Noi … XXVII

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“Perché tua madre se n’è andata così di corsa?”
Sollevai le spalle evitando di guardarla ancora negli occhi. Non volevo mentire ma cosa avrei potuto dirle, non sopporta che noi due stiamo insieme? Pensa che tutto questo sia sbagliato? No. Non potevo dirglielo.
“Immagino che volesse riposarsi un po’”.
“Ma pensi che rimarrà qualche altro giorno? Ci tenevo a farle una buona impressione ma non credo di esserci riuscita”.
“No, tesoro, non è così, le hai fatto una buonissima impressione invece”.
“Te l’ha detto lei?”
“Certo che me l’ha detto lei”.
“Ma sei sicuro? Ad occhio e croce credevo che mi odiasse”.
“Non è assolutamente vero, amore, chi mai potrebbe odiarti?”
“Nessuno”.
Mi voltai di scatto. “Nessuno potrebbe mai odiarti, principessa”.
Mio padre era sulla porta e le sorrideva con un’espressione talmente innamorata da essere quasi sconvolgente. “Allora, come si sente oggi questa bellissima ragazza?”

Lei gli sorrise e tutta la stanza si illuminò a quel semplice gesto come se un raggio di sole fosse penetrato di colpo sotto alle tapparelle abbassate. “Comincio a pensare che riempirmi di complimenti sia una sorta di prerogativa dei maschi del vostro lignaggio”.
Lui scoppiò a ridere, una risata sincera, genuina. Le era sinceramente affezionato e in tutti questi giorni trascorsi in ospedale non ne aveva saltato nemmeno uno. Le aveva portato fiori, dolcetti cucinati da Bianca e perfino un pacchetto di cui ignoravo tutt’ora il contenuto.
“Sei pronta a stracciarmi ancora?”
Lei annuì e io mi allontanai. Mio padre tirò fuori dalla tasca un mazzo di carte da poker e si sedette in fondo al letto a mescolarle.
“Allora, cosa ci giochiamo oggi?”
“Uhm…”
Susan fece finta di pensarci su sollevando gli occhi in aria, mise una specie di broncio delizioso e poi sorrise. “Ci sono, vorrei una granita all’amarena”.
“E allora granita sia. Ma dovrai impegnarti più del solito, principessa, perché oggi mi sento particolarmente fortunato”.
“Non temere, Andrew, vincerò la mia granita, puoi scommetterci ciò che vuoi”.
Era così strano osservarli da lontano, sembravo uno spettatore invadente che spiava la felicità altrui, eppure… quella felicità poteva essere anche un po’ la mia se solo… se solo fossi riuscito a perdonarlo.
Scossi la testa e mi avviai verso la porta.
“Amore, dove vai?” domandò vedendomi andar via.
“Devo sbrigare alcune cose, sarò di ritorno tra un paio d’ore al massimo”.
Lei annuì tutta felice e io mi fermai a guardare ancora per un istante. “Resti tu qui con lei fino al mio ritorno?”
Non sapevo il perché avessi fatto proprio a lui quella domanda e a dire il vero, non ricordavo nemmeno quando avessi ripreso a parlargli. Mio padre si voltò incredulo, quasi emozionato.
“Certo che resto io con loro, la principessa e il mio nipotino sono in buone mani”.
“Okay”, masticai uscendo in tutta fretta.
Mi ritrovai fuori dalla porta, immerso nel brusio di una corsia dalle pareti verde mela e mi interrogai. Mi interrogai sui miei pensieri e sulle mie fragili certezze e fu proprio in quel momento, che lo stridore di tutta quella situazione mi ferì quasi le orecchie.
Mia madre, colei che avrei voluto avere dalla mia parte aveva espresso una sentenza di morte senza appello, mentre lui, lui che pensavo fosse l’uomo più bastardo sulla faccia della terra aveva tutte le carte in regola per vincere il premio di padre dell’anno.
Camminai in silenzio per quel corridoio lunghissimo macinando pensieri uno dietro l’altro e poi alla fine, mi dovetti arrendere all’evidenza, forse, e dico forse, Gemma aveva sempre avuto ragione e io mi ero sbagliato su tutto.

“Scala reale!” strillai tutta emozionata.
“Sei incredibile, principessa, o possiedi un talento naturale oppure devo pensare che tu abbia qualche trucco nascosto sotto le lenzuola”.
“Nessun trucco, e adesso vorrei la mia granita, grazie”.
“Agli ordini”, professò raggruppando le carte in un mazzo. “Scendo al bar qui di fronte e ne prendo subito una”.
Annuii continuando a sorridergli. Se non fossi già stata perdutamente innamorata di suo figlio e lui non avesse avuto l’età per essere mio padre, avrei anche potuto perdere la testa per quell’uomo. Era incredibile come il suo sguardo fosse uguale a quello di Anthy, anche Lorenzo aveva quel taglio fiero negli occhi ma la somiglianza fra loro due era molto più marcata.
“Amarena?”
“Amarena”, confermai.
“Vado e torno, principessa, e tu non muoverti di qui”.
“E dove credi che possa andare?!”
Andrew si sistemò la camicia stropicciata, diede un rapido sguardo al cellulare e uscì dalla stanza. Erano giorni che non rimanevo mai un attimo da sola e quella sensazione di solitudine era fin troppo piacevole. Mi accarezzai la pancia con la mano e senza rendermene conto mi ritrovai a parlare con il nulla.
“Ciao piccolino…” sussurrai, “domani la dottoressa ci farà ancora un controllo, non vedo l’ora di rivedere il tuo cuoricino lo sai?”
Mi sfiorai ancora l’addome e chiusi gli occhi.
Ero impazzita? Probabile.
Ero strana? Forse.
Ma in ogni caso, in quel momento, parlare con la mia pancia perfettamente piatta mi sembrava una cosa assolutamente normale.

Ero sdraiata sulla schiena, gli occhi chiusi e una serie di immagini piacevoli che fluttuavano nella mente quando sentii la porta aprirsi.
“Hai trovato l’amarena?” domandai senza sollevare le palpebre. Nessuno rispose e istintivamente aprii gli occhi.
“Bu-Buongiorno, signora”, balbettai tirandomi a sedere. La madre di Anthy era di fronte a me con un’espressione tutt’altro che pacifica. Non si degnò nemmeno di rispondere al mio saluto e sollevò un sopracciglio corrugando la fronte.
“Posso?” domandò avanzando di qualche passo.
“Certo”.
Le sue mani stringevano saldamente una borsetta dello stesso colore delle scarpe, la gonna frusciava mestamente a ogni passo e il suo sguardo… beh, il suo sguardo era paralizzante come quello di un cobra che ondeggi minaccioso.
Si fermò in fondo al letto a una certa distanza, né troppo vicina da entrare in confidenza, né troppo lontana da alzare la voce.
Mi squadrò dal basso verso l’alto muovendo quei due occhi glaciali su di me come una lama pronta ad affondare. Mi resi subito conto che quello non era affatto uno sguardo di approvazione, forse Anthy mi aveva mentito, o forse, lei aveva mentito a lui, fatto sta, che i suoi occhi sembravano pugnali pronti a colpire.
“Volevo parlarti… in privato”, disse con un tono fermo e quasi pacato. La guardai titubante mentre un’enorme O di sorpresa prendeva posto sulle mie labbra. Si osservò intorno e con un gesto rapido e sicuro chiuse la porta.
“Allora, signorina, credo che sia il momento che noi due ci chiariamo un po’ le idee”.
“Scusi?”
“Fai finta di non capire? Sarò più chiara allora, che cosa pensi di ottenere esattamente da mio figlio?”
Il sorriso stentato con cui avevo cercato di accoglierla mi abbandonò lentamente. Si era volatilizzato nell’aria come acqua salmastra colpita dal sole che si lasciava dietro solo una bianca crosta di sale. “Non capisco di cosa stia parlando, io…”
“Avanti, signorina, ne ho conosciuti tanti di tipi come te e tutti vogliono qualcosa”. Si sfilò la catenella dalla spalla e appoggiò la borsetta su una sedia. “Non credo che tu sia tanto diversa da tutte le altre, quindi ripeto, che cosa vuoi?”
“Io… io non capisco che cosa stia insinuando”.

Scosse la testa e iniziò a camminare per la stanza. Il rumore dei tacchi che percuotevano il pavimento in quell’andirivieni fece eco al battito accelerato nel mio petto.
Che cosa voleva quella donna da me?
Perché mi fissava con ribrezzo, come se fossi un essere immondo da schiacciare?
“Non guardarmi con quell’espressione da santarellina indignata perché sappiamo bene entrambe che non sei né l’una né l’altra, altrimenti non ti saresti data tanto da fare per farti mettere incinta così in fretta, e ora ti ripeto la domanda, che cosa pensi di ottenere da mio figlio?”
Ero sconvolta e le mie mani avevano iniziato a tremare. Avevo la testa che vorticava al pari di un gorgo in mare aperto e le orecchie che fischiavano per l’agitazione. Mai. Mai in tutta la mia vita mi sarei aspettata di vivere una situazione simile.
“Allora, hai perso le parole?”
“No, signora, non ho perso le parole se è questo quello che teme, è solo che non ho capito perché sia qui!?”
“Sei brava complimenti, di certo sai come rivoltare le domande, ma avrei dovuto immaginarlo, visto come hai incastrato mio figlio”.
“Incastrato? Sta scherzando, per caso?”
Si arrestò di colpo fissandomi con uno sguardo talmente verde e penetrante da sembrare un coccio aguzzo di bottiglia. “Ascoltami bene, ragazzina, io non ho cresciuto i miei figli praticamente da sola per poi permettergli di rovinarsi la vita. Anthy non commetterà lo stesso errore di suo padre quindi, mettiti l’anima in pace”.
Sì agganciò le mani dietro alla schiena e riprese a camminare con lo stesso ritmo cadenzato di prima.
“Allora, prima che perda la pazienza, dimmi, qual è il tuo prezzo?”
“Lei è pazza, lo sa questo?”
Si fermò di colpo e mi infilzò con lo sguardo. Si lisciò la chioma cotonata e si avvicinò rapida chinandosi su di me.
“Mettiamo bene in chiaro una cosa”, sibilò furente, “tu non sei minimamente degna di essere al fianco di mio figlio, non so come tu abbia fatto a convincerlo a sposarti, ma credimi, non succederà. Nulla di tutto questo accadrà perché tu lo lascerai immediatamente!”
Scoppiai a ridere un po’ per l’ira funesta che mi rivoltava lo stomaco, un po’ per la tensione.

“Lei non ha la minima idea di quello che dice…”
“Oh sì che ce l’ho, e di certo non permetterò né a te, né a un altro bastardello di rovinargli ancora la vita”.
Ero sconvolta, senza parole. Istintivamente mi portai le mani sul ventre come per proteggere nostro figlio dalle parole di quella donna. Ora capivo perché Andrew ci avesse messo in guardia contro di lei, Margaret De Sangre era un vero mostro.
“Le devo chiedere di andarsene”, dissi con una voce tutt’altro che sicura. “La prego di uscire da questa stanza e di non rimetterci piede”.
Iniziò a ridere, una risata quasi isterica e spettrale. “Credi davvero che basti ordinarmi qualcosa perché io la faccia? Forse non hai ben chiaro con chi hai a che fare!”
Si avvicinò alla seggiola, prese la borsetta e la apri con un leggero scatto. Vi fece scivolare dentro una mano e io sentii il sangue rapprendersi in ogni capillare. Temevo che avesse con sé qualcosa di pericoloso, invece, tirò fuori un innocuo blocchetto degli assegni e una penna. Lo aprì e iniziò a scrivere qualcosa appoggiandosi al tavolo.
“Allora, quanto vuoi?”
“Sta scherzando?”
“Ti sembra che scherzi? Eppure mi sembravi un tipetto sveglio. Voglio solo sapere qual è il tuo prezzo, tutti hanno un prezzo, tesoro, quindi ti ripeto la domanda, quanto vuoi per andartene e lasciare in pace mio figlio? Ti va bene una cifra a cinque zeri?”
“Lei è completamente pazza, esca fuori di qui!” strillai in preda all’ira. “Non voglio ascoltarla, esca! Esca subito!”
Con fare indifferente, come se ignorasse completamente le mie parole, strappò l’assegno e lo ripiegò su se stesso. Sembrava così soddisfatta e sicura di sé quando me lo poggiò sul letto. Fissavo quel pezzo di carta come se fosse incandescente, lo accartocciai con una mano e lo lanciai in fondo alla stanza.
“Esca. Fuori. Di qui. E non si permetta mai più di offrirmi del denaro in cambio di suo figlio!”
“Ma sentitela, tu davvero credi che lui rimarrà con te? Pensi di renderlo felice? Per tutta la vita non ha fatto altro che passare da una puttanella all’altra, proprio come faceva suo padre e tu, sei solo l’ultima di una lunga serie. Quindi non guardarmi con quei due occhioni offesi come se ti avessi detto chissà quale cattiveria, questa è solo la verità. Ben presto si stancherà anche di te e allora ti pentirai amaramente di aver rifiutato un’offerta così generosa”.
“Questo non succederà! Anthy mi ama”.
“Io non ci giurerei se fossi in te”.

La porta si spalancò con un tonfo e Andrew fece il suo ingresso nella stanza, una granita in mano e uno sguardo assassino che congelò l’aria.
“Che cosa ci fai qui, Margaret?”
“Ma pensa un po’, potrei farti la stessa domanda?!” sibilò infilando il blocchetto nella borsa.
“Va tutto bene, principessa?”
“Sì, va tutto bene”. Ma non andava bene per niente, sua madre mi odiava, mi aveva appena dato della puttana da quattro soldi e aveva cercato di pagarmi per lasciare Anthy. Un conato di vomito mi risalì la trachea e nonostante cercassi di tenerlo a bada, quel rimescolamento di viscere era più impetuoso della mia forza di volontà.
Mi fissava. Andrew mi fissava con un’espressione tesa e preoccupata.
“Che cosa le hai detto?” tuonò contro la sua ex moglie.
“Assolutamente niente, abbiamo solo avuto un pacifico scambio di vedute, tu piuttosto, da quando sei diventato così premuroso?”
“Stai attenta a ciò che fai, Margaret!”
“Oh mio Dio! Sto tremando di paura! Che cosa vorresti farmi sentiamo? Sei un fallito, un derelitto, uno squallido poco di buono che ha abbandonato la sua famiglia per correre dalla sua puttana e da un figlio bastardo!”
“Sta’ zitta, Margaret!”
“E no, caro mio, non sto zitta per niente! Credi che non sappia che cosa stai combinando alle mie spalle, Gemma mi ha detto tutto, dovresti vergognarti, portare i tuoi figli a conoscere la tua squallida puttana!”
“Non azzardarti più a parlare di lei in quel modo, hai capito? Tu non devi nemmeno nominarla!”
“Ma davvero? Puttana! Lei è una grandissima puttana e tu sei un uomo ignobile!”

“Fuori di qui!” ringhiò strattonandola per un braccio. “Vattene immediatamente!”
Margaret si divincolò come un’ossessa e lui indietreggiò. Lo aveva spinto, o forse lo aveva semplicemente colpito. Andrew barcollò arretrando di qualche passo finché il muro arrestò i suoi movimenti incerti e traballanti.
“Andrew”, lo chiamai con un flebile filo di voce, ma lui non mi sentì. La sua schiena scivolò lungo la parete e si portò entrambe le mani al petto. Era pallido, quasi livido. “Andrew!” gridai ancora più forte. “Andrew, che succede!”
Mi alzai dal letto in preda al panico con il cuore che rimbombava fino alle tempie. Mi precipitai al suo fianco mentre lo vedevo scivolare sempre più in basso, le dita conficcate all’altezza del cuore e il respiro sempre più affannoso.
“Che cosa fa lì impalata!” gridai, “chiami qualcuno!”
Margaret era rimasta paralizzata. Gli occhi spalancati e lo sguardo perso nel vuoto. “Si sbrighi, dannazione!”
Annuì freneticamente e si voltò verso la porta che si aprì da sola. Anthy stava scherzando con Brian ma quello scambio di sorrisi, si tramutò ben presto in una maschera di preoccupazione.
“Anthy, chiama qualcuno presto, tuo padre si sente male!”
Brian gridò qualcosa a un’infermiera nel corridoio e lui si precipitò da noi.
“Che cazzo è successo!” urlò inginocchiandosi di fianco a me. Afferrò suo padre per le spalle e iniziò a scuoterlo ma lui sembrava non riuscire nemmeno ad aprire gli occhi. Anthy lo fissava con un’espressione atterrita, era la prima volta che lo vedevo così disperato ma soprattutto, era la prima volta che lo vedevo avvicinarsi così tanto al padre. Se lo strinse addosso continuando a scuoterlo ma l’unica cosa che riuscì ad ottenere fu una smorfia di dolore che lo rese, se possibile, ancora più pallido.
Qualcosa di sconosciuto gli balenò negli occhi.
“Papà!” strillò accarezzandogli il viso contratto. “Parlami papà, ti prego”.
Andrew prese fiato con un rantolo appena udibile, aprì gli occhi per un brevissimo istante e gli sorrise prima di perdere definitivamente i sensi.

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