Centesimo anniversario: Zaptiè

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Il Regio Corpo Truppe Coloniali ha una lunga storia che accompagna di fatto tutto il periodo coloniale italiano fin dai primi sbarchi a Massaua nel 1885.
Da subito le autorità militari italiane si resero conto della necessità di arruolare nelle proprie file truppe locali che sopperissero alle carenze di organico e che allo stesso tempo fungessero da collegamento con la popolazione, da sempre frazionata in una moltitudine di tribù ed etnie.
Spesso mal equipaggiati, quasi abbandonati a se stessi, senza caserme e con un addestramento “vecchio stile”, avevano però generalmente un alto morale e un attaccamento allo spirito di corpo che si rivelò più volte decisivo durante la guerra di Abissinia.
Essendo il mantenimento dell’ordine pubblico compito dei carabinieri, in colonia si giunse ben presto all’istituzione del corpo degli Zaptiè deputati alla tutela della pubblica sicurezza e ai compiti della polizia militare.
Inizialmente e specialmente in Somalia tali forze erano gestite privatamente da varie compagnie come la Filonardi e la Società del Benadir, successivamente passarono alle dipendenze del governatore della colonia e infine delle forze militari.

Le uniformi differivano da quelle delle truppe metropolitane.
I più tipici esempi sono le fasce colorate che identificavano l’appartenenza a un’arma, per i carabinieri ovviamente rossa e il tarbusc, l’alto copricapo a semicono detto anche fez. Cercare di risalire all’origine di questi elementi non è semplice, probabilmente le fasce erano un’eredità delle forze egiziane che avevano mantenuto guarnigioni in Eritrea e in Somalia fino all’arrivo degli italiani, mentre la fascia arrotolata sul tarbusc della cavalleria ricorda molto da vicino quella indossata dalla cavalleria turca nei primi anni del XIX secolo. Anche i distintivi di grado delle truppe coloniali differivano da quelli portati dalle truppe metropolitane: normalmente più grandi, includevano sempre stelle e simboli per indicare lo stato e la durata del servizio. Per gli Zaptiè l’uniforme di marcia comprendeva il tarbusc con fiocchetto, fregio e numero di matricola, successivamente eliminato, senza coccarda, camiciotto di tela cachi, pantaloni corti cachi o pantaloni da cavallo per gli Jusbasci, fascia distintiva, fasce gambiere e sandali.
Sul bavero due alamari di tela rossa.

L’armamento era costituito da moschetto da cavalleria e revolver Mod. 89, anche se in alcune foto dell’epoca si nota ancora l’uso del revolver Mod. 74, con bandoliera in cuoio naturale e sciabola.
Spesso il moschetto era il Mannlicher Carcano Mod. 91 TS, a volte sostituto dal Mauser.
Oltre alle armi d’ordinanza molti Ascari continuavano a portare le armi tradizionali eritree, come la sciabola guradè.
L’impiego degli Zaptiè manteneva in generale il pensiero del Regio Esercito Italiano, che tradizionalmente vedeva nell’attacco la propria forza, mentre considerava la difensiva come una fase temporanea prima di un nuovo attacco.
In Abissinia comunque l’Alto Comando Italiano temeva che gli abissini potessero colpire le colonne italiane da nord mentre erano impegnati nelle operazioni in Somalia, di conseguenza nel settore del fronte sud le azioni furono prevalentemente sulla difensiva, tese a mantenere le posizioni contro l’avanzata nel deserto dell’ Ogaden.
La campagna di Abissinia si concluse con la conquista dell’Etiopia e durò sette mesi e due giorni, oscurando tuttavia le difficoltà delle Forze Armate Italiane e dando al Duce la sensazione che la potenza militare italiana fosse notevole.

(In ricordo di papà, nel Suo centenario)

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3 pensieri su “Centesimo anniversario: Zaptiè

  1. Ricordare, così, il proprio padre (immagino che il vostro ricordo sia legato a tutta l’esperienza raccotata) è bellissimo. Qualsiasi periodo si possa confrontare con la storia.
    Grazie Milord

    Monica sempre presente

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  2. Tra gli elementi distintivi della colonizzazione in Africa del governo fascista rispetto quella delle altre contemporanee potenze europee fu, oltre le consistenti opere edificate pro nativi dei territori occupati, l’ arruolamento di volontari locali. Vere e proprie milizie che, sì servirono l’ Italia, ma anche a vantaggio delle proprie terre.

    Caro Antonmaria, con umiltà posso permettermi di dire che questa dedica in ricordo di Vostro Padre Gli sia dovuta, sapendo che visse la propria vita in totale dedizione alla divisa, tra l’ altro meritevolmente plurimedagliata, al servizio della Patria e per la difesa dei valori ad Essa inerenti.
    Persone come Voi, Mio Caro Kren, di forti e imperturbabili Valori personali e sociali non potrebbero aver avuto che genitori il cui istinto educativo fu basato su questi.
    Orgogliosa di esserVi al fianco, Vi ringrazio per l’ emozione che questo ricordo mi ha suscitato.

    Maria Silvia
    Vostra Sil

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