Mille Aghi III: Mordono

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Mordono

Non c’era sentiero, ma solo roccia scoscesa. Pochi metri di roccia frastagliata, interrotta qua e là da ciuffi di salvia che crescevano stenti sul terreno arido. Poi ancora protuberanze, sporgenze dentellate di pietra nuda, dalle quali talora sporgevano infidi cespugli spinosi, striminziti, che non offrivano alcun appiglio. Bisognava fare affidamento soltanto sui propri muscoli e sul proprio senso dell’equilibrio.
La salvia era di un monotono color verde, e altrettanto monotono era il colore bruno della roccia. L’unico colore vivo era, qua e là, quello delle coste rosee di un cactus.
Tony Lorenz si inerpicò fino all’ultima cima. Aveva una forma curiosa, somigliava a una fortezza di lillipuziani, una Gibilterra di pigmei. Lorenz si accomodò sulle mura merlate di quella fortezza e afferrò il binocolo.
La vallata deserta si stendeva ai suoi piedi: il piccolo gruppo di edifici che costituiva l’Oasi, il misero ciuffo di palme che dava nome alla cittadina e riparo alla tenda e alla capanna che Lorenz si stava costruendo, l’autostrada dal tracciato diritto che finiva nel nulla, le strade brunite dall’uso che delimitavano gli erigendi quartieri di un ottimistico progetto.
Ma Lorenz non guardò nulla di tutto questo. Il suo binocolo era puntato, oltre l’oasi e la cittadina, sul lago asciutto. Distingueva benissimo gli alianti, e gli uomini in uniforme che vi si affaccendavano intorno li individuava con la stessa chiarezza e precisione che se fossero formiche sotto una lente d’ingrandimento. La scuola di volo a vela sembrava più attiva del solito. Un aliante, nuovo per Lorenz, sembrava attirasse particolarmente l’attenzione delle formiche. Vi si avvicinavano, lo esaminavano e poi si voltavano a fare confronti con gli altri alianti più vecchi.
Soltanto con l’angolo dell’occhio sinistro Lorenz trascurava il nuovo aliante. In quell’angolo si rifletteva l’immagine di qualcosa di piccolo, sottile e bruno di colore, come il terreno. Troppo grosso per essere un coniglio, e troppo piccolo per essere un uomo. Aveva attraversato rapidamente il campo visivo, e Lorenz – subito dopo – aveva trovato difficile dedicarsi di nuovo agli alianti.
Abbassò il binocolo e si guardò intorno, deciso. La cima dominava la cresta rocciosa, sottile e piatta. Nulla si muoveva. Nulla spiccava tra la salvia e la roccia, tranne la rosea fioritura di un cactus. Sollevò di nuovo il binocolo e riprese le sue osservazioni. Allorché ebbe terminato, ne annotò accuratamente i risultati su un taccuino nero.
La sua mano era ancora bianca: d’inverno, il deserto è freddo e spesso senza sole. Ma era una mano salda, e bene addestrata, come i suoi occhi, capace di riportare esattamente sulla carta le misure e le dimensioni che quelli avevano accuratamente registrato.
Una volta sola la sua mano esitò, e fu costretto a cancellare e a rifare, creando in tal modo una macchia che gli dispiacque. La cosa sottile e bruna era passata di nuovo nell’angolo estremo del suo campo visivo. Avrebbe giurato che puntava verso l’estremità orientale, dove si ergeva una cresta rocciosa simile alla spina dorsale di uno stegosauro.
Solo quando ebbe terminato le annotazioni, concesse uno sfogo alla propria curiosità, e anche allora con una punta di cinico rimprovero verso se stesso. Era fisicamente esausto – uno stato insolito per lui – sia per quella scalata quotidiana, sia per il lavoro di sgombero del terreno per la sua capanna. I muscoli dell’occhio giocano a volte strani scherzi. Non era possibile che ci fosse qualcosa dietro la spina dorsale dello stegosauro.
Non c’era nulla, infatti. Nulla di vivo, in movimento. Soltanto la carcassa lacerata e spennacchiata di un uccello, che qualche animaletto carnivoro doveva aver straziato, senza finirla.
Ma a metà del fianco della collina – collina secondo la terminologia occidentale, ché dovunque, di là dalle Rocky Mountains, sarebbe stata invece considerata una montagna di dimensioni notevoli – Lorenz di nuovo ebbe l’impressione di vedere qualcuno che si muoveva.

Questa volta però non era uno scherzo dei suoi occhi stanchi. Non era una figura piccola, e nemmeno sottile o bruna. Era alta, massiccia, e portava una giacca da boscaiolo chiassosa, rossa e nera. Gridò: — Lorenz! — con voce vigorosa e allegra.
Lorenz gli si avvicinò. — Salve! — disse. Poi tacque; ma subito aggiunse: — Temo che sia in vantaggio. Non la conosco.
L’uomo scoppiò in una gran risata. — Non mi conosce? Be’, dieci anni direi che sono un mucchio di tempo, e il deserto della California non è la stessa cosa dei campi di riso della Cina. Come vanno gli affari? Sempre alle prese con i Segreti della Vendita?
Lorenz fece il disperato tentativo di non reagire al colpo, tuttavia non poté impedirselo. — Chiedo scusa. La sua tenuta da esploratore mi ha ingannato. Lieto di rivederla, Daniel.
Gli occhi dell’uomo s’erano rimpiccioliti. — Oh, solo un piccolo scherzo. — Sorrise. — Naturalmente lei non ha alcun motivo veramente serio per dedicarsi a queste ascensioni nei dintorni di una scuola di volo a vela, vero? E il binocolo che adopera le serve solamente per osservare gli uccellini.
— Sono qui per motivi di salute. — La voce di Lorenz suonò falsa anche a lui stesso.
— Certo, certo. È sempre stato in giro per motivi di salute. E ora che ci penso, in questi ultimi tempi anche la mia salute non è più buona come nel passato. Mi sono costruito una capanna nei dintorni, in un posto solitario, e di quando in quando mi dedico a qualche ricerca mineraria. Sa che le dico, Lorenz? Ho la sensazione che proprio oggi abbia trovato un buon filone.
— Sciocchezze, vecchio mio. Come vede…
— Certo non mi va di raccontare ai militari che vanno laggiù al campo di volo le vecchie storie che conosco sulla Cina e sugli uomini che vi ho conosciuto. Non piacerebbero affatto, quelle storie. Ma se mi capitasse di bere qualche bicchiere in più e di diventare un po’ loquace…
— Sa che le dico? — lo interruppe Lorenz, brusco. — Il sole sta per tramontare, e la mia tenda è troppo fredda per le visite serali. Perché non fa un salto da me domani mattina? Potremo parlare dei vecchi tempi. Le piace sempre il rum?
— Certo. Ma è diventato un po’ costoso, sa…
— Me ne procurerò un po’. Troverà facilmente la mia tenda. È laggiù, vicino all’oasi. E… e forse potremo anche parlare un po’ delle sue ricerche.
Lorenz stringeva le labbra, quando iniziò la discesa.
Il barista aprì una bottiglia di birra e la depose sul banco tra i circoli umidi. — Venti cents — disse, poi aggiunse, ripensandoci:
— Vuole un bicchiere? A volte i turisti lo vogliono.
Lorenz gettò un’occhiata agli altri clienti seduti al banco – un vecchio dagli occhi iniettati e la barba incolta, un sergente d’aviazione che beveva con aria infelice una Coca-Cola (l’ora per la vendita di alcoolici alla truppa era passata da un pezzo) e un giovanotto, che indossava un impermeabile lungo e sporco, la pipa in bocca e una barba scura cresciuta da poco e non vide bicchieri. — Credo che non farò il turista — decise.
Era la prima volta che Lorenz capitava al Bar-Giochi del Deserto. Era bene farsi vedere in giro di quando in quando, altrimenti la gente avrebbe cominciato a chiedersi: — Chi è quell’uomo che vive solo all’oasi? Perché non lo si vede mai?

Il bar era tranquillo, quella sera. C’erano solo i quattro uomini seduti al banco, due militari che giocavano al biliardo e una mezza dozzina di indigeni intorno alla tavola rotonda del poker, tutti intenti a spellare un imprenditore edile che sembrava più attento alla birra che stava bevendo che alle carte che aveva davanti.
— È di passaggio? — domandò il barista, socievole.
Lorenz scosse il capo. — Sono venuto a stabilirmi qui. Quando mi hanno congedato per via dei polmoni, ho deciso di far qualcosa. Mi hanno parlato tanto bene del vostro clima, che ho pensato valesse la pena tentare.
— Certamente — asserì il barista. — Prima che aprissero quella scuola di volo a vela, qui nel deserto ci venivano solo per ragioni di salute. Anch’io avevo la sinusite, e mi guardi adesso. È l’aria.
Lorenz, che respirava quell’aria impregnata dell’odore stantio delle sigarette e del lezzo della birra inacidita, non sorrise. — Io mi aspetto miracoli.
— Li avrà. Dove si è stabilito?
— Da quella parte. L’agente di vendita l’ha chiamato “il posto dei Carker”.
Lorenz avvertì il silenzio d’attesa che si era creato e aggrottò le sopracciglia. Il giovanotto con la barba lo guardava imbambolato, il vecchio lo fissava invece con un barlume di pietà negli occhi iniettati e umidi. Per un attimo, Lorenz sentì un brivido, che non dipendeva affatto dal freddo della notte nel deserto.
Il vecchio attaccò la birra a rapidi sorsi, poi corrugò la fronte come fosse sul punto di dire qualcosa. Infine si asciugò le labbra screpolate e chiese: — Non intende stabilirsi nella casa di mattoni, vero?
— No. Ormai è in rovina. Più facile costruire una capanna che tentare di rimettere a posto la casa. Per ora ho una tenda.
— Allora va bene. Ma cerchi di non andare a frugare nella casa.
— Non credo che mi interessi. Ma, del resto, perché no? Un’altra birra?
Il vecchio scosse il capo, riluttante, e scivolò giù dallo sgabello e fece per andarsene. — No, grazie. Veramente non so se…
— Sicuro?
— Sicuro. Grazie lo stesso. — Si voltò e si avviò all’uscita.
Lorenz sorrise. — Perché mai dovrei star lontano da quella casa? — gli gridò dietro.

Per tutta risposta il vecchio emise un brontolio.
— Come ha detto?
— Mordono — disse il vecchio, e uscì rabbrividendo nella notte.
Il barista era ritornato al suo posto. — Sono contento che non abbia accettato la birra che gli ha offerto — disse. — La sera, a quest’ora, devo sempre smettere di servirgli da bere. Una volta tanto, ha avuto il buon senso di andarsene.
Lorenz spinse avanti la bottiglia vuota. — Spero di non averlo spaventato.
— Spaventato? Be’, signore, credo proprio che sia quello che ha fatto. Il vecchio non ha voluto una birra che provenisse, per così dire, dal posto dei Carker. Sa, a volte questi vecchi stabiliti qui da tempo sono strani.
Lorenz ghignò: — Spiriti?
— Non direi. Non ne ho mai sentito parlare. — Asciugò il banco con uno straccio, quasi che insieme alle macchie di birra volesse cancellare anche quell’argomento.
Il sergente di aviazione spinse avanti la bottiglia di Coca-Cola, si frugò in tasca alla ricerca di qualche moneta e si diresse verso il flipper. Il giovanotto con la barba prese posto sullo sgabello che il soldato aveva lasciato libero. — Spero che il vecchio Jake non l’abbia turbata — disse.
Lorenz rise. — Immagino che ogni città abbia la sua casa abbandonata con una tradizione terrificante. Ma qui le cose mi sembrano un poco diverse. Non ci sono spiriti, ma mordono. Ne sa qualcosa, lei?
— Più o meno — rispose il giovanotto, assorto. — Più o meno. Tanto quanto basta a…

Lorenz s’incuriosì. — Beva una birra con me e mi racconti quello che sa.
Il sergente d’aviazione lanciò una bestemmia contro la macchina elettrica.
Il giovanotto succhiò la birra attraverso la barba. — Sa — cominciò poi — il deserto è così vasto, eppure non ci si sente soli. Non ci ha mai fatto caso? C’è il vuoto assoluto, non si vede nulla, eppure c’è sempre qualcosa che si muove, ma che non si distingue. Qualcosa di sottile, bruno; ma ad aguzzar la vista non è mai dove lo si cerca. Ci ha mai fatto caso?
— Gli occhi stanchi… — cominciò Lorenz.
— Certo, certo. Ognuno ha la propria spiegazione. Non c’è tribù indiana che non sappia fornirne una. Poi nel ventesimo secolo sono arrivati i bianchi e il fatto è stato spiegato con la stanchezza del nervo oculare. Ma nel secolo diciannovesimo le cose erano un po’ diverse, e c’erano i Carker.
— C’è forse una leggenda locale?
— Chiamiamola così. Ma in un angolo della mente si raccolgono i fatti, così come passano rapide in un angolo degli occhi quelle cose sottili e brune. Però le inquadri nella realtà: non le sembreranno più tanto spaventose. Questo è quel che si chiama l’Inizio della Leggenda. La Fantasia Popolare in Azione. Metta insieme i Carker e quelle cose che non riesce a distinguere perfettamente: vedrà che mordono.
Lorenz cominciò a domandarsi da quanto tempo la birra avesse gorgogliato giù per quella barba.
— Chi erano i Carker? — chiese, con garbo.
— Mai sentito parlare di Sawney Bean, Scozia, regno di Giacomo I o forse IV? E, in tempi più vicini a noi, dei Bender, Kansas City, 1870 e giù di lì? No? Non ha mai sentito nominare Procuste? O Polifemo? … Sono orchi, sa; e non appartengono alla leggenda, ma alla realtà. La locanda dove su dieci ospiti solo nove ripartivano; il rifugio in montagna che riparava i viandanti dalla neve e che li custodiva per tutto l’inverno, finché in primavera, allo sciogliersi delle nevi, si ritrovavano le loro ossa; le strade deserte percorse da molti solo a metà, in Europa come qui da noi, prima che le comunicazioni fossero sicure e frequenti come adesso. Erano affari che rendevano.
Ma non interessava soltanto il guadagno.

Fine prima parte

5 pensieri su “Mille Aghi III: Mordono

  1. Questa, la prima parte di un racconto che, a mano a mano che si legge, prende i contorni di un giallo molto singolare, in linea con la genialità del Suo creatore.
    È di rara bellezza ed efficacia la descrizione minuziosa delle scene e degli elementi che sollecitano la curiosità di chi legge, la cui ambiguità, già da questa prima parte, fa ipotizzare che costituiscano, nella seconda ed ultima parte, le chiavi dei misteri da svelare. C’ è una casa dalla quale si dovrebbe stare lontani per le dicerie del paese, che appartenne, i Carker, a persone il cui ricordo ammutolisce e fa scappare chiunque li senta nominare. C’ è quello che potrebbe nascondersi dietro un fatuo effetto ottico che fa vedere qualcosa di indefinibile che si muove, scappando, in un luogo ove nulla dovrebbe esserci o transitare. E ancora, una scuola di volo impiantata in un posto improbabile; un luogo che, prima che ciò accadesse, aveva nell’ aria elementi medicamentosi per la salute. E poi, ci sarebbe da domandarsi, dal momento che ne parla poco convinto lui stesso quando conversa con Daniel, che altro motivo ci sia celato, dietro quello terapeutico, che ha spinto Lorenz a recarsi là. Evidentemente vuole spiegare le tante cose sinistre che ci sono in quel luogo, ma, al momento, non è dato comprendere da dove è nato questo proponimento.

    È sempre piacevole e gratificante leggerTi, Antonmaria. Estraniare il lettore da tutt’ intorno affinché si cali nelle situazioni che narri e descrivi, Ti riesce benissimo. Come pure, nel caso presente, di creare suspense e impazienza di leggere il seguito.
    Grazie per questi bei momenti.
    Con immensa Stima e profondo Affetto,

    Maria Silvia
    Tua Sil

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  2. Un esercizio dei stile che prende dentro e fa riflettere.
    Abbiamo tutte le misure di un “metro” che ci da la lunghezza esatta del pensiero.
    Un thriller che mette in luce le doti di uno scrittore, ampiamente affermato, quale tu sei. Concordo con la signora Maria Silvia circa l’analisi del e di periodo.
    Ci sono ingredienti per tenerci incollati a questa bellissima lettura. Mi chiedo: ma come fai? Anzi, lo so proprio come fai, il fatto è che rimango, sempre, stupita dalla tua prolificità e inventiva che, mista a tantissimo ingegno, ci regala momenti di letteratura profonda.
    Mi accodo, allora, nell’attesa della seconda parte.
    Non farci attendere di più però.
    Ciao e buona giornata.
    Un caro saluto

    Babi

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