Noi … XXVI

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Susan uscì dal bagno pallida come la cera. Non si sentiva bene, era abbastanza evidente. Anche Ollie era strana, molto strana. La guardava con tutti gli occhi del mondo e sembrava, esitante. Osservò ogni suo passo, le mani che si sollevavano a raccogliere i capelli in una coda improvvisata e il sorriso che la mia bellissima guerriera le aveva appena regalato. Poi, fissò me.
C’era una sorta di celato rimprovero misto a emozione in quella fugace occhiata. Susan doveva averle detto del bambino, non c’erano altre spiegazioni.
Mi avvicinai a lei facendola sdraiare nuovamente sul letto. “Stai meglio?”
“Mhh”, annuì.
“Dovresti mangiare, vuoi che ti faccia portare qualcosa?”
“No, grazie, adesso non riuscirei ad ingoiare nemmeno un po’ d’acqua”.
“Sei sicura di sentirti bene? Vuoi che chiami la dottoressa Briani?”
“No, Anthy, stai tranquillo, e poi ha detto che sarebbe passata questa mattina sul tardi”.
Si guardò intorno con aria spaesata. Forse era l’eccessivo numero di persone che invadevano la stanza o forse, era una presenza in particolare.
“Tesoro, posso presentarti una persona?”
Lei annuì avvampando di getto. Era l’unica donna sulla faccia della terra a poter miscelare in viso, il rosso scarlatto dell’imbarazzo al viola smunto di un ematoma.
Feci cenno a mia madre di avvicinarsi. I suoi passi calcarono il pavimento di linoleum con la prestanza di un giudice della corte marziale. Sguardo serio, spalle dritte e nemmeno un accenno di sorriso. Era una donna così incattivita da risultare quasi indisponente.
“Susan, questa è mia madre Margaret”, annunciai cercando di pacificare gli animi. “Mamma, lei è Susan, la mia fidanzata”.

Un baluginante lampo di contrarietà le attraversò il viso non appena i loro occhi si incrociarono. Non le piaceva. Lo avevo capito subito. Continuava a fissarla amareggiata e un macabro presagio iniziò a martellarmi lo sterno.
“Molto piacere”, sibilò intingendo in una fonduta di perbenismo il suo tono imperioso. La squadrò dall’alto in basso con superiorità e velato disprezzo, lo vedevo, vedevo il glaciale ribrezzo che aleggiava nei suoi occhi nonostante le sue parole affermavano l’esatto contrario.
“Finalmente ho la possibilità di conoscerti, ho sentito molto parlare di te”.
La domanda che sorgeva spontanea era: da chi? Io non le avevo ancora detto praticamente nulla se non qualche accenno mal volentieri, Gemma la evitava come la peste quindi, rimaneva un’unica opzione e il solo pensiero mi fece rivoltare le budella: Isabel.
Susan era in imbarazzo. Il disagio aleggiava nei suoi occhi di un azzurro sconfinato. Abbozzò un sorriso gravido di insicurezze e le rispose con la solita dolcezza che la caratterizzava.
“Mi fa molto piacere conoscerla, Margaret, avrei preferito che le circostanze fossero diverse ma purtroppo, è andata così”.
Susan le porse in modo quasi impacciato l’unica mano abile e mia madre gliela strinse senza tante cerimonie. Indietreggiò di qualche passo e continuò a squadrarla alimentando il malessere che era germinato in quella stanza. Ogni occhiata di sottecchi, ogni sferzata di quei lapislazzuli verde gramigna sembravano colpirla in pieno viso come uno schiaffo e di conseguenza, colpivano anche me. Per fortuna, poco dopo iniziò il giro di visite e l’infermiera Lucia, più contrariata che mai, fece uscire tutti dalla stanza.
Seguii mia madre in corridoio fino a una saletta appartata. Lei camminava come un generale d’armi che non avesse mai smesso di condurre le truppe in battaglia. Si fermò di fronte a un divanetto e si voltò a guardarmi, la mano, che nervosamente si aggiustava la solita ciocca cotonata, accorse in aiuto dell’altra intenta a frugare nella minuscola borsetta Chanel. Ne estrasse un fazzolettino di carta profumata che si passò lentamente sulla bocca.
“Non va bene”.
“Cosa non va bene?”
“Quella ragazza, non va bene per te, Anthy”.
Sentii qualcosa scivolare fino ai piedi e la collera ribollire piano piano. “E da cosa lo deduci questo?”
“Mi sembra ovvio”.
“Cosa ti sembra ovvio, illuminami?”
“Che non sia la persona giusta per te. È… insignificante. Posso capire che sia carina nel complesso, ma non è di sicuro in grado di sopravvivere nel nostro ambiente”.
“Ma che cazzo stai dicendo?!”

“Non rivolgerti a me con quel tono, Anthy, non te lo permetto!”
Scossi la testa infierendo sui miei capelli. “Lo sapevo, cazzo!” una risata quasi isterica accompagnò il movimento del capo. “Sapevo che con te era tutto inutile! Tu non hai mai avuto nessuna intenzione di conoscerla per provare a capire. Tu volevi solo sbattermi in faccia il tuo disprezzo! Beh, sai che ti dico? Non so che farmene. Non so che farmene delle tue stronzate e dei tuoi diktat. Ho trent’anni, mamma, e non ho certo bisogno della tua approvazione. E ora”, sibilai, “se permetti torno da lei. Grazie per la visita ma puoi anche tornartene a casa”.
Diedi un calcio furioso alla gamba di una sedia e mi voltai in direzione dell’uscita.
“Tu… tu te ne pentirai, puoi starne certo”.
Chiusi gli occhi dandole le spalle. Lentamente. Molto lentamente. Ero immobile. Avevo bisogno di rimanere calmo per non assecondare l’istinto di scuoterla fino a farla ragionare.
“No che non me ne pentirò”.
“Certo che lo farai. Se solo ti rendessi conto di quanto Isabel sia più adatta a te e più consona al nostro ambiente…”
“Smettila!” tuonai digrignando i denti. “Quella serpe non devi nemmeno nominarla in mia presenza! È una donna meschina, falsa e non la vorrei nemmeno se fosse l’unica speranza per salvare il mondo dall’estinzione!”
Mia madre mi guardò ancora più contrariata, se possibile. “Bene allora, se hai deciso di rovinarti la vita con le tue mani, fa pure”.
“Grazie della concessione, mamma”.
“Spero solo che tu sia consapevole di ciò fai”.
“Sono più che consapevole, io la voglio nella mia vita, le ho chiesto di sposarmi e presto noi tre saremo una famiglia”.
Impallidì alle mie parole e solo allora, mi resi conto di averla inavvertitamente messa a conoscenza di qualcosa che forse non era ancora il caso che sapesse. Deglutiva. Pallida, quasi smorta. Si passò ancora il fazzolettino sulla bocca e poi sulla fronte. Non sembrava più nemmeno Margaret De Sangre in tutto il suo imperturbabile sangue freddo. Gli occhi si erano velati di una sfumatura limacciosa e perfino i capelli, che di solito potevano resistere a un uragano, sembravano essersi disfatti a quella rivelazione.
“Che… che cosa significa voi tre?” rantolò quasi senza fiato.
“Quello che pensi”.
“È incinta?!”

Si lasciò cadere sulla poltroncina alle sue spalle, le gambe improvvisamente flaccide e le braccia lungo i fianchi. Anche la catenella inframezzata di pelle chiara, sembrò cedere sotto al peso della mia rivelazione; fu abbastanza da farla scivolare lungo il braccio e precipitare rovinosamente a terra seguita dalla borsa di pelle trapuntata. “Come hai potuto commettere un errore del genere? Come, Anthy?”
Mi guardò con un profondo dolore negli occhi. Sembrava davvero distrutta mentre io non riuscivo a capirne il motivo. Perché non si rendeva conto che in realtà tutto questo era quanto di più bello fosse mai capitato nella mia vita?
”Io la amo, mamma, la amo come si può amare una cosa preziosa, come si ha bisogno dell’aria e dell’acqua. La amo come si ama la luce dopo il buio e la voglio nella mia vita. Se questo ti crea un problema mi dispiace, ma non cambierò idea nemmeno per te. E ora devo tornare da lei”.
Margaret rimase immobile. Lo sguardo basso, proiettato sulla sua borsa firmata miseramente caduta a terra su un pavimento consunto.
Provai molte cose in quel momento, dispiacere, rabbia e rassegnazione. Lei non avrebbe mai capito, non avrebbe mai capito cosa significava smettere di respirare in modo automatico e farlo in maniera consapevole, ma io sì. Io ora lo sapevo. Sapevo che una vita vuota, nonostante i luccicanti orpelli di cui ci si possa circondare non è vita. Sapevo che non avrei più voluto dormire da solo e soprattutto, sapevo che nonostante prima avessi sempre sostenuto il contrario, ora non potevo più esistere senza la mia metà.
“Tu… tu farai la fine di tuo padre”, ringhiò.
“Perché? Che fine ha fatto mio padre? È felice a quanto sembra…”
“Felice?! Lui è felice?!”
Strinse il tessuto della gonna tra le dita con rabbia e mi fulminò. Un lampo verde malachite attraversò la stanza ingurgitando la distanza che ci separava. Era furente. “Lui non può essere… lo hai incontrato?”
“Sì, l’ho incontrato, mamma”.
“E cosa ti ha detto? Non ci posso credere, io ho fatto di tutto, Anthy, di tutto pur di…”
“Renderlo infelice, giusto?”
Non rispose, ma l’improvviso pallore che prese il posto del livore fu abbastanza indicativo.
“Quindi aveva ragione, sei stata tu… sei stata tu a impedirci di vederlo mentre hai continuato a riempirci la testa di stronzate. Hai preferito rinchiudermi in un centro per disturbati mentali piuttosto che farlo tornare a casa”.
Scossi la testa disgustato.
“No, tesoro, aspetta, non è come sembra, lui…”
“Sta’ zitta. Non voglio più sentire niente. Niente hai capito?!”
“Anthy…”
Sollevai la mano alzando l’indice e lei si zittì immediatamente. Il suo sguardo sgomento vibrava come una palude della Louisiana, voleva dire qualcosa ma non le diedi il tempo. Le voltai le spalle e uscii da quella stanza macinando una rabbia a dir poco prorompente.

La dottoressa Briani prese la sonda dell’ecografo e iniziò a ricoprirla di una sostanza gelatinosa. Ollie era seduta al mio fianco, le labbra serrate e gli occhi spalancati. Non l’avevo mai vista così attenta e concentrata. Anthy si era un po’ imbronciato quando gli avevo chiesto di farla assistere al suo posto ma poi, mi aveva sorriso minacciandomi che d’ora in avanti non si sarebbe più perso un’ecografia per nulla al mondo.
Lui, Brian e mio fratello erano usciti in corridoio discutendo di qualcosa che sembrava importante mentre sua madre… beh lei era sparita del tutto.
Non le ero piaciuta, avrei potuto giurarci come si può essere certi che il sole, arrivato a fine giornata, sprofonderà in un caldo bagno dai colori brillanti scomparendo dalla vista.
“Può spegnere la luce, per favore?”
La dottoressa Briani si rivolse a Ollie che come una libellula sospesa in aria volteggiò fino all’interruttore e fece precipitare nel buio la mia stanza. Con la stessa grazia di prima si accoccolò al mio fianco, gli occhi puntati verso il monitor e le labbra strette fra i denti.
Con la coda dell’occhio la osservavo. Ollie stringeva il lenzuolo stropicciato fra le dita e strizzava gli occhi, la schiena dritta e le spalle immobili, sembrava avesse smesso perfino di respirare. Era rapita, risucchiata da quel vortice che mi aveva catturata il giorno prima, un enorme ammasso che si muoveva sullo schermo come un cumulo di nembi sospesi a mezz’aria. Grigio. Grigio scuro. Grigio chiaro e poi… il rumore.
Amavo quel rumore. Era martellante, incessante come un cavallo selvaggio che avesse riconquistato improvvisamente la libertà, galoppava nel silenzio di una stanza vuota, attraversava l’oscurità e ti arrivava dritto al cuore, perché in fondo, era un piccolo cuore anche lui. Piccolo, piccolissimo, non più grande di un granello ma con la forza di una tempesta continuava a colpire.
Sentii qualcosa sfiorarmi la mano e mi voltai ancora verso di lei. Ollie era incantata, la bocca dischiusa e il labbro inferiore che vibrava. La luce riflessa del monitor le rischiarò il viso spogliandola dallo strato protettivo che le garantiva l’oscurità. Brillavano, sgusciavano via e poi cadevano giù, un piccolo torrente di lacrime iniziò a sgorgarle dagli occhi mentre le sue dita si intrecciavano alle mie. Mi stringeva e io la stringevo a mia volta.
Quello fu il momento più intenso della nostra vita.
Io e lei avevamo condiviso tutto, l’infanzia, l’adolescenza, i primi batticuori, le prime lacrime, ma quelle… quelle lacrime erano figlie di un sentimento ben più grande. Quelle lacrime parlavano di vita e di un amore immenso, immenso come quello che ci legava a doppio filo. Solo con una sorella poteva accadere qualcosa del genere e non importava se il nostro sangue era diverso, non importava se avessimo dei colori completamente opposti e dei caratteri agli antipodi. Ollie era la mia spalla, il mio conforto, uno spicchio di cuore che le avevo donato inconsapevolmente tanto tempo prima e che non avrei mai riavuto indietro.
“Tutto bene?” le domandai sorridendo.
“Mhh”, annuì facendo precipitare nel vuoto un’altra goccia silenziosa.
“È un miracolo, non è vero?”
“Sì”, confermò con la voce sgretolata dalla commozione. “Avevi ragione tu, è un vero miracolo”.
La dottoressa proseguì con le sue misurazioni controllando che fosse tutto ancora nella norma e poi mi comunicò che probabilmente, nel giro di qualche giorno sarei stata dimessa.

Tornare a casa. Sembrava così strano pensare a una casa in un paese straniero, eppure… eppure anche se è lontana migliaia di chilometri la tua casa può essere vicinissima, basta che con te ci siano le persone che la compongono, e io, in quel momento le avevo tutte lì con me.
Quando la dottoressa uscì dalla stanza riaccendendo la luce io e Ollie rimanemmo in silenzio per diverso tempo.
Non c’era molto da dire, bastava sentirsi e capirsi. Bastava un battito di ciglia e uno sguardo silenzioso per parlare senza farlo affatto.
Anthy rientrò con un’espressione soddisfatta stampata in faccia e Alex, beh lui sembrava turbato. Non in senso negativo, non era arrabbiato o qualcosa del genere, era semplicemente turbato come può esserlo qualcuno a cui capiti qualcosa di totalmente inatteso.
“Ora sarà meglio che vi lasciamo un po’ tranquilli”, commentò Ollie quando Anthy si accoccolò sul letto vicino a me. “Dobbiamo ancora sistemarci in albergo”.
“Quanto tempo vi fermate?” domandai fissando alternatamente mio fratello e la mia migliore amica.
“Qualche giorno”, rispose Alex, “solo qualche altro giorno”.
Annuii consapevole del fatto che entrambi avevano preso un volo dall’oggi al domani lasciandosi dietro un’infinità di appuntamenti saltati e d’impegni rimandati.
“Ma tornerete qui, più tardi?”
“Certo che torneremo, mostriciattolo, ma adesso cerca di stare tranquilla, okay? Lì dentro c’è qualcuno che ha bisogno di riposare”, disse rivolgendosi alla mia pancia e io inevitabilmente me l’accarezzai. Non facevo altro. Era un riflesso innato, naturale come spalancare la bocca per respirare dopo l’apnea.
Sorrisi quando lo vidi stringere Ollie per la vita e dopo averci salutato, si avviarono fuori dalla porta mano nella mano.
Anthy aveva appoggiato la testa sul cuscino contro la mia fronte. Respirava piano accarezzandomi i capelli con la punta delle dita.
“Sono proprio innamorati”, sussurrai scostandogli un boccolo dalla fronte. “Ma non è stato sempre così, sai?”
“No?”
“No. Per anni si sono odiati, di un odio feroce che può nascere solo dalle ceneri di un amore immenso”.

Aggrottò la fronte regalandomi quell’espressione perplessa che adoravo. “Non riesco più a seguirti, si odiavano o si amavano?”
“Io credo che si amassero”, gli accarezzai la bellissima ruga espressiva al centro degli occhi e lui sorrise.
“E allora perché si odiavano?”
“Non lo so, credo…”
“Cosa?”
“Credo che ci siano cose che non sapremo mai”.
“Come sei sibillina, amore mio” disse baciandomi la punta del naso. “Lo sai che sei bellissima?”
“Non prendermi in giro, stamattina ho incrociato uno specchio, lo sai questo?”
“E che cosa ci hai visto dentro?”
“Lo sai…”
“No, che non lo so, dimmi cosa hai visto”.
“Sono un piccolo mostriciattolo viola e giallognolo, ecco che cosa sono, e non venirmi a dire che sono bellissima, perché ancora ci vedo benissimo”.
Scoppiò a ridere. Una risata piena, solare, come non lo vedevo più fare da giorni. Bastò così poco per far sì che le costole imprigionassero il mio cuore che si dimenava come un forsennato.
“Non sembri affatto un mostriciattolo viola e giallognolo”.
“A no? E che sembro, sentiamo!?”
“Sembri una creatura fragile che invece è fortissima”. Si voltò su un fianco avvicinando la sua bocca alla mia. Eravamo così vicini che non c’erano più un paio di occhi che mi fissavano ma uno soltanto.
“Tu sei la cosa più bella che potessi sperare di incontrare, un misto tra la principessa delle favole e una guerriera. Sei l’amore della mia vita e continuerai a esserlo per sempre. Non smetterò mai di guardarti con occhi meravigliati, non smetterò di farlo tra un anno, quando girerai per casa con i capelli scompigliati e un bambino al seguito, non smetterò nemmeno tra cinque anni, quando sarai una donna in carriera, famosa e rispettata, e non smetterò di farlo tra cinquant’anni, quando mi sdraierò al tuo fianco stanco e invecchiato, pensando ancora che tu sia stata la cosa più bella che mi sia mai capitata”.
“Anthy…”
“Shhh”.
Mi sfiorò la bocca con l’indice e poi posò le labbra sulle mie. Se avessi potuto imprimere su una tela quell’emozione, sarebbe stata un’esplosione di colori. Sprazzi di giallo intenso e oro, striature di rosso e arancio e a far da sfondo, un cielo rosa pallido e lilla. Quel quadro sarebbe stato così, un’alba di mezzi toni che preannunciava una bellissima giornata di sole.

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