Noi … XXV

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Mi ero fatto una doccia, rasato la barba e cambiato i vestiti. Nonostante il vistoso cerotto sulla fronte, avevo un aspetto decisamente più presentabile. Lorenzo mi aveva accompagnato e si era fermato nella hall ad aspettarmi. Non era voluto salire nella suite, aveva preferito rimanere al bar a bersi qualcosa mentre io finivo di prepararmi. Ogni momento che passava, la sua presenza diventava in qualche modo più familiare. Non mi indisponeva più, anzi, mi calmava addirittura.
Quando scesi di sotto lo ritrovai seduto esattamente dove lo avevo lasciato, appollaiato su uno sgabello mentre flirtava con la barista di turno. Era una bella moretta dalle labbra pronunciate e da come batteva provocantemente le ciglia non sembrava che lui le fosse indifferente.
Avanzai in quella direzione in assoluto silenzio. Mi sedetti sullo sgabello al suo fianco e ordinai un bicchiere di vino. Ne avevo decisamente bisogno.
“Sei pronto?” domandò facendo ruotare lo sgabello girevole nella mia direzione.
“Pronto”, risposi sorseggiando dal calice ghiacciato. Feci ruotare il contenuto del bicchiere stringendo lo stelo tra le dita, e ne assaporai ancora un sorso. Poggiai la base sul sotto bicchiere continuando a osservare l’incessante movimento delle bollicine che risalivano dall’alto verso il basso. “Prima di andare però, ho bisogno che mi accompagni in un posto”.
“Certo, dove?”
“A vedere una casa”. Lo dissi così, con estrema nonchalance, come se stessi parlando di una quisquiglia.
“Una casa? Sei sicuro che non sia la botta in testa a parlare al posto tuo?”
“No, tranquillo, sono più che convinto di quello che ho detto. Voglio una casa. Susan deve finire il suo progetto e io non voglio lasciarla da sola nelle sue condizioni, quindi ho bisogno di un posto dove lei possa stare tranquilla e io riesca a lavorare almeno un po’. Non possiamo continuare a vivere in un albergo”.
“Ho capito”, rispose telegrafico. “Hai già in mente una zona?”
“Non proprio, ho in mente un edificio però”.
“In che senso?”
“Lo vedrai… abbiamo un appuntamento tra mezz’ora circa”.
“Vuoi che venga con te a scegliere una casa?”
“Esattamente. È quello che ho appena detto”.
Mi guardava sconvolto. Non riusciva a credere alle sue orecchie e invece, avrebbe fatto bene a crederci perché volevo un suo parere. In fin dei conti viveva a Roma da un sacco di tempo, chi avrebbe potuto consigliarmi meglio di lui?”
“Se è quello che vuoi, ti accompagno con piacere”.
Si alzò dallo sgabello lasciando alcune banconote sul bancone mentre la barista gli sorridSusan maliziosa.
“Allora andiamo, che stiamo aspettando?”
Mi alzai in piedi, infilai le mani nelle tasche dei pantaloni e lo seguii con un abbozzo di sorriso. Era bello aver finalmente conosciuto mio fratello.

Quando arrivammo in ospedale era già sera. Il sole era ancora alto ma i primi strascichi violacei preannunciavano un tramonto imminente. Lorenzo mi salutò all’ingresso, aveva un appuntamento e io non volevo trattenerlo. Attraversai l’atrio senza prestare attenzione al via vai di gente che entrava e usciva. Presi l’ascensore selezionando il secondo piano. Imboccai il corridoio che portava alla stanza di Susan e la prima cosa che mi colpì, fu il suono della sua risata.
Lei rideva. Rideva e lo stava facendo di gusto. Mi avvicinai in silenzio ascoltando con attenzione le voci che sentivo al di là della porta.
Una era di Gemma, l’altra… di mio padre.
Afferrai di scatto la maniglia e la scena che mi trovai davanti mi lasciò esterrefatto. Lui era seduto in fondo al letto, teneva in mano delle carte da poker e lei faceva lo stesso con un enorme sorriso stampato in volto.
Gemma era appollaiata dietro a mio padre, entrambe le mani su una spalla e il mento adagiatovi sopra. “Questa! Butta questa ho detto!”
Lui scosse la testa divertito. “Quando imparerai che in questo gioco…”
“Ci vuole silenzio e concentrazione”, mormorai ritrovandomi improvvisamente catapultato indietro di vent’anni.

Lui era seduto in fondo al mio letto. Cercava pazientemente di insegnarmi a giocare a poker mentre Gemma saltellava sul materasso come una zanzara fastidiosa, che non riesce a star ferma un attimo. “Questa papà! Buttiamo questa!”
Le sorrise come si può fare solo nei confronti di un bambino innocente.
“In questo gioco ci vuole silenzio e concentrazione, principessa, quindi smettila di gridare e siediti qui vicino a me”.

Avevo completamente rimosso quell’episodio.
Non ricordavo più nulla dei momenti che avevamo trascorso insieme come una vera famiglia, erano stati spazzati via tutti nell’istante esatto in cui se n’era andato senza più voltarsi indietro.
“Amore, sei tornato”.
Susan mi sorrise spalancando le braccia e facendomi segno di avvicinarmi. I piedi si mossero da soli. Un passo. Un altro. Un altro ancora e mi ritrovai al suo fianco. Mi sedetti sul letto e le circondai le spalle con un braccio stringendola a me.
“Ti sono mancato?”
“Mi sei mancato da morire!” disse baciandomi sulle labbra. “Per fortuna che tuo padre è venuto a farci un po’ di compagnia, mi stava insegnando a giocare a poker, dice che ho un talento naturale”.
“Non ne dubito”.
Susan mi guardò con quel suo modo sbieco che preannunciava disappunto. Strinse a fatica le cinque carte nella mano e sbuffò. Era irresistibile quando faceva quelle smorfie infantili.
“Forza allora, talento naturale, fammi vedere quello che sai fare”.
Un sorriso le illuminò il viso e senza aggiungere nient’altro, ci ritrovammo a giocare a poker insieme all’uomo con cui avevo smesso di avere rapporti da più di vent’anni. Era strano. Dannatamente strano, ma per la prima volta dopo tanto tempo, mi sembrò di essere finalmente in pace.

Mister Raineri senior si chinò verso di me sorridendo. “Grazie di tutto, principessa, sei la cosa migliore che potesse capitare a mio figlio”, disse strizzandomi l’occhio.
Anthy fingeva impassibilità. Se ne stava dritto come un manico di scopa, il telefono in mano e lo sguardo calamitato sul display. Stava facendo di tutto per evitare di salutarlo prima che se ne andasse.
Non si erano rivolti nemmeno mezza frase per tutto il tempo che avevamo trascorso insieme. Occhi puntati sulle carte, silenzio e concentrazione. Erano così simili che delle volte mi sembrava di osservare l’uno nei modi dell’altro.
Quella sera, anche se Anthy non lo avrebbe mai ammesso, era stato fatto il primo passo sulla strada della riconciliazione.
“Allora io vado, principessa, se ti serve qualcosa, qualsiasi cosa, puoi chiamarmi quando vuoi, il mio numero ce l’hai”.
“Va bene, Andrew”.
Fece per uscire ma si bloccò, si voltò verso suo figlio e con qualche passo incerto lo raggiunse alla finestra.
“Grazie, Anthy, per avermi concesso un po’ del tuo tempo. Non sai quanto questo mi abbia reso incredibilmente felice, spero solo che d’ora in avanti, non mi escluderete ancora dalla vostra vita perché muoio dalla voglia di conoscere il mio primo nipote”.
Sollevò la testa con uno scatto istintivo. Forse pensava che non glielo avessi detto, ma quell’uomo era stato così premuroso che condividere quella notizia con lui mi era sembrato una cosa del tutto naturale.
“Sarai un ottimo padre, figliolo”, disse afferrandogli la spalla, “migliore di me sicuramente”.
Anthy non rispose, le sue labbra sembravano incollate, sigillate in una linea sottile e dura al tempo stesso. Lo fissava negli occhi con quella foga silenziosa che faceva vibrare le sue iridi color petrolio. Mister Raineri senior ritrasse la mano e a capo chino se ne andò rivolgendomi un ultimo luminoso sorriso.
Gemma che aveva osservato tutto con estrema attenzione sembrava rincuorata da ciò che era appena successo. Niente di che a dire il vero, ma era comunque qualcosa. Non si erano assaliti, non avevano gridato e litigato come al solito. C’era in atto una tregua e forse anche un armistizio. Eravamo sulla strada giusta.
Non appena rimanemmo soli nella stanza Anthy tornò a sedersi al mio fianco.
“Allora, signorina, tu non smetti mai di sorprendermi a quanto pare!”
“Perché che ho fatto adesso?”
“Niente, è solo che non sapevo di avere a fianco una giocatrice incallita”.

“Non sono una giocatrice incallita, era la prima volta che prendevo un mazzo di carte in mano, ho solo un talento naturale”.
“Hai un talento naturale in molte cose allora”.
“Tipo?”
“È meglio che non ti risponda, non mi sembra l’ambiente più consono per quello che mi è appena balenato in mente”.
“Anthy!”
“Che c’è?”
“Smettila e comportati bene. Ci sono delle orecchie innocenti che potrebbero ascoltarti d’ora in avanti”.
“Hai ragione, non ci avevo pensato”.
Si chinò scoprendomi la pancia e sorrise. Sorrise come se avesse appena intravisto il paradiso.
“Ciao piccolino”, sussurrò a fior di pelle, “io sono il tuo papà e questa è la mia mano”. Palmi ampi e dita affusolate mi ricoprirono completamente l’addome. “Devi imparare a riconoscere il tuo papà, perché lo sentirai spesso d’ora in avanti”.
Parlava. Parlava contro quella distesa di pelle tesa come se intravedesse davvero qualcuno, come se dall’altra parte suo figlio lo stesse ascoltando davvero.
Suo figlio.
Nostro figlio.
L’avvertii ancora quella stretta. Quella strana sensazione alla bocca dello stomaco. Un volo incontrollato di farfalle ingabbiate in uno spazio fin troppo angusto. Suo padre aveva ragione, Anthy sarebbe stato il papà migliore del mondo.

Susan dormiva. Era sdraiata sul fianco sinistro e riposava tranquilla. Il tessuto pallido del pigiama scelto da mia sorella sembrava animato di vita propria. Si solleva e si riabbassava assecondando il ritmo del suo respiro. Mi appoggiai al davanzale della finestra e continuai a fissarla.
Due lame di luce fendevano la stanza attraversando le vetrate. Avanzavano parallele, inframmezzate dalla mia ombra proiettata sul pavimento. Controllai il cellulare sgranchendomi il collo. Avevo trascorso troppe ore in una posizione innaturale ma neanche per un istante, avevo immaginato di muovermi di lì.
Era stata l’ennesima notte in una stanza di ospedale raggomitolato in un minuscolo spazio ricavato nel suo letto. Non volevo starle lontano, anche a costo di svegliarmi a pezzi. C’era un materasso intonso a disposizione, una poltrona reclinabile, ma nessun altro luogo mi sembrava allettante come quel cantuccio in cui la sua schiena aderiva al mio torace. Con le mani l’avevo stretta, accarezzata e abbracciata per tutto il tempo. Ero una sorta di appendice ingombrante al suo corpo, dove finiva il suo iniziava il mio e niente mi era mai sembrato così meraviglioso.
Una vibrazione tra le mani mi riscosse dai miei pensieri. Brian era arrivato ed era fuori dell’ospedale insieme a Ollie, Alex e a… mia madre.
Non avevo la più pallida idea di come avrei gestito la cosa. In tutte queste settimane i nostri rapporti erano stati abbastanza tesi, per non dire glaciali. Rapidi scambi verbali fatti di botte e risposte e occhiate colme di biasimo. Speravo che al mio ritorno avrei avuto tempo per parlare con lei, dovevo andarci cauto e preparare la strada alla notizia che, ero certo, stava per sconvolgerla.
Margaret De Sangre era una persona che andava presa a piccole dosi e sorbita in brevi ma intense sorsate, il rischio altrimenti, era di esplodere come un pallone aerostatico arrivato dove l’aria è troppo rarefatta.
Non era facile intavolare con lei un discorso su un argomento che non le fosse congeniale, figuriamoci demolire tutti i suoi strabilianti progetti. Scossi la testa presagendo quanto di lì a poco mi sarei dovuto incazzare.
Questa storia dell’incidente aveva complicato notevolmente le cose. Mia madre era partita col primo aereo disponibile e ora stava per salire quassù, al secondo piano. Ciò significava che Margaret avrebbe incontrato Susan e scoperto i miei progetti molto prima del previsto. Non ne sarebbe stata felice ne ero certo, ma alla fine, se lo sarebbe fatto andare bene, io non tornavo indietro ed Susan non era argomento di discussione.
Nessuno avrebbe potuto farmi cambiare idea. Nessuno.
La porta della camera non era chiusa come al solito. Quella mattina uno spiraglio di luce proveniente dal corridoio filtrava distintamente attraverso l’uscio aperto. I rumori della corsia, il borbottio delle persone che passavano, erano tutti suoni che arrivavano chiari e nitidi fin dentro alla stanza. Li ascoltavo attento, aspettando quello che avrebbe annunciato l’inizio delle grandi manovre, poi eccolo, lo scampanellio. Una sorta di “dlin dlon” che mi fece salire l’ansia fino ai confini della gola.
Tacchi, rumore di tacchi che si affrettavano celeri lungo il corridoio. Il ritmo era così veloce e serrato che si poteva già immaginare l’umore di chi si stava avvicinando.
“Buongiorno, sono Margaret De Sangre e pretendo di vedere subito mio figlio”.
Il solito tono autoritario non sortì l’effetto sperato. Il suo interlocutore, infatti, non le proferiva risposta mentre al contrario continuava a sfogliare rumorosamente qualcosa.
“Che cosa sta aspettando, signorina? Non mi ha sentito per caso?”
“Ci sento benissimo, signora De Sangre, ma questo è un ospedale, ci sono delle priorità e lei al momento, non è tra le mie”.
“Ma come si permette! Io devo vedere mio figlio Anthy!”

“Ho capito, ma suo figlio non è più un nostro paziente, quindi…”
“Come sarebbe a dire? Mi hanno detto che era qui?! Ha avuto un’incidente”.
“Margaret, per favore, ci penso io”.
La voce di Brian, ferma e calda, arrestò immediatamente l’aggressione armata che mia madre stava mettendo in atto. “Mi scusi, signorina… Lucia”.
Poverino, non sapeva con chi si era appena sbattuto. Quell’infermiera era una iena che non rideva mai.
“Vede”, continuò con tutto il suo charme affinato in anni di consumata avvocatura, “abbiamo appena fatto un volo di diverse ore, siamo stanchi e preoccupati, potrebbe gentilmente dirci dove possiamo trovare Anthy e la sua fidanzata?”
“Susan, lei si chiama Susan!” intervenne la voce agitata di Ollie.
“Vi ripeto che questo è un ospedale, non posso permettere che ci sia tutta questa baraonda ve ne rendete conto, sì o no?”
“Senta, lei!” sbottò mia madre, “con chi crede di parlare?”
“Io non credo proprio niente, le ripeto per l’ennesima volta che questo è un ospedale, ci sono delle regole, le visite devono avvenire in orari consentiti e mai più di due persone alla volta, mi sono spiegata?!”
“Ma ti rendi conto, Brian, di che razza di assurdità stia dicendo questa donna?”
Ci riprovò. Brian riprovò ad essere ancora più convincente. “Ci scusi se abbiamo fatto un’irruzione un po’ troppo… rumorosa, diciamo. Non era nostra intenzione piombare qui in questo modo ma la situazione ci ha reso tutti molto apprensivi. La prego di capire il nostro stato d’animo e…”
“Va bene la smetta. Seguitemi e cercate di fare poca confusione”.
Una serie di passi pesanti, leggeri, agitati e insicuri avanzavano verso di noi.

“Ci sono visite”.
Lucia si affacciò alla porta con un’espressione decisamente molto infastidita. La sua voce era un brusio velenoso, sembrava un’ape operaia a cui avessero appena messo a soqquadro l’alveare.
“Oh mio Dio, Anthy, come stai?!”
Mia madre irruppe nella stanza urlando e io le feci segno di tacere. Susan stava ancora riposando e non volevo che si svegliasse. Bloccai la sua avanzata afferrandola per un braccio e la invitai a uscire. Avremmo parlato fuori, non potevo permettere che la mia donna, nelle sue condizioni, assistesse a qualche discussione spiacevole. Era l’ultima cosa che volevo.
“Oh signore…” esalò Ollie appena notò gli ematomi che ricoprivano il viso della sua migliore amica. Per uno che non l’avesse vista appena dopo l’incidente, quello spettacolo poteva essere spaventoso, ma non era niente rispetto a quello che avevo vissuto io tre giorni prima.
“Sta bene”, le sussurrai tranquillizzandola, “sta solo riposando”. Ollie annuì e si avvicinò al letto seguita da Alex.
“Tu, vieni con me”, dissi a mia madre che si divincolava come un pesce all’amo. La trascinai di peso nella saletta d’attesa deserta e la lasciai di colpo facendola barcollare. Si aggiustò la catenella della borsa che le era scivolata dalla spalla, e la ciocca cotonata di capelli che nonostante il movimento repentino, non aveva subito il minimo mutamento.
“Io sono quasi morta di paura e tu mi accogli in questa maniera?” tuonò e mi scagliò addosso “lo sguardo”. Quello che da solo poteva polverizzare una montagna, provocare una glaciazione o sterminare un’intera fascia di popolazione.
“Sto bene, mamma, non dovevi preoccuparti”.
Mi osservò attentamente afferrandomi per il mento. Mi voltò la faccia da un lato e poi dall’altro scrutando ogni particolare che potesse risultare anomalo.
“Ti sei ferito!”
“Non è nulla, è solo un taglietto”, dissi liberandomi dalla presa delle sue dita.
Margaret scosse la testa piena di disappunto. Giocherellava nervosamente con la tripla fascia di diamanti che aveva al dito e assunse un’espressione contrita.
“Non ti riconosco più, Anthy. Ho trascorso più di nove ore rinchiusa in un aereo pregando che non fosse successo il peggio. Sono arrivata qui non sapendo nemmeno come stessi e tu…”
“Non fare scenate, mamma, ti prego. Non è né il luogo, né il momento”.
“Scenate? Io farei delle scenate?”
“Sì, mamma, scenate. Fai delle rappresentazioni da oscar quando ti ci metti!”
“Il colpo in testa deve averti fatto perdere la ragione, non ci sono altre spiegazioni”.
Sbuffai sollevando gli occhi al cielo, “io devo tornare da lei”, sentenziai risoluto avviandomi verso la porta.
“Devi tornare da lei?!” fece eco con una voce altera e tagliente. “Io sono senza parole!”
Ero stremato e il solo pensiero di imbarcarmi in un’altra discussione con mia madre in modalità avvocato dell’accusa mi faceva scoppiare la testa.

“Tu, figlio mio, non ti rendi conto delle conseguenze delle tue azioni. È la terza volta che te lo dico in quanto? Un paio di mesi? Ma la vuoi smettere una buona volta di comportarti come un pazzo irresponsabile?”
“Io non mi comporto da pazzo irresponsabile, tutt’altro. Sono responsabile per la donna che è di là e per…”
“Per cosa?”
“Niente, lascia stare”.
“Che cosa mi nascondi, Anthy? Che cos’è questa storia?”
“Quale storia?”
“Questa… questa follia che ti saresti fidanzato con quella ragazza! Chi diavolo è quella ragazza? Da dove viene? Che fa per vivere? Ti rendi conto che non so nemmeno chi sia e tu sei talmente fuori di testa che vuoi sposarla?!”
”Sì, mamma, hai detto bene, voglio sposarla ed è quello che farò. Io la amo, cazzo!”
“Non usare questi toni con me! Non ti azzardare, Anthy!”
“Perché? Altrimenti che fai?”
Era paonazza. La rabbia le faceva tremare perfino un muscolo involontario. Feci per andarmene ma mi riacciuffò per un braccio.
“Anthy, aspetta, calmiamoci per favore. Sono solo molto sconvolta per tutto questo, mi sono preoccupata, agitata e forse ho esagerato, ecco”.
Annuii.
Aveva esagerato, ma il fatto che lo riconoscesse era già qualcosa.
“Posso conoscerla?” domandò all’improvviso.
Ero sorpreso. Sorpreso e terrorizzato ma in fin dei conti, che cosa sarebbe mai potuto accadere?

C’era troppa gente in quella stanza. Troppa per gli standard dell’ospedale. Troppa perché i miei sensi ancora assopiti potessero metterli tutti a fuoco.
“Si sta svegliando…”
Quella voce era agitata e trepidante. Avrei riconosciuto quel suono ovunque, era la melodia che ascoltavo fin da bambina, un frusciante rumore rassicurante, l’unica parte solida nella mia vecchia vita: Ollie.
Lei era lì, vicino a me. Battei più volte le ciglia cercando di addomesticare la vista. Doveva assoggettarsi piano piano alla luce. Erano tutti lì. La mia migliore amica, mio fratello, Brian, Anthy e… sua madre.
O almeno credevo che fosse sua madre. Quella donna avvolta in stoffe pregiate e gioielli preziosi, sembrava Gemma con qualche decina d’anni in più, quindi sì, doveva per forza essere lei.
“Ciao, tesoro”, mormorò Ollie con una vocina dolce come lo sciroppo d’acero. “Ci hai fatto prendere uno spavento terribile lo sai?”
Si era accucciata di fianco al letto, stringeva la mia mano nelle sue e mi sorrideva triste. Cercò di sforzarsi ma le lacrime erano state più leste di quanto pensasse. Erano accorse numerose, in flotte lucide e tremolanti pronte a sgorgare fuori tutte insieme.
“Sto bene, Ollie”.
“Certo che stai bene, lo sappiamo, tesoro”.
“Allora non piangere per favore”.
“Non sto piangendo”, disse sollevando in aria rapidamente le pupille, non voleva cedere alla spinta di quelle goccioline salate in attesa di cadere.
Alex si avvicinò chinandosi a sua volta su di me. “Non farci più prendere queste paure, okay?”
“Okay”, risposi dipingendomi in viso un sorriso sbiadito che non brillava certo per luminosità. Cercai Anthy con la coda dell’occhio e lo trovai in un battito di ciglia, sembrava stesse in attesa di un mio sguardo per avvicinarsi. Si sedette sul letto e mi baciò lievemente sulle labbra.
“Tutto bene, amore?” domandò scrutandomi attentamente. Il mio colorito non doveva essere dei migliori perché da quando avevo aperto gli occhi lo stomaco sembrava voler fare il triplo salto mortale.
Un languido senso di nausea iniziò a volteggiare su per la gola come il fuso di un arcolaio. Dal principio era una sensazione appena fastidiosa, un rimescolamento misto a disgusto, poi però, divenne sempre più insistente e impossibile da tenere a bada.
“Che succede, amore? Ti senti male?”
Dovevo ingoiare. Ingoiare aria. Ingoiare saliva. Ingoiare tutto piuttosto che vomitare davanti a loro.

“Susan sei impallidita, che cos’hai?”
“Io…” ansimai portandomi le mani alla bocca tra un conato e l’altro. Mi sollevai a sedere e provai a scendere dal letto. “Devo andare in bagno!” mugugnai stringendo i denti.
“La accompagno io”.
Ollie mi afferrò per un braccio e assecondò la mia fuga disperata verso la toilette. Non appena chiuse la porta, la frugale cena della sera precedente finì rovinosamente nel water. Vomitavo e non riuscivo a smettere di farlo.
“Aspetta, ti aiuto”.
Stavo da schifo, inginocchiata sul pavimento, le mani aggrappate al sedile di plastica e la testa che non riusciva a riemergere da quella cavità di porcellana smaltata. Ollie era alle mie spalle, china su di me con le gambe divaricate. Stringeva i miei capelli in un pugno e mi sfiorò la fronte con la mano bagnata. “È passato?”
“Sì, credo di sì”, inspirai a fondo lasciando scorrere un rivolo d’aria attraverso i denti di nuovo serrati. “Ti immagini se entrasse qualcuno?” domandai passandomi un asciugamano umido sul viso.
“Perché? Dici che non siamo un bello spettacolo da vedere?”
“Direi proprio di no, sai?!”
Ollie mi lasciò ricadere i capelli sulle spalle, tirò lo scarico e mi aiutò ad alzarmi.
“Stai meglio adesso?”
“Sì, ora sì”.
E in effetti era vero. Quella terribile sensazione eruttiva se n’era andata o almeno, così speravo.
“Vieni qua, avvicinati al lavandino e sciacquati la bocca”.
Feci come diceva e non appena sollevai lo sguardo verso lo specchio mi pietrificai. “Cristo Santo!” esalai sfiorandomi gli zigomi con le dita. Ero un mostro. Ma non per modo di dire, ero un mostro sul serio. Ampie chiazze violacee tendenti al giallo, mi ricoprivano la fronte e la faccia. Sembravo la brutta copia di un pugile appena sceso dal ring dopo aver subito una serie di precisissimi colpi diretti.
“Ti fa male?”
“No non molto ma… sono spaventosa. Avrei tanto voluto fare una buona impressione”.
“Ma di che cosa stai parlando?”
“Di sua madre. Non era decisamente questo il modo in cui pensavo di presentarmi a lei, puzzo di vomito, sono in pigiama e perfino quel termosifone sembra più elegante di me. Chissà che penserà?!”
“Ma che razza di problemi ti fai? Sei in ospedale, Susan, hai avuto un grave incidente, non credo che ci si possa aspettare di trovare un viso raggiante dalla pelle perlata come la protagonista di una copertina di Vogue”.

Abbassai la testa poco convinta e mi portai una sorsata d’acqua alla bocca. Ampi scrosci freschi mi colpirono il viso mentre quel sapore acre veniva lavato via.
“Ti è successo altre volte?”
“Cosa?”
“Episodi di vomito simili a questo, ti è già capitato?”
“No, è la prima volta”.
“Magari dovremmo dirlo al dottore, sai un trauma cranico potrebbe comportare questi sintomi e forse un controllo ulteriore…”
Non fece in tempo a finire la frase che mi ritrovò di nuovo carponi con la faccia sprofondata dentro al water.
“Non va bene”, mormorava tra sé e sé stringendomi ancora i capelli. “Voglio parlare con il medico che ti sta seguendo, questa cosa non va affatto bene”.
“Ollie”, ansimai riprendendo fiato, “non c’è da preoccuparsi, te lo assicuro”.
“No, tesoro, capisco che tu pensi di stare bene ma fidati di me, sono un medico dopo tutto, questi sintomi non vanno trascurati, hai battuto la testa e…”
“Ollie”, la richiamai ingoiando tante minuscole lame aguzze che mi trafiggevano la gola, “ti posso garantire che non c’entra niente l’incidente”.
“Non puoi dirlo, bisogna approfondire la cosa, dobbiamo…”
“Sono incinta”, confessai pulendomi le labbra col dorso della mano.
Un silenzio preoccupante scese improvvisamente in quello spazio fin troppo angusto. Respirai rumorosamente ingoiando aria e inquietudine. Le schegge del peso che si era improvvisamente librato dal mio stomaco sembravano sgattaiolare in ogni dove obbligandomi ad abbassare lo sguardo. Mi rialzai sulle mie gambe ancora traballanti e arpionai il bordo del lavandino, come se lei non fosse ancora al mio fianco, ripresi a gettarmi acqua fresca sul viso aspettando la sua reazione, perché se la conoscevo abbastanza bene, nel giro di una manciata di secondi avrei assistito alla prima, alla seconda e anche alla terza filippica. Demostene avrebbe trovato pane per i suoi denti se al posto di Filippo il macedone si fosse imbattuto nella dottoressa Ollie Williams.

Lei mi fissava con gli occhi spalancati, sembravano due voragini scavate nell’alabastro brunito, talmente profonde da non riuscire a vederne il fondo.
“Sei incinta…” esalò dopo aver ripreso l’uso della parola. Sembrava quasi che la mia improvvisa confessione l’avesse privata della sua fine “ars oratoria”. “Incinta, incinta?”
“Già”.
Chiuse il coperchio del water e ci si sedette sopra. “Ma…” rimuginava. La sua mente rimuginava facendo quasi rumore. “La pillola che ti avevo prescritto? Non l’hai presa, vero?”
“No, Ollie, non l’ho presa”.
“E perché lo hai fatto? Voglio dire, ne avevamo parlato, sapevi che il rischio c’era”.
“Forse volevo correre questo rischio, o forse, amavo l’idea di questo bambino dopo tutto”. Mi portai istintivamente entrambe le mani sull’addome accarezzandolo leggermente.
“E credi di aver fatto la scelta giusta? Voglio dire, un bambino è un’enorme responsabilità”.
“Lo so ma… questo, è il nostro piccolo miracolo”.
Mi guardò attentamente scrutando ogni mio minimo movimento, la mano sana che si muoveva in circolo e l’altra, ancora gonfia e ammaccata che rimaneva fissa da un lato. Ero tutto fuorché il fulgido ritratto della donna incinta. Non avevo rotondità aggraziate, né un sorriso smagliante, ma nel mio petto in quel momento, c’era un’intera orchestra intenta ad eseguire un’aria della Madame Butterfly. Aulica e solenne, quella melodia interiore toccava corde così profonde da raggrumare il respiro nei polmoni. Pelle d’oca e morsi nello stomaco, questo ero diventata. Un virgulto che aspettava in silenzio lo schiaffo del vento consapevole che in fondo, nemmeno la raffica più impetuosa avrebbe potuto spezzarlo.
Io non ero più la ragazza fragile che Ollie conosceva e continuava a difendere, o meglio lo ero solo in parte, ora ero diventata una donna, una mamma; perché mamma lo si è da subito. Non servono pannolini, biberon o notti insonni per rendersene conto, basta un battito. Un minuscolo puntino che si muove al ritmo del suono più sconvolgente del mondo, il suono della vita.
Ollie mi si avvicinò lentamente come se avesse quasi paura di toccarmi, sollevò una mano fino a infilare le dita tra i miei capelli. “Avrai un bambino, ti rendi conto?”
“Lo so”.
Mi abbracciò così stretta da farmi quasi male. Non disse altro. Nessuna parola, niente di niente. Mi strinse e basta. Forte, come se non volesse più lasciarmi andare e poi, asciugandosi una lacrima ribelle sussurrò: “Ti voglio bene”.

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