Noi … XIX

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La situazione mi era sfuggita di mano. Ero in piedi con le braccia spalancate cercando di interrompere quello che tra breve sarebbe diventato uno scontro fisico. Anthy era fuori di sé, urlava come un forsennato e non mi era mai capitato di vederlo così, nemmeno quando aveva fatto a pugni con Al.
“Amore, calmati per favore”.
“No! Non sono io che devo calmarmi, è lui che deve andarsene!”
Fece un altro passo e dovetti faticare per impedirgli di afferrarlo. “Vattene o ti sbatto fuori io!”
“Questa è casa mia, figliolo, non puoi sbattermi fuori da casa mia”.
“Come cazzo mi hai chiamato?! Io non sono tuo figlio, ficcatelo bene in testa, non lo sono più! E adesso, o te ne vai tu, o ce ne andiamo noi. A te la scelta”.
“Ti ho già detto che non ti permetterò di andare da nessuna parte, almeno non prima di averti spiegato come stanno le cose!”
Era tutto inutile, quei due erano entrambi così cocciuti che probabilmente sarebbero arrivati alle mani. Erano identici, assolutamente identici. Stesso temperamento burrascoso, stesso atteggiamento strafottente e stessa fisionomia. Osservavo mister Raineri senior e vedevo davanti a me una versione più adulta del mio Anthy.
I capelli un tempo corvini erano punteggiati da striature biancastre, la bocca era piena, circondata da un sottile accenno di barba proprio come quella di suo figlio, ma la cosa sconvolgente, ciò che mi lasciava interdetta all’inverosimile, erano i suoi occhi.

Credevo che in vita mia ne avrei incontrati solo un paio come quelli: neri, intensi e sconvolgenti; invece non era così, suo padre aveva lo stesso sguardo fiero, la stessa colorazione dell’iride, le stesse ciglia ricurve. L’unica cosa che faceva la differenza erano le rughe espressive che gli circondavano i lati delle palpebre. Ne aveva diverse e risaltavano ancora di più a causa dell’abbronzatura intensa.
“Che diavolo vuoi spiegare? Cosa? Cosa?!?” strillò. “Vuoi forse spiegarmi come sei stato bene senza di noi? Quanto sei felice nella tua vita del cazzo? Beh risparmiami queste stronzate! Susan, prendi le tue cose, ce ne andiamo!”
Scaraventò il trolley sul letto e iniziò a ficcarci dentro ogni oggetto che gli capitasse a tiro compresi i miei vestiti appesi nell’armadio.
“Che cazzo credevate? Che portandomi qui mi avreste convinto a perdonarti? Che facendomi conoscere la dolce mogliettina avrei smesso di odiarti? Stronzate! Ti odio più di prima, se è possibile!”
Era inarrestabile, qualunque cosa si frapponesse sul suo tragitto veniva lanciato dall’altro lato della stanza. Dovevo intervenire, prima che la sua irrazionalità prendesse il sopravvento.
“Amore, fermati un istante per favore…”
“Non ti ci mettere anche tu, Susan. Stanne fuori. Questa cosa riguarda me e lui”.
“Vuoi ascoltarmi dannazione?”
Lo afferrai per un braccio obbligandolo a fermarsi. “So che sei furioso, ma io credo che per il bene di tutti sia meglio parlarne. Siediti su questo letto e ascolta quello che tuo padre vuole dirti”.
“Non chiamarlo in quel modo! Lui…”
“Per favore, Anthy, fallo per me”, lo implorai guardandolo dritto negli occhi, cercando di infondergli il coraggio che gli mancava. Dovevo convincerlo ad ascoltarmi. Contrasse la mascella inspirando due o tre volte. Il suo torace scolpito si sollevò convulsamente ma i suoi occhi seguitarono a rimanere incollati ai miei. Mi prese per mano e intrecciò le nostre dita.
“Va bene”, sibilò, “ma lo faccio solo per te, sia ben chiaro”.

Si voltò verso suo padre e lo fulminò con uno sguardo prima di trascinarmi sul letto vicino a lui.
“Che cosa stai aspettando? Sono tutto orecchi. Dimmi quello che devi e poi lasciami in pace!”
Mister Raineri senior mi scoccò un sorriso di approvazione, sapeva che ero riuscita dove chiunque altro avrebbe fallito e di questo, credo che mi fosse immensamente grato.
“Quello che ti sto per raccontare, Anthy, è la pura verità, per cui lasciami finire prima di aggredirmi come hai fatto finora, se poi deciderai di non volermi più vedere, accetterò la tua decisione senza ribattere”.
Anthy fece una smorfia bofonchiando tra sé e sé e abbozzò un sorriso sarcastico.
“Procedi pure, non ti interromperò, spero solo che tu finisca in fretta in modo da poter andare via di qui il prima possibile”.
Andrew Raineri afferrò una sedia con la mano e si sedette davanti a noi. Rimase in silenzio per qualche minuto e poi, si passò entrambe le mani tra i capelli. Quel gesto mi fece sorridere, avevano perfino lo stesso modo di gesticolare. Non appena lo sentii schiarirsi la voce mi resi conto che era finalmente arrivato il momento della verità.
“Quando avevo la tua età”, iniziò, “c’era solo una cosa di cui mi preoccupassi davvero, riuscire a costruirmi una posizione.
Volevo essere qualcuno, realizzare qualcosa nella vita. Dopo aver finito il college avevo investito tutto quello che mi ero duramente guadagnato in un progetto, volevo realizzare il mio sogno, creare qualcosa che mi rendesse una persona influente e rispettabile, ma non va sempre tutto come speriamo”.
Si alzò in piedi e iniziò a camminare.
“Io ero uno sconosciuto, Anthy, ero un figlio di nessuno e nonostante tutti i miei sforzi, ero certo che le cose non sarebbero mai decollate. Chi avrebbe voluto mettersi in affari con un giovane signor nessuno senza una posizione?”

Scosse la testa e proseguì. “La mia era una famiglia di umili origini, ero figlio di due immigrati che avevano inseguito il sogno americano. Lo avevano inseguito per lungo e per largo, ma la fortuna non è per tutti e alla fine mio padre era diventato un vagabondo, mentre mia madre si era spezzata in quattro per farmi studiare. Quando conobbi Margaret però, tutto assunse un’altra prospettiva…”
Anthy si mosse e la sua mano aumentò la presa sulla mia. Mister Raineri abbozzò un pallido sorriso, come se stesse ricordando un momento piacevole e poi riprese a parlare.
”Era la fine di giugno, una giornata calda, l’ideale per un party in giardino. Quella sera volevo giocarmi il tutto per tutto, così mi imbucai ad una festa pur non essendo stato invitato. Non si trattava di un evento qualunque, quella era la mia unica occasione per avvicinare un uomo, o meglio l’uomo, che avrebbe potuto risolvere tutti i miei problemi.
Avevo appena iniziato a farmi strada nel mondo degli affari e tenevo bene in mente il mio obiettivo, tu figliolo, sai meglio di me che non c’è niente di peggio di un uomo determinato con un obiettivo da raggiungere”.
Lui sorrise e Anthy si irrigidì ancora.
“Avevo pianificato ogni cosa, un discorso convincente, una presenza impeccabile, tutto, ma quello che non avevo calcolato… era lei.
La prima cosa che attirò la mia attenzione fu lo sguardo estasiato di decine di ragazzi. Osservavano le scale esterne con le bocche spalancate, uno assestò una gomitata nelle costole del suo compare e sul loro volto apparve un sorriso compiaciuto. Seguii la direzione di quegli sguardi, più per curiosità che per altro. Quando mi voltai però, fui folgorato.
Verdi, intensi, due degli occhi più belli che avessi mai visto erano incollati ai miei. Appoggiai il bicchiere sul tavolo e continuai ad osservarla da lontano.
Stavo cercando di intrattenere conversazioni di lavoro ma quello sguardo continuava a cercarmi, a incantarmi. Ignorai per tutta la sera il desiderio di avvicinarla, ero lì per affari non per trovarmi una fidanzata. A un certo punto della serata però, incrociai ancora i suoi occhi maliziosi, mi stava provocando, invitando a seguirla e io cedetti. Cedetti e la raggiunsi in un angolo appartato del giardino. Iniziammo a parlare e da allora in avanti tutta la mia vita cambiò”.
Mister Raineri si era fermato di fronte alla finestra, le mani aggrappate al davanzale e lo sguardo perso tra colline e vigneti.
“Alla fine di quella sera, scoprii che Margaret non era solo una bellissima ragazza, lei era la figlia di uno degli uomini più influenti di San Francisco. Sorat De Sangre era a capo di un impero, aveva conoscenze influenti, era ammanicato nella politica ad altri livelli e qualsiasi cosa si muovesse, lo faceva solo con il suo permesso. Lui era il mio uomo e sua figlia, poteva essere un piacevole mezzo per arrivarci”.

Anthy digrignò i denti. Mi girai a guardarlo, osservai l’ombra scura che gli ricopriva il viso e la giugulare che pulsava ritmicamente sul collo. Stava per esplodere e non appena fece per dire qualcosa, gli sfiorai il braccio con la mano libera. Si voltò verso di me, il pomo di Adamo che saliva e scendeva e una smorfia contrariata che gli contraeva la bocca.
“Lascialo finire”, sussurrai e lui roteò le pupille verso il pavimento mentre suo padre continuava a raccontare.
“Dopo quel primo incontro ne seguirono altri, iniziammo una specie di storia più o meno clandestina e nel giro di qualche mese, mi ritrovai in piedi davanti a un altare. Tua madre era incinta, ma ti giuro che non era stato premeditato se è questo che ti stai chiedendo, non ho cercato di incastrarla deliberatamente”.
“Sì, come no! Queste cose accadono sempre per caso”, ribatté esacerbato.
“Tra di noi c’era un sentimento, Anthy, era qualcosa di travolgente, una passione indescrivibile e forse, lo scambiai per amore. Non sempre si ha la fortuna di incontrare la persona giusta al primo tentativo, figliolo”.
Pronunciò quella frase guardandomi attentamente. Anthy reagì in modo quasi immediato. Sentii le sue dita serrarsi intorno alla mia mano e il suo corpo farsi sempre più vicino.
“Vada avanti, mister Raineri, che successe dopo?”
Lui mi sorrise debolmente e poi riprese a parlare.
“Dopo il matrimonio ero diventato parte integrante della famiglia De Sangre, un bel salto di qualità”, sospirò. “Da giovane spiantato senza un soldo, mi ero ritrovato a essere il genero dell’uomo più potente della città. Non c’erano più porte che mi venissero chiuse, nessun ostacolo ad arrestare la mia ascesa, riuscivo a ottenere qualsiasi cosa e ben presto, anche tuo nonno si rese conto del mio potenziale.

Dopo la tua nascita, fondai la DLR Ltd, quella compagnia che ho gestito come se fosse una mia creatura era destinata a te da sempre, sapevo che prima o poi tu saresti stato il mio successore, eri il mio erede, il mio primo figlio maschio…”
“Peccato che uno non ti bastasse”, sibilò caustico, ma suo padre lo ignorò e riprese a raccontare.
“Dopo alcuni anni di matrimonio avevo finalmente raggiunto la posizione che agognavo, ero un uomo rispettabile, avevo una moglie che molti mi invidiavano e un figlio che adoravo, tuttavia mi sentivo irrequieto, nervoso, come se avvertissi che tutto quello che avevo realizzato stesse per implodere da un momento all’altro. Inevitabilmente.
Nel frattempo tua madre aveva iniziato la sua carriera nell’ufficio del procuratore Hopkins ma lei voleva di più. Tuo nonno le aveva aperto molte porte ma probabilmente, ci sarebbe arrivata anche da sola. Margaret non era il tipo di donna che si lasciasse scoraggiare, lei era un comandante in capo proprio come suo padre. Quegli anni segnarono la sua ascesa e l’inizio della nostra fine”.
Mister Raineri si voltò lentamente e ci guardò entrambi con attenzione.
“Non è facile mantenere unito qualcosa che si sta sgretolando”, sospirò. “Dopo la morte di tuo nonno le cose iniziarono a precipitare. Margaret assunse il comando negli affari di famiglia, si fece strada nella politica prendendo il posto di suo padre e si trasformò in un’altra donna. Era sempre fuori casa, distante, inarrivabile. Fu allora che iniziammo a litigare. Trascorrevamo il poco tempo che avevamo a insultarci a vicenda. Ero esasperato, Anthy, la mia vita era alla deriva e non sapevo come rimettere a posto le cose”.
“Allora hai pensato bene di costruirne una perfetta da un’altra parte, abile mossa, complimenti!”
“Non giudicare quello che non conosci, tu non sai niente!”
“Allora parla, che aspetti? Illuminami”.
La tensione era palpabile, sentivo la mano del mio fidanzato fremere nella mia e i suoi muscoli contrarsi. Suo padre mi studiò attentamente, era uno sguardo carico di comprensione.
“Che cosa hai provato quando hai incontrato la tua fidanzata, figliolo?”

Vidi la sua bocca spalancarsi in un’enorme O prima di richiudersi in una linea sottile. “Che cazzo c’entra? Questi non sono affari tuoi, lei non ha niente a che vedere con te!”
“Invece c’entra eccome. Tu la guardi come se ti mancasse l’aria, ti aggrappi a lei come se fosse il tuo unico appiglio. Non riusciresti a starle lontano nemmeno se volessi e quando trovi qualcosa del genere, qualcuno del genere, non hai scelta.
Siamo esseri umani, Anthy, non possiamo dire al nostro cuore per chi correre e per chi rallentare. Noi non possiamo farlo. Dobbiamo prendere quello che viene e lasciare che chi amiamo, ci dia la possibilità di correre e di rallentare insieme a lei”.
“Bel discorsetto complimenti!” ringhiò alzandosi in piedi. “Se questo era un modo per dirmi che ti sei innamorato e hai preferito lasciarci per stare con lei, beh, hai sbagliato tattica. Mia madre sarà pure una rompipalle seriale, ma lei, noi, non meritavamo il modo in cui ci hai abbandonato!”
“Non è così, dannazione! Io non ho abbandonato nessuno, è stata tua madre a cacciarmi, Anthy, io non me ne sarei mai andato”.
Quello fu il colpo di grazia. L’espressione sconcertata fu ben presto soppiantata dal livore. Anthy era furente. Vedevo la rabbia pulsargli nelle arterie, la tensione aggredirgli i muscoli e l’odio accecargli la mente.
“Tu sei pazzo! Sei un fottuto bugiardo!”
Gli si scagliò addosso afferrandolo per il colletto della camicia. Suo padre era premuto contro il muro e lui gli ringhiava contro. “Come ti permetti di insultare mia madre! Lei ti amava e tu l’hai tradita, hai avuto un altro figlio mentre stavi con lei! Ti rendi conto di quello che cazzo dici?”
“Fammi spiegare…” ansimò.
“Che cazzo vuoi spiegare? Credi davvero che continuerò a sentire le tue stronzate? Vaffanculo! Hai capito? Vaffanculo!”

Lo lasciò di colpo e il suo corpo si accasciò contro il muro. “Susan, andiamo. Non voglio rimanere qui un minuto di più”.
Ero pietrificata. Non sapevo che fare ma in quel momento era ovvio che avevo solo un’opzione, seguirlo. Mi prese per mano e si avventò sulla maniglia della porta.
“Anthy, aspetta… io non lo sapevo. Ti giuro che non sapevo che Bianca fosse incinta, che noi… avessimo un figlio”.
Si fermò. Lo sguardo incagliato sulla porta di legno massello mentre mi stringeva la mano così forte da farmi quasi male.
“Questa è l’ultima cazzata che intendo ascoltare da te”, ringhiò con un tono di voce così basso da incutere quasi paura.
“È la verità. Fammi finire per favore, dammi la possibilità di raccontarti i fatti per quelli che sono”.
Anthy era rigido, una mano abbrancata alla maniglia e l’altra alla mia. Respirava convulsamente, come se avesse corso una maratona sfiancante ma non si mosse. Non fece nessun passo, né avanti, né indietro. Gli sfiorai la spalla. Era contratta tanto che i muscoli sembrava stessero per spezzarsi a causa dello sforzo. Inspirò a fondo e suo padre approfittò di quella resa momentanea per riprendere a parlare.
“Ero venuto in Italia per conoscere dei potenziali fornitori, la cantina Montevago era sulla mia lista da un po’, ma sicuramente non avrei mai immaginato quello che vi avrei trovato. Quando vidi Bianca per la prima volta rimasi scioccato. Non era solo la donna più bella che avessi mai incontrato, lei aveva qualcosa che… non riuscivo a capire cosa fosse. Era diversa.
I suoi occhi mi trovavano come se fossero fatti per lenire ogni mia ferita, e il suo sorriso. Quel sorriso da solo sapeva ricomporre i pezzi scomposti della mia anima travagliata.
Non era stato programmato, non era neanche voluto, ma fu inevitabile. Quella fu l’unica volta che tradii tua madre anche se lei sostiene il contrario.
Non ho mai avuto storie con altre donne, mai. Non ho mai cercato nient’altro, devi credermi”, lo implorò. “Quando tornai a casa, finsi che non fosse mai accaduto, evitai ogni contatto con Bianca, non le risposi al telefono, ignorai le sue chiamate perché sapevo che se avessi continuato a vederla avrei distrutto la nostra vita e anche la sua.

Erano passati quasi due anni da quella notte e il pensiero di quello che c’era stato tra di noi non mi aveva ancora abbandonato. Non riuscivo a togliermi dalla testa il blu dei suoi occhi, la luce del suo sguardo. Mi aveva stregato senza bisogno di alcuna magia. Tornai in Italia per affari e mi ritrovai a passare dalle sue parti senza nemmeno rendermene conto. Ero tornato da lei senza capire neanche come. Fu allora che…” prese fiato facendosi coraggio. “Fu allora che li vidi… Bianca teneva in braccio un bimbo di circa un anno e mezzo, aveva i capelli neri e due occhi azzurri come il mare. Mi avvicinai e non appena lo guardai con più attenzione, capii. Lo capii subito… quel bambino era mio…”
Stava per crollare. Quella rivelazione lo aveva annientato.
Osservai il viso dell’uomo che amavo più della mia vita trasformarsi in una maschera di dolore. Non riusciva a dire niente, assolutamente niente.
“Che cosa dovevo fare secondo te? Continuare a fingere che non fosse accaduto e ignorare l’esistenza di un altro figlio? Non potevo farlo. Non potevo. Decisi di tornare a San Francisco e raccontare tutto a tua madre, ma quando provai a parlarle mi anticipò rivelandomi l’ennesima notizia bomba: era incinta di Gemma.
A quel punto non potevo più confessare una cosa del genere. Dovevo rispettare la fragilità del suo stato e fu così che iniziai la mia doppia vita. Trascorrevo un po’ di tempo con voi e un po’ con loro.
Ero un uomo diviso a metà e chi ne faceva le spese eri principalmente tu. Ricordo ancora i tuoi sguardi adoranti quando rientravo a casa dopo una lunga assenza, mi aspettavi tutto trepidante come se fossi stato il tuo eroe.
Non ero un eroe, Anthy, ero un essere meschino che preferiva rinchiudersi nello studio a bere, piuttosto che guardarsi allo specchio”.
Mister Raineri aveva attraversato l’intera stanza colmando la distanza tra lui e suo figlio. Era fermo alle sue spalle, la voce rotta dall’emozione e una profonda tristezza nello sguardo.
“Ho continuato così per cinque lunghi anni, poi però, com’era prevedibile, tua madre ha scoperto tutto”. Si infilò le mani nei capelli e abbassò le palpebre. “Una sera mi aspettò alzata e quando rientrai ero così esausto che non feci nemmeno caso alla sua presenza nel mio studio. Era seduta sulla poltrona di pelle, i gomiti appoggiati alla scrivania e un bicchiere vuoto davanti a lei. Era ubriaca. Ubriaca e furiosa. Mi bastò voltarmi a guardarla per capire che avevo mandato tutto a puttane. Tutto.
Mi urlò addosso, mi insultò, mi schiaffeggiò e io la lasciai fare. Le lasciai il tempo di sfogare la sua rabbia anche se dentro di me sapevo, che tua madre non mi avrebbe mai perdonato, che l’avrei persa per sempre. Quello che però non immaginavo era che da quel momento avrei dovuto rinunciare anche a voi due. Tu e Gemma eravate anche figli miei e lei si è vendicata impedendomi di vedervi. Tu non immagini di cosa sia capace tua madre. Il giorno dopo avermi cacciato di casa era già entrata in azione, aveva smosso conoscenze, giudici, personaggi influenti pur di tenermi a distanza. Eravate dei bambini e nessuno avrebbe mai messo in discussione l’autorità di vostra madre mentre io, io ero improvvisamente ripiombato in disgrazia.

Mi aveva fatto terra bruciata intorno e vi ha cresciuti raccontandovi quello che voleva pur di farmi apparire un mostro ai vostri occhi.
Quando tua sorella, qualche anno fa, ha deciso di incontrarmi non potevo crederci, mi sembrò di aver ritrovato una parte di me stesso, ma nonostante questo, nonostante lei mi avesse perdonato il mio cuore continuava ad essere incompleto. Tu non sai ancora cosa vuol dire avere un figlio, Anthy, ma spero che un giorno, prima o poi tu possa capirmi, un figlio è amore incondizionato, è avere un essere in cui ti rispecchi, è il tuo cuore che si spezza per essere donato a qualcun altro.
E come puoi continuare a vivere se il tuo cuore non è più intero?
Tu sei il pezzo che mi manca, quello che non mi lascia dormire la notte, quello che ho amato e che amo infinitamente”, sospirò.
“Ti prego, Anthy, dammi un’altra possibilità. Perdonami se puoi”.
Avevo gli occhi carichi di lacrime, il labbro inferiore che tremava e una voragine al posto del cuore. Anche lui in quel momento stava vacillando. Avvertivo le vibrazioni del suo corpo propagarsi attraverso le nostre dita intrecciate. Aspettavo la sua risposta trattenendo il respiro, perché quello che passasse nella sua mente in quel momento era un mistero anche per me.
Si voltò lentamente. Calmo. Letale.
Mi lasciò la mano che per tutto il tempo aveva stretto e avanzò di un passo verso suo padre. Lo superò. Arrivò dall’altro lato della stanza frapponendo la massima distanza possibile tra i loro corpi e con una smorfia di disgusto pronunciò l’unica frase che non mi sarei mai aspettata di sentire.

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