Naris IV

.

“Te lo dico io, amico, siamo nei guai e pure seri!” disse il Vecchio a Vento del Nord.
In segno di approvazione l’asino alzò l’orecchio destro.
“Quel mostro di Ishtun voleva uccidere sua figlia e adesso se la prende con me! Un testimone scomodo da eliminare… Dal suo punto di vista, so troppo di troppo! Mi metterà alle calcagna i suoi sicari e la polizia, che farà di tutto per sottostare agli ordini di una personalità così importante. Non ci resta che rintanarci da qualche parte, amico, e far passare la tempesta.”
Il quadrupede approvò di nuovo.
“Il guaio è che questa tempesta rischia di essere molto lunga… E se Naris non tornasse da Pi-Ramses, e se la piccola non riuscisse a sfuggire ai suoi persecutori? Per fortuna c’è Geb con lei. La proteggerà. Dai, muoviamoci.”
Vento del Nord affrettò il passo e le articolazioni del Vecchio furono costrette ad adattarsi al suo ritmo.
“Evidentemente sai dove stiamo andando. Uno come te meglio non averlo come nemico!”
L’unico conforto era il carico di papiri che l’asino stava trasportando. Un vero e piccolo tesoro che avrebbe permesso all’ex intendente di sopravvivere.
Vento del Nord scelse prudentemente il percorso meno frequentato. Il Vecchio si girò più volte per verificare che nessuno li stesse seguendo, e constatandolo si sentì rassicurato.
Certo, li aspettava un’intera giornata di cammino, ma avrebbero raggiunto un riparo sicuro di cui Ishtun ignorava l’esistenza: la vigna al confine con il deserto. Era solito trascorrervi il poco tempo libero e aveva costruito una cantina dotata di un ottimo sistema di sicurezza: doppia porta, tre chiavistelli, chiave nascosta sotto la sabbia. Precauzioni indispensabili data l’alta qualità dei vini che ospitava. E oggi gli avrebbe salvato la vita.
A mano a mano che si avvicinavano, il Vecchio si faceva ancora più guardingo.
Quando Vento del Nord si fermò a degustare dei ciuffetti d’erba, il Vecchio capì che era finalmente giunto il momento di rilassarsi. Alleggerì l’asino del suo carico, cercò la chiave e aprì la porta del rifugio.
Poi, esausto, si concesse un sorso di rosso dall’aroma sublime: le arterie si dilatarono e la fatica scomparve. Una bella notte al riparo dai pericoli lo avrebbe rimesso in sesto consentendogli di pensare al futuro.

Ithef, il capo della polizia di Menfi, non riusciva a dormire. Funzionario modello e puntiglioso, era la soddisfazione del governatore della vecchia città. Quel colosso dallo spirito semplice aveva una regola a cui non derogava mai: un delinquente è un delinquente, va arrestato e messo in prigione. Il resto era di competenza dei giudici. Grazie all’efficienza dei suoi uomini, la città era tranquilla e il tasso di criminalità era decisamente basso. Ciononostante, Ithef stava sempre all’erta, consapevole che il minimo cedimento sarebbe stato rischioso per la qualità di vita della città.
Adesso gli era piombata tra capo e collo la scomparsa di Marsinkara, unica figlia di un notabile! Le indagini condotte dalle sue squadre di inquirenti non stavano dando risultati. Nessuno aveva visto la ragazza. Ithef non poteva credere che si trattasse di un delitto.
Ed ecco che Ishtun lo convocava nella sua villa!
Impossibile non presentarsi adducendo un impedimento di lavoro: Ishtun era amico intimo del governatore, che gli avrebbe immediatamente chiesto spiegazioni. Lasciando da parte pratiche di minor importanza, il capo della polizia si recò dal supervisore dei granai.
Ishtun stava verificando l’attività di una birreria. In sua presenza i dipendenti intensificavano gli sforzi.
“A che punto siamo, Ithef?”
“Nessuna traccia di vostra figlia.”
“Disponi di un numero sufficiente di uomini?”
“Sinceramente sì. Abbiamo eseguito un bel numero di interrogatori e verificato varie piste, invano. Vostra figlia ha scelto un nascondiglio eccezionale.”
“A volte mi viene da pensare al peggio…”
“Gli unici delitti che sono stati perpetrati a Menfi erano dei regolamenti di conti tra stranieri e sono comunque pochissimi. Non perdete la speranza e continuate ad accordarmi la vostra fiducia.”
Il padrone della tenuta uscì dalla birreria. Ithef lo accompagnò fino a una panchina in pietra sotto un sicomoro.
Ishtun si sedette.
“Ho uno strano fatto da segnalarti: la scomparsa del mio intendente. Una persona integra, grande lavoratore, molto legato a questa proprietà. L’avevo mandato a comprare dei papiri e non è mai rientrato. Sicuramente è stato colto da un malore oppure è rimasto vittima di un attentato. A meno che…”
“A meno che?”
“Il Vecchio potrebbe essere coinvolto nella scomparsa di mia figlia…”
“Un complotto?”
“Perché no?”
“Si tratterebbe quindi di rapimento! Avete ricevuto una richiesta di riscatto?”
“Non ancora.”
“Se non ho capito male, questa è la vostra intima convinzione?”
“Un’ipotesi che sta prendendo corpo” ammise Ishtun. “Sono un uomo ricco e influente, invidiato da molti. Prendendo mia figlia, mi colpiscono al cuore.”
“A Menfi non è mai stata compiuta una simile atrocità!”
“I tempi cambiano, Ithef.”
Il capo della polizia era scombussolato. Questa faccenda andava al di là delle sue capacità.
“Sospettate di qualcuno?”
“Ci ho pensato, ma non sono giunto a nessuna conclusione. Quale essere sarebbe così abietto da macchiarsi di un simile delitto? Sta di fatto che mia figlia e il mio intendente sono scomparsi. Mi chiedo se siano entrambi vittime o se il Vecchio sia complice di un mostro. Mi sento perso, Ithef, e tu sei la mia unica speranza.”
Colpito dallo sconforto del notabile, il capo della polizia si ripromise di impegnarsi a fondo per risolvere la faccenda.
“Avete ragione, sono a corto di uomini. Da domani metterò in campo tutti i miei sottoposti.”

Gli scaricatori erano suddivisi in squadre: ognuna si occupava di un settore ben preciso del porto del Buon Viaggio e nessuno si sarebbe mai avventurato oltre le frontiere invisibili di cui tutti riconoscevano l’esistenza. I siriani non si mescolavano ai menfiti, che a loro volta guardavano dall’alto in basso quelli che venivano dalle province. Tutti, però, diffidavano della polizia che pattugliava il porto di continuo. Il capo Ithef, incorruttibile, non era tenero con nessuno e non tollerava il minimo disordine. In caso di contrasti, gli scaricatori se la vedevano tra di loro in qualche luogo fuori mano.
Seduto all’ombra, il possente Nemo assisteva allo scarico di una nave che trasportava anfore d’olio. Era alla quinta fetta di manzo essiccato quando un gigante barbuto di un centinaio di chili lo apostrofò: “Ce la prendiamo comoda, amico?”
“Perché, non si vede?”
“Non hai voglia di lavorare, vero?”
“Dipende.”
“Due belle giornate di carico. Uno dei miei è malato e mi sembri della stazza giusta per sostituirlo.”
“Quanto paghi?”
“I pasti, un’anfora di birra, un paio di sandali nuovi.”
“Preferisco starmene qui tranquillo.”
“Ehi tu, non tirare troppo la corda! È una paga coi fiocchi!”
“Allora avrai la fila!”
“Il problema è che si comincia ora. Due paia di sandali?”
“E due anfore di birra.”
“Sei un po’ troppo caro, amico! A questo prezzo, prova soltanto a perdere del tempo!”
“Cominciamo?”
Il reclutatore non rimase deluso. Da solo Nemo fece il lavoro di tre scaricatori. Senza mai aprire bocca si occupò senza sosta dei pacchi e fece guadagnare tempo prezioso a tutta la squadra. Una volta terminata la prima parte del lavoro, prese ciò che gli spettava e andò a sedersi all’ombra per dissetarsi.
Il padrone gli si avvicinò.
“Sei fatto per questo lavoro, amico.”
“Magari.”
“Sei in regola?”
“Per quanto possibile.”
“Ho un buon fiuto, io. Ho l’impressione che qualcosa ti preoccupi molto.”
“Possibile.”
“Potrei aiutarti a trovare la soluzione… Al porto conosco tutti.”
“Anche il più fetente dei fetenti?”
Il padrone ebbe un sussulto.
“Che vuoi dire?”
“Un bastardo si è dimenticato di pagarmi e vorrei fargliela pagare.”
“Un tipo di qui?”
“Un mercante siriano, pieno di belle promesse.”
“Sai come si chiama?”
“Quello non me lo dimentico di certo! Si chiama Shlaq.”
Il padrone si grattò il mento.
“Se mi informo, entri nella mia squadra?”
“Se ne può parlare.”
Nemo riprese il lavoro e con uguale efficienza. Grazie a lui, i colleghi lasciarono il porto ben prima dell’ora prevista.
Il padrone tornò.
“Il tuo Shlaq non è un tipo a posto.”
“Te l’ho detto, il più grande dei fetenti.”
“Non sei la sua unica vittima! Quando prevede rappresaglie, s’imbosca. E so dov’è.”
“Bel regalo…”
“In cambio, lavori per me.”
“Affare fatto.”
I due uomini si congratularono a vicenda.
“E dov’è?” chiese Nemo mostrandosi in tutto il suo vigore.
“In una casa nel quartiere degli artigiani. Ti ci porto, te la indico e poi ti arrangi. Il resto non mi interessa. E domattina ci dai dentro col carico.”

Il quartiere degli artigiani si stava preparando per la notte. All’imbrunire si cominciavano a mettere via gli utensili e a chiudere i laboratori. Qua e là si accendevano delle luci: i lavori urgenti da terminare.
Nemo seguiva il barbuto, che lasciò la strada principale per imboccare viuzze sempre meno frequentate e finire in un vicolo cieco.
“Che cosa vuoi da Shlaq?”
“Te l’ho detto, prendermi ciò che mi spetta.”
“Conosco la gente che lavora per il siriano e tu non sembri uno di loro. Ho l’impressione che tu mi abbia raccontato un sacco di balle.”
“Abita in questo vicolo?”
“Sei troppo curioso, mio caro! Ci sono qui degli amici che vogliono farti qualche domanda.”
Cinque omaccioni circondarono il barbuto chiudendo a Nemo ogni via di fuga. Erano armati di bastoni e avevano tutti una brutta faccia.
“Non sarai mica siriano per caso?” chiese Nemo masticando una cipolla.
“Ma quanto sei furbo!”
“Devo confessarti una cosa.”
“Bene! Sono tutto orecchi.”
“La tua banda di mezze calzette posso sterminarla da solo.”
I siriani si scambiarono degli sguardi divertiti.
“Ah be’, fai pure!”
“Shlaq ha cercato di far fuori un mio compagno d’armi e vorrei lasciare a lui la possibilità di togliersi un piccolo sfizio prima di carpirti tutto quello che sai. Per oggi ho lavorato a sufficienza.”
Seguì un attimo di esitazione.
Confuso, uno dei siriani si voltò indietro. Giusto il tempo di veder arrivare l’enorme pugno di Ugge che gli fracassava il cranio. Sotto lo sguardo tranquillo di Nemo, Sabi e Charid, il rosso stese, placido, altri due scaricatori, lenti di riflessi, e parò il contrattacco dei loro compagni. Leggermente irritato alla vista di un coltello, spezzò il braccio del proprietario e se ne servì a mo’ di ariete per sfondare il petto all’ultimo ancora indenne.
Lo scontro era stato eccezionalmente breve. Disorientato, il barbuto aveva cominciato a tremare. Mai aveva incontrato un demonio simile. La mano di Ugge si richiuse intorno al suo collo e lo sollevò da terra.
“E adesso parla! Dove si nasconde il tuo padrone, Shlaq? Non farmi aspettare che mi spazientisco. E quando perdo la pazienza non mi controllo più.”
“Mettimi giù! Dirò tutto!” lo supplicò il siriano annaspando.
Compresso contro il muro, si toccò il collo, mezzo stritolato.
“In verità non so niente… è un bel po’ che Shlaq ha lasciato Menfi.”
Charid il Salvatore si avvicinò.
“Il tuo atteggiamento mi sembra poco ragionevole. Oggi pomeriggio sei passato dal tuo padrone a prendere le consegne e lui ti ha ordinato di tenderci questo agguato.”
“No, io…”
“Il mio amico finirà per innervosirsi sul serio e ti farà soffrire non poco. Ha la mania di spezzare le ossa una alla volta prima di assestare il colpo finale.”
Una voce così posata non scherza mai. Il barbuto finì per cedere.
“D’accordo, sono andato da Shlaq.”
“Fai progressi! Dove si nasconde?”
“Vicino al porto… Non è facile trovarlo.”
“Ora ci porti lì.”
“Io? Ma…”
“È l’unica possibilità di sopravvivere che hai”, specificò Charid. “Non provare a fregarci perché ti sarebbe fatale.”
“Mettiamoci in marcia”, ingiunse Nemo tirando su il siriano.
“È pieno di guardie!”
“Le affronteremo.”

Il sole dell’alba illuminava i piloni dei templi della capitale. Ramses aveva scelto il santuario di Ra per aprire le porte del naos, sede della potenza creatrice. Nello stesso istante, negli edifici sacri di tutto il paese, i sacerdoti, agendo in suo nome, compivano un gesto identico. Con il risveglio di queste energie la vita si perpetuava e la luce diventava nutrimento. A Luxor, il grande sacerdote, conformemente agli ordini del faraone, manteneva il ka reale al massimo livello d’intensità. Soltanto la sua influenza poteva proteggere il paese da un uso nefasto del vaso sigillato di Osiride. Ma questo bastione contro il Male avrebbe resistito ad attacchi ripetuti?
Mai prima d’ora le Due Terre aveva dovuto affrontare un tale pericolo e al monarca mancava un parametro di riferimento. Sarebbe stato necessario improvvisare nuove sfilate, adattarsi alle circostanze, tentare costantemente di evitare il peggio.
E innanzitutto identificare il mago, ladro e assassino, desideroso di impossessarsi di poteri capaci di distruggere lo Stato e di diffondere il Male e il caos. Non c’erano dubbi che quel genio delle tenebre avesse preparato il crimine a lungo e non temesse un confronto spietato.
Secondo l’ultimo rapporto che Charid il Salvatore aveva inviato a Ramses, c’era un’unica certezza: l’esistenza di una rete di siriani determinati e pericolosi. L’unità speciale avrebbe fatto di tutto per identificarne il capo.
Il sovrano poteva contare su un aiuto prezioso, i due figli. Coraggioso, soldato di prim’ordine, con un forte senso del dovere, Ramses non sarebbe indietreggiato di fronte a nessun nemico. E Naris aveva appena rivelato la sua vera natura, della quale ancora ignorava l’eccezionalità. Che risposta avrebbe ottenuto dalla grande Sfinge di Giza? Se lo avesse autorizzato a varcare la soglia della tomba maledetta, lo scriba avrebbe messo in pericolo la sua vita. E se ne fosse uscito indenne, latore di informazioni importanti, il suo destino sarebbe totalmente cambiato.
Ramses e Naris erano innamorati della stessa donna… Doveva possedere qualità davvero eccezionali! In faccende del genere la legge vietava al monarca di decidere. Sarebbe spettato alla giovane, tanto corteggiata, scegliersi il marito tra Ramses e Naris, figli del suo primo amore, la bella Iset, che gli era rimasta vicina nonostante la radiosa presenza di Nefertari, adorata dal popolo… La vita ogni tanto aveva in serbo strani percorsi. Ma al di là della complessità umana, ciò che contava era il compito che si era chiamati a svolgere. E quello di Ramses era di governare l’Egitto, la terra amata dagli dei.
Ufficialmente, Ramses s’imbarcava per Menfi per verificare lo stato delle truppe e delle caserme. Intollerante alla minima infrazione, ci teneva a constatare di persona la puntuale esecuzione dei suoi ordini. Aveva riunito tutti i suoi ufficiali superiori per dare loro istruzioni da seguire durante la sua breve assenza. In caso di fatti di rilievo un messaggero l’avrebbe avvisato e il generale sarebbe rapidamente rientrato.
In verità, Ramses aveva deciso di prendere in mano la faccenda della scomparsa di Marsinkara, sua futura sposa. Cosa nascondevano le dichiarazioni confuse di Naris, sopraffatto e incapace di vederci chiaro? Se la polizia vagava nel buio più totale, sarebbe toccato all’esercito intervenire. Nell’Egitto di Ramses una donna non scompariva senza lasciare tracce, soprattutto se era la promessa sposa del primogenito! Un’ipotesi verosimile era che Naris la nascondesse da qualche parte. E Ramses l’avrebbe scovata, mettendo fine a quei giochetti infantili.
Al termine della riunione dello Stato maggiore, l’aiutante di campo avvicinò il generale. Da come gli si rivolse, Ramses capì che si trattava di un rapporto confidenziale e lo condusse lontano da occhi e orecchie indiscreti.
“Riguarda vostro fratello.”
“Non ne avevo dubbi! È rimasto a palazzo?”
“No, se n’è andato stamattina alla volta di Menfi. Ma ha trascorso gran parte della serata di ieri in compagnia del re nel suo ufficio.”
Un privilegio raro, pensò Ramses, irritato.
“Chi ha incontrato Naris mentre era qui?”
“Sua madre, la bella Iset, e la Grande sposa reale, Nefertari.”
“Nessun altro?”
“Così pare.”
“Nessuna decisione ufficiale?”
“No, generale.”
“Metti sotto sorveglianza i miei ufficiali superiori e avvisami se uno di loro abusa del suo potere. I miei bagagli sono pronti?”
“La nave vi attende.”
Ramses sperava in un ulteriore rapporto di Charid il Salvatore, le cui indagini progredivano molto lentamente. Come previsto, si confermava inefficiente. Messo davanti ai fatti, il re sarebbe stato obbligato ad affidare il comando al generale.
L’universo è un tempio. All’alba le porte si aprono, un nuovo sole si alza uscendo dalla cappella a Oriente. Assume le sembianze di un dio con la testa di falco che dona la vita.

Il mercante Shlaq non era entusiasta dell’interminabile periodo di reclusione causato dalla presenza di un’unità speciale determinata a ritrovarlo. Non avrebbe dovuto sopravvivere all’incendio della sua vecchia casa, ma era stato fortunato. Al contrario, gli uomini di Ramses non sarebbero sfuggiti alla trappola che aveva preparato loro tra Menfi e Tebe dove, secondo false indiscrezioni, Shlaq aveva deciso di rifugiarsi. Se, per qualche miracolo, uno dei soldati ne fosse uscito indenne, non sarebbe comunque andato molto lontano.
Al porto, la banda di scaricatori siriani era all’erta. Chiunque facesse domande su Shlaq veniva immediatamente soppresso. Dieci bestioni molto abili con il coltello garantivano la sicurezza del padrone.
Il siriano odiava Ramses, l’Egitto e gli egizi. Distruggere quel mondo era diventata la sua ossessione. Voleva che fosse ripristinata la legge dei “corridori delle sabbie”, i beduini erranti del Sinai, che tutto ruotasse intorno al profitto, le donne fossero sottomesse in quanto creature inferiori e che fosse imposta la supremazia dei capi tribù. Dopo aver conosciuto Ishtun, aveva finalmente pensato che il suo sogno potesse realizzarsi: il notabile condivideva le sue stesse ambizioni e gli offriva lo strumento per portarle a compimento. Certo, avrebbero corso dei rischi, ma il gioco valeva la candela. Se Ishtun disponeva davvero di un’arma così potente da abbattere il faraone e distruggere le Due Terre, sarebbe stata un’avventura entusiasmante!
Shlaq aveva messo in piedi una vasta rete indispensabile per Ishtun. Considerato il salario, i cospiratori siriani sarebbero stati ben felici di far fallire qualunque iniziativa avviata da un Ramses sempre più disorientato. Il coraggioso guerriero di Qadesh non si aspettava di doversi confrontare con forze così oscure e inafferrabili.
Il trionfo finale avrebbe portato loro potere e ricchezza. I templi sarebbero stati rasi al suolo, i sopravvissuti ridotti in schiavitù e i siriani avrebbero comandato con il pugno di ferro… Questo pensiero lo faceva sentire invincibile.
Si era nascosto nel cuore di un quartiere benestante, tra il porto e la zona amministrativa di Menfi. Passava le giornate ad assaporare i piatti preparati dal suo cuoco personale e a godersi vini di gran qualità. Ben presto gli sarebbe giunta notizia dell’annientamento dell’unità speciale che aveva alle calcagna e avrebbe ripreso le attività volte a rafforzare la rete, incrementando il numero di membri effettivi.
Il suo intendente comparve sulla soglia.
“Una femmina, signore.”
“Svestila.”
La testa della prostituta era coperta da uno spesso velo nero. Shlaq non sopportava lo sguardo delle donne di piacere. Raggiungeva rapidamente il godimento, senza mai proferire parola, e pagava poco.
Apparve una delle guardie.
“Il reclutatore vuole vedervi, signore.”
Shlaq sorrise. Finalmente arrivavano notizie.
“Manda via la ragazza e conducilo qui.”
Il barbuto entrò nel salone in cui Shlaq era solito ricevere gli ospiti con passo esitante. Solitamente, invece, era molto sicuro di sé.
“Cosa succede?” si meravigliò Shlaq.
“Signore…”
“Ti ascolto.”
“Signore, io…”
“Insomma, parla!”
Il reclutatore si avvicinò.
“Sono venuto per…”
Gli tremavano le mani.
Affidandosi all’istinto, Shlaq si alzò di scatto e si precipitò nella stanza accanto proprio nell’istante in cui il reclutatore estraeva un pugnale.
“Sono qui per uccidervi, signore, o gli altri mi massacreranno!”
La guardia gli si avventò addosso per fermarlo e il barbuto cercò di liberarsi. I due rotolarono a terra e finirono per sgozzarsi a vicenda.
Irrompendo nella sala, Sabi scavalcò i loro corpi per lanciarsi in cerca di Shlaq. Nel frattempo i suoi compagni riuscirono a eliminare tutti gli avversari rimasti, inebetiti dalla violenza dell’attacco.
“Vieni fuori, carogna!”
Sulla parete di fondo della sala dei ricevimenti c’era una porticina. Dava accesso a un piccolo ufficio pieno di archivi. Il pavimento di piastrelle era coperto da spessi tappeti. Sollevandoli Sabi scoprì l’esistenza di una botola che spalancò con gesto deciso.
Da lì partiva un tunnel che conduceva all’esterno.
Infilarcisi dentro… Sabi si trattenne. Era sicuramente una trappola.
Ugge raggiunse il compagno.
“Tutto a posto.”
“Il siriano se l’è svignata e questo cunicolo non mi ispira per nulla.”
Improvvisamente dal tunnel cominciò a fuoriuscire un vapore puzzolente e i due uomini fecero appena in tempo a scansarsi. I tappeti, dopo aver perso colore, cominciarono a fumare per l’effetto di un acido corrosivo.
“Questo fetente è anche un perverso”, commentò Ugge. “Abbiamo distrutto un nido di vespe, ma il padrone ci è di nuovo sfuggito.”
“Uno dei suoi tirapiedi magari ci indicherà una pista.”
“Mah, mi sa proprio che non sono più in grado di farlo”, si rammaricò il rosso.
Dalle facce dei commilitoni, Charid il Salvatore capì che l’operazione, iniziata perfettamente, si era conclusa con un fiasco. Stizzito, Nemo addentò una cipolla.

Soltanto la sua straordinaria abitudine al vino permise al Vecchio di vuotare la terza anfora di rosso senza perdere completamente il controllo. Quanti giovani vacillavano già dopo due o tre calici di birra? Continuando di questo passo le generazioni successive avrebbero bevuto solo acqua. E non era certo con quella che avevano costruito le piramidi!
Prevedendo giorni difficili, il Vecchio aveva accumulato notevoli riserve di carne, ortaggi e frutta macerata nell’alcol.
Da buongustaio, l’asino non si tirava indietro e, pur non disdegnando i cardi, era felice di quel miglioramento e apprezzava le lunghe sieste accanto al suo compagno di sventure.
“La vigna è il capolavoro della natura, che si allea alla genialità dell’uomo”, dichiarò il Vecchio. I ceppi di vite sembrano legna secca che qualunque cretino disdegnerebbe. Eppure, guarda cosa ci danno: il nettare dell’immortalità, l’eredità di Osiride. Non ti fidare mai della gentaglia che non beve vino. Ha il cuore arido, il pensiero sterile e porta sfortuna.”
Con la testa all’ombra e le zampe ripiegate, Vento del Nord non aveva nulla da obiettare.
“Tu e io avevamo bisogno di riposare. Qui stiamo bene, ma non può durare a lungo. Non siamo tipi da dimenticarci la piccola Marsinkara, vero?”
L’asino alzò l’orecchio sinistro.
“Non avevo dubbi. Con te non si ingrassa. In fondo, sono perfettamente d’accordo. Purtroppo la nostra capacità d’intervento mi pare piuttosto limitata di fronte a Ishtun e alla sua banda. Ci vedi, tu e io, a infilzarli a uno a uno? Ecco, meglio non farsi illusioni. Riflettiamo bene sulla strategia e poi discutiamone.”
Il Vecchio esaminò la vigna. Percorrendo i solchi tra i filari il suo pensiero andò allo scriba Naris e alla tomba maledetta. Quella sì che avrebbe dovuto scomparire sotto terra! Tornato da Pi-Ramses, il giovane avrebbe sicuramente cercato di penetrarvi e il breve periodo di calma si sarebbe inevitabilmente concluso. Che nuova calamità avrebbe fatto seguito a quella follia? Ma era inutile cercare di far ragionare un tipo così determinato.
Alla sua età, il Vecchio aveva ancora un’ottima vista, e non gli sfuggì la presenza di un curioso appollaiato in cima a una montagnetta a ovest della città, che, sentendosi osservato, se la svignò.
“Non mi piace, non mi piace per niente…”
Il Vecchio tornò alla sua cantina.
Vento del Nord si era tirato su e scrutava in lontananza.
“Un emissario di Ishtun?”
L’asino drizzò l’orecchio destro.
“È giunto il momento di fare i bagagli.”
Il Vecchio si concesse un ultimo bicchiere pieno fino all’orlo, chiuse accuratamente le due porte e nascose la chiave.
“Mi chiedo se rivedrò mai la mia piccola proprietà… Con tutto quello che ci aspetta, non ci conterei proprio. E poi c’è ancora un problema: dobbiamo decidere dove andare.”
L’orecchio sinistro di Vento del Nord si alzò.
“Ah, dimenticavo, tu lo sai!”
Il Vecchio caricò sul compagno di viaggio le bisacce piene di preziosi papiri e di provviste. E l’asino, a passo lento, si avviò in direzione di Menfi.

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5 pensieri su “Naris IV

  1. Nel farci conoscere i personaggi nei loro ruoli e vicissitudini, col Vostro Stile, Antonmaria, brillante e dovizioso di particolari, appassionate oltre la semplice lettura, perché tutto sembra in animazione visiva e uditiva.
    Anche questo romanzo si sta rivelando di bellezza esclusiva per creatività narrativa e stile scrittorio.
    Grazie, espresso nel più ampio significato.

    Maria Silvia
    Vostra Sil

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