Naris X

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Ramses era furente.
Per soddisfare il desiderio della regina Nefertari, Ramses avrebbe ricevuto in gran segreto un emissario ittita. L’incontro si sarebbe svolto al ministero degli Affari esteri e il generale era lusingato di essere stato invitato.
Con massima soddisfazione di Nefertari, l’ambasciatore misterioso dispensava a gran voce argomentazioni a favore della pace. Ramses, dal canto suo, lo interrogava sulle questioni più critiche mettendo chiaramente in dubbio la buona fede dell’interlocutore. In presenza del monarca, il figlio si guardò bene dall’intervenire. E al termine dell’incontro non apprezzò per niente l’atteggiamento bendisposto della regina, che assicurava all’ittita la piena disponibilità dell’Egitto.
Rimasto solo con il faraone, però, Ramses non fece mistero del suo scetticismo.
“Abbiamo a che fare con un popolo di guerrieri”, ricordò. “L’impero ittita è governato da una gerarchia militare che non ha che un obiettivo: invaderci!”
“Parole da soldato, figlio.”
“Non facciamo gli ingenui, Maestà! Il nemico simula una volontà di pace per preparare meglio l’esercito a un attacco massiccio. Abbassare le guardia sarebbe fatale!”
“Infatti, non ti chiedo di farlo, visto che la tua missione è proprio mantenere l’esercito in stato di allerta.”
La risposta turbò il generale.
“Smetti di considerare la Grande sposa reale una pacifista incapace di vedere la realtà dei fatti”, si raccomandò il re. “Ha stretto ottimi rapporti con la sovrana ittita che fa pressioni sul suo sposo affinché eviti un confronto bellico tra i due popoli. Perfino tu, Ramses, non hai nessuna voglia di veder morire migliaia di uomini.”
“Ho un unico interesse: preservare l’integrità dell’Egitto.”
“Ma quello è un compito che spetta al faraone, non ti pare?”
Il generale impallidì.
“Non sto mettendo in dubbio la vostra persona, Maestà…”
Ramses si inchinò davanti al padre.
“Alzati in piedi, generale, conosco la tua rettitudine. Governare è arduo, qualunque ostacolo si pari davanti conviene sempre seguire la retta via. Per questo motivo cercheremo di stabilire una pace durevole. Se gli ittiti ci stanno mentendo, se cercano di distruggerci, li anticiperemo e combatteremo.”
Il generale si sentì rassicurato.
“Saremo in grado di tenere a freno il pericolo che viene da fuori, ma ciò che ci minaccia dall’interno non ti pare ancora più temibile?”
“Posso parlarvi con franchezza, Maestà?”
“È quello che mi aspetto.”
“Mio fratello Naris non ha la levatura per affrontare un mago e dirigere un’unità speciale di combattimento. Vista la sua mancanza di esperienza commetterà errori fatali che ci condanneranno alla sconfitta e gli costeranno la vita.”
Ramses rimase impassibile.
“L’ultimo rapporto?”
“L’ho ricevuto stamattina. Naris sta navigando verso Copto alla ricerca di un testo magico che considera indispensabile. Charid il Salvatore e Nemo, sulla scia di un’informazione ottenuta da Ugge, cercheranno di liberare Marsinkara. Ugge è riuscito a introdursi nella tenuta di Ishtun, facendosi passare per lavandaio. Ha l’impressione che il vaso sigillato di Osiride sia nascosto lì. Quanto a Sabi, sta sorvegliando la tenuta dove si sarebbe nascosto Shlaq, capo di una rete di scaricatori.”
“Eccellenti risultati, non trovi?”
“Vorrei tanto rallegrarmene, ma sono scettico!”
“Non sospetterai che Charid menta?”
“Sicuramente no, Maestà! Anche lui manca di esperienza e probabilmente si entusiasma per un nonnulla. Il nemico è scaltro, quasi inafferrabile, e tendere trappole è il suo forte.”
“In altre parole, non credi alla colpevolezza di Ishtun.”
“Non si pensava a lui come futuro ministro dell’Economia? Sua figlia è scomparsa, probabilmente è stata rapita, e lo vedo male al centro di un abominevole complotto! Un’altra imboscata? Ecco come la vedo: Naris è andato fuori strada, Charid e i suoi uomini sono stati ingannati, Ishtun ingiustamente considerato implicato. E il mago si prepara nell’ombra a colpirci a morte.”
“Cosa proponi?”
“Desidero tornare a Menfi e verificare i fatti. Se mi sono sbagliato, riconoscerò i miei torti e l’autorità di mio fratello.”
Il re acconsentì.
Il telo macchiato di sangue prese fuoco e in pochi istanti si ridusse in cenere.
La luna, assumendo una colorazione rossa, gonfiò e assorbì nubi dalle sembianze contorte.
Ishtun riacquistò i propri occhi e la notte gli restituì l’energia perduta nel corso di quell’esperienza illuminante. Il re restava fermo nel suo intento e Ramses manteneva il controllo.
Nonostante la situazione stesse evolvendo in modo favorevole, la morsa si stringeva intorno a Ishtun; il generale non ci avrebbe impiegato molto a scoprire la sua vera identità. Una tappa obbligata cui il mago si era già preparato. Pregustava il combattimento all’orizzonte, per nulla spaventato dall’entità degli avversari. Morire era meglio che rinunciare al potere supremo, quello del Male.
Nel momento decisivo avrebbe avuto bisogno dei doni della figlia, dei quali lei stessa ignorava la vera forza. Ripensava ai primi passi della ragazza, alle prime parole, alla sua curiosità precoce, alla sua passione per gli studi, al desiderio di imparare, alle sue eccezionali capacità, riconosciute da insegnanti a volte invidiosi.
Ishtun era stato un buon padre, esigente e attivo. Nonostante l’assenza della figura materna, Marsinkara aveva goduto dell’affetto di tutta la casa ed era cresciuta all’interno della vasta tenuta acquisita dal supervisore dei granai. Non aveva mai smesso di abbellire sia la casa sia il giardino, sempre pronto a soddisfare i desideri della figlia che preferiva la lettura ai giochi degli altri bambini della sua età.
Da adolescente aveva manifestato la volontà di prendersi cura di animali ed esseri umani. Visti i suoi successi, gli insegnanti di medicina avevano dovuto riconoscere i suoi talenti e condividere con lei il loro sapere. Incuriosita, la Superiora delle sacerdotesse della dea leonessa aveva osservato a lungo la ragazza prodigio prima di convocarla al tempio e autorizzarla ad affrontare i primi passi dell’iniziazione ai misteri.
La carriera di Marsinkara si delineava brillante e, al di là del successo prevedibile, il padre percepiva una forma di predestinazione che le avrebbe consentito di varcare le frontiere del visibile. Permettendogli una maggiore conoscenza di se stesso, il destino apriva a Ishtun orizzonti inimmaginabili ai quali era legata anche la figlia.
Quanto era bella la notte, che racchiudeva in sé le forze del nulla, emblema delle tenebre originali! Era là la vera patria del mago, da là proveniva la forza che avrebbe avuto a disposizione utilizzando le dimensioni oscure del vaso sigillato di Osiride.
Ishtun alzò le braccia verso le stelle.
“Sono accanto a te, figlia adorata, non ti allontanerai mai da tuo padre! Hai creduto di poter fuggire, ma tornerai e lotterai al mio fianco. Insieme non avremo paura di nessuno e imporremo la nostra legge. Rinuncia alle tue illusioni, Marsinkara, ascolta la mia voce e raggiungimi.”
Una nube a forma di pugnale fuoriuscì dalla luna e si scagliò verso sud.

Marsinkara si svegliò di soprassalto, immersa in un bagno di sudore.
“Padre… mi ha chiamata!”
Navigando tra le stelle, lo spirito della giovane aveva individuato l’alta sagoma di Ishtun con lo sguardo grave sul quale si era profilato un sorriso benevolo. In piedi accanto al laghetto dei fiori di loto, aveva aperto le braccia per accoglierla.
Le tornarono alla mente i ricordi d’infanzia, la luce che giocava con le palme, i sicomori che dispensavano la loro ombra generosa, le aiuole fiorite che rivaleggiavano per i colori.
E Ishtun aspettava la figlia.
Non avrebbe fatto meglio a perdonargli gli errori commessi e ristabilire il legame di sangue che li univa?
Marsinkara si vestì in fretta, decisa a tornare nella casa paterna. Per quanto lunga e difficile, una discussione approfondita avrebbe permesso di dissipare le zone d’ombra e ristabilire l’armonia.
Un ringhio la mise sul chi va là.
Geb digrignava i denti e le impediva di uscire dalla stanza.
“Mio adorato cane… aggredisci anche me?”
Tassativo, Geb sembrava non voler modificare il suo ruolo di guardiano irremovibile. Lo sguardo penetrante del cane mandò in frantumi il sogno di Marsinkara.
“Hai ragione, stava cercando di richiamarmi con un incantesimo! Se non ci fossi stato tu mi sarei lasciata ingannare.”
Rassicurato, Geb si alzò sulle zampe posteriori, appoggiando quelle anteriori sulle spalle della padrona, e le leccò le guance.
“Grazie, mi hai salvata!”
Felice per le carezze, Geb si accoccolò accanto al corpo della giovane, che cercava di riprendere sonno. Ma c’era un incubo che la perseguitava, che Naris fosse vittima di un naufragio.
Geb, guida e fedele compagno di Marsinkara.

Viveva nascosta sotto il magma e si alimentava del fuoco sotterraneo. Non era più riapparsa dalla fine della guerra dei clan**** che aveva preceduto l’avvento al trono del primo re, Menes, e la nascita del regno dei faraoni. Sotto sembianze umane si chiamava Fiore ed era stata l’amante di Scorpione, il più potente tra i guerrieri. Dopo la sua scomparsa fisica, gli dei l’avevano imprigionata all’Inferno.
Forza distruttiva immortale, nutriva l’immenso serpente delle tenebre che, ogni notte, cercava di prosciugare il fiume celeste e di distruggere la barca del sole. Fino a quel momento, la magia divina era stata vittoriosa, ma le forze oscure non si scoraggiavano mai e sapevano approfittare del minimo errore dell’avversario.
Le rocce esplosero creando un cratere con un condotto che portava in superficie.
Gli dei la stavano liberando! Avrebbe nuovamente assunto le sembianze di una donna dalla bellezza irresistibile, per diffondere la sventura.
La ragione era una sola: un mortale si era appropriato del Libro di Thot! Per farlo, aveva ucciso il serpente di guardia allo scrigno d’oro e ora si credeva invulnerabile.
Ma si sbagliava.
Con la sua azione, l’imprudente aveva scatenato la collera degli spiriti degli inferi il cui intervento, attraverso Fiore, diventava indispensabile. Thot stesso non si sarebbe opposto.
Una vampata di fuoco sollevò la demone e le rivelò il nome del colpevole: Naris, figlio di Ramses.
“Siamo fermi”, si lamentò il Vecchio.
“Non capisco cosa stia succedendo”, ammise il capitano. “Non riusciamo ad avere la meglio sulla corrente! Sembra indebolirsi, poi riprende, cambia direzione… Non avanziamo, né a remi, né con le vele issate.”
“E se ci avvicinassimo a riva?”
“Impossibile, i mulinelli sono troppo violenti, rischieremmo di capovolgerci. L’unica soluzione è di continuare verso Copto.”
“Hai visto le onde?”
“Ne ho attraversate di più grosse.”
“A me queste bastano e avanzano!”
“Non sei abituato ad andare per acqua, Vecchio mio! Il grande fiume ha dei cambiamenti d’umore che sorprendono persino i marinai più esperti. Io rimango qui di guardia, vai pure a berti un bicchiere e non ti preoccupare.”
Il Vecchio aveva un unico consigliere fidato, il suo asino. E Vento del Nord, solitamente assopito durante i viaggi in barca, se ne stava in piedi e guardava lontano.
“Mettiti giù, meglio non vedere cosa ci aspetta.”
L’asino non gli ubbidì e questo atteggiamento peggiorò il morale del Vecchio. Vento del Nord non si preoccupava mai senza motivo.
Impassibile, Naris si era preso la briga di legarsi al petto il Libro di Thot servendosi di una benda di lino.
“Le cose si stanno mettendo male”, l’avvertì il Vecchio.
“Il vento non si è calmato?”
“Osserva il Nilo! Ribolle di collera, si annuncia una catastrofe.”
“Non essere pessimista.”
“E tu, ragazzo, tieni gli occhi aperti! Credi che gli dei apprezzino il tuo successo? Quel libro avrebbe dovuto restare in fondo al fiume, protetto da scorpioni e serpenti. Un umano aveva forse il diritto di appropriarsene?”
Naris non disse una parola.
“Ecco, capisci perché ci troviamo in questo guaio? Hai passato il segno.”
“Hai dimenticato la missione che mi è stata affidata dal re.”
“Quell’incarico non comporta rischi di questa portata! Liberati del libro e arriveremo a Copto in tutta tranquillità.”
“Senza quest’arma saremo impotenti di fronte al mago.”
“La tua ostinazione sarà la tua rovina. E la mia… Mi pare giunto il momento di ritrovare la ragione, non credi? Nessuno ti ha chiesto di compiere l’impossibile!”
“Ho avuto l’impressione del contrario.”

Indispettito, il Vecchio seguì il consiglio del capitano e si concesse un bicchiere colmo di rosso inebriante. Visto che lo scriba sembrava inamovibile, tanto valeva godersi un ultimo piacere prima del disastro.
Naris pensava a Marsinkara, ai brevi momenti felici vissuti in compagnia della donna che avrebbe amato per il resto dei suoi giorni. La sentiva così intensamente vicina da non poterla credere morta. Al sicuro dai suoi persecutori stava riprendendo le forze e preparando il suo ritorno. Presto i due innamorati si sarebbero ritrovati e avrebbero lottato insieme contro le tenebre.
Un’onda di rara violenza si abbatté sull’imbarcazione, Naris perse l’equilibrio e venne strappato alle sue meditazioni.
“Guarda là! Siamo circondati!” urlò un marinaio. Sulle creste delle onde furiose apparvero lo scrigno di ferro, quello di rame, quello di legno di ginepro, quello d’avorio e di ebano, quello d’argento e quello d’oro. Sotto la pressione dei flutti, i loro coperchi si aprirono e ne uscirono delle fiamme. Un fumo denso avvolse l’imbarcazione costringendo i marinai a manovrarla alla cieca.
Paralizzato dalla paura, l’uomo a prua vide un serpente sbucare dalle profondità e srotolarsi attraverso il fiume in modo da sbarrare il passaggio.
“Siamo maledetti”, constatò il capitano.
“È lo scriba… Dobbiamo liberarci di lui.”
“Non ci pensare neanche!”
“Consultate l’equipaggio: i marinai la pensano come me.”
Il secondo approvò, il capitano tentennò.
“Mi state chiedendo di commettere un omicidio.”
“Gli elementi si sono scatenati, gli spiriti dell’aldilà minacciano di annientarci perché Naris ha rubato un documento proibito. Moriremo per causa sua.”
Il capitano percepì la determinazione e l’ostilità degli uomini. Se non avesse dato seguito alla loro richiesta, sarebbe stato il primo a essere buttato in acqua.
“Ci sosterremo a vicenda e diremo che è stato un incidente”, promise il secondo.
“Il Vecchio ci accuserà!”
“Vista la crescente intensità della tempesta, conviene legarlo all’interno della cabina.”
“E se la collera del fiume non si placa?”
“Si placherà. Ci date la vostra autorizzazione, capitano?”
Un ultimo momento di esitazione, un moto di rimorso, il desiderio di sopravvivere…
“Permesso accordato.”

Gli scrigni sparirono, il furore del fiume si accentuò e il fumo bruciò gli occhi dell’equipaggio. Il secondo condusse il Vecchio in cabina, gli passò una cima intorno alla vita e l’attaccò a una trave.
“Tra poco si balla”, lo avvisò.
“E Naris?” chiese preoccupato il Vecchio.
“Vado a cercarlo.”
Lo scriba si stava apprestando a pronunciare una formula di scongiuro presa dal Libro di Thot quando cinque marinai gli si gettarono addosso, lo sollevarono e lo lanciarono nel fiume. La sua testa riapparve per due volte, poi una serie di onde lo inghiottì.
“Un dramma terribile”, annunciò il capitano al Vecchio. “Il principe Naris è caduto in acqua ed è affogato!”
“Andiamo a cercarlo!”
“Impossibile, condannerei i miei uomini alla morte. E non riesco più a governare la barca!”
Le vele si strapparono, i remi si spezzarono, lo scafo emise degli scricchiolii terrificanti. Pur immaginando che fosse giunta la sua ora, il Vecchio riusciva a pensare solo alla tragica fine del giovane scriba.
Improvvisamente e nel giro di pochi istanti, la tempesta si placò, il vento cessò di soffiare e il Nilo ridiventò un lungo nastro blu inondato di sole. Il fumo sparì e i marinai spalancarono gli occhi.
“Qualcuno venga a liberarmi!” ordinò il Vecchio.
Con una zampa lievemente ferita, Vento del Nord fissava il fiume.
“Mettiti subito alla cappa, capitano! Che gli uomini si tuffino per andare a cercare il principe Naris!”
“È inutile, la corrente…”
“Trova immediatamente dei volontari!”
Per non suscitare i sospetti di quel personaggio irascibile, il capitano ubbidì.
Con le lacrime agli occhi, il Vecchio guardò gli uomini tuffarsi. E Vento del Nord lanciò un lungo raglio disperato.
E un serpente emerse dalle profondità…

Charid il Salvatore e Nemo potevano finalmente riprendere fiato dopo aver remato vigorosamente per un bel po’ di ore. Furente per essere caduto in un’imboscata, Nemo aveva una terribile voglia di tornare sui suoi passi e fracassare il cranio ai loro aggressori. Ma Charid lo aveva convinto a non lasciarsi prendere dalla collera e a raggiungere al più presto gli altri due compagni, probabilmente in pericolo. Anche loro rischiavano di essere vittime degli stratagemmi di Ishtun e dei suoi alleati.
Charid era contento di aver previsto una barca di appoggio, utile in caso di incidente. Senza quella, nonostante la loro esperienza, non sarebbero riusciti a mettersi in salvo dai numerosi arcieri siriani. L’agguato era la prova della vastità della rete e della sua notevole capacità d’intervento. Oltre alla propria facoltà di nuocere il mago possedeva una milizia, decisa a combattere, che si muoveva nell’ombra. E la portata del pericolo era davvero terrificante.
Dopo aver abbandonato l’imbarcazione al primo molo che incontrarono, i due uomini salirono su una nave commerciale diretta a Menfi. In preda alle peggiori angosce, avrebbero dato qualsiasi cosa per fermare il tempo e moltiplicare la velocità alla quale si muoveva il pesante bastimento carico di cereali.
Sabi non si presentò all’appuntamento.
Indispettiti, Charid e Nemo perlustrarono i dintorni, preoccupati dalla sua assenza. Inoltre, non sapevano se Ugge fosse riuscito o meno a lasciare la villa del mago.
Charid il Salvatore si immaginò il peggio. Ugge scoperto e ucciso, Sabi sorpreso ed eliminato… L’unità speciale aveva creduto di dominare la situazione, almeno in parte, invece era stata manipolata e condotta verso il baratro.
Sentendosi in colpa, Charid tirò fuori un’incredibile energia per cercare di ritrovare gli amici. A testa bassa e con lo sguardo deciso a tutto, rastrellò a uno a uno palmeti, boschi di tamerici e macchie di papiri.
“Se fossero feriti, potrebbero essersi rifugiati nell’ospedale militare”, propose Nemo.
Il medico di turno squadrò Charid dall’alto in basso.
“Con chi ho l’onore di parlare?”
“Sono il direttore della Casa delle Armi e vorrei sapere se due dei miei subalterni sono ricoverati qui.”
“I loro nomi?”
“Sabi e Ugge.”
Il medico consultò il registro dei ricoveri.
“Nessuno che si chiami così.”
“Potrebbero essere stati obbligati a cambiare nome. Vorrei vedere i feriti.”
“Non se ne parla.”
“Cercate di venirmi incontro, vi prego.”
“Nemmeno per idea!”
Nemo fece schioccare le giunture delle sue enormi mani.
“Non impedirci di identificare i nostri amici se non vuoi che perda la pazienza.”
“È… è una minaccia?”
“L’hai detto.”

Il medico si spaventò.
“Sbrighiamoci!”
Charid e Nemo attraversarono le sale dell’ospedale militare. Nella quarta trovarono i loro compagni, seduti su delle stuoie. Sabi aveva il braccio sinistro bendato, Ugge il torso.
I quattro furono felici di ritrovarsi.
“Ci chiedevamo se ce l’aveste fatta”, sospirò Charid.
“Anche noi!” rispose Sabi. “Ci siamo fatti incastrare come dei novellini. Ugge ha preso dalla villa un reliquario che avrebbe dovuto contenere il vaso sigillato di Osiride e che si è rivelato un tranello. Ci è esploso in faccia. Se non avessimo preso delle elementari precauzioni, adesso saremmo morti.”
“Il villaggio delle Gazzelle era una trappola stracolma di siriani e Marsinkara non era lì”, precisò Charid. “Un fiasco totale.”
“Conti di fermarti qui?” chiese Sabi.
“Ci mancherebbe altro! Sei in grado di combattere?”
“Me la dovrei cavare.”
“E tu, Ugge?”
“Cominciavo ad annoiarmi.”
Il colosso rosso si alzò con grande fatica.
Le ferite riportate dai due uomini non erano lievi come cercavano di far credere. Ma il breve soggiorno all’ospedale militare non era stato inutile. E avevano un gran prurito alle mani, che faceva dimenticare qualunque sofferenza.
“Qual è la tua strategia?” chiese Sabi a Charid il Salvatore.
“Ne ho abbastanza di essere portato a spasso come un ebete. Sembra proprio che questo mago sia capace di prevedere le nostre azioni e ci manovri come dei burattini. Questa volta non seguiamo nessuna strategia: ci diamo dentro e spacchiamo tutto.”
“Questo sì che mi piace”, commentò in tono pacato Ugge, approvato da Nemo che masticava una cipolla. “Una combriccola di siriani garantisce la sicurezza di Ishtun, tutti determinati e armati fino ai denti.”
“Alla Casa delle Armi troveremo tutto il materiale che ci serve”, disse Charid.
I quattro uomini erano in preda all’esaltazione che precede le grandi battaglie. Uniti erano invulnerabili.
All’uscita dell’ospedale un essere furibondo sbarrava loro la strada.
Il generale Ramses.
“Il medico di turno mi ha comunicato la vostra presenza qui. Esigo un rapporto immediato”, tuonò.
“Eccolo: andiamo a regolare i conti”, fu la pronta risposta di Charid.
“E cioè?”
“Distruggere la tenuta del maledetto mago con lui dentro. Così la faccenda sarà risolta.”
“Hai perso il lume della ragione!”
“Abbiamo tutti rischiato di morire e il mago si prende gioco di noi utilizzando i suoi poteri. C’è un’unica soluzione: annientarlo. Il criminale siriano Shlaq si nasconde dietro di lui, e questo lo fa sentire invulnerabile. Gli dimostreremo che si sbaglia.”
“Non ve lo permetterò! La priorità è ritrovare il vaso di Osiride, e sono io a dettare gli ordini”, ribatté il generale.
“Mi era sembrato di capire che il nostro capo fosse il principe Naris.”
“Il re mi ha incaricato di stendere un bilancio della situazione e di verificare se il giovane scriba è in grado di comandare. A proposito, dov’è?”
“A Copto.”
“Non è ancora rientrato?”
“Doveva andare a prendere un documento fondamentale.”
“Ti ha dato ordine di attaccare la villa di Ishtun?”
Charid il Salvatore era incapace di mentire.
“Non in maniera ufficiale.”
“In altre parole ti stavi lanciando in un’avventura insensata senza riferire né a Naris né a me! Mi hai almeno riportato Marsinkara?”
“Purtroppo no.”

Ramses assunse un’aria di trionfo.
“Questa volta hai commesso un errore imperdonabile. Per prima cosa, ritieniti sollevato dal tuo incarico. Questa unità è sciolta: tornate tutti a quello che facevate prima. Per portare a termine la missione affidatami dal re recluterò uomini competenti, rispettosi della disciplina.”
“Siete voi a commettere un errore, generale”, disse Charid. “Non abbiamo dubbi, bisogna attaccare la villa di Ishtun!”
“Ora basta! Recatevi alla caserma principale di Menfi, dove rimarrete agli arresti in attesa che io rediga il rapporto. Proporrò a sua Maestà un nuovo direttore della Casa delle Armi.”
Charid e Ramses si scambiarono uno sguardo di sfida, ma il Salvatore sapeva che non poteva disobbedire. Soltanto Naris avrebbe potuto aiutarlo ad affrontare il generale accusandolo di abuso di potere.
Un ufficiale interruppe il diverbio.
“Generale, chiedono di voi al porto. Un capitano proveniente da Copto, la cui nave è stata messa sotto sequestro, ha delle rivelazioni da fare.”
“Conduci questi quattro uomini in caserma”, ordinò Ramses. “Sono in stato di arresto.”
Incuriosito, si affrettò a raggiungere la stazione di polizia del porto del Buon Viaggio. Prostrato, il capitano aveva l’aria stremata.
“Sono il generale Ramses. Cos’hai da dirmi?”
“Si tratta del principe Naris…”
La voce gli si strozzò in gola.
“Avanti, parla!”
“Brutte notizie. Anzi, bruttissime.”

Seguimi”, le ordinò la vecchia guaritrice.
Prevedendo quello che sarebbe successo, Marsinkara aveva trascorso una notte agitata. Si rendeva conto della pericolosità di una prova che sapeva essere inevitabile e non aveva smesso di pensare a Naris, così lontano da lei in quelle ore decisive eppure così vicino al suo cuore.
Sul finire del pomeriggio il sole si era fatto meno forte, ma la giovane non si sarebbe potuta godere la fine del crepuscolo, quando le fiere si avvicinano per abbeverarsi.
Ritrovando l’agilità di un tempo, la guaritrice imboccò una specie di pista che si snodava attraverso le dune. Colma d’angoscia, Marsinkara la seguiva, inoltrandosi per la prima volta nel deserto popolato da demoni.
“Quando la leonessa di Sekhmet viene a bere, gli spettri non escono dalle loro tane”, disse la guida. “Grifoni e pantere alate non osano sfidarla.”
Il vento era calato, il sole si stava affievolendo e strane luci solcavano la sabbia. All’orizzonte si stagliavano colline rocciose.
Infine la guaritrice rallentò il passo.
“A cento passi da qui”, disse indicando un punto preciso, “c’è la pozza dove si abbeverano le fiere. La leonessa vi giungerà per prima e lì la affronterai. Se non ti vedo ricomparire prima che faccia buio, tornerò al villaggio.”
Si sedette su una pietra piatta.
“Non cercare di fuggire, non avresti nessuna probabilità di salvarti da lei.”
“Esiste una formula che…”
“Sta a te crearla vincendo la paura.”
Lentamente Marsinkara si avviò verso la pozza. Si annodò intorno al collo la benda rossa realizzata dalle sette fate. Immediatamente la vista le si acuì e il passo si fece più fermo.
Sulla riva di uno specchio d’acqua vide un’enorme leonessa.
Disturbata, rivolse il muso verso l’intrusa e i loro sguardi si incrociarono.
“Sono la tua servitrice e ho bisogno del tuo aiuto”, dichiarò Marsinkara, con voce tremante.
Emettendo un ruggito grave e rauco al tempo stesso, la fiera si preparò all’attacco.
Marsinkara fece un passo avanti.
“Sono stata iniziata ai tuoi misteri al tempio di Menfi e ho venerato la tua statua vivente. Oggi ho la fortuna di contemplare la tua potenza e ti imploro di trasmettermela.”

La giovane si inginocchiò e pose le mani in segno di adorazione.
Per alcuni interminabili secondi la leonessa rimase immobile. Poi con le enormi zampe grattò il suolo e, mentre i suoi occhi fissavano la preda, avanzò con estrema lentezza, pronta a compiere un balzo in avanti.
“Le tenebre minacciano di invadere il paese e il Male vuole assumere il potere”, disse Marsinkara. “Tutto quello che è stato finora costruito sarà distrutto, e regneranno violenza, ingiustizia e menzogna. Dona alla tua servitrice la forza di combattere e di condurre la lotta.”
Quando abbassò lo sguardo, la leonessa emise un altro ruggito minaccioso. Marsinkara capì che le chiedeva un incontro ravvicinato.
E quindi osò.
Il muso della belva quasi le sfiorava il viso.
In fondo ai suoi occhi, un paesaggio immenso. Il fiume in collera, imbarcazioni alla deriva, palme sradicate, case in fiamme, corpi senza vita di uomini e bestie.
Marsinkara pianse.
“È questo ciò che ci aspetta?”
Dalla devastazione si delineò la sagoma di un uomo.
Una luce gli circondava il viso: era Naris.
“Si batterà e io sarò al suo fianco!”
La zampa anteriore sinistra della leonessa si posò sulla spalla di Marsinkara, ma benché avesse tirato fuori gli artigli, la sacerdotessa non provò alcun dolore.
“Dammi la tua forza”, implorò. “Ti giuro che non mi tirerò mai indietro, qualunque siano le sofferenze che dovrò sopportare.”
Gli artigli affondarono in profondità, il paesaggio desolato sparì, gli occhi della fiera emisero una fiamma che avvolse il corpo della discepola senza bruciarla.
Quando la leonessa si staccò da lei allontanandosi maestosa, Marsinkara sentì un calore intenso e una nuova energia che le affluiva nelle vene.
Stava facendosi buio.
Rigenerata, la sacerdotessa si allontanò dal luogo di quell’incontro decisivo per tornare dalla guaritrice, che immediatamente le esaminò la spalla.
“Ti ha marchiata a fuoco… Ora sei davvero la servitrice di Sekhmet! La grande battaglia sta per avere inizio, affrettati a rientrare a Menfi.”

Nonostante le lunghe ricerche, il corpo di Naris non era stato ritrovato. Bisognava arrendersi all’evidenza: il giovane era affogato e i coccodrilli si erano prontamente accaparrati la gradita preda.
Un ufficiale comunicò la notizia a Charid il Salvatore e ai suoi tre compagni, che si stavano annoiando nella caserma di Menfi in attesa che si ponesse fine agli arresti. Charid stava redigendo un lungo rapporto da sottoporre all’attenzione del re, in cui si lamentava senza riserve del comportamento di Ramses. Quell’audacia gli sarebbe probabilmente valsa una condanna, ma non voleva tacere.
“Come, scomparso?” protestò Sabi.
“Inghiottito dal fiume.”
“Impossibile, è un nuotatore provetto!” affermò Charid.
“Andiamo a cercarlo”, decise Nemo sollevando le sue pesanti membra.
“Ho ricevuto l’ordine di trattenervi qui. Non obbligatemi a usare la forza”, ricordò loro un ufficiale.
Il Salvatore calmò i compagni: una mossa sbagliata li avrebbe fatti finire dritti in prigione. Avevano una sola arma a disposizione, la pazienza.
Stava al generale Ramses annunciare al faraone la tragica morte del figlio minore e il fallimento della missione. Anche se erano così diversi, il capo dell’esercito si rammaricava per la scomparsa del fratello, inesperto, ma al contempo temerario, caratteristiche che gli erano costate la vita.
In assenza della salma bisognava decidere che genere di funerali organizzare. Si sarebbe reso onore alla sua anima come fosse un eroe? Stava al re risolvere le questioni relative al rito senza dimenticare la vera urgenza: combattere il mago nero che Ramses desiderava annientare a modo suo. L’unità speciale di Charid aveva dimostrato i suoi limiti, la fanteria regolare sarebbe stata più efficace.
Salendo su un’imbarcazione veloce che lo avrebbe portato a Pi-Ramses, il generale pensava al suo incontro con il faraone e non fece minimamente caso al Vecchio seduto accanto all’asino, entrambi con l’aria distrutta.
Il Vecchio non riusciva a credere che il principe Naris fosse morto. Gli dei non potevano aver abbandonato il giovane scriba! Si erano sicuramente prodigati a difenderlo e il fiume, per quanto in collera, non poteva aver distrutto una vita così ricca di promesse. Eppure, le ricerche erano state interrotte e il padrone delle tenebre aveva celebrato un nuovo trionfo.
Il muso di Vento del Nord sfiorò la spalla del Vecchio.
“Hai fame, lo so… Porta un po’ di pazienza, non ce la faccio a muovermi.”
L’asino insistette e il Vecchio sollevò la testa.
“Sei tremendo, quando ti impunti su qualcosa…”
Alzandosi da terra se la trovò davanti, con accanto Geb.
“… Sei viva!”
Marsinkara sorrise.
“Non stiamo qui! Se le canaglie assoldate da Ishtun ti vedono, ti fanno prigioniera.”
Seguendo l’asino che aveva assunto un’andatura veloce, il terzetto si allontanò dal porto. Il Vecchio si girò più volte prima di imboccare una stradina ombrosa e deserta. Nessuno li stava seguendo e Geb non segnalò la presenza di pericoli.
“La leonessa di Sekhmet mi ha donato la sua forza, e sono tornata per battermi”, rivelò la giovane. “Insieme a Naris affronterò mio padre.”
Il Vecchio rivolse lo sguardo altrove.
“Il principe Naris…” mormorò con la voce spezzata.
Marsinkara si immobilizzò
“Parla, ti prego!”
“Dopo aver trovato il Libro di Thot, è annegato. Il suo corpo non è stato ritrovato.”
Calò un silenzio pesante. Marsinkara mantenne una dignità tale da assomigliare a una statua.
“Guarda gli occhi di Vento del Nord e di Geb”, suggerì al Vecchio. “Non c’è traccia di lutto e il mio cuore non prova i tormenti della morte. Naris vive e ora lo troveremo.”

Raffigurato con sembianze di babbuino, Thot, possessore della Conoscenza, placa la collera della leonessa, pronta a divorare gli esseri umani.
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