Noi … VII

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“Rispondi! Rispondi, accidenti!”
Il telefono continuava a squillare a vuoto ma io avevo bisogno di parlarle, avevo bisogno di un consiglio. “Ollie, dannazione, che diavolo stai facendo?”
Camminavo avanti e indietro sul terrazzo, il telefono premuto all’orecchio e una mano fra i capelli.
Uno squillo. Un altro squillo. Nessuna risposta.
“Che si fa in questi casi?”
Era quello che continuavo a domandarmi da due giorni. Quella frase mi risuonava nella testa, e di conseguenza, erano le una di notte e non dormivo da 48 ore.
“Ollie, dove diavolo sei quando ho bisogno di te?!”
Scossi la testa. Stavo per riagganciare quando una voce impastata rispose al telefono. “Susan?”
“Oddio ti ringrazio! Che stavi facendo?”
“Si dà il caso che qui sia ancora mattina, stavo dormendo. È stata una nottataccia…”
“Che è successo?”
“Niente di che, tranquilla, ma tu invece? Sembri sull’orlo di una crisi di nervi”.
“Ollie, ho bisogno di un consiglio”.
“Di che si tratta? Devo preoccuparmi?”
“Forse…”

Sprofondai sulla poltrona del terrazzo e mi raggomitolai su me stessa. Le gambe piegate e la testa infilata tra le ginocchia.
“Mi stai facendo agitare! Che è successo?”
“Beh, noi… insomma noi abbiamo…”
Non sapevo come dirglielo, ero abbastanza a disagio a parlare di quella faccenda e anche per quello avevo aspettato tanto prima di decidermi.
“Susan, parla!”
“È successa una cosa mentre stavamo facendo… insomma abbiamo combinato un guaio, diciamo…”
Ollie rimase in silenzio per qualche minuto. La sentii armeggiare con qualcosa e inspirare a fondo. “Ollie?”
“Aspetta un attimo. Un secondo soltanto”.
La sua voce mi arrivava alterata, come se si stesse muovendo o facendo le scale.
“Eccomi! Sono scesa di sotto. Questo discorso richiede una certa privacy”.
Solo allora mi resi conto che probabilmente era in compagnia. Accidenti! Non solo era con qualcuno, ma sicuramente c’era mio fratello nel suo letto.
“Vuoi che ti richiami?”
“Stai scherzando? Non pensarci nemmeno e spiegami che è successo”.

Le mie dita continuavano a giocherellare nervose con le ciocche di capelli. “Lo abbiamo fatto senza precauzioni e lui…”
“Cazzo!”
“Già, cazzo!”
Riuscivo quasi ad immaginarla mentre si stringeva il labbro inferiore tra i denti. “Che faccio adesso, Ollie?”
“Sei sicura che lui…”
“Sicurissima”, sospirai.
“Va bene, stai calma. Quando hai avuto il ciclo l’ultima volta?”
“Non lo so. Non me lo ricordo e la mia agenda è sepolta in qualche scatolone in viaggio verso Roma. Oddio, Ollie, che faccio adesso?!”
“Ci sono poche opzioni, devi prendere la pillola del giorno dopo”.
“Una pillola?”
“Esattamente, è un metodo d’urgenza ma la devi assumere entro e non oltre settantadue ore”.
“Quando sembri un medico mi spaventi, lo sai?”
“Ti rammento che io sono un medico!”
“Quindi tu dici che sia possibile? Voglio dire pensi che potrei…”

“Non sono io a pensarlo, tesoro, è la natura delle cose, prendi un uomo, una donna, li accoppi e dopo nove mesi arriva la cicogna”.
“Non sei divertente, lo sai?”
Perché avevo deciso di chiamarla? Non mi stava aiutando per niente.
“A parte gli scherzi, se vuoi stare assolutamente tranquilla devi prendere la pillola, non c’è nessun’altra soluzione, ma lo devi fare subito, più tempo passa, più l’efficacia diminuisce”.
“E se io non volessi prendere questa pillola?”
“Allora devi incrociare le dita e sperare che i suoi spermatozoi non abbiano incontrato nessuno lungo la strada”.
“Non sei divertente, lo sai?” la redarguii e lei per tutta risposta sospirò.
“Ma quante probabilità ci sono? Voglio dire, quant’è reale il rischio?”
“Susan, queste sono cose soggettive e io non faccio il ginecologo. Comunque, statisticamente, si parla del venti, venticinque per cento, ma tieni conto che ci sono donne che provano per anni a rimanere incinte e non ci riescono mentre altre, ci rimangono al primo colpo. Io, se fossi in te, non rischierei a meno che…”
“A meno che?”
“A meno che tu non voglia un figlio. Anthy che dice?”
“È preoccupato, molto preoccupato. A dire la verità credo che il solo pensiero lo terrorizzi”.
“Allora ti consiglio di parlarne con lui con calma, decidete insieme cosa fare, ma ricordati, hai solo settantadue ore di tempo”.
“Okay”.

“Tienimi informata e… tesoro?”
“Sì?”
“Pensa bene a ciò che fai, intesi?”
“Intesi”.
Salutai Ollie e rimasi a contemplare il cielo mentre le ore scorrevano inesorabili. Erano già passati più di due giorni, dovevo decidere in fretta cosa fare.
Quando le prime luci del mattino fecero capolino dalle finestre spalancai gli occhi. Avevo dormito pochissimo. Era stato già difficile prendere sonno nei giorni precedenti a causa del jet leg, ma dopo la chiacchierata con Ollie, mi vorticavano in testa così tanti pensieri da tenermi completamente sveglia.
Avevo preso una decisione.
Lei aveva ragione, l’unica soluzione era prendere questa maledetta pillola. Uscii di soppiatto e mi feci indicare una farmacia.
Non c’era niente di male in quello che stavo per fare. Niente di male.
Me lo stavo ripetendo da dieci minuti, a ogni passo sconnesso sui sampietrini, a ogni respiro affrettato. Si trattava di una precauzione d’emergenza, non stavo uccidendo nessuno o forse… sì?
Entrai nella farmacia con lo sguardo basso. Non riuscivo a distogliere gli occhi dal pavimento. Mi sentivo in colpa, tremendamente in colpa. Quando il mio numero apparve su display mi avviai verso al bancone. La dottoressa di mezza età che stava dall’altro lato mi sorrise.
“Come posso aiutarla?”
Tentennai un istante rifuggendo al suo sguardo. Mi ero inchiodata sul piano di pietra del bancone, una bellissima tonalità verde striata di nero.
“Signorina?”

Trattenni il respiro e poi buttai fuori le parole tutte in un colpo.
“Avrei bisogno della pillola del giorno dopo”.
La mia voce era poco più di un sussurro. La dottoressa mi guardò seria e si avviò verso la parete in fondo. Spalancò un cassetto, tirò fuori una scatoletta e poi tornò da me.
“Sa che questo contraccettivo va preso entro un certo numero di ore dal rapporto?”
La guardai sconcertata mentre lei impacchettava la confezione in una carta bianca dalle scritte verdi.
“Sì…sì lo so”, balbettai.
“Bene, perché le tempistiche sono essenziali se non vuole che il farmaco perda efficacia”.
“La ringrazio”, mormorai porgendole la carta e infilando il pacchetto nella borsa.
“Grazie a lei”, disse consegnandomi lo scontrino e la mia visa. Non appena fui fuori mi sembrò di portare un enorme peso sulle spalle. Iniziai a camminare. Un passo dietro l’altro. Alla deriva. Non sapevo né dove stessi andando, né se la direzione che avevo preso fosse corretta.
Non riuscivo a smettere di camminare.
Potevo essere incinta.
Potevo prendere una pillola che con ogni probabilità avrebbe risolto tutti i miei problemi. Potevo far finta che non fosse mai accaduto niente di tutto questo e tornare a vivere la mia vita, oppure… potevo portarmi dietro il rimorso di aver potenzialmente tolto di mezzo il nostro bambino.
Stavo vaneggiando. Non c’era nessun bambino.
Nessun bambino.
Mi ripetevo che la pillola in questione era un inibitore dell’ovulazione, quindi non era lo stesso che abortire. Abortire non era contemplato, non lo avrei mai fatto.
Oddio! Stavo impazzendo.
Camminavo e riflettevo. Camminavo e continuavo a chiedermi che sarebbe successo dopo. Come mi sarei sentita dopo aver… fatto quello che andava fatto. Anthy, probabilmente ne sarebbe stato sollevato, gli avrei tolto un peso dallo stomaco.
Mi facevano male le gambe. Sentivo la testa scoppiare e non sapevo come diavolo tornare indietro.

Dove diavolo si era cacciata?
La stavo chiamando da oltre un’ora ma il telefono era costantemente staccato.
Dove accidenti era andata da sola?
Erano quasi tre ore che camminavo in circolo come un leone chiuso in gabbia, non c’era niente che potessi fare. Non avevo la più pallida idea di dove fosse.
Dopo l’ennesimo giro tra quelle quattro pareti ebbi un’illuminazione, forse era da Cora, magari dovevano vedersi e per qualche assurdo motivo aveva evitato di dirmelo. Cominciai a scorrere la rubrica. Non appena individuai il numero partì la chiamata.
“Anthy?”
“Ciao Cora, scusa se ti disturbo ma volevo chiederti se Susan era lì con te”.
“Susan? No, non l’ho vista perché? È successo qualcosa?”
Sospirai socchiudendo le palpebre e la mia mano si infilò rapida tra i capelli.
Dove diavolo era andata?
Lei, come era immaginabile, iniziò a riversarmi addosso una valanga di domande ma non ne ascoltai nemmeno una. Avevo smesso di prestarle attenzione quasi subito. Parole. Parole. I suoi blateramenti erano suoni disarticolati e senza alcun senso in quel momento.
Dove diavolo era finita?
Il rumore della serratura che scattava attirò immediatamente la mia attenzione. Camminai a rapide falcate verso l’ingresso della suite e la vidi. Era pallida, stravolta.

“Cora, scusa se ti ho disturbato è tutto apposto, Susan è appena rientrata”.
Feci appena in tempo a sentire un “meno male”, che gettai il telefono sul divano. “Dove sei stata? Mi hai fatto preoccupare da morire”.
Mi avvicinai osservandola attentamente. La piega grave della bocca, lo sguardo tormentato. “Amore, stai bene?”
“Sì, sto bene, ero uscita a fare due passi”.
Entrò nella stanza e come se volesse evitarmi si avviò verso il bagno. “Sei sicura di stare bene?”
“Sicurissima, ho solo bisogno di farmi una doccia, fa molto caldo fuori e ho camminato parecchio”.
Entrò in bagno senza posare nemmeno la borsa e si richiuse la porta alle spalle.
Era tutto molto strano. Troppo strano.
Ripresi a camminare avanti e indietro. Avanti e indietro.
Che diavolo era successo esattamente?
Mi avvicinai alla porta. L’acqua scorreva nella doccia ma non si avvertiva nessun altro suono. Passarono cinque minuti. Dieci minuti. Quindici minuti, ma lei non usciva dal bagno. Mi stavo agitando e parecchio.
“Susan, va tutto bene lì dentro?”
“Sì, tutto bene”, mugugnò con una voce completamente innaturale. Non andava bene per niente. Proprio per niente. Aprii la porta ed entrai in bagno. Era seduta sul water e stringeva tra le mani un blister arancione con una pastiglia al centro.
“Che cos’hai lì? Che è quella roba?”
“Una pillola”, asserì.
Una pillola?

“Dai qui!”, dissi strappandogliela dalle mani. “Perché la vuoi prendere? Stai male per caso?”
“No, questo è… è…”
“Cosa?”
“Un contraccettivo d’emergenza”.
Una pugnalata dritta alla bocca dello stomaco.
“D’emergenza…” ripetei senza fiato.
“Sì, dopo quello che è successo l’altro giorno… Ollie dice che se prendo questa entro settantadue ore…”
Cazzo! La pressione sanguigna si era improvvisamente azzerata. “Se prendi questa, cosa? Cosa succede se la prendi?”
“Non corriamo rischi. Credevo che potesse essere la scelta migliore anche per te”.
Ora ero veramente paralizzato. Come poteva pensare sul serio una cosa del genere? Per me? Io… Cazzo!
“Non voglio che prendi questa schifezza!”
“Ma tu hai detto…”
“Che? Che ho detto?”

“Che era stato un errore imperdonabile”, sospirò, “e probabilmente hai ragione, voglio dire… una gravidanza potrebbe essere un problema”.
Sei un coglione, Anthy, un coglione del cazzo!
Come facevo a spiegarle che non era affatto un problema? Che in realtà, l’idea di un figlio non era così folle come potesse sembrare? Eravamo adulti e in fin dei conti volevo sposarla, perché avrebbe dovuto essere un errore?
Stringevo tra le mani quel pezzo di plastica colorato come se lo volessi stritolare. Lo avrei incenerito con il semplice sguardo se solo avessi potuto. Me lo infilai in tasca e mi posizionai davanti al lei.
“Dimentica quello che ho detto”, sospirai chinandomi ad afferrarle il viso tra le mani. “Ero preoccupato per la tua reazione, non per me. Ero preoccupato per te, per come avresti reagito”.
I suoi occhi vibravano, erano incapaci di rallentare quel movimento che inesorabilmente sarebbe sfociato in lacrime. Odiavo vederla piangere. Odiavo che fosse triste a causa mia.
“Amore, cosa vuoi fare tu? Non pensare né a me, né a nessun altro, tu cosa vuoi?”
Abbassò lo sguardo a terra e una minuscola stilla rotolò sulla sua guancia. “Non lo so, io…” singhiozzò, “io non so che fare…”
Mi cercavano. I suoi occhi cercavano i miei. Si aggrappavano a quello che provavo a farle capire senza parlare.
Una. Due. Tre gocce sapide le solcarono il viso. Le raccolsi una dopo l’altra col pollice mentre la mia mano si infilava tra i suoi capelli.
“Vieni qui”.
L’attirai a me e la strinsi così forte da diventare una cosa sola. Non volevo interrompere quell’abbraccio, non volevo separami da lei e non lo feci. Non lo feci nemmeno quando mi ritrovai seduto sul pavimento, la schiena appoggiata alle piastrelle della parete e lei sopra di me.
La lasciai piangere silenziosamente. Le lasciai sfogare tutto ciò che si teneva dentro continuando ad accarezzarle i capelli, a cullarla dolcemente aspettando. Aspettai che si calmasse, che i suoi respiri diventassero regolari, e che lei tornasse lì con me.

Rimase in silenzio per diverso tempo le palpebre socchiuse e quelle due pozze azzurre che apparivano ogni tanto. Volevo dirle un milione di cose, ma non riuscivo a pronunciare nemmeno una parola, poi però, mi sfiorò la mascella con l’indice e le mie pupille rotearono immediatamente verso la sua mano. Proseguirono lungo il braccio e risalirono fino agli occhi. “Voglio aspettare”, sussurrò.
“Aspettare?”
“Sì, aspettiamo”. Mi percorse il contorno delle labbra con un dito e abbozzò un sorriso. “Puoi credermi, se ti dico che ho una paura tremenda di stravolgere completamente le nostre vite, ma non posso vivere con questo rimorso. E poi potrebbe anche non essere successo niente, giusto?”
Io annuii e lei continuò.
“Abbiamo alcuni giorni prima che tu riparta e li voglio trascorrere serenamente, senza rimuginare di continuo su tutto questo, anzi, giurami che non ne parleremo più finché non sarà il momento. Facciamo finta che non sia mai successo, dimentichiamocene per favore. Quanto abbiamo? Settimane? Giorni? Allora usiamoli per noi come avremmo fatto se non fosse successa questa cosa, voglio andare in giro per Roma mano nella mano, chiedere informazioni come fanno i turisti, scattare foto a ogni oggetto che si muove. Voglio fare l’amore con te fino a perdere i sensi, e se alla fine ci troveremo di fronte a… a questa cosa, la affronteremo. Lo faremo insieme, che ne dici?”
“Hai ragione”, sospirai scostandole i capelli dal viso, “non parliamone più, aspettiamo e vediamo che succede”.
Lei annuì e io mi persi sulle sue labbra. Fu un bacio lento, delicato. Un bacio che diceva più di tanti discorsi. Un bacio con cui le raccontai cose che non riuscivo a esprimere a parole ma che sentivo. Sentivo vivide e reali. Le sentivo dentro, fino alle ossa, fino ai più infimi recessi della mia anima rattoppata.
“Ti amo”, sussurrai.
Lei sorrise, ed era la cosa più bella che avessi mai visto.

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8 pensieri su “Noi … VII

  1. Un capitolo decisamente ottimo e pieno di spunti riflessivi.
    Viviamo in una società che bada a vivere la propria vita dimenticando quale sia il vero fondamento: la famiglia.
    Scatta la preoccupazione della pillola del giorno dopo.
    Pareri contrastanti …
    Grazie Milord per questo ulteriore saggio.
    Rimango in attesa del prossimo capitolo: questa storia mi ha preso.
    Una diretta sulla vita “immediata”.
    Buona giornata

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  2. leggo con tantissima attenzione anche questo capitolo che è pieno di umanità pulsante.
    Il principio rimane sempre quello: si vive il momento.
    Infatti se si potesse vivere analizzando quello che si prova (come esperimento della vita) sapremmo noi camminare sulla strada dei rimedi “degli errori commessi?” Oppure staremmo attenti, a monte del problema?
    Domande che, angosciose, ci portano in una dimensione immediata, istintiva, animale.
    Di cosa si nutre un rapporto? Della routine del quotidiano, oppure c’è altro?
    Grazie per questo nuovo capitolo pieno della “nostra società attuale”.
    Grazie davvero.
    Buongiorno

    Theresa Elizabeth
    Fm Washington

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  3. Un capitolo che si divora, nel senso che le dinamiche circostanziali ed emozionali dei due soggetti protagonisti appassionano perché sono rapportabili a situazioni verosimili di coppie moderne appena fidanzate.
    Gli animi inquieti, qui per motivi diversi, dell’ uno e dell’ altra sono resi perfettamente e, probabilmente, come me i lettori sono portati ad immedesimarsi nella circostanza occorsa ad Anthy e Susan ed a pensare come si comporterebbero secondo la propria morale.
    Mi stavo già dispiacendo per la decisione triste, sicuramente contraria alle mie concezioni, a cui Susan era approdata dopo il colloquio con l’ amica Ollie, per poi condannare l’ unilateralità della scelta.
    “Odiavo vederla piangere. Odiavo che fosse triste a causa mia”…in queste espressioni, l’ autenticità dell’ Amore si rivela tutta: il bene e la serenità dell’ altro divengono priorità assoluta su tutto. Che poi, dalla serenità dell’ altro, dipende la propria.
    È straordinaria quanto meravigliosa l’ immagine di Anthy che consola Susan senza aver bisogno di parole. I silenzi, in certe circostanze sono più eloquenti delle parole, quando c’ è la complicità e la vicendevole intuizione dell’ Amore autentico.
    Bellissimo il finale di questo capitolo. Parole che diventano immagini, che a loro volta trasmettono emozioni, che rendono benissimo l’ intensità del Sentimento che lega i due protagonisti.
    Che siate Speciale, Caro Kren, lo si percepisce in qualunque cosa di cui scriviate.
    Il mio ‘grazie’ per il piacere di leggerVi, Vi possa esprimere tanto.

    Maria Silvia
    Vostra Sil

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  4. Una lettura ottima milor.
    (Scrivo questo commentino dopo averne scritto uno chilometrico ma che mi ha mangiato. Difficile a caricare il vostro sito milord. Sembra che sia pieno)

    buona giornata

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