uomini, una guarnigione d’avamposto semidimenticata e una minuscola flottiglia in ricognizione, trascorrono la notte a prepararsi per l’ignoto, a prepararsi per un domani che determinerà, forse, i secoli a venire di una galassia.
Due uomini stanno inserendo nel computer problemi di telemetria sperimentali.
— Quel fottuto di Fulcinelli — dice uno. — L’ho sentito mentre parlava con il nostro comandante. «Lei e i vostri uomini non avete mai capito il significato della disciplina…!»
— Prussiani — grugnisce l’altro. Ha una faccia da irlandese e l’accento americano. — Credono di possedere la Terra. Quando l’avremo fatta finita qui, scarichiamo tutti i prussiani nel Texas e vediamo come se la sbrigano. Allora ribattezzeremo quello stato Kilkenny.
— Come sei arrivato a quell’ultimo dato?… Controlla. La “disciplina di Fulcinelli” va bene per i tempi di pace… tutti belli in ordine e puliti per avere un aspetto carino in mezzo a questo nulla di sabbia rosa. Ma a che pro? I bis-bisnonni di Fulcinelli hanno perso due guerre mondiali mentre i miei creavano una nuova nazione dal niente. Chiedi un po’ agli arabi se abbiamo una disciplina. Chiedi agli inglesi…
— Ah, gli inglesi. Il mio bis-bisnonno era nell’IRA…

Due uomini stanno coordinando gli elettrodi del lanciatore di onde.
— Era già abbastanza brutto venire spediti qui in mezzo al nulla, ma avere un nanguriano mangiauova per comandante…
— E un esploratore tryldianiano a fare il primo rapporto. Che cosa dice la tua lettura…? Controlla.
— Un tryldianiano per dire una bugia e un nanguriano per trasformarla in verità — recita il primo.
— Ora, fratelli — dice l’uomo che sta regolando il micrononio sui teleobiettivi — il Buon Signore ci assicura che questi mostri sono veri. Dobbiamo congiungerci nell’amore reciproco, compresi tryldianiani e nanguriani, e spazzarli via. Il Buon Signore ci ha promesso la sua benedizione prima della battaglia…
— Il Buon Signore — sbotta il primo — può mangiarsi l’uovo da cui è sbucato.
— Il rabbino — dice un uomo intento a verificare gli elmetti a ossigeno — può prendersi la sua benedizione e ficcarla nel culo a Fulcinelli. Io non sono un ebreo nel senso che intende lui. Sono un ateo razionale e assennato che casualmente è nato in Israele.
— E io — aggiunge il suo compagno — sono un cattolico romano che crede nel Dio dei suoi padri, e di conseguenza è leale verso il Suo stato d’Israele. Chi è un ebreo per negare il Dio di Mosè? Continuare a definirlo ebreo significa pensarla come Fulcinelli.
— Loro hanno un vantaggio su di noi — riprende il primo. — Loro qui possono respirare. Questi elmetti hanno un’autonomia di tre ore. Che cosa faremo dopo? Ci affideremo alla benedizione del rabbino?
— Ho detto il Dio dei miei padri, eppure il mio bis-bisnonno la pensava come te e combatteva per la rinascita di Israele. È stato suo figlio che, come molti altri, ha capito di dover tornare a Gerusalemme in spirito e in corpo.
— Certo, abbiamo avuto il Gran Revival della religione ortodossa. E che cosa ci ha portato? Soldati che confidano più nella benedizione di un rabbino che negli ordini di un comandante.
— Molti uomini sono morti a causa di un ordine. Quanti a causa di una benedizione?
— Temo che pochi muoiano bene tra coloro che muoiono in battaglia… — legge l’uomo dalla grande epopea di Valkram sull’assedio di Tolnishri.
— …Poiché come (l’uomo sta leggendo della vigilia della battaglia di Agincourt sul suo Shakespeare in versione micro) possono caritatevolmente decidere di qualcosa quando la loro argomentazione è il sangue?
— …E se costoro non muoiono bene (così scriveva Valkram) con quanto dolore si deve della loro brutta morte incolpare il Buon Signore che li benedice in battaglia…
— E perché no? — Con un cenno delle lunghe dita, Aronne Vaira accantonò la domanda.

Il bleep (neppure lo stesso Vaira era così linguisticamente formale da definirla una jeep utilitaria) avanzava sobbalzando sulla sabbia in direzione del pendio da cui era visibile l’astronave degli invasori. Ark Smither manovrava il volante con tranquilla efficienza e non parlava.
— Ho pregato per avere consiglio stanotte — asserì il rabbino in tono quasi di difesa. — Per un po’ mi hanno assillato certi… certi strani pensieri, ma questa mattina non sembrano avere più molto senso. Dopotutto, sono un ufficiale dell’esercito e ho certi obblighi nei confronti dei miei superiori e dei miei uomini. E quando sono diventato un rabbino, un insegnante, sono stato specificamente ordinato per decidere su questioni di legge e di rituale. Questo caso rientra certamente nelle mie competenze.
L’automezzo si fermò di colpo.
— Che cosa succede, Ark?
— Niente… volevo riposare gli occhi per un minuto… Perché sei diventato un religioso, Aronne?
— E tu? Chi di noi è in grado di comprendere tutti i molteplici fattori di eredità e di ambiente che ci spingono a fare una simile scelta? Oppure, se preferisci, che fanno sì che ci sentiamo chiamati? Vent’anni fa mi sembrava l’unica strada che potessi prendere; ora… è meglio che ci muoviamo, Ark.
Il bleep si rimise in cammino.
— Una maledizione ha qualcosa di talmente melodrammatico e medievale; ma nella sostanza è forse diversa dalle preghiere per la vittoria che i cappellani recitano regolarmente? E come, immagino, fai anche tu nelle messe sul campo. Certo tutti i tuoi fedeli stanno pregando il Signore degli Eserciti di concedere loro la vittoria… e, come direbbe il capitano Fulcinelli, questo li rende dei combattenti migliori. Ti confesserò che nonostante sia un maestro della legge, non ho una spiccata fiducia nell’efficacia delle maledizioni. Non mi aspetto che l’astronave degli invasori venga annientata dal fulmine biforcuto di Jahvè. Ma i miei uomini hanno una fede esagerata in me e io sono tenuto a fare tutto il possibile per rafforzare loro il morale. Questo è quello che la legione e qualunque esercito si aspetta dai cappellani; non siamo più sacerdoti del Signore, ma sostenitori del morale delle truppe… una specie di segretari sublimati dell’Ymca. Be’, nel mio caso, sarebbe piuttosto Ymia.
Di nuovo il bleep si fermò.
— Non mi ero mai accorto che i tuoi occhi fossero così sensibili — osservò acido Vaira.
— Pensavo che desiderassi un altro po’ di tempo per pensarci su — azzardò allora Smither.
— Ci ho già pensato. Che altro ti sto dicendo? Per favore, Ark, tutto è pronto. Fulcinelli finirà con l’esplodere del tutto se entro un paio di minuti non mi sente pronunciare una maledizione in questo microfono.
In silenzio Ark Smither avviò di nuovo il motore.
— Perché sono diventato un religioso? — disse Vaira, rispondendo alla domanda di poco prima. — In realtà, il vero interrogativo è: perché io sono rimasto quando la mia poca idoneità è risultata tanto evidente? Ti confesserò, Ark, ma soltanto a te, che non possiedo l’umiltà e la pazienza che vorrei. Ho una gran voglia di qualcosa che prescinda dai banali problemi di una congregazione o di un distaccamento militare. A volte ho pensato che avrei dovuto lasciare perdere tutto e concentrarmi sulle mie facoltà psi, che queste facoltà avrebbero potuto conquistarmi l’obiettivo a cui aspiro pur senza comprenderlo. Ma sono troppo poco affidabili. Conosco la legge, amo il rituale, ma non sono un granché come rabbino e come maestro, perché…
Per la terza volta l’automezzo si fermò e Ark Smither disse: — Perché sei un santo.

Prima che Aronne Vaira potesse protestare, continuò: — Un profeta, se preferisci la definizione di Fulcinelli. Ci sono santi e profeti di ogni tipo. Ci sono quelli umili, gentili e pazienti come Francesco d’Assisi e Giobbe e Ruth o… Voi contate anche le donne? Ma ci sono anche i rivoluzionari di Dio, dotati di grande intelletto e spaventosa determinazione, i santi che hanno raggiunto la salvezza attraverso il peccato e dotati di una fiducia nelle proprie capacità che è l’esatto contrario dell’orgoglio di Lucifero, anche se forgiata nello stesso sfolgorante metallo.
— Ark…! — protestò Vaira. — Questo non è da te. Queste non sono parole tue. Non le hai imparate alla scuola parrocchiale…
Sembrò che Smither non lo udisse neppure. — Paolo, Tommaso Moro, Caterina da Siena, Agostino — recitò con voce intensa. — Elia, Ezechiele, Giuda Maccabeo, Mosè, Davide… Tu sei un profeta, Chaim. Dimentica il linguaggio razionalizzante e privo di senso dei Rinisti e riconosci da dove provengono i tuoi poteri, la forza che ti ha guidato permettendoti di salvarmi, la natura degli “strani pensieri” che ti hanno tormentato durante l’ultima veglia di preghiera. Tu sei un profeta, e non maledirai gli uomini, i figli di Dio.
Smither si accasciò sul volante. C’era silenzio a bordo dell’automezzo. Aronne Vaira si guardava le mani, come se non conoscesse il gesto adatto alla situazione.
— Signori! — Al microfono la voce del capitano Fulcinelli era perfino più rasposa del solito. — Vi dispiacerebbe darvi da fare e arrivare a quel pendio? Siamo a due minuti e venti secondi dopo lo zero!
Automaticamente Vaira premette l’interruttore e rispose: — Subito, capitano.
Ark Smither si agitò e aprì gli occhi. — Era Fulcinelli?
— Sì… ma non c’è fretta, Ark. Non capisco. Che cosa ti ha…?
— Non capisco neppure io. Mai svenuto in vita mia. Il dottore diceva che la ferita alla testa che mi sono procurato durante la partita con il Wisconsin avrebbe potuto… Ma dopo trent’anni?
Aronne Vaira sospirò. — Ora sì che parli di nuovo come il mio Ark. Ma prima…
— Perché? Ho detto qualcosa?
Ho l’impressione che ci fosse qualcosa d’importante che volevo dirti.
— Mi chiedo che cosa direbbero a Tel Aviv. Comunicazione telepatica fra menti inconsce? Esteriorizzazione di pensieri che ho paura di riconoscere a livello consapevole? Sì, hai detto qualcosa, Ark; e io sono rimasto stupefatto come certo rimase Balaam quando il suo asino gli parlò mentre era in viaggio per… Ark!

Gli occhi di Vaira erano neri e splendenti come mai prima e le sue mani si agitavano ansiose. — Ark, ricordi la storia di Balaam? Nel quarto libro di Mosè?
— I Numeri? Tutto quello che ricordo è che aveva un asino parlante. Che cos’è, un gioco di parole tra asino e Ark?
— Balaam, figlio di Beor — recitò il rabbino con quieta intensità — era un profeta di Moab. Quando gli israeliti invasero Moab, il re Balak ordinò a Balaam di maledirli. Il suo asino non si limitò a parlargli; particolare ben più importante, si impuntò e rifiutò di mettersi in viaggio finché Balaam non ebbe ascoltato il messaggio del Signore…
“Avevi ragione, Ark. Che ricordi o meno quanto hai detto, che la valutazione che hai dato di me sia verità divina o una proiezione telepatica del mio ego, in una cosa avevi ragione: questi invasori sono uomini, secondo tutti i principi di cui abbiamo discusso ieri. Inoltre sono uomini adatti a Marte; la nostra pattuglia ha riferito che si muovono nudi senza alcuna protezione contro il freddo e l’atmosfera priva di ossigeno. Mi chiedo se non avessero già provveduto a una ricognizione del pianeta prima di definirlo idoneo; a intrappolarti nel passaggio potrebbe essere stato un congegno per l’osservazione lasciato da loro, dato che non abbiamo trovato tracce di una precedente civiltà marziana.
“Marte non è per noi. Qui non possiamo condurre una vita normale; le nostre ricerche scientifiche si sono rivelate inutili, e se ci ostiniamo a mantenervi una guarnigione inutile e annoiata è solo perché il nostro ego planetario non è in grado di affrontare la realtà e rinunciare al simbolo della nostra ‘conquista dello spazio’. Ma questi altri uomini possono vivere qui, forse in modo proficuo, per la gloria di Dio e in ultimo anche per il bene del nostro mondo, permettendo a due pianeti abitati da popoli idonei di conoscersi l’un l’altro. Avevi ragione; non posso maledire degli uomini. ”
— Signori!
Rapido, Vaira allungò la mano e spense la radio. — Sei d’accordo, Ark?
— Credo… credo che dovremmo tornare indietro ora, vero, Aronne?
— Certo che no. Pensi che abbia tanta voglia di affrontare Fulcinelli? Continua a guidare. Su, fino alla cresta del pendio. Ancora non ricordi come finisce la storia di Balaam? Non si limitò a rifiutarsi di maledire i suoi uguali, figli di Dio. Non-Balaam.
— Lui li benedì.
Ark Smither ricordava. E ricordava anche dell’altro. L’ago del fonografo era risalito attraverso i solchi della registrazione biblica fino al trentunesimo capitolo dei Numeri, con il suo breve epilogo alla storia di Balaam:
Così Mosè convocò un gruppo di uomini sufficiente a scatenare la vendetta del Signore sui Medianiti… E tutti i maschi furono uccisi, i capi della tribù… e anche Balaam, figlio di Beor, passarono a fil di spada.
Guardò il viso teso di Aronne Vaira, dove esultanza e rassegnazione si mescolavano così come dev’essere sul viso di un uomo che ha scoperto finalmente il disegno ultimo della sua esistenza, e comprese che anche Aronne era andato con il pensiero al trentunesimo capitolo.
E in tutta la Bibbia non una parola su quello che accadde all’asino, pensò Ark Smither, e diresse la jeep su per il pendio.

BIL’AM
Grazie per aver letto questa storia
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9 pensieri su “Bil’am ultima parte

  1. Un racconto difficile, ma l’aiuto alla comprensione, Antonmaria, lo fornisci nella parte conclusiva.
    La trasposizione, geniale, nel futuro di una storia tratta dalla Bibbia, al Libro dei Numeri. Che poi, è tacito, la Storia è un ciclico ripetersi di storie/fatti in cui i concetti legati all’ Uomo rimangono immutabili. Importanti , tra i tanti, quelli di Giustizia e Coerenza, dei quali Balaam, nei primordi, e Bal’Im, nel futuro, ne sono tutori contravvenendo, nello specifico, a re Moab, il primo, e a Fulcinelli, il secondo, all’ ordine di maledire i combattenti per un superstizioso effetto di sprone. Hanno, invece, fatto il contrario e, benedicendoli, hanno riconosciuto la loro dignità di uomini: gli uomini sono uomini tutti allo stesso modo ed ognuno deve compiere il disegno della propria esistenza.

    Lodevole, come sempre, il Tuo impegno di remare contro l’ andazzo di questi tempi che vorrebbe far scadere certi valori importanti per una società più equa e serena, tra i quali Giustizia, Coerenza, Umanità.
    Grazie, col più ampio significato.

    Maria Silvia
    Tua Sil

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  2. u brano che parla di etica.
    Quell’etica che divrebbe riempire il cuore degli uomini e che,invece, rimane relegata nelle intenzioni e nelle aspettative di un racconto bellissimo, dalla profondità che disarma.
    Voglio sottolineare, a tal punto, il commento di Maria Silvia (che saluto) che rispecchia, pienamente, quanto avrei voluto scrivere.
    Un caro saluto e buona giornata

    Annelise

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  3. La bellezza è tutta nel resoconto introspettico/ sociale della decisione di Aronne.
    Il parallellismo ci sta (la sua cultura, caro dottore, è veramente profonda).
    Una soddisfazione che non cederà mai il passo alla bellezza stilistica, pure dominante.
    Buona giornata

    VF

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  4. Tutta la bellezza è data dalla complessità di questo racconto che, iperrealistico, rende perfettamente l’idea del “nulla si crea e nulla si distrugge”.
    Il tuo parallelismo è eccezionale anche a distanza di trentuno secoli e in situazioni particolari.
    Bravo bravissimo Ninni.
    Un brano non facile e di sicura qualità.
    Grazie a te milord

    Anna

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