Noi … III

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“Bene, se siete pronte vi accompagno all’appartamento. Il resto delle vostre cose non è ancora stato consegnato, ci sono stati dei problemi tecnici ma ci hanno assicurato che nel giro di qualche giorno arriveranno”.
Lorenzo si avviò versò un’Audi posteggiata vicino al marciapiede e Cora lo seguì. Era tutta ancheggi e svolazzare di ciglia. Probabilmente lo avrebbe seguito ovunque perché, detto tra noi, la nostra guida era davvero un bel pezzo di ragazzo. Questo pensiero però, doveva rimanere assolutamente segreto, segregato nelle più profonde e remote regioni del mio cervello, perché se Anthy avesse subodorato un minimo d’interesse per quel marcantonio tutto muscoli e sorrisi, sarebbe letteralmente impazzito. Trattenni fra i denti una risata e mi voltai verso il mio fidanzato. Lo osservai attentamente, non c’era gara, lui per me era la quintessenza della perfezione e nessuno, sottolineo nessuno, avrebbe mai potuto prendere il suo posto nei miei pensieri.
Anthy mi percorse da capo a piedi con uno degli sguardi più roventi che avessi mai provato e il mio corpo fremette. Le sue mani erano nascoste nelle tasche dei pantaloni, la camicia leggermente aperta e aveva sul volto un’espressione che avrebbe fatto evaporare anche il Perito Moreno. Allungai le dita e lui le afferrò, sfilando il palmo dalla tasca.
“Vogliamo andare?”
“Dobbiamo per forza salire in macchina con quel tipo?”
Le sue labbra si incresparono assumendo un’espressione infastidita.
“Amore, per favore, sarebbe scortese rifiutare, Lorenzo è stato mandato qui dal professor De Sanctis, non posso far finta di niente e andarmene per conto mio, non è carino”.
Grugnì continuando ad arricciare le labbra. “Okay, ma non esiste che tu stia in un appartamento, almeno finché io sarò qui. Ti voglio nel mio letto, sia ben chiaro!”
Forse era stato a causa del tono con cui lo aveva detto, o forse per la sua espressione contrariata, fatto sta che morivo dalla voglia di entrare in quel letto.
“Okay” risposi e lui si rilassò.
Il tragitto dall’aeroporto all’appartamento durò più di un’ora. Cora si era posizionata sul sedile davanti ed era completamente concentrata sul nostro accompagnatore mentre io continuavo a guardare fuori dal finestrino con la bocca spalancata. Roma era una città enorme in cui convivevao passato e presente. Come tutte le grandi metropoli dell’antichità era dotata del magico fascino della storia e io mi ero persa, smarrita ed immersa nelle mie fantasie.
Quella che oggi era una strada trafficata circondata da palazzi lussuosi, qualche migliaio di anni prima era stata percorsa da altri uomini. Uomini diversi da noi, che parlavano un’altra lingua, che avevano un’altra cultura ed erano stati in grado di lasciarsi dietro un patrimonio tanto immenso. Di quelle persone non c’era più traccia, ma ciò che avevano costruito, era rimasto indenne al passare del tempo, indenne alle guerre e alle calamità naturali. Era rimasto e oggi era patrimonio dell’intera umanità.
Mi sentivo terribilmente emozionata di fronte a tutto questo, di fronte al fatto che il mio lavoro avrebbe fissato sulla carta qualcosa di indelebile e incancellabile. Scrivere non era solo riempire le pagine di un libro. Scrivere voleva dire lasciare qualcosa di concreto, di tangibile. Qualcosa che tra dieci, venti, o cinquant’anni, qualcuno avrebbe potuto ancora toccare con mano.
“Sei molto silenziosa”.
Anthy mi sfiorò la mano giocherellando con l’anello.
“Stavo pensando”.
“Questo lo avevo capito, amore”.

Sorrisi quando le sue dita scivolarono fra le mie, si muoveva lentamente, avanti e indietro, incastrandosi alla perfezione in quello spazio che sembrava essere stato creato apposta. Adoravo quando mi sfiorava in quel modo, il suo tocco era delicato, leggero, eppure riusciva a riverberarsi ovunque. C’erano angoli di me stessa talmente infimi da essere quasi irraggiungibili, eppure lui arrivava a toccarli. Anthy smuoveva ogni volta un’armata di emozioni che si scontravano in un corpo a corpo e io non potevo fare a meno di esserne travolta.
Quando l’auto si fermò, ero così abituata a quel contatto da sentirne subito la mancanza. Lo guardai spaesata e lui sorrise.
“Anch’io non vorrei mai smettere di stringerti, se è questo quello che stavi pensando”, sussurrò sommessamente, “quindi sbrigati a sistemare le tue cose perché non vedo l’ora di trascorrere un po’ di tempo da solo con te, sono più di due settimane che non bacio la tua pelle, Susan, sto impazzendo”.
Urgenza. Questo era quello che traspariva dalle sue parole e forse, anche le farfalle che svolazzavano nel mio stomaco avvertivano lo stesso bisogno impellente.
“Va bene, ma Cora? Non posso abbandonarla qui da sola, non conosce nessuno”.
“C’è mister bellimbusto a prendersi cura di lei, non ha detto che era qui per esaudire ogni vostro desiderio?”
“Ma questo che c’entra?” mormorai tra i denti.
“C’entra, amore, tu desideri venire via con me e la tua amica desidera uscire con lui, come vedi è perfetta come soluzione”.
Scossi la testa e aprii lo sportello. Eravamo fermi davanti a un palazzo d’angolo fra due strade, riparati all’ombra di un grande tiglio. Faceva caldo. Caldo in modo quasi soffocante. L’aria era così infuocata che le strisce bianche sull’asfalto sembravano tremolare. Mi passai una mano sulla fronte e sollevai lo sguardo verso quella che sarebbe diventata la mia nuova casa per i prossimi mesi.
Sei file di finestre scure si susseguivano dal basso verso l’alto. La facciata dell’edificio era divisa in due, due i colori, due gli stili. Quindici solchi paralleli attraversavano la parte inferiore, sembravano lunghe cicatrici permanenti nel giallo ocra della tinteggiatura. Il massiccio cornicione di travertino la separava da quella superiore tutta intonaco rosa, fregi e candide cornici.
“Eccoci arrivati”.
Lorenzo aprì il portabagagli in cui avevamo riposto i nostri trolley. Cora si precipitò ad aiutarlo ma lui glielo impedì.
“Lascia, faccio io”, disse sollevando le due valigie, “trasportare pesi non è sicuramente il compito di due signorine e per di più siete sotto la mia responsabilità”.
Lui sorrise e lei si sciolse.

L’unico che sembrava essere contrariato era Anthy e non mi sorpresi affatto, quando gli sfilò il mio trolley di mano.
“Grazie per il tuo prezioso aiuto, ma noi abbiamo una suite in centro quindi, se permetti, Susan verrà via con me”.
“Ah, okay” esclamò l’altro leggermente sorpreso.
“Anzi, se non ti dispiace, vorrei chiamare un taxi e andare subito in albergo a farmi una doccia, qui si muore di caldo e noi siamo reduci da dieci ore di volo, non so se mi spiego”.
La nostra guida annuì e non appena Anthy accese il telefono fu investito da una raffica di bip. Gli erano stati recapitati una quantità incredibile di messaggi uno dietro l’altro. Mi sporsi, gli occhi affilati pronti a sbirciare l’origine di quell’assalto acustico e lui sorrise. “Sono di mia sorella, tesoro, ho dimenticato di chiamarla arrivati all’aeroporto e sarà sul fuoco probabilmente”.
Il nostro accompagnatore nel frattempo, tirò fuori un mazzo di chiavi dalla tasca e senza badare a nessuno iniziò ad armeggiare con la serratura. Uno. Due. Forse tre tentativi prima che riuscisse ad infilare quella giusta. Cora gli si avvicinò con passo leggiadro, accompagnato da vesti fruscianti e riccioli svolazzanti. “Lorenzo, tu… beh insomma… hai qualche programma per la giornata?”
Lui si voltò appena, quel tanto che bastava per mostrare il profilo perfetto, la mascella squadrata e un accenno di sorriso.
“Lo so che siamo appena arrivate e che il viaggio è stato lungo ma… vorrei fare un giro per Roma, in fondo sono solo le cinque del pomeriggio e io ho dormito un sacco in aereo, ho praticamente viaggiato da sola… non che questo c’entri qualcosa”, sospirò, “comunque mi piacerebbe ecco, sempre che tu non abbia altri impegni, perché beh, in quel caso, non vorrei disturbare”.
La mia collega aveva colto al volo l’occasione. Lui non si scompose, sfoderò il suo sorriso più accattivante e dopo essere finalmente riuscito ad aprire il portone le rispose. “Nessun impegno, e anche se l’avessi avuto, non avrei mai lasciato una signorina tutta sola in una città sconosciuta”.
La splendente chiostra di denti tornò a fare capolino e Anthy roteò gli occhi in aria scuotendo la testa.
“Amore, puoi scusarmi solo un minuto? Devo richiamare Gemma”.
Armeggiò col telefono e si fece da parte.

9 pensieri su “Noi … III

  1. Il capitolo tre è sicuramente un capitolo di transizione,
    Usato per legare e collegare l’incipit degli avvenimenti allo svolgimento vero e proprio. Non oso pensare al prossimo capitolo che dovrebbe portarci dentro la storia.
    Grazie.
    Molto elegante con una descrittività degli animi, molto ponderata.
    Utilizzare il punto di vista della donna fa comprendere quanto, voi Milord, siate un esperto conoscitore dell’animo umano.
    Grazie davvero

    Micaela

    "Mi piace"

  2. Davvero originale, e se vogliamo simpaticamente corretta, l’ alternanza nei capitoli dei soggetti replicanti.
    Dopo Anthy, innamoratissimo gelosissimo e simpaticissimo, è la volta della sua Amata Susan, non meno innamoratissima, anch’ ella è appagatamente consapevole che un’ altra congeniale metà per sé
    non potrebbe mai esistere. E come tutte le matrici che riuniscono le metà, anche quella di Anthy e Susan è indissolubile.
    Infatti, Antonmaria, come è nel Vostro talento scrittorio e genio straordinario, i gesti le parole e gli ammiccamenti sono magistralmente resi verosimilmente a chi legge, quali indici di intesa esclusiva e perfetta (tra i tanti, l’ incastro delle dita delle mani. Che sì, di quello perfetto, si ha inequivocabile percezione). Un passo di questo terzo capitolo lo esprime bene “C’ erano angoli di me stessa talmente infimi da essere quasi irraggiungibili, eppure lui arrivava a toccarli”: sta tutto in questo, ‘riconoscersi’.

    Come solleticate Voi, Caro Kren, la curiosità, centellinando i capitoli dei Vostri romanzi…
    attendo impaziente i prossimi.
    Sempre grazie.
    Con immensa Stima e profondo Affetto

    Maria Silvia
    Vostra Sil

    Piace a 1 persona

  3. Un capitolo che, genialmente, è resoconto dietro il profilo femminile.
    Una genialità che paga.
    Infatti saranno, circa, 50 minuti che provo di scriverti un.commento e per 50 minuti mi ha cancellato tutto. Avevo scritto un commentone e invece …
    Quello che, comunque volevo esprimerti, l’ho indicato in breve.
    Un capitolo spiritoso e soprattutto empaticamente vero.
    Bravo.
    Ovviamente aspetto, con tantissimo interesse, il capitolo numero 4.
    Mi ha incuriosito tantissimo.
    Ti auguro una splendida serata (con la mia speranza che, questo volta mi pubblichi il commento).

    Babi

    "Mi piace"

  4. Un gran bel capitolo. Certo che inserire, nel romanzo, anche il punto di vista di lei è intrigante molto.
    Non avevo mai letto un romanzo così.
    Sembra di essere nella testa dei protagonisti.
    A quando il prossimo?
    Che muoio dalla voglia di sapere come continua …
    Buongiorno Milord

    "Mi piace"

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