Naris, la fine

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Naris si rifiutava di morire in quel modo.
La tempesta era di una violenza inaudita, l’imbarcazione che lo portava a Copto minacciava di affondare, ma per il momento resisteva.
Un’onda rabbiosa si era abbattuta sul ponte, quattro marinai si erano gettati sul figlio di Ramses, la cui presenza a bordo era la causa della collera del fiume. Gli alberi si spezzavano, le vele si strappavano; se il giovane scriba dallo sguardo profondo e dal portamento maestoso non fosse stato eliminato, sarebbero morti tutti. Impossessandosi del Libro di Thot, proibito agli uomini, non aveva forse provocato il furore degli dei?
Naris non resistette a lungo agli aggressori, energumeni sovreccitati; due di essi gli bloccarono le braccia, altri due lo sollevarono e lo gettarono nelle acque agitate del Nilo. Il capitano e il suo equipaggio sarebbero stati concordi nel dichiarare che il malcapitato era caduto in acqua. Viste le circostanze, impossibile ripescarlo.
La testa dello scriba non riapparve, l’imbarcazione si allontanò. Una volta scomparso il responsabile di tutti i problemi, sarebbe tornata la calma.

Inghiottito dai flutti, Naris respinse quel destino ingiusto; dovette reagire senza esitare. Neppure un nuotatore provetto avrebbe potuto evitare l’annegamento, e la sua unica possibilità di sopravvivere era il Libro di Thot, che portava ben legato sul petto grazie a una fascia di lino sottile.
Avendo inghiottito un frammento di papiro, coperto di parole potenti e sciolto nella birra, lo scriba aveva assorbito la scienza magica e, nonostante la forza della corrente e la violenza delle onde, riuscì a pronunciare la prima formula di Thot che serviva a incantare il cielo, la terra, le acque e le montagne. Gli incantesimi riecheggiarono oltre le frontiere del visibile e provocarono una vibrazione così intensa da creare dei turbini. Prima di abbandonarsi ai vortici, Naris riprese fiato e pronunciò una seconda volta la formula.
Intorno a lui un muro liquido ondeggiò, e dei raggi di sole squarciarono le tenebre degli abissi; dalla melma emerse un sole che trasformò il fiume in una fontana di chiarore.
La morte si allontanò dallo scriba, l’acqua luminosa disegnò un sentiero stretto verso una collina immensa che fungeva da diga al Nilo celeste attraversato, ogni giorno e ogni notte, della barca del sole.
Emerse da quell’altura al riparo dei flutti una donna di una bellezza straordinaria. Lunghi capelli neri che danzavano al vento, un viso dall’ovale pronunciato e sottile, occhi di un verde intenso, un corpo dalle curve tentatrici… Lungi dal riservare una buona accoglienza al sopravvissuto, gli rivolse uno sguardo minaccioso.
Naris, sacerdote del dio Ptah, aveva imparato le parole per la sacralizzazione dell’acqua, che servivano a purificare gli oggetti utilizzati durante le cerimonie; aggiungendovi formule magiche potenti estratte dal Libro di Thot, tentò di calmare quella guardiana temibile. Se gli avesse impedito di passare, lo avrebbe condannato a morte.
“Salve a te, protettrice di questo luogo! Sono venuto a implorare la tua benevolenza; lasciami avvicinare, permettimi di bere l’acqua che custodisci e di dominarla, veneriamo insieme il genio della piena che fa crescere le piante e maturare il raccolto. Accordami il tuo favore, concedimi una vita simile a quella della vegetazione!”
La donna esitò. L’abbozzo di un sorriso dimostrava che quelle parole erano di suo gradimento, e il paesaggio cambiò. La diga che separava l’aldilà dal mondo dei mortali prese proporzioni gigantesche, assumendo le sembianze di una giara enorme in cima alla quale brillava il sole del mattino.
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Con un gesto, la donna invitò Naris a entrare nella giara.
“Berrò la sua acqua” promise lui. “Grazie a essa, il mio cuore e il mio petto diventeranno forti, e non morirò annegato.”
Teneva il Libro di Thot ben fissato al corpo, e non aveva perso l’amuleto donatogli dal Calvo, il defunto professore della Casa della Vita di Menfi, dove aveva scoperto la magia dei geroglifici. Il leone che portava al collo emetteva un’energia luminosa che gli infondeva la speranza di riuscire a fuggire da quella prigione acquatica.
Naris non aveva tempo per morire; doveva portare a termine la missione affidatagli da suo padre, il faraone: ritrovare il vaso sigillato di Osiride che un mago nero aveva rubato per acquisirne i poteri e instaurare il regno del Male.
La giara sembrava essere l’unica via d’uscita verso il mondo esterno.
La collina rimpiccioliva, la melma si agitava, la corrente si rafforzava. Sotto lo sguardo ironico della donna, lo scriba rispose al suo invito.
L’orcio era colmo di un liquido rossastro, denso, che sapeva di birra; lo attraversava un raggio di sole.
Arrivare in cima? Impossibile! Tornare indietro, cercando di trovare un’altra strada? Illusorio. Lassù, senz’altro troppo in alto, l’uscita, la luce.
La donna stava per mettersi a ridere.
Naris toccò il Libro di Thot e l’amuleto a forma di leone. Radunando le energie si lanciò in avanti, come se fosse stato in grado di saltare fino al collo della giara.
Il tentativo assurdo mancò l’obiettivo di poco, solo per la distanza di una mano. Consapevole di avere fallito il giovane, ormai senza forze, rischiò di precipitare in fondo a quella trappola mortale.
Le mascelle dell’amuleto a forma di leone si strinsero a un’asperità del recipiente, permettendo a Naris di restare in equilibrio e di trovare una sporgenza alla quale aggrapparsi. Con un colpo di reni si issò fino al collo dell’orcio, vomitò il liquido rosso che aveva bevuto, fu accecato dal sole e precipitò nel nulla.

Un cielo azzurro, le fronde di una palma, un vento leggero… Un paesaggio familiare, rasserenante, simile a quello della terra degli dei che Naris aveva conosciuto durante la sua breve esistenza.
Chiuse gli occhi, e così facendo capì che era riuscito ad aprirli. Le mani non toccavano forse un terreno umido? Non era sdraiato sulla riva del fiume?
Contemplò di nuovo l’azzurro e cercò di sollevarsi.
“Piano” gli disse una voce femminile. “Sei quasi annegato.”
Naris rivide la magnifica donna bruna del suo incubo, vestita di una tunica corta da contadina. Sembrava sbalordita dal fatto che fosse vivo.
“La tempesta… È finita, la tempesta?”
“Non ne avevo mai viste di simili” commentò la giovane. “Gli animali urlavano e cercavano un rifugio. Quando ho visto l’imbarcazione in balia dei flutti, ero certa che sarebbe affondata. Poi ti ho visto che lottavi contro le onde violente, sparivi, riapparivi, sparivi di nuovo… Il battello si è allontanato, le onde si sono diradate, la collera del fiume si è calmata e il tuo corpo è stato spinto a riva. Sembravi morto! Poi, però, hai vomitato un liquido rosso, ti sei mosso e hai aperto gli occhi. Un vero miracolo. Sei forse un protetto degli dei?”
Indolenzito, con i muscoli irrigiditi, Naris riuscì comunque a raddrizzarsi. I suoi assassini avevano fallito, e lui poteva proseguire con la sua missione.
“Vi sono altri superstiti?”
“Te lo ripeto, il battello si è allontanato a grande velocità, e il Nilo non ha restituito alcun cadavere.”
“Come ti chiami?”
“Fiore.”
“Aiutami a rimettermi in piedi.”
La contadina obbedì; con le gambe che tremavano, Naris riuscì a fare qualche passo e si appoggiò al tronco di una palma. Sbarazzandosi di lui, i marinai erano sfuggiti a un cataclisma del quale lo consideravano responsabile.
Protetto dagli dei, era proprio vero? Non cercavano invece di punirlo perché si era impadronito del Libro di Thot? Eppure, grazie a esso era sfuggito alla morte.
Fiore gli sorrise.
“E tu, come ti chiami?”
“Naris.”
Fiore lo osservò.
“Sei bello, forte e molto calmo dopo un’avventura del genere. Sei forse di pietra?”
“Il mio sfinimento ti dimostra il contrario… Mi accorderesti la tua ospitalità?”
Fiore gli tese la mano.

Il battello di Ramses, figlio maggiore del re e generale supremo dell’esercito egiziano, attraccò al molo principale del ponte di Pi-Ramses, la nuova capitale del Paese, edificata sul delta, in un punto strategico. Dopo la battaglia di Kadesh, gli ittiti sembravano avere rinunciato a invadere la terra dei faraoni, ma l’area siro-palestinese restava un protettorato fragile, e Ramses non aveva nessuna fiducia nella parola dei feroci guerrieri d’Anatolia. Disapprovava la politica condotta dalla Grande sposa reale Nefertari, che puntava sulla diplomazia e tentava di stabilire una pace durevole che il generale considerava poco realista.
In caso di aggressione, le truppe di guarnigione e Pi-Ramses avrebbero reagito velocemente; fanteria, carristi e marina, che erano fatti oggetto di attenzioni costanti e dotati di materiale eccellente, avrebbero difeso la città in modo energico. Se il faraone avesse dato ascolto a suo figlio, già da tempo avrebbe lanciato l’offensiva per schiacciare gli ittiti e debellare quel pericolo latente.
Ramses era un fedele servitore dello Stato e del suo capo assoluto: l’obbedienza non era la virtù più importante? Inoltre altre preoccupazioni, non meno gravi, lo assillavano.
Di solito, rivedere Pi-Ramses, soprannominata “Città di turchese” per le tegole dipinte di blu che decoravano molti suoi edifici, gli dava un piacere irresistibile. Come si poteva resistere al fascino di quella capitale edificata in pochi anni e già dotata di diversi grandi templi, di un vasto palazzo e di ville sontuose circondate da giardini lussureggianti?
L’acqua era ovunque: canali che attraversavano la città, laghi, stagni pieni di pesci, piscine private all’ombra degli alberi. La campagna circostante forniva nutrimento, il porto e il quartiere degli artigiani assomigliavano a degli alveari. Quanto ai militari, avevano a disposizione caserme confortevoli, e i cavalli, tanto amati da Ramses, erano coccolati.
Ramses rispose bruscamente ai saluti dei suoi sottoposti che gli portavano il carro; rispettato e ammirato, il figlio maggiore del monarca era considerato il suo successore naturale. A fianco dei suoi uomini aveva dimostrato il proprio valore sul campo, e nessuno dubitava delle sue capacità di proteggere l’Egitto.
Accompagnato da una scorta, il generale seguì l’itinerario più veloce per recarsi a palazzo. Gli abitanti erano tutti impegnati nelle loro attività, nessuno presagiva il pericolo che minacciava di distruggere quella città prospera, fiduciosa nel proprio avvenire.
Ai piedi dello scalone monumentale, che conduceva all’entrata degli appartamenti riservati al faraone, la guardia rese gli onori al generale, che si era premurato di indossare una veste di gala. Al polso, un braccialetto di rame con inciso il suo nome.
Dalle file di militari emerse uno scriba gracile, pallido, che i soldati superavano in altezza di almeno due teste. Magro, con le mani lunghe e sottili, lo scriba Ameni era il porta-sandali del re. Relegato nell’ombra, a capo di una ventina di tecnici fedeli e competenti, incaricati di assicurare la buona gestione degli affari pubblici, Ameni era “gli occhi e le orecchie del re”. Usciva di rado dal suo ufficio dove troneggiava un porta pennelli di legno dorato, dono di Ramses, adottava la regola di vita degli alti dignitari: conoscere il bene, agire per il meglio, destreggiarsi tra le difficoltà, applicare efficacemente le decisioni del re, trovare le parole giuste e saper restare in silenzio. I saggi non dicevano forse che “grande è il grande i cui Grandi sono grandi, venerabile è il sovrano circondato di Grandi, che renderanno infallibile la sua capacità di giudizio”?
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Ameni, che passava inosservato, era un temibile predatore: dava la caccia ai bugiardi, agli imbroglioni e agli incapaci. Fervente ammiratore di Ramses, filtrava gli ingressi a corte; non dovevano entrare che i Grandi, in grado di contribuire al controllo e al benessere del Paese.
Ramses non trattava con alterigia quel piccolo scriba; trovava più utile accordargli perfino un certo rispetto. Padroneggiare l’amministrazione richiedeva grande talento, e il sovrano non si era sbagliato nello scegliere quell’amico d’infanzia, rigoroso e incorruttibile.
Ameni si inchinò.
“Felice di accogliervi, generale.”
“Desidero vedere urgentemente mio padre.”
“Tra poco si presenterà alla finestra di apparizione; se vi sbrigate, udirete la sua dichiarazione.”
Ramses seguì Ameni di buon passo. Costeggiando il palazzo giunsero nella corte d’onore dove si erano riuniti i dignitari, impazienti di conoscere la decisione del monarca. Tutti fissavano un balcone preceduto da quattro colonnine a forma di papiro, sormontato da un disco solare alato. I presenti si spostarono per lasciar passare Ramses che si fermò in prima fila, in compagnia dei ministri; Ameni, invece, restò dietro.
L’evento, eccezionale, annunciava una svolta nel regno. Ramses avrebbe ordinato un attacco massiccio contro gli ittiti? Il generale, che fino ad allora aveva coltivato qualche speranza, rimase invece deluso vedendo apparire Nefertari accanto al faraone. La sua presenza non lasciava presagire l’annuncio di una guerra, che pure era necessaria.
Ancora una volta la bellezza della regina incantò il pubblico, Ramses compreso. Portamento ineguagliabile, eleganza incomparabile, finezza dei lineamenti e, soprattutto, una forza di convinzione che le dominava l’atteggiamento e lo sguardo. Senza mai alzare la voce, Nefertari occupava una funzione essenziale ai vertici dello Stato.
Scese un silenzio assoluto.
E si udì la voce di Ramses.
“Sconfiggendo gli ittiti a Kadesh, abbiamo soffocato il loro desiderio di conquista. Sanno che i corpi del nostro esercito, posti sotto il comando di mio figlio Ramses, li farebbero a pezzi se osassero aggredire il nostro protettorato del territorio siro-palestinese. Grazie agli sforzi ininterrotti della Grande sposa reale, il nostro vecchio nemico ha capito di dover stipulare con noi una pace durevole. Le negoziazioni saranno lunghe, ma riusciremo nell’intento.”
Calorose acclamazioni accolsero la dichiarazione del monarca; costretto a unirsi ai festeggiamenti, Ramses si sentiva profondamente demoralizzato. Suo padre cedeva al fascino di Nerfertari e dimenticava l’autentica natura degli ittiti, popolo bellicoso che conosceva solo la legge delle armi.
E le sorprese non erano ancora finite per il generale.
Quando il clamore si calmò, il faraone riprese a parlare.
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“Fin dalle origini della nostra civiltà, è una coppia reale ad assicurarne la stabilità e la prosperità. Ho quindi deciso di celebrarla facendo erigere due templi che ne esalteranno la funzione creatrice, uno dedicato al re, l’altro alla Grande sposa. È stato scelto un luogo eccezionale: quello di Abu Simbel in Nubia. Questa regione, che ora vive in pace, merita di conoscere anch’essa la serenità e l’abbondanza. Da domani in poi, squadre di artigiani partiranno per il Grande Sud e cominceranno i lavori. Quando l’opera sarà conclusa, la potenza della coppia reale sarà decuplicata e ci proteggerà dalle avversità.”
Ramses e Nefertari si ritirarono. Ramses coglieva l’importanza e l’opportunità di quella decisione. Vista la gravità della situazione, il sovrano forgiava una nuova arma magica. Ma avrebbe avuto il tempo di usarla?
Il generale udì solo commenti positivi; il Faraone non era forse la protezione contro il male, la diga contro la sventura, la vasta dimora che accoglieva tutto il popolo e lo proteggeva dal freddo come dal caldo; non era lui a provocare la piena, a coprire di vegetazione le Due Terre? Predestinato, scelto dalle divinità, Ramses era amato dai suoi sudditi, e quell’amore era indispensabile al pieno esercizio del potere. Senza questo il re, sottoposto alla legge di Maat, dea della rettitudine, della verità e della giustizia, non sarebbe stato che un despota dalle azioni prive di significato.
Ed era l’insieme di quell’edificio, costruito a partire dalla prima dinastia, che minacciava di sgretolarsi.
I dignitari più importanti erano stati invitati a un banchetto nel corso del quale il capocantiere, incaricato di costruire i due templi di Abu Simbel, avrebbe svelato i progetti della coppia reale; Ramses aveva altre preoccupazioni. Cercò Ameni, assediato dai postulanti che respingeva con cortesia e fermezza.
Il generale interpellò lo scriba.
“Quando potrò vedere Sua Maestà in privato?”
“Non prima della quinta ora della notte; è molto occupato.”
Ameni non mentiva. Ramses avrebbe dovuto aspettare.
Tutto preso dalla gioia del suo grandioso progetto, il sovrano non immaginava le terribili notizie che gli portava il figlio primogenito.
Due fanciulle, appartenenti a famiglie ricche, si avvicinarono all’affascinante generale e gli lanciarono sguardi innamorati, elogiandolo per la sua prestanza. Non avendo voglia di fare baldoria, Ramses se ne sbarazzò senza tante cerimonie; aveva in testa un unico pensiero: come presentare i fatti a suo padre?

Dobbiamo prendere delle precauzioni” annunciò Fiore. “Abito in un luogo stregato frequentato da geni cattivi. Io sono abituata a respingerli, tu no.”
La bellissima ragazza si avvicinò a un albero morto. Ne ruppe un ramo all’altezza della biforcazione e lo diede a Naris.
“Tieni stretto questo bastone: spaventerà gli eventuali aggressori.”
Dal suolo friabile estrasse una pentola piena di braci fumanti.
“Te la poserò sulla testa. Sta’ tranquillo, non ti brucerà, e il fumo terrà lontani i predatori. Seguimi e, soprattutto, cammina sulle mie orme. Se ti allontani, le conseguenze potrebbero esserti fatali.”
Naris avrebbe dovuto scappare, ma le gambe gli tremavano ancora e quella donna dalla voce soave lo affascinava.
Si avviò a passo lento, permettendo al sopravvissuto di seguirla. Lo scriba stringeva forte il bastone, e la pentola di braci restava in equilibrio da sola, senza provocare il benché minimo dolore. Il fumo aveva odore di carne arrosto.
Creature invisibili sfiorarono Naris, le cui forze venivano meno; non aveva ancora ritrovato l’energia abituale e temeva che il tragitto fosse troppo lungo. Fiore si dirigeva verso una foresta di papiro che pareva invalicabile. Allontanando due alti fusti, liberò l’accesso a un sentiero stretto. Decine di uccelli spiccarono il volo, alcuni serpenti scivolarono via.
Spossato, lo scriba non si preoccupava dei molti pericoli; aveva solo voglia di sdraiarsi e di dormire, e ogni passo lo stancava un po’ di più.
“Siamo quasi arrivati” annunciò Fiore.
Naris, con gli occhi socchiusi, diede fondo alle sue ultime risorse.
In mezzo alla foresta, una strana capanna che non assomigliava a nessun’altra. Aveva la forma di un orcio con una specie di finestra vicina alla cima; vi si entrava varcando una porta stretta.
Fiore gli tolse la pentola di braci e la posò sulla soglia dopo che Naris, avendo lasciato andare il bastone, fu entrato. Vide una stuoia, vi si coricò e precipitò subito in un sonno profondo.

Quando Naris si era impossessato dell’inaccessibile Libro di Thot, il mondo degli dei era rimasto molto scosso: un mortale era riuscito a sottrarre gli scritti del maestro delle parole creatrici, e questo provocò un turbamento dalle conseguenze inquietanti. Certo, l’Egitto era esposto alle minacce di un mago nero che tentava di utilizzare il vaso sigillato di Osiride come la più temibile delle armi di distruzione, ma il figlio secondogenito di Ramses non aveva commesso una profanazione?
Thot in persona aveva deciso di metterlo a dura prova risvegliando un essere demoniaco, Fiore, condannata a errare nelle tenebre. Alimentata dal fuoco sotterraneo, nutrita dalle rocce in fusione, non era più apparsa dalla guerra dei clan, preludio sanguinoso alla nascita della civiltà faraonica, ai tempi della prima dinastia. Incaricata di nutrire il gigantesco serpente degli abissi, nemico della barca solare, Fiore era stata liberata per adottare sembianze umane, quelle di una donna seducente in modo irresistibile.
Fiore contemplava Naris addormentato e lo trovava bello. Altri geni si occupavano del serpente, e lei intendeva approfittare di quel soggiorno terrestre prolungandolo al massimo. Sfruttare gli uomini, strappare loro del piacere, farli soffrire, seccarne l’anima… Che prospettive allettanti!
Uccidere un uomo così estenuato sarebbe stato un gioco da ragazzi, privo di interesse. Siccome si trattava della sua preda, voleva sapere tutto di lui; avrebbe finto ti aiutarlo a raggiungere il suo obbiettivo, avrebbe alimentato le sue speranze, si sarebbe mostrata una compagna preziosa per attirarlo più facilmente sul bordo del precipizio e farvelo precipitare quando lo avesse deciso lei.
Un solo desiderio: che opponesse una resistenza adeguata. Gli avversari deboli annoiavano Fiore; pur uscendone sempre vittoriosa, apprezzava i combattimenti aspri come quelli ingaggiati da Scorpione, il suo amante maledetto. Quel Naris avrebbe dovuto morire annegato, era sfuggito ai gorghi del fiume, alla diga dell’invisibile, aveva attraversato la giara delle metamorfosi e ritrovato la luce del sole: un’impresa notevole, esempio di un coraggio raro e di capacità eccezionali.
Fiore lo avrebbe spinto a superare i suoi limiti offrendogli la certezza di un trionfo illusorio. L’uomo, folle d’amore, avrebbe capito troppo tardi il suo errore, e il riso di quel demonio avrebbe squarciato i cieli!

Svegliandosi, Naris notò pareti di paglia sulle quali correvano delle lucertole. Un cesto di giunco e una seconda stuoia fungevano da mobili. Come faceva una donna tanto bella a vivere lì? Le sue mani e i suoi piedi, perfettamente curati, non erano quelli di una contadina che svolgeva lavori pesanti.
Il sole passò dietro l’alta finestra, rendendo meno sinistra la dimora. Lo scriba si stiracchiò, felice di sentirsi di nuovo pieno di vigore. La terribile stanchezza si era dissipata, e l’energia aveva ripreso a circolare.
E aveva fame.
Uscendo da quella strana capanna, si trovò di fronte un intrico impenetrabile di piante. Una vera e propria prigione, pervasa da fruscii inquietanti. Fiore era forse scappata, lo aveva abbandonato? Abbattuto, lo scriba cercò una via d’uscita. Spostando un ramo pesante, vide un sentiero che attraversava la foresta. Dopo un attimo di esitazione, si mise a seguirlo.
Il terreno si inclinò, il terreno divenne umido; sopra di lui, dei cormorani e un ibis nero. Il sentiero portava al fiume, e lo scriba si affrettò per placare la sete. Giunto alla riva, la vide.
Fiore, nuda, si lavava canterellando.
La sua bellezza avrebbe sedotto il sacerdote più ascetico. Alla perfezione delle forme si aggiungeva l’eleganza dei movimenti, quasi irreali; ogni gesto era intriso di fascino. Lo scriba si voltò.
“Avvicinati” ordinò Fiore. “Ti ho preparato da mangiare.”
Naris restò immobile.
“Hai forse paura di me?”
“Ma sei…”
“Sono nuda, ti dà fastidio?”
“No, ma…”
Fiore uscì dall’acqua, infilò una tunica corta e offrì al suo ospite una ciotola di terracotta contenente germogli di canna dolci.
“Questo cibo semplice ti darà forza. Hai dormito due giorni e due notti, e hai parlato molto mentre sognavi.”
“Cos’ho detto?”
“Frasi incomprensibili… Sembrava che soffrissi.”
“Rischiare di morire annegato è stato terrificante! Pensavo di morire.”
“Sei vivo, invece. È questo l’essenziale.”

Naris mangiò quel piatto semplice e bevve a grandi sorsi l’acqua del Nilo.
Fiore l’osservò.
“Porti un amuleto a forma di leone… Una protezione formidabile, mi sembra.”
“Sì, è vero.”
“E quella fascia di lino, stretta attorno al torace, a che serve?”
“Una seconda protezione.”
“Chi ti ha regalato l’amuleto?”
“Perdonami, io…”
“Sono troppo curiosa? Ah, ho capito! Non ti fidi di me.”
“Ti sono molto riconoscente, Fiore, e…”
Lei gli voltò le spalle.
“Mi disprezzi perché non appartengo alla tua casta, e sono una semplice contadina.”
“Non è vero. E non sei una semplice contadina.”
Fiore cambiò atteggiamento.
“Sei un buon osservatore.”
“Perché non mi dici la verità?”
“E tu, sei disposto a rivelarla?”
“Impossibile.”
La giovane si avvicinò, sbarazzina.
“Che mistero impenetrabile! Sei forse un criminale in fuga?”
“No, sta’ tranquilla.”
“Allora custodisci un grave segreto.”
“E tu, Fiore?”
“Mi sopravvaluti…”
Non si pentì di avere risparmiato il giovane: prima di eliminarlo, ne avrebbe abbattuto le difese e decifrato il pensiero.

NARIS
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