Voynich III

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Ad alcuni chilometri di distanza dagli uffici della Xplore, l’ospite d’onore stava lasciando l’aula magna McNally al Lincoln Campus dell’Università di Fordham, l’università gesuita di New York. Il religioso era rimasto il minimo indispensabile alla conferenza ed era soddisfatto di aver adempiuto ai suoi doveri. Ma adesso era impaziente di andarsene. Dopo aver ringraziato i suoi ospiti e congedato gli accompagnatori, si era diretto alla limousine a passo così veloce da rendere a malapena visibile la lieve zoppia.
Seduto sul sedile posteriore, protetto dal vetro oscurante, controllò l’ora.

Aveva tempo in abbondanza prima del volo di ritorno a Roma.
“Yale University”, disse allo chauffeur. “La Beinecke.”
Mentre l’auto si dirigeva a nord verso la Henry Hudson Parkway, accantonò il ricordo della conferenza cui aveva appena partecipato e fece mente locale su ciò che l’aveva tenuto impegnato dal suo arrivo in America, alcuni giorni prima. Aprì la ventiquattrore per studiare la copia di una condanna a morte vecchia di quattrocentocinquant’anni che il suo ufficio aveva scoperto negli Archivi Vaticani dell’Inquisizione, il secretum secretorum,
il segreto dei segreti. Nel leggere le pagine manoscritte in latino, una delle
cinque lingue che parlava correntemente, nella sua mente iniziarono a turbinare i rischi e le opportunità che quel documento costituiva.
Sempre che dicesse il vero.
Solo un’ora e mezzo dopo, la limousine accostò nei pressi della Beinecke Library della Yale University, uno degli edifici più grandi al mondo consacrato interamente a manoscritti e libri rari. La struttura bianca oblunga, rivestita da finestre di marmo traslucido che somigliavano alle fossette di una palla da golf, stonava in mezzo agli edifici più classici della Yale. Uscendo dalla limousine e salendo gli scalini, il prete ignorò quell’architettura così insolita. Lesse invece gli stendardi pubblicitari che annunciavano un evento di raccolta fondi incentrato sul libro più misterioso conservato nella biblioteca e si sentì pervadere dall’entusiasmo.
Al bancone principale lo attendeva un ricercatore che lo scortò verso la sala centrale.

“Non vedo un grande affollamento”, commentò il religioso.
“No.” Un rossore di imbarazzo affiorò sul volto dell’uomo. “Ma ci sarà questa sera. Prevediamo una buona affluenza per i seminari inaugurali.
Uno in particolare promette di essere strepitoso.” Additò una teca di plexiglas, in bella mostra su un basamento al centro della sala. Era vuota. “Il libro è rimasto in esposizione tutta la settimana, ma abbiamo provveduto a concederle mezz’ora per studiarlo. Se avesse bisogno di più tempo, le copie digitali di tutte le pagine sono disponibili su uno dei terminali laggiù o su Internet.” Il ricercatore lo condusse in una saletta illuminata da una luce soffusa e gli consegnò un paio di guanti bianchi da lettura. “Mi dispiace, ma può toccarlo soltanto con questi.”

Il prete si avvicinò al tavolo da lettura e abbassò lo sguardo sul libro aperto. “Va benissimo, la ringrazio.”
“Dunque, cosa vuole sapere? Il Voynich è una delle mie materie di specializzazione.”
“Niente. Assolutamente niente.” Il prete indossò i guanti bianchi, convinto che l’uomo non potesse dirgli nulla che già non sapesse. “Ho bisogno di qualche minuto di solitudine. Per vederlo com’è in realtà.”
“Giusto, giusto.” L’uomo indugiò per un momento, poi si avviò verso la porta. “Allora la lascio solo. Mi chiami se avesse bisogno di qualcosa.”
Ma il prete non stava più ascoltando. Fissava il libro, pietrificato. Il documento ingiallito, delle dimensioni di un normale volume rilegato, sembrava un oggetto di poco conto. Certo non il manoscritto più enigmatico al mondo. Soltanto quando le sue mani inguantate girarono lentamente una pagina dopo l’altra, il mistero si manifestò.

I fogli erano pieni di testo inintelligibile:
E decorati da grezze illustrazioni a colori di piante bizzarre che somigliavano vagamente alla flora esistente, ma di cui sulla Terra non v’era traccia:
Altre immagini rappresentavano donne nude col ventre rigonfio in modo innaturale che nuotavano in un liquido verde:

I disegni non erano più elaborati di quelli di un bambino, ma quello non sviliva il loro fascino. Sul tavolo vicino al libro c’era la registrazione del catalogo della biblioteca: Quasi ogni pagina contiene disegni a soggetto botanico e scientifico, molti dei quali a pagina intera, dal carattere semplice ma vivace, a inchiostri di varie sfumature verdi, marroni, gialle, blu e rosse. Il contenuto del manoscritto, basato sul tema principale dei disegni, è suddiviso in sei sezioni.
I dettagli di ogni sezione intensificavano il senso di stranezza e di mistero di cui il manoscritto era pervaso. La sezione botanica conteneva disegni di centotredici specie botaniche sconosciute, corredati di testo. La sezione astronomica e astrologica includeva venticinque strani diagrammi astrali.
Quella biologica disegni in scala ridotta di figure femminili nude, per gran parte con addome prominente e fianchi sproporzionati, sommerse o galleggianti in fluidi, tubi o capsule intercomunicanti. La sezione farmacologica presentava disegni di oltre un centinaio di erbe, mentre le restanti due erano composte di testo continuo e di un foglio illustrato grande sei pagine ripiegate.
La singolarità di quel volume era palpabile e il prete era più che consapevole di quanto fossero curiose anche le sue vicissitudini.

Il manoscritto aveva iniziato a esercitare il suo fascino sull’umanità nel 1912, quando il mercante di libri Wilfrid Voynich si era imbattuto nel misterioso volume di centotrentaquattro pagine a Villa Mondragone, un collegio gesuita nei pressi di Frascati. Ripiegata nel manoscritto c’era una lettera datata 1666 del rettore dell’Università di Praga che chiedeva a un celebre studioso di provare a decifrare il testo. Stando a quella missiva, l’imperatore Rodolfo II di Boemia aveva acquistato il manoscritto per seicento ducati d’oro. La prima pagina del volume portava una firma sbiadita: Jacobi a Tepenece. Documenti storici certificavano che Jacobus Horcicky aveva avuto poveri natali ed era stato perciò cresciuto dai gesuiti, divenendo infine un ricco medico e alchimista alla corte di Rodolfo II, tanto da ricevere il titolo nobiliare di de Tepenec nel 1608, dopo aver salvato la vita dell’imperatore da una grave malattia. Il suo ruolo nella storia del manoscritto, comunque, non era così chiaro. Alcuni sostenevano che l’imperatore glielo avesse affidato perché lo decifrasse, altri che, dopo la morte del sovrano nel 1612, il manoscritto fosse stato trafugato insieme con altri tesori del museo imperiale e fosse finito nelle mani di Horcicky. Comunque fosse andata, il volume approdò al collegio gesuita dove Voynich lo avrebbe riportato alla luce. Molti ritenevano che le sue origini fossero italiane e che in seguito fosse stato rubato da una delle biblioteche gesuite e venduto all’imperatore Rodolfo. Alla fine era stato reclamato dalla Compagnia di Gesù, prima che ricadesse nell’oblio sotto uno strato di polvere e che il suo significato originale venisse di nuovo dimenticato.

Le illustrazioni del manoscritto erano assai stravaganti, ma era stato il testo a intrigare maggiormente Voynich e gli innumerevoli altri che avevano tentato di decifrarne il significato. I caratteri avevano un’aria ingannevolmente familiare: alcuni somigliavano alle lettere romane, ai numeri arabi e alle abbreviazioni latine. Elaborati caratteri “fasulli” adornavano l’inizio di molti righi, mentre alla fine di numerose parole si trovava una voluta enigmatica a forma di nove. Nondimeno il significato del documento rimaneva ostinatamente oscuro.

Quando Voynich aveva portato il manoscritto negli Stati Uniti, aveva invitato i crittografi a tentare la fortuna. Nel corso della sua vita, crittografi e squilibrati avevano reclamato il successo, ma le soluzioni non erano mai applicabili all’intero testo.
H.P. Kraus, un libraio antiquario di New York, aveva acquistato il misterioso libro nel 1961 e otto anni dopo lo aveva donato alla Beinecke Library. Negli anni che erano seguiti, molti studiosi e dilettanti si erano cimentati, senza successo, nel tentativo di svelare i segreti di quello che era diventato ormai famoso col nome di “manoscritto Voynich”. Negli anni
’70 e ’80, i migliori crittografi della NSA avevano trascritto il testo in forma elettronica e avevano condotto una serie di verifiche statistiche, ma neppure loro erano riusciti a risolvere l’enigma.
Secondo alcuni non era altro che una mistificazione, ma lo schema dei caratteri impiegati in tutto il testo si dimostrava così complesso e coerente da rendere un’eventuale contraffazione altrettanto straordinaria e misteriosa. Negli ultimi dieci anni, i ricercatori avevano messo in atto una gran quantità di metodologie statistiche, entropiche e di analisi spettrali, scoprendo che il voynichese – così era chiamata la lingua del testo – possedeva proprietà statistiche compatibili con quelle delle lingue naturali, a riprova che il manoscritto difficilmente poteva essere la scrittura casuale di un malato di mente o una mistificazione. I ricercatori si erano anche resi conto che il testo si leggeva da sinistra a destra e impiegava dai ventitré ai trenta singoli caratteri. L’intero manoscritto conteneva circa 234.000 caratteri e 40.000 parole, con un lessico di circa 8200 lemmi. Gran parte delle parole era costituita da sei caratteri e non presentava variazioni minori rispetto a quelle dell’inglese, del latino e di quasi tutte le lingue indoeuropee. Ciononostante, a dispetto di tutte le analisi, nessuno si era avvicinato a capire cosa dicesse il manoscritto, chi lo avesse scritto o perché.
Fino ad allora.

Qualcuno bussò delicatamente alla porta. La sua mezz’ora era terminata.
Indugiò un momento ancora, incantato dalle pagine, presagendo che quel libro avrebbe cambiato per sempre la sua vita e che Dio lo stava guidando.
Si sfilò i guanti e si concesse di sfiorare il manoscritto con le dita, sentendo il suo potere penetrargli sotto pelle. Quando la porta si aprì e il ricercatore entrò, il prete lo ringraziò, concedendosi un ultimo sguardo al Voynich, poi s’incamminò verso l’atrio.
Si trattenne di fronte a un manifesto che annunciava il seminario inaugurale di quella sera: La soluzione dell’enigma. Segnalate come il pezzo forte della settimana dedicata al Voynich c’erano tre conferenze. Un matematico inglese di Cambridge e un informatico del MIT, il Massachusetts Institute of Technology, avrebbero presentato le ultime tecniche statistiche per la decodificazione del testo. Ma era la terza conferenza a interessargli di più.
Quel titolo suggestivo gli mandava il cuore a mille: Il manoscritto Voynich: la vana ricerca di Eldorado?
Il prete strinse forte a sé la ventiquattrore e pensò al documento fotocopiato che conteneva. L’originale riportava la confessione di un padre gesuita condannato al rogo per eresia. Attestava anche l’esistenza di un libro che avrebbe dovuto essere bruciato insieme con l’eretico: il Libro di Satana.
Si accertò dell’orario dell’ultima conferenza, felice di poter comunque prendere il suo volo, poi controllò il nome della docente che l’avrebbe tenuta. La dottoressa Lauren Kelly.

Seduto sul treno della linea New Haven da Grand Central a Darien che lo stava riportando a casa, il dottor Ross Kelly non pensava alla conferenza di sua moglie di quella sera. Era la propria carriera a occupare la sua mente.
La geologia, o la teoria dell’evoluzione, non era stata certo una scelta semplice per un ragazzino cresciuto nella Bible Belt. Sua madre era convinta che la Terra fosse stata creata solo da qualche migliaio di anni e che il diluvio universale fosse l’evento geologico più importante nella storia dell’umanità. Il creato poteva anche essersi trasformato secondo il Disegno Divino, ma le cose non erano cambiate granché. E non solo nella Bible Belt. Il nuovo papa aveva recentemente smentito la teoria evolutiva di Darwin, attribuendo alla mano di Dio tutti gli aspetti della creazione.
Ross, perciò, aveva sempre dovuto lottare per le sue passioni. Fin da bambino, cresciuto nella fattoria paterna, all’ombra dei maestosi monti Ozark, aveva visto la geologia come una scienza romantica e magica che tracciava una mappa della storia del nostro pianeta attraverso un abisso temporale profondo oltre ogni immaginazione. Ricordava ancora l’eccitazione quando aveva letto per la prima volta che l’Everest, il picco più alto sulla Terra, era composto di rocce oceaniche che un tempo avevano costituito il fondale marino. Come non sorprendersi della quantità di pressione e di tempo necessaria a spingere l’Himalaya dal fondo dell’oceano al tetto del mondo?
Una borsa di studio per laurearsi in geologia a Princeton, un dottorato al MIT e i primi anni col dipartimento di Scienze della Terra della potente Alascon avevano tenuto in vita il suo stupore. Gli divenne subito chiaro, tuttavia, che l’industria del petrolio era più interessata ai profitti che a esplorare i tesori del mondo. Quando la Xplore, a quei tempi un’insignificante società di consulenza in crescita, lo aveva contattato, il loro appetito di posizioni visionarie e prospettive inesplorate aveva riacceso la sua passione. La Bible Belt, letteralmente “la cintura della Bibbia”, è un’espressione che designa un’area degli Stati Uniti, comprendente grossomodo gli Stati sudorientali, in cui la religione protestante ha un ruolo fondamentale nella cultura.

Ma la sua carriera ormai era allo sbando: i sognatori che lo avevano reclutato se n’erano andati, spazzati via da gente della schiatta di Underwood e Kovacs, che avevano molto più in comune con dei ragionieri che con degli esploratori. E non si faceva illusioni: nessuna compagnia sarebbe stata disposta ad abbracciare idee e scoperte nuove.
Nel breve tragitto in taxi dalla stazione a casa, Ross meditò sul proprio futuro. La sua mente stanca cercò di non chiedersi se avesse fatto la cosa giusta né di pensare a cosa avrebbe detto la moglie. Mentre il taxi accostava al vialetto d’accesso, vide la sua vecchia Mercedes decappottabile parcheggiata a fianco della ben più economica Prius di Lauren. Aveva acquistato quell’auto d’epoca dopo esser stato assunto dalla Xplore. A quei tempi gli era sembrata il simbolo luminoso del proprio successo. Adesso, come la carriera, il suo splendore era tramontato e appariva esattamente per quello che era: una vecchia automobile ricoperta di escrementi di uccelli.
Una terza auto, piccola e squadrata, era parcheggiata dietro. Ross non era in vena di visite. Il lavoro lo aveva portato in giro per tutto il mondo e sul campo era un vero avventuriero, ma quando tornava a casa desiderava soltanto passare del tempo con la moglie. Non c’era niente di meglio che cenare con una bottiglia di Pinot Nero e una pizza, fare l’amore e contendersi il telecomando; non aveva mai capito come mai una persona intelligente come Lauren preferisse programmi spazzatura come i reality show rispetto alle commedie classiche, a un bel film o un documentario di David Attenborough su Discovery Channel. Pagò il tassista, scese dalla macchina e attraversò la ghiaia scricchiolante fino alla casa bianco gesso per cui si era indebitato fino al collo.
La porta principale si socchiuse e apparve Lauren. Nel fulgore del primo pomeriggio, il suo caschetto di capelli biondo miele riluceva come oro al sole, i dolci occhi verdi scintillavano e la sua pelle ardeva. Al solo vederla si sentì subito meglio. La porta si spalancò, rivelando la presenza di una seconda donna altrettanto incantevole: Elizabeth Quinn. Mentre sua moglie era dotata di una bellezza più convenzionale, la sua assistente a Yale era tutt’altro che ordinaria. Alta ed esile, Elizabeth Quinn sembrava una strana miscela tra punk, ecopacifista e secchiona. I lunghi capelli ricci erano colorati di rosso henné e indossava occhiali spessi da vista, jeans di seconda mano, una giacca informe di canapa e una maglietta con su scritto: GAIA È TUA MADRE! SMETTI DI UCCIDERLA!
Lauren si precipitò fuori per baciarlo. “Ross, sei tornato! Oddio, sono così felice.”
“Mai quanto me.” La strinse forte, riempiendosi i polmoni del profumo dei suoi capelli, poi guardò dietro di lei. “Ciao, Zeb.”
Elizabeth Quinn sorrise e alzò la mano per salutare. Ross si era sempre comportato in modo civile con Zeb, per quanto potesse essere civile il suo rapporto con un’ecologista che accusava l’industria petrolifera di depredare il pianeta. “Non preoccupatevi, vi lascio soli. Stavo solo dando una mano a Lauren per la conferenza di stasera.”
“Quale conferenza?”

Lauren strabuzzò gli occhi. “Sai, il Voynich… La traduzione? La mia grande serata?”
“Ah, già. Ma certo.” A dire il vero, aveva confinato la conferenza nell’angolo più remoto della sua mente, perché in origine non aveva programmato di tornare dall’Uzbekistan prima della fine della settimana. Appena in tempo per fuggire per la prima vacanza dopo anni, due settimane di speleologia nella giungla del Borneo, seguite da sette giorni sulle spiagge della Malesia. Aveva dovuto farsi in quattro per ottenere le ferie. Ma quello ormai non era più un problema.
“Comunque, bentornato”, disse Zeb, sedendosi alla guida della piccola ibrida. Dopo aver messo in moto, tirò fuori la testa dal finestrino. “Ci vediamo stasera, Lauren. In bocca al lupo e, qualsiasi cosa dica Knight, non ti sbottonare più del necessario.”
“D’accordo, grazie.” Lauren prese il marito sottobraccio e lo accompagnò in casa.
Ross frugò distrattamente in una tasca della giacca e ne estrasse un sassolino. La superficie metallica satinata lo faceva luccicare come oro sotto i raggi del sole che inondavano l’ingresso. Aveva sempre portato una pietra speciale a Lauren dalle sue spedizioni in giro per il mondo. “È una schreibersite, un raro minerale meteoritico.”
“È bellissima. Grazie.” Sorrise, gli occhi le brillavano per l’emozione.
“Sono felice che tu sia dovuto tornare dall’Uzbekistan. Devo darti una bella notizia.”
“Mi fa piacere. Anch’io ho una notizia da darti. Riguarda la scalata di cui ti ho parlato al telefono. Ma la mia è brutta, purtroppo.”
“Sputa il rospo.”
“Mi sono licenziato.” Ross non sapeva che reazione aspettarsi, ma di sicuro non quella che ricevette.
Lauren lo guardò per qualche secondo e poi scoppiò a ridere.
“Che c’è da ridere?” Ross aveva sempre ammirato, e invidiato, l’atteggiamento sereno di Lauren nelle questioni economiche. Magari era così perché era cresciuta in una famiglia relativamente benestante di New York, ma la sua indifferenza nei confronti dei beni materiali era genuina; per lei non erano sinonimo di sicurezza, come per lui. A ogni modo, anche Lauren doveva comprendere che ci sarebbero state ripercussioni sul mutuo.

Del resto lo aveva sempre dissuaso dal comprare quella grande casa e probabilmente sarebbe retrocessa di buon grado a una più piccola.
Scosse la testa, cercando di controllarsi. “Mi dispiace, Ross. Non ridevo di te. Solo della coincidenza.”
“Perché? Qual è la tua buona notizia? Non dirmi che la tua carriera ha preso il volo, ora che la mia è finita nel cesso.”
“No, no, È la nostra buona notizia.” Si posò la mano sull’addome. “Oggi sono andata dal dottore. Avremo un bambino.”
Per una frazione di secondo, Ross non seppe cosa dire. Provavano da anni ad avere un figlio, ma, dopo che i dottori avevano scoperto del tessuto cicatriziale sulle ovaie di Lauren, un intervento e tre cicli inefficaci di fecondazione in vitro, avevano praticamente rinunciato all’idea di avere una famiglia. La strinse in un forte abbraccio e la sollevò da terra. “È meraviglioso. Di quanto è?”
“Quasi tre mesi.”
“Tre mesi…” Accarezzò la pancia della moglie, come per sentire il bambino che stava crescendo dentro di lei. D’un tratto la carriera e le difficoltà economiche non avevano nessuna importanza. “Perché non me l’hai detto prima?”
“L’ho appena scoperto. Ho sempre avuto il ciclo così irregolare che quando il dottore mi ha detto che ero incinta non riuscivo a crederci.

Dev’essere successo quando sei tornato da quel lungo viaggio in Arabia Saudita. Ricordi come abbiamo recuperato il tempo perduto?”
Ross sorrise. Se lo ricordava bene.
“E non preoccuparti per il lavoro. So che ti senti in dovere di provvedere a tutto. Ma andrà bene. Più che bene. Se dopo stasera i membri del consiglio di facoltà non mi nomineranno professore ordinario, lo faranno quando avrò tradotto la sezione finale del Voynich. Una cattedra a Yale non paga quanto vendere l’anima alle sette sorelle, ma è abbastanza. Più che abbastanza.”
Lui la baciò. “Non sono preoccupato. Il vero problema è la nostra vacanza. Dovremo annullare la spedizione di speleologia – è troppo faticosa per una donna in stato interessante – e trascorrere tutto il tempo sulla spiaggia.”

“Fa proprio al caso mio.”
“Ci avrei scommesso.” Scoppiò a ridere. Lauren aveva sempre preferito oziare su una spiaggia a leggere, mentre lui dopo pochi giorni veniva assalito dalla noia e dalla voglia di partire in esplorazione. Ma, in quel momento, trascorrere qualche settimana di relax era una prospettiva allettante.
Controllò l’orologio. “A che ora è la conferenza? Avevo idea di schiacciare un pisolino prima che tu mi mettessi al corrente del tuo secondo successo.
Ma ora sono troppo emozionato per dormire.”
Segue

(I commenti e le commentazioni furono sospese, per leggere più agevolmente. Ma sono graditi i Vostri passaggi, grazie!)

Un pensiero su “Voynich III

  1. Da questo capitolo, il 3°, inizia ufficialemente a delinearsi il motivo e “i motivi” dell’antico e famosissimo manoscritto di Voynich.
    Un manoscritto che lascia perplessi per la sua complicazione e per la sua enigmicità.
    Grazie per aver letto e seguito in questa nuova avventura

    Cordialità

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