Noi … XXVIII

.

.

“Hai visto quell’infermiera?”
“Quale?”
“Quella laggiù”, Brian si spinse indietro i capelli con la mano e sorrise indicando una donna di una certa età che si affaccendava dietro al bancone della reception.
“Quella anziana?”
“Sì, quella, non ti dice niente?”
La fissai attentamente ma non riuscivo a vederci nulla di particolare. Mi strofinai la barba con le dita e sollevai le labbra in una smorfia. “Non mi pare, perché?”
“Guardala meglio”.
“La sto guardando, ma non…”
Un sorriso si materializzò quando un’immagine consumata da anni di oblio, riapparve nella mia memoria. “Miss Jenkins!”
“Già, non sembra proprio lei?” domandò ridendo.
“Hai ragione, sembra proprio lei!”
“Ragazzacci!” gracchiò Brian, imitando la voce di miss Jenkins, la donna che ci aveva inseguito in lungo e in largo nell’istituto. Io e Brian la facevamo impazzire ma quella era l’unica fonte di divertimento a cui potevamo attingere in un luogo triste come quello. Un istituto per bambini traumatizzati con qualche problema comportamentale non era esattamente Disney World.
“Anthy Raineri”, continuò lui imitando la sua voce gracchiante, “prima o poi mi farai morire. Sono troppo vecchia per correrti appresso!”
Ridevo. Ridevo come non avrei mai creduto di poter fare in quella circostanza. Non potevo immaginare che ricordare un periodo tanto buio della mia vita un giorno mi avrebbe fatto sorridere.

“E tu biondino stai attento!” gli risposi nello stesso tono, “se ti prendo…” mi morsi le labbra come faceva lei per non concludere le vuote minacce che gli balenavano costantemente in testa.
Scoppiammo a ridere incuranti di essere nel bel mezzo di un ospedale. Afferrai la maniglia continuando a ridacchiare e spalancai la porta della stanza.
Mia madre era di fronte a me pronta ad uscire di corsa, Susan gridava accasciata a terra e lui… lui era riverso sul pavimento.
“Anthy, chiama qualcuno presto, tuo padre si sente male!” strillò con le lacrime agli occhi. Brian, freddo come al solito, si precipitò in corridoio a cercare aiuto mentre io non sapevo che fare.
“Che cazzo è successo!” urlai inginocchiandomi sul pavimento. Susan mi guardò con un’espressione che non lasciava spazio a repliche, era terrorizzata e faceva fatica a trattenere le lacrime. Mi voltai verso mio padre che ansimava senza fiato stringendosi il petto con le mani.
Che stava succedendo? Non poteva accadere davvero una cosa del genere.
Lo scuotevo. Lo scuotevo perché doveva guardarmi, cazzo. Doveva riaprire gli occhi. Doveva parlare, doveva sorridere a Susan, doveva…
Doveva restare con me.
“Papà!” strillai accarezzandogli una guancia pallida. “Parlami papà, ti prego!”
Lo sentii prender fiato a fatica, un rantolo appena udibile gli uscì dalle labbra e poi riuscì a guardarmi. Fu un attimo, mi fissò con lo sguardo finalmente sereno e poi scivolò in un sonno profondo quasi privo di vita.
“Papà”, ripetei trattenendo a stento un singhiozzo. Erano decenni che non usavo più quella parola ma nell’ultima settimana era cambiato tutto e adesso… adesso avrei tanto voluto chiamarlo papà all’infinito.
“Amore, spostati”, Susan mi scosse per un braccio mentre un gruppo di medici e infermieri cercava di farmi scansare per occuparsi di lui.
Ero come ipnotizzato dai loro movimenti. Erano decisi, sicuri e sapevano perfettamente cosa fare. Rimasi in piedi in un angolo a fissare quella scena senza riuscire nemmeno a respirare. Susan mi abbracciò da dietro singhiozzando sommessamente.
“Andrà tutto bene, amore” sussurrava alle mie spalle tra un singulto e l’altro. “Vedrai che andrà tutto bene, tuo padre è un uomo forte”.
Annuii senza distogliere lo sguardo dalla barella che si allontanava a tutta velocità cigolando. Presi fiato, ingoiai il nodo che mi stava serrando la gola e mi armai di un coraggio che non sapevo nemmeno di possedere.

“Dobbiamo chiamare Bianca, Gemma e Lorenzo”, professai senza rivolgermi a nessuno in particolare.
“Li chiamo io”, suggerì Susan senza staccarsi da me.
Annuii. Fissavo un punto del pavimento che diventava via via più sfocato mentre il mio cuore tremava. Non potevo perderlo un’altra volta, non ora che l’avevo ritrovato.
È strano no? Non ero riuscito a perdonarlo e credevo fermamente che non ce l’avrei mai fatta ma ora… ora che rischiavo di perderlo per sempre non mi importava più nulla di quello che era successo, non mi importava del passato, volevo solo avere una seconda occasione.
Mia madre era immobile, schiacciata contro una parete come se ne fosse stata inghiottita. Non capivo bene quali pensieri le percorressero la mente ma una cosa era certa, si sentiva in colpa, tremendamente in colpa. Fu allora che un brutto presentimento mi rimescolò il sangue.
“Come… come è successo?” domandai.
Susan mi strinse saldamente alle spalle ma non rispose, tutto ciò che le uscì dalla bocca fu una specie di sospiro.
Mi voltai verso mia madre e la fissai. “Tu come mai sei qui? Ti avevo detto di andartene o sbaglio?” sibilai sferzandola con uno sguardo più rovente di una frustata.
Lei indietreggiò e si portò una mano alla bocca. Era accaduto qualcosa ed ero certo che non mi sarebbe piaciuto affatto.
“Stai calmo, amore”, sussurrò Susan strofinandomi lentamente la schiena con la mano, “tua madre era venuta qui per parlare con me”.
“Di cosa? Di cosa volevi parlare?” le domandai sempre più agitato.
“Io… io…”
“Spero per te, mamma, che tu non abbia fatto qualche cazzata perché te ne pentiresti amaramente”.
“Anthy, io…” scoppiò in lacrime portandosi entrambe le mani agli occhi.
”Amore, calmati, siamo tutti molto scossi in questo momento e anche Margaret lo è, quindi cerca di stare tranquillo, okay? Ne riparleremo più tardi quando Andrew starà meglio”.
Susan mi accarezzò i capelli parlandomi con quel tono dolce e tranquillizzante che era sempre in grado di farmi sentire meglio.
“Va bene, tesoro, hai ragione tu”.
“Ora avviso i tuoi fratelli e tu vai a parlare con il dottore, va bene?”

Annuii mentre lei si allontanava per prendere il telefono e comporre il numero. La osservai attentamente mentre chiacchierava al telefono, spiegava a qualcuno dall’altra parte che papà si era sentito male e io non potei fare a meno di uscire fuori. Brian era in fondo al corridoio, la schiena appoggiata alla parete ed entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni. Non appena mi vide la sua espressione si fece ancora più seria, si avvicinò e mi circondò le spalle con un braccio.
“Vedrai che andrà tutto bene, amico mio”.
Sollevai lo sguardo verso il suo, chiaro come il ghiaccio del Fjallsárlón e piegai la testa un paio di volte prima di tornare a fissarlo.
“L’ho odiato, Brian, l’ho odiato da morire ma adesso…”
“Lo so. Certe cose non guariscono, Anthy, impari a conviverci, ma non puoi cancellarle. Tu credevi di esserci riuscito nascondendoti dietro all’odio e alla rabbia, ma non è sfuggendo al problema che se ne viene fuori. Non si smette di amare qualcuno solo perché non lo vedi e non lo senti”.
“Grazie”, bofonchiai.
“E di cosa?! Sai che io sono la voce della tua coscienza”.
Lasciò la presa e come se nulla fosse si rinfilò le mani nelle tasche. Camminò al mio fianco senza dire più nemmeno una parola. Oltrepassammo il corridoio e non appena fuori dalla porta frangifiamme che divideva i reparti, incrociammo uno dei medici intervenuti poco prima che parlava al cellulare. Aspettai che finisse e poi lo chiamai.
“Dottore, mi scusi”, si voltò e mi fissò per un istante sollevando un sopracciglio. “Volevo sapere come… come sta mio padre, l’uomo che si è sentito male poco fa”.
Il medico annuì capendo finalmente chi fossi. Ripose il cellulare nel camice che sembrava ancora più bianco sotto la luce al neon. Aveva un aspetto imperturbabile, totalmente distaccato.
“Suo padre al momento è stato portato in cardiologia per degli accertamenti, non posso dirle altro finché non avremo le risposte degli esami, comunque se vuole, può salire al terzo piano e aspettare lì”.
“In cardiologia? Ha avuto… ha avuto un infarto?” domandai con un filo di voce.
“Non posso azzardare diagnosi senza i risultati, ma stia tranquillo, è in ottime mani glielo posso garantire”.
Presi fiato inspirando dal naso. Sentii i polmoni bruciare ma continuavo ad immagazzinare aria. Rimasi immobile per un po’ e poi di colpo la rilasciai tutta insieme.
Dovevo andare da lui.
Dovevo vedere come stesse.

Dovevo… pregare che andasse tutto bene.
Attraversai l’ampio locale che si congiungeva alla tromba delle scale, chiamai l’ascensore principale e salimmo al terzo piano.
Entrammo nel reparto senza nemmeno sapere dove andare, era la seconda volta in pochi giorni che mi trovavo a non sapere cosa sarebbe successo, a lottare contro quel senso di impotenza che ormai era diventato un fidato compagno di battaglie.
Ci avvicinammo alla reception dove un’infermiera dall’aspetto impeccabilmente curato stava parlando al telefono. Si muoveva in quello spazio ristretto senza alzarsi dalla sedia girevole su cui era appollaiata. Scribacchiò qualcosa su una cartellina e non appena notò la nostra presenza, sollevò lo sguardo verso di noi alzando l’indice per chiederci di aspettare.
“Sì, va bene, ma fatemi avere quella cartella il prima possibile”, ordinò al suo interlocutore. Agganciò il telefono e ci sorrise.
“Posso aiutarvi?”, chiese con tono gentile e professionale.
“Mio padre è stato portato qui poco fa, si è sentito male mentre era al piano di sotto e volevo sapere qualcosa sulle sue condizioni”.
Lei annuì comprensiva e mi sorrise appena.
“Aspetti lì”, disse indicando delle sedie di plastica accostate a una rientranza del muro. Si alzò dalla seggiola con un movimento aggraziato e la fece scivolare indietro. Uscì dalla reception e con pochi passi silenziosi scomparve dietro a una porta bianca.
Eravamo seduti da un po’, ma non avevamo avuto ancora nessuna risposta. Aspettare non era il mio forte, l’attesa non era una cosa a cui ero abituato e quei dieci minuti, mi sembrarono un’eternità. Fissavo le ante bianche e completamente sigillate muovendo ritmicamente il piede sul pavimento. Il mio ginocchio si alzava e si abbassava continuamente come se fosse in preda a qualche spasmo involontario. Ogni minimo rumore mi obbligava a voltarmi verso quella porta ma sembrava che avesse inghiottito tutti, infermiera compresa.
Diversi minuti più tardi sentimmo delle voci provenire dalla tromba delle scale e quasi subito mia sorella entrò completamente stravolta stringendo la mano di Ascanio. Non appena mi vide si avvicinò di corsa. Ascanio rimase leggermente indietro mentre Gemma mi gettava le braccia al collo singhiozzando.
“Come sta?” domandò tirando su col naso.
“Non sappiamo ancora niente, lo hanno portato qui più di mezz’ora fa ma ancora non sono riuscito a parlare con nessuno”.
“Ma starà bene, vero?”
“Non lo so, Gemma, non lo so”.
“Ma lui deve stare bene!” ansimò portandosi le mani alla faccia. Ascanio la raggiunse alle spalle e la strinse a sé. Gemma si voltò ad abbracciarlo e pianse ininterrottamente tra le sue braccia per diverso tempo. Lui la stringeva, le accarezzava la schiena proprio come aveva fatto Susan con me, le sussurrava qualcosa all’orecchio di tanto in tanto e lei annuiva continuando a piangere.
Quell’uomo era innamorato di mia sorella, era qualcosa che non poteva proprio nascondere. Mi voltai verso Brian e gli chiesi il suo telefono, volevo avvisare Susan che stavamo ancora aspettando ma non si mosse.
“Brian, mi hai sentito?”
“Come? Mi hai chiesto qualcosa?”
Si voltò rapidamente verso di me distogliendo lo sguardo da mia sorella.
“Ti ho chiesto se potevi prestarmi il telefono”.
“Sì, certo, tieni”, me lo porse come se niente fosse, ma qualcosa nella sua espressione era cambiato. Presi il telefono e mi avviai verso le scale prima di chiamarla

“Pronto, Brian?”
“Sono io, amore, Brian mi ha prestato il suo telefono”.
“Come sta tuo padre? Vi hanno detto niente?”
“No niente, stiamo ancora aspettando. Gemma è arrivata in questo momento”.
“Anche Bianca e Lorenzo saranno lì a breve, ci ho parlato poco fa”.
“Bene”, sospirò rimanendo in silenzio. “Mia madre se n’è andata?”
Mi voltai verso la sedia in fondo alla stanza e osservai la donna che c’era seduta sopra.
“No, è ancora qui con me”.
Anthy deglutì al telefono.
“Mi dispiace per qualsiasi cosa possa averti detto”.
“Non mi ha detto nulla, sta’ tranquillo”.
Fece una specie di smorfia.
“Non sei così brava a mentire, signorina, e poi la conosco fin troppo bene, è di mia madre che stiamo parlando, Susan”.
“Non angosciarti anche per questo, okay? Adesso pensa solo a tuo padre e fammi sapere qualcosa appena hai delle novità”.
“Va bene, tesoro, appena ho qualche notizia ti chiamo”, deglutì ancora senza chiudere la comunicazione. “Susan?”
“Sì?”
“Ti amo”.
“Anch’io, non sai quanto”.

La chiamata si interruppe e io mi sedetti sul letto.
Margaret era immobile. Accasciata su una sedia stringeva tra le mani la sua borsetta come un potente scudo e guardava fuori dalla finestra.
“Mi dispiace”, mormorò a un certo punto. La sua voce era talmente impalpabile da farmi chiedere se davvero avesse parlato. Si voltò verso di me e mi fissò.
“Mi dispiace per tutto, per come ti ho trattato poco fa e per…” si portò le mani sulla faccia trattenendo il respiro. “Non immaginavo che lui… che si sentisse male”.
I capelli non erano più impeccabili come prima, il mascara le era colato leggermente sulla guancia e un fazzolettino cercava di arginare quello che ormai stava venendo fuori senza freni.
Quella non assomigliava affatto alla donna con cui mi ero scontrata poco prima, quella versione di Margaret De Sangre appariva fin troppo fragile per essere reale.
Sapevo che quella donna provava un’innata ostilità nei miei confronti ma in quel momento, era così triste che una moltitudine di sensazioni contrastanti si aggrovigliarono nella mia anima.
Prevalse il mio lato buono.
Mi alzai, presi l’altra sedia e la posizionai proprio di fronte alla sua. Eravamo sedute una davanti all’altra. Margaret si poggiò le mani sulle ginocchia e mi guardò. Aveva gli occhi lucidi e visibilmente arrossati.
“Grazie per non avergli raccontato niente, un’altra al tuo posto gli avrebbe già riferito tutto”.
Le presi una mano e la sentii irrigidirsi.
“Io non sono come le altre, io sono io. Ho mille difetti e posso anche essere totalmente inadeguata a quando pare, ma di una cosa può esserne sicura, amo Anthy più di qualunque cosa e non farei o direi mai niente, che potesse fargli del male. Mai”.
“Lo so”, professò stringendomi la mano a sua volta, “come so che mio figlio ti ama”.
Annuii continuando a tenerle la mano.
“Pensa ancora che debba lasciarlo?”
“No”, scosse la testa abbassando lo sguardo. “Non devi lasciarlo o gli faresti del male, più di quanto abbia già fatto io nel corso degli anni”.
“Lei non gli ha fatto del male e lo dimostra il fatto che Anthy le vuole molto bene”.

Socchiuse le palpebre finemente truccate e inspirò a lungo.
“Immagino che appena capirà come stanno veramente le cose, non vorrà più parlarmi”.
“Perché dice questo?”
“Perché è la verità”, sospirò sollevando le spalle e chinando la testa in avanti. “I miei figli hanno sempre preferito il padre a me, lui era il loro supereroe mentre io… io ero solo una donna triste e disperata. A mia discolpa però, posso dire di aver amato infinitamente mio marito, credevo che niente avrebbe mai potuto separarci. Poi ha conosciuto quella donna ed è finito tutto. Tutto capisci?”
Conficcò le unghie nella pelle chiara della borsetta e mi fissò stravolta.
“Tu le somigli così tanto. Avete la stessa espressione… ti ho odiata sai? Quando ti ho visto, ti ho odiata profondamente, mi è sembrato che la storia si ripetesse ancora e che tu mi avessi rubato mio figlio come lei aveva fatto con mio marito”.
“Mi dispiace”.
“Non dispiacerti, la realtà è che sono sempre stata una pessima madre. Gli ho impedito di vedere il padre, l’ho tenuto lontano con ogni mezzo, lecito e illecito, solo perché volevo che Andrew soffrisse, volevo che si sentisse solo e abbandonato come mi sentivo io. Quello che ho ottenuto però, è stato far soffrire i miei figli, tanto che Gemma è andata a cercarlo di nascosto e Anthy ha smesso di comunicare per anni”.
Margaret parlava lentamente, poi rimase a lungo in silenzio. Il suo sguardo era fisso verso il giardino oltre la finestra. Osservava le punte dei sempreverdi che oscillavano freneticamente sospinte da un vento battente. C’era un temporale estivo in arrivo e il cielo era gravido di ombre scure. Lampi abbacinanti attraversavano l’aria come saette infuocate e noi rimanemmo lì, in silenzio a guardare oltre il vetro.
“Mi crederesti se ti dicessi che ho continuato ad amarlo per tutti questi anni?”
Stringeva l’orlo della gonna fra le dita come una ragazzina spaventata, non aveva più nulla del procuratore dal braccio di ferro che terrorizzava ogni imputato le capitasse a tiro. Margaret si era spogliata di una corazza costruita col dolore e aveva esposto tutta la sua fragilità rimanendone quasi annientata.
Si era piegata un po’ come stavano facendo quegli alberi in giardino. Ogni tanto una raffica di vento più intensa li faceva oscillare pericolosamente prima di scagliarsi contro il vetro facendolo vibrare. Stava davvero per piovere, era questione di poco.
Margaret si voltò seria riacquistando parte della sua espressione imperturbabile. Si passò le mani tra le ciocche cotonate e si alzò in piedi.
“Credo che per oggi abbiamo parlato abbastanza, Susan, forse sarà meglio che io me ne vada adesso”.
“È sicura? Voglio dire, sta per piovere, se vuole può rimanere, mi farebbe piacere”.
“No, ti ringrazio, ma credo che chiamerò un taxi e tornerò in albergo. Devo prenotare il volo di rientro”.
Fece due passi verso la porta e si fermò dandomi le spalle. “Susan…”
“Sì?”
“Ti chiedo solo una cosa…”
“Cosa?”
“Rendi felice mio figlio”.
“Ci proverò, Margaret, ci proverò sul serio”.

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