Naris VI

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Il sito di Giza spaventava il Vecchio con le due grandi piramidi di Cheope e di Chefren, e quella più piccola di Micerino, le strade interamente tappezzate di dimore eterne in cui riposavano le famiglie e i fedeli dei tre faraoni dell’età dell’oro, le piramidi delle regine e infine il custode di quel gigantesco complesso sacro, la Sfinge.
“Horus all’orizzonte” vegliava sui monumenti composti da pietre viventi, allontanava i profani e, grazie alla sua magia, contribuiva al sorgere del sole. “Pastore coraggioso” teneva lontana la barbarie e raccoglieva le anime resuscitate.
Quotidianamente alcuni servitori del ka, la forza immortale dei “giusti di voce”, garantivano il culto delle piramidi, dello spirito dei re e dei loro familiari.
Alcune guardie fermarono Naris, il Vecchio e Vento del Nord.
“Sono figlio di Ramses e sacerdote di Ptah”, dichiarò il giovane mostrando il sigillo che gli aveva affidato il padre. “Il faraone mi ha incaricato di rendere omaggio all’Horus della contrada di luce.”
Li lasciarono passare e il terzetto poté contemplare la statua più imponente mai scavata nella roccia. Venerata da numerosi pellegrini, che in parte arrivavano da molto lontano, il gigante aveva un unico nemico: la tempesta di sabbia. Più di una volta era stato necessario intervenire per liberarla dal terriccio depositato che la soffocava. Una stele risalente al regno di Thutmose IV** ricordava che la Sfinge gli aveva promesso la doppia corona se il principe l’avesse tenuta libera dal pietrisco. Quest’ultimo aveva esaudito la richiesta e la statua, che rappresentava un re dal corpo di leone, aveva mantenuto la promessa.
Ai piedi della Sfinge, si ergeva un piccolo santuario riservato ai sacerdoti che deponevano le offerte su un altare pronunciando formule di potenza per evocare l’azione salvifica di Horus, dio celeste dallo sguardo creatore.
“Noi aspettiamo fuori”, disse il Vecchio a Vento del Nord. “Non ti preoccupare, ho da mangiare e da bere a sufficienza. Il ragazzino, invece, sta per commettere non so bene quale follia! A quell’età, e per di più innamorato, uno perde la testa!”
Il Vecchio e l’asino si sistemarono all’ombra e condivisero una galletta e della frutta. Vento del Nord amava molto il pane inzuppato nella birra e di lì a poco si accovacciò e socchiuse gli occhi.
Naris, minuscolo rispetto al colosso che aveva davanti, si inginocchiò e tese le mani, con i palmi verso l’alto, in segno di venerazione.
“Il vaso sigillato di Osiride è stato rubato, un mago nero vuole trasformarlo in un’arma letale. In passato questo tesoro stava nascosto all’interno della tomba maledetta. Mi autorizzi a penetrarvi per raccogliere indizi che mi consentiranno di individuare il criminale?”
Improvvisamente il sole si velò. Una nuvola, gonfiandosi a vista d’occhio, assunse le sembianze di un leone accucciato e si arrestò sopra la Sfinge. Le attività dei servitori della necropoli s’interruppero e tutti contemplarono lo strano fenomeno. Non vi era ombra di dubbio che la statua stava componendo un oracolo per uno dei suoi adoratori.
L’asino e il Vecchio si svegliarono.
“Ne ero certo, guai in vista! Con queste statue viventi bisogna stare attenti, scommetto che la Sfinge lo annienta con una zampata!”
L’ex intendente si sbagliava. Tutti rimasero colpiti e l’evento venne rapidamente riferito al re: la Sfinge aveva comunicato la sua approvazione a Naris inclinando la testa in avanti.

Ithef era turbato e scontento. Turbato, perché la scomparsa della dama Marsinkara era un affare ben misterioso, e infelice, perché i suoi subalterni stavano lavorando invano e non avevano ottenuto nulla di concreto. E poi c’era la seconda sparizione, quella dell’intendente di Ishtun, anche lui introvabile! Colpevole, complice o vittima? Impossibile esprimersi in merito e avanzare una teoria inconfutabile.
Ithef tergiversava a richiedere un maggior numero di uomini, soprattutto visto che il governatore, cosa alquanto sorprendente, non lo copriva di rimproveri minacciando di licenziarlo. Eppure era amico intimo del notabile Ishtun, che non mancava di chiedere notizie e di lamentarsi della lentezza delle indagini. La situazione sarebbe presto diventata insopportabile, ne era certo.
Ithef cercava di capire e voleva ritrovare la ragazza. Sul suo conto non si dicevano che cose belle e non risultava avere nemici.
Era a un punto morto.
Demoralizzato, si immerse nella compilazione di una pila di documenti amministrativi.
Uno dei suoi uomini entrò nell’ufficio la cui porta nei momenti difficili come quello rimaneva sempre aperta.
“Capo, roba grossa!”
“Racconta!”
“Abbiamo la deposizione di una profumiera del tempio della dea leonessa Sekhmet. Quando ha saputo che stavamo conducendo un’inchiesta riguardo alla dama Marsinkara, ha ritenuto necessario presentarsi a testimoniare. La ricercata ha trascorso la notte al tempio.”
“Quindi è viva! Si trova ancora lì?”
“La profumiera non lo sa. Ha aggiunto che Marsinkara ha incontrato la Superiora.”
“Mhmm… un personaggio non facile da gestire. Ma dovrò comunque interrogarla.”
“Un particolare, capo… La profumiera non desidera essere citata.”
“Troveremo un accordo.”
Finalmente una pista seria! Il massiccio Ithef si alzò in piedi, deciso a seguirla. Uscendo dall’ufficio si scontrò con un visitatore inaspettato.
“Siete voi il capo della polizia?”
“Mi dispiace, vado di fretta. Vi faccio ricevere da uno dei miei aiutanti.”
“Tu te ne stai qui, ti siedi e chiudi la porta.”
Le narici di Ithef si dilatarono.
“Prego?”
“Sono il generale Ramses.”
Il primogenito del re squadrò dall’alto in basso il capo della polizia, annichilito.
“Agli ordini, generale.”
Ramses aveva ricevuto l’ultimo rapporto di Charid in cui si accennava all’eventuale complicità del governatore di Menfi e si sollecitava il suo intervento. Una faccenda delicata, in effetti. Ma prima, c’era un’altra questione da risolvere.
“A cosa devo l’onore?” chiese Ithef diffidente.
“La dama Marsinkara, figlia di Ishtun, è scomparsa. Le indagini hanno dato risultati?”
“Stiamo facendo progressi.”
“Ovvero?”
“La dama Marsinkara è viva.”
“Notizia eccellente. E dove si nasconde?”
“Non lo so ancora.”
“Patetici.”
“I miei uomini non si risparmiano e…”
“Ripeto, siete patetici. La polizia di Menfi è incompetente.”
“Generale, non vi permetto!”
“Io mi permetto! Sei incapace di risolvere questa faccenda e voglio prendere in mano la situazione.”
Ithef si alzò facendo mostra di tutta la sua stazza.
“Devo aver capito male.”
“Eppure non è difficile: l’esercito sostituisce la polizia.”
“Non se ne parla proprio!”
“Stai scherzando, Ithef?”
“Siete il primogenito del re, il generale messo alla testa di tutte le unità militari e l’uomo più potente del paese dopo il nostro sovrano. Mi rendo conto di dovervi rispetto, ma sono stato nominato responsabile di questo servizio e intendo esercitare le mie funzioni in tutti i loro aspetti. L’intervento militare sarebbe inopportuno e illegale.”
“Osi intralciare il mio cammino?”
“Acconsentire significherebbe tradire il mio impegno di poliziotto e mi porterebbe a perdere la stima che ho di me stesso. Quindi, rimuovetemi dall’incarico o lasciatemi lavorare secondo i miei principi.”
Anche di fronte alla collera glaciale del generale, Ithef non abbassò mai lo sguardo. La sua carriera era finita.
“Apprezzo le persone che dimostrano carattere, e tu sei tra queste”, dichiarò Ramses. “Tengo molto alla ragazza e desidero rivederla quanto prima. Ti concedo un’ultima possibilità, Ithef. Vedi di non deludermi. Domani mi fornirai un rapporto completo e faremo il punto della situazione.”
Il cofanetto che racchiude il vaso sigillato di Osiride, il tesoro dei tesori, che contiene il segreto della vita.
(* 1419-1386 a.C. (XVIII dinastia).

Una graziosa casetta a due piani nel cuore di un quartiere benestante e poco frequentato, una pesante porta di legno.
Sabi bussò.
Passò un po’ di tempo prima che gli rispondessero. Poi si aprì uno spiraglio nel quale apparve lo splendido visino di una giovane siriana.
“Desiderate?”
“Un amico mi ha consigliato il vostro locale.”
Il visino si corrucciò.
“La padrona arriva subito.”
Altra attesa.
Quindi comparve una donna sulla sessantina dallo sguardo inquisitorio, che squadrò il visitatore.
“Non vi conosco.”
“Sono un armatore e commercio con il Libano. Stasera vorrei rilassarmi. Un collega mi ha decantato i piaceri della vostra casa.”
La tenutaria si fermò un attimo a riflettere. L’uomo era pulito, ben vestito e simpatico e rispecchiava perfettamente la sua clientela abituale.
“Entrate.”
Un piccolo cortile interno, una palma e alcune panchine.
“Qui si paga in anticipo”, specificò la tenutaria. “Che si beva o meno, sono due anfore di birra più la ragazza. Un’ora, due o la notte?”
“Facciamo… la notte.”
“Quindi tariffa massima”, calcolò la padrona della casa chiusa.
“Bastano queste?”
Sabi estrasse dalla tasca della tunica un sacchetto pieno di pietre semipreziose. La donna le tastò soddisfatta.
“Me le farò bastare… Desiderate scegliere?”
“Ovviamente.”
Una decina di meravigliose creature sfilarono davanti a quell’eccellente cliente.
Dimenticando per un momento i suoi gusti reali, Sabi cercò di identificare una professionista agguerrita, scaltra e venale.
“Quella”, disse indicando una mora alta e dalle forme morbide.
“Miza saprà davvero come compiacerti”, gli promise la tenutaria.
La ragazza prese Sabi per mano e lo condusse in una stanza dalle pareti bianche in cui aleggiava un profumo eccitante.
“Hai sete?”
“Ho la gola secca.”
La donna riempì due calici di birra forte.
“Un ambiente molto gradevole”, commentò Sabi.
Miza gli accarezzò una spalla.
“Adesso rilassati e dimentica tutte le tue preoccupazioni…”
Sabi si lasciò andare sulla montagna di cuscini colorati.
“Non ne ho bisogno, bellezza! Non sarai per caso libanese?”
“Forse.”
“Ne ero sicuro! Le ragazze di laggiù sono delle meraviglie.”
“Allora approfittane.”
Sabi assunse un’aria contrita.
“Non ho più granché voglia di godermi la vita.”
“Che cosa ti succede, mio caro?”
“Ho perso tutto per colpa di un imbroglione. Mi ha rubato la barca, la moglie e la casa. Non mi sono accorto di niente e ora non ho che un desiderio: vendicarmi. Utilizzerò il tesoro che mi resta per ritrovarlo. Guarda qui…”
Sabi estrasse un sacchettino di cuoio, ne allentò i cordoni e ne mostrò alla dolce Miza il contenuto: pagliuzze d’oro.
Lo sguardo della ragazza si bloccò sul sacchetto.
“Ti piacerebbe diventare ricca?” le chiese Sabi.
“Che cosa vuoi da me?”
“So per certo che l’imbroglione, un siriano di nome Shlaq, si nasconde qui. Se mi dici dove si trova esattamente il suo nascondiglio, tutto questo sarà tuo.”
“Nessun’altra condizione?”
“Nessuna.”
“Devo verificare. Non ti muovere”, rispose la libanese.
Sabi l’afferrò per un braccio.
“Che non ti venga in mente di avvisare la padrona e farmi un brutto scherzo, perché lo rimpiangeresti amaramente.”
Miza si liberò dalla presa.
“Il tuo oro mi interessa, non ci metterò molto.”
E non stava mentendo.
Di lì a poco riapparve, ma non era più sola. Era in compagnia della tenutaria della casa e di due bestioni armati di randelli.
Deluso, Sabi scosse la testa.
“Ti avevo avvertita, piccola. Facevi meglio a non ingannarmi.”
La libanese alzò le spalle.
“Non mi fai paura.”
“Come ti sbagli!”
La tenutaria lanciò uno sguardo incendiario al falso cliente.
“Perché ti interessa Shlaq?”
“L’ho appena spiegato a questa fanciulla.”
“Basta bugie, dì la verità, altrimenti…”
“Avrei preferito evitare lo scontro. Portami al nascondiglio di Shlaq e mi dimenticherò che esisti.”
Una grassa risata fece vibrare le prosperose carni della tenutaria.
“Sei proprio divertente, ma non ho tempo per scherzare. Chi sei e perché stai cercando Shlaq?”
Sabi si alzò in piedi mantenendo bassa la testa.
“Ti do un’ultima chance. Consegnami Shlaq”, disse in tono calmo.
Irritata, la donna fece un passo indietro.
“Riempitelo di botte”, ordinò ai siriani. “Poi vedremo se continua a non parlare.”
I bastoni si sollevarono e si abbatterono con forza sul bersaglio, ma lo mancarono. La reazione di Sabi fu così violenta e rapida che gli avversari non ebbero il tempo di reagire. Agguantando uno dei bastoni fracassò il cranio a entrambi i ceffi e sfondò lo sterno alla tenutaria.
Appiattita contro il muro, Miza tremava come una foglia.
“Ti avevo avvisata”, le ricordò Sabi.
“Ti supplico, non mi uccidere.”
“Onestamente non vorrei rinunciare al piacere di farlo, visto che non mi servi a niente.”
“Se parlo, mi risparmierai la vita?”
“Sai soltanto mentire.”
La libanese si inginocchiò.
“La verità in cambio della mia vita.”
Sabi l’agguantò per i capelli.
“E come faccio a sapere che non stai mentendo?”
“Non voglio morire.”
“Ammettiamo che sia vero… dunque?”
“Ieri sera, Shlaq mi ha… scelta come sua pietanza dolce, prima di lasciare questo nascondiglio.”
“Per una destinazione sconosciuta, ovviamente.”
“Ovviamente…”
“Non so che farmene delle tue spiegazioni.”
Miza era terrorizzata dal suo sguardo.
“Ho sentito la sua ultima conversazione con la padrona! E so… e so dove si nasconde”, confessò.
“Interessante.”
“Mi… Mi lascerai vivere?”
“Può darsi.”
“Dammi la tua parola!”
“Non posso.”
La libanese si coprì gli occhi con le mani.
“Shlaq si è nascosto dal governatore di Menfi.”
Miza non si faceva illusioni, quella furia implacabile si sarebbe sbarazzata anche di lei.
I secondi scorrevano interminabili.
Quando riaprì gli occhi, Sabi era scomparso.
Un’incantevole musicista.

Ithef non si sentiva a suo agio. Non era solito frequentare i templi, un terreno inviolabile, e si chiedeva come affrontare quel mondo di cui ignorava tutto. Incapace di decidere quale fosse il modo giusto, decise di recarsi all’ingresso principale, proprio come avrebbe fatto in qualunque altra circostanza.
“Polizia. Vorrei vedere la Superiora.”
“La Superiora…”
“È una questione urgente e vitale. Meglio mantenere la totale discrezione, giusto?”
“Certo! Avviso una responsabile.”
Una sacerdotessa venne ad accogliere Ithef e lo condusse in una sala dalle pareti spoglie. Un’unica finestra in alto rischiarava il locale.
Una donna anziana, dallo sguardo deciso, lo stava aspettando.
“Che succede?” chiese.
“Sto cercando una fuggiasca”, le spiegò il capo della polizia di Melfi. “Si chiama Marsinkara e appartiene al corpo delle sacerdotesse del vostro tempio. Ha soggiornato qui di recente?”
“Esatto.”
“Vi ha fatto… delle confidenze?”
“Conformemente alle sue funzioni, ha partecipato ad alcuni riti”, specificò la Superiora.
“Su questo non ho dubbi, ma vi ha anche parlato della sua situazione?”
“Non mi occupo delle faccende del mondo esterno. Il mio dovere è soddisfare la dea Sekhmet.”
“La dama Marsinkara non ha menzionato gravi difficoltà?”
“Non aveva che un’unica preoccupazione: svolgere il suo servizio in modo impeccabile.”
“Chiaro”, commentò Ithef, irritato. “Viste le circostanze è probabile che…”
“Vorreste mettere in dubbio la mia parola?”
“No di certo. Anche se…”
“Anche se?”
L’autorità della Superiora limitava gli strumenti a disposizione del capo della polizia, abituato a spremere ben bene qualunque sospettato. Tuttavia, la donna avrebbe potuto dargli qualche indizio fondamentale.
“Quando Marsinkara ha lasciato il tempio, vi ha detto dove si sarebbe diretta?”
“No.”
Le speranze di Ithef si dissolsero.
“Le dispiace se… insisto? Il minimo dettaglio potrebbe essere di grande utilità.”
“Desolata, ma non posso esservi di alcun aiuto.”
La Superiora si ritirò.

Quando Naris si trovò a dover decidere in che direzione andare, se recarsi alla tomba maledetta o alla villa di Ishtun, il Vecchio gliele sconsigliò entrambe con fermezza. Nel primo caso, non sarebbe uscito vivo dal sepolcro, nel secondo, il notabile avrebbe sicuramente trovato il modo per farlo fuori. Ma non c’era verso di dissuadere quel testone! Ritenendosi investito di una missione, non prendeva in considerazione i rischi. E, profondamente innamorato, voleva ritrovare la fidanzata. Il Vecchio poteva continuare a parlargli di esperienza e di moderazione finché voleva: non avrebbe fatto breccia.
“Ho deciso. Iniziamo da Ishtun”, annunciò lo scriba.
“Noi, noi… facile dirlo! Devo ricordarti che vuole eliminarmi? Vento del Nord e io ci terremo in disparte.”
“Hai ragione, è più prudente.”
“Se non sei tornato prima del crepuscolo verremo a liberarti.”
Naris sorrise.
“Evita di buttarti tra le grinfie della belva e limitati ad avvisare Charid il Salvatore.”
“Ishtun è un personaggio pericoloso… Affrontarlo potrebbe essere letale.”
“Voglio sapere la verità.”
Il Vecchio, tenendosi a buona distanza dalla tenuta di cui era stato intendente, scelse un piccolo palmeto e si sedette all’ombra in compagnia di Vento del Nord.
“Che gli dei ti proteggano, ragazzo.”

Data l’importanza del visitatore, il portiere si affrettò a informare il nuovo intendente, un siriano mingherlino, che tutto il personale detestava. Ex scaricatore, aveva ingaggiato una decina di compatrioti per creare un servizio d’ordine dall’atteggiamento decisamente aggressivo.
Il Vecchio era intransigente e rigoroso, ma aveva imposto il rispetto del lavoro fatto a regola d’arte. Il suo successore, invece, non faceva che punire e decurtare i salari. L’atmosfera nella tenuta era diventata pesante e molti volevano andarsene.
Ishtun si stava deliziando con la rilettura del Libro dei ladri, la base per la sua conquista del potere assoluto. Conosceva già l’ubicazione di molti sepolcri contenenti ricchezze immense, che gli sarebbero state utili per pagare schiere di mercenari e corrompere notabili felici di servirlo e di tradire Ramses.
Quando il nuovo intendente gli annunciò la visita del principe Naris, Ishtun si sentì pronto ad affrontarlo.
Ricevette l’ospite in un gazebo sostenuto da sottili colonnine di legno che sorgeva in prossimità del laghetto tanto amato da Marsinkara. Su un tavolino basso c’erano due calici di birra fresca.
“Lieto di rivedervi, Naris. Perdonate la mia tristezza, ma immagino che capirete che l’allegria ha abbandonato questa casa. Nonostante gli sforzi, Ithef, il capo della polizia, non ha ancora trovato una pista seria da seguire. Perché mia figlia è fuggita? Continuo a pormi questa domanda senza trovare la benché minima risposta. In verità si sta delineando una certezza: è stata rapita.”
L’angoscia di Ishtun sembrava reale. Alla vista di quel padre straziato dal dolore, Naris cominciò a persuadersi della sua innocenza.
“Sospettate di qualcuno?”
“Non ho che una certezza: il mio ex intendente, il Vecchio, era complice dei rapitori. Conoscendo bene la tenuta, ha detto loro come agire e ha comprovato la sua colpa dandosi alla fuga. Una persona di una perfidia senza pari, che stava preparando il colpo da tempo.”
“Perché l’avrebbe fatto?”
“Sicuramente lui e i suoi complici chiederanno un enorme riscatto. Sono pronto a cedere tutte le mie fortune pur di rivedere viva mia figlia.”
Naris fu scosso da quelle parole.
“Il Vecchio sarebbe stato così astuto?”
“Può essere stato manipolato da una banda decisa a farmi fuori. La mia eventuale nomina a ministro ha probabilmente infastidito molti cortigiani ambiziosi. Quale miglior modo di sbarrarmi la strada che rapire la mia unica figlia?”
Con lo sguardo perso, Ishtun osservava la superficie dello stagno increspata da una brezza leggera.
“Mio fratello Ramses desidera sposare Marsinkara, e io pure”, gli ricordò Naris. “Il re ha decretato che sarà lei a decidere.”
“È ancora viva?”
“Ne sono sicuro e la ritroverò. Sappiate che sua Maestà mi ha affidato un’importante missione che mi porta a farvi la seguente domanda: siete al corrente dell’esistenza del Libro dei ladri?”
Ishtun si fermò a riflettere.
“Che strano titolo! Di cosa si tratta?”
“Ignorate l’ubicazione di una tomba maledetta che racchiude un tesoro favoloso?”
“Non ho mai sentito parlare di questa leggenda: si riferisce alla necropoli di Menfi?”
“Marsinkara non ve ne ha parlato?”
“Non c’erano segreti tra noi. Se avesse trattato quest’argomento me ne ricorderei”, affermò Ishtun.
Ishtun si alzò e contemplò il loto.
“Questa era la casa della felicità. Benché fossi rimasto vedovo avevamo raggiunto una specie di equilibrio e il futuro sembrava sorriderci. Mia figlia era una terapeuta rinomata, la sua carriera era appena agli inizi. Io speravo di servire il mio paese aumentandone la prosperità. E poi questa disgrazia, improvvisa, incomprensibile… Non avrò la forza di andare avanti, Naris. Senza Marsinkara, che senso ha lottare?”
La disperazione di Ishtun commosse il giovane e spazzò via tutti i suoi dubbi.
“Niente è ancora perduto”, affermò Naris. “Vostra figlia è viva e farò tutto il possibile per ricondurla da voi.”
Ishtun abbracciò lo scriba.
“Mi auguro che siate voi il mio futuro genero, principe Naris. Il vostro matrimonio sarà la più bella festa mai celebrata a Menfi.”

Nemo scorse il generale Ramses che si dirigeva verso il municipio e avvertì immediatamente Charid il Salvatore. Allertati della presenza a Menfi del primogenito del faraone, i quattro uomini si erano posizionati in maniera da intercettarlo prima di un eventuale contatto con il governatore della grande città.
Ramses si fermò.
“Charid… Hai finalmente fatto qualche progresso?”
“A dire la verità è proprio così e ho bisogno del vostro aiuto.”
“Non starai diventando un leccapiedi?”
“Abbiamo identificato il nascondiglio del siriano Shlaq. Dovrebbe condurci al mago nero.”
“E mi stavi aspettando per arrestarlo?”
“Visto il grado di chi nasconde il fuggiasco, mi sembra indispensabile.”
Lo sguardo di Ramses si rabbuiò. Charid non aveva per niente l’aria di scherzare.
“L’identità del sospetto?”
“Il governatore di Menfi.”
“Che prove hai?”
“La testimonianza di una prostituta e vi garantisco che è affidabile. Il governatore è probabilmente a capo di un’organizzazione di un’ampiezza allarmante.”
Ramses immaginava già la risonanza dello scandalo.
Come evitarlo senza venire meno alla missione decisa dal re?
“Lo interrogherò”, promise il generale
“Posso raccomandarvi la massima prudenza?” suggerì Charid. “Il governatore possiede sicuramente delle guardie del corpo e i suoi complici non sono degli agnellini. Se si sente con le spalle al muro, reagirà con violenza.”
“Hai una proposta?”
“I miei uomini e io vi facciamo da scorta. In caso di bisogno, saremo pronti a mettervi in sicurezza.”
“Devozione notevole, Charid.”
Il Salvatore sostenne lo sguardo ironico del generale.
“Il dovere lo richiede.”
“Ebbene, andiamo!”
Con passo autoritario, Ramses procedette verso l’ingresso dell’imponente edificio amministrativo a due piani. Due guardie giurate sorvegliavano l’accesso.
Furono pronte a intervenire.
“Identificatevi!”
“Generale Ramses, primogenito del re, e la sua scorta.”
Le guardie non esitarono a farsi da parte.
Accorse uno scriba.
“L’ufficio del governatore”, chiese Ramses.
“Desolato, oggi non riceve.”
“Mi riceverà.”
“Vi assicuro…”
“Fatemi strada.”
Il tono del generale non ammetteva repliche. Lo scriba condusse Ramses dal suo superiore.
Charid e gli altri tenevano tutto sotto controllo. Nell’aria aleggiava un’atmosfera strana.
Il superiore fu categorico.
“Sono spiacente, dovrete tornare. Il governatore ha chiuso la porta e si rifiuta di ricevere chiunque.”
“Togliti dai piedi”, gli ordinò Ramses. “Ugge, apri quella porta.”
Senza scomporsi più di tanto, al colosso bastò una sola spallata. Il governatore di Menfi, con il collo spezzato, giaceva sul pavimento.

Turbato, Naris lasciò la tenuta di Ishtun e raggiunse il Vecchio, addormentato all’ombra di una palma. Non lontano, Vento del Nord si concedeva erba e cardi.
Lo scriba strattonò l’ex intendente.
“Ah… sei indenne. Come hai fatto a cavartela?”
“E tu?”
Il Vecchio si tirò su, stupito.
“Cosa vuoi dire?”
“Sai dove si trova Marsinkara, vero?”
“Stai sragionando, figlio mio!”
“Non sei complice della banda di malviventi che l’ha rapita?”
Il Vecchio si massaggiò le reni.
“Ci sono, ho capito! Ishtun ti ha convinto di essere un agnello innocente e io un temibile perverso, colpevole della scomparsa della figlia! Mi deludi, Naris, e non mi lasci altra scelta che quella di andarmene.”
Il Vecchio chiamò Vento del Nord, gli accarezzò la schiena e si allontanò.
“Torna qui, ti prego!” urlò lo scriba.
Accortosi che l’ex intendente stava allungando il passo, Naris lo raggiunse.
“Mi sono espresso male…”
“Come osi accusarmi di aver fatto del male a Marsinkara, proprio io! È un insulto insopportabile e imperdonabile.”
“Ti credo e ho fiducia in te! Devo inginocchiarmi per implorare la tua clemenza?”
Vento del Nord si fermò e così fece il Vecchio.
“Invece di ucciderti, Ishtun ti ha stregato! È un demone pericolosissimo… e tu, un ingenuo. Ha recitato la parte del padre rattristato, sciogliendosi in un pianto vicino allo stagno? Ha rievocato la felicità perduta e il suo infinito amore per la figlia?”
Naris rimase stupefatto.
“Come fai a saperlo?”
“Gli stratagemmi di Ishtun non mi ingannano più. Tu invece…”
“Ti rendi conto della gravità delle tue accuse? Un padre non metterebbe mai in pericolo la propria figlia!”
“Non conosci la natura umana, ragazzo mio. E ancora meno quella di un manipolatore animato dalle forze delle tenebre.”
Ishtun, un criminale della peggior specie… Naris stentava a crederci. Il risentimento doveva aver fatto perdere la ragione al Vecchio.
Vento del Nord cambiò direzione.
“Eccoci. Va verso la tomba maledetta”, si rammaricò il Vecchio. “Ti senti in forma, mio principe?”
“Ho promesso a mio padre di esplorare quel sepolcro e manterrò la parola data.”
Rassegnato, il Vecchio si mise a seguire l’asino, accompagnato da Naris.

Senza perdere il sangue freddo, il generale Ramses redasse un comunicato ufficiale che annunciava il decesso del governatore di Menfi. Una crisi cardiaca dovuta alle troppe preoccupazioni. Il corpo venne affidato al mummificatore e venne allestita la cripta davanti alla quale si sarebbe celebrato il rito funebre. In presenza della famiglia in lutto, alcune autorità avrebbero celebrato le virtù del defunto.
Charid il Salvatore e i suoi tre compagni avevano interrogato in maniera energica tutte le persone presenti all’interno del municipio. E la verità era venuta a galla. Il governatore, che godeva di ottima salute, si stava intrattenendo con uno straniero la cui descrizione variava notevolmente a seconda dei testimoni. Nessuno sapeva chi fosse, l’unica cosa certa era che non faceva parte della sua ristretta cerchia di conoscenze.
Ramses e Charid non avevano dubbi: si trattava di Shlaq, il freddo assassino su cui non riuscivano a mettere le mani. La pista era quella giusta, ma a quel punto si era interrotta. Convinto della complicità di certi subalterni del fuggiasco, Charid decise di indagare più a fondo. Almeno uno dei colpevoli avrebbe finito per confessare e così avrebbero potuto riprendere da dove avevano lasciato.
Il generale si diede subito da fare per sistemare le cose. Inviò un messaggero a Pi-Ramses per informare il padre e pregarlo di nominare rapidamente un nuovo governatore. La guida della città sarebbe stato assegnata a interim a un’assemblea di dignitari.

Shlaq aveva rischiato grosso.
Rifugiandosi dal governatore sperava di poter contare su un alleato. Invece, in preda al panico, l’amministratore voleva rompere i rapporti con la rete dei siriani, che rimpiangeva di non aver combattuto fin dall’inizio.
Fuori controllo, era diventato pericoloso. E Shlaq non potè far altro che ridurlo al silenzio prima di cercarsi un nuovo nascondiglio.

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