FERRAGOSTO

FERRAGOSTO

Gli Iresta giunsero a Vaduz nelle prime ore del pomeriggio.
Era Ferragosto e nella mia stanza d’albergo mi distraevo spesso guardando dalla finestra ora la gente in strada, ora il cielo piovoso e poco promettente.
Li vidi scendere dalla loro auto, una Lancia, se ben ricordo, color verde cupo, targata “Roma”, scaricare valige ed una quantità di pacchi.
Senza dubbio venivano anche loro ad alloggiare al Weinstube. Del resto quello era l’unico locale decente in tutto il paese. Ciò che facevano comunque non m’interessava. Se al mio ritorno in Italia volevo consegnare all’editore l’ultimo capitolo del racconto che stavo scrivendo, dovevo pestare sui tasti senza lasciarmi cogliere da fantasticherie. Ero quasi alla fine del resto e fuori stava per piovere; due ottime ragioni per lavorare con decisione.
Solo nell’ora di cena, scendendo in una delle salette, ebbi occasione di trovarmi faccia a faccia con gli Iresta. Lui era alto, vestito con cura, grigio alle tempie, reso più elegante nel profilo marcato dagli occhiali cerchiati d’oro. Lei non era graziosa, aveva addosso qualche cosa di verde stropicciato per esser stato compresso nella valigia e dimostrava, nei gesti, di essere una donna di campagna scesa in città al seguito di un professionista giovane, ben provvisto di illusioni.

Quando vide accanto al mio piatto il Corriere della Sera, lui sorrise. Sussurrò qualche cosa all’orecchio di lei, forse le disse che dovevo essere italiano, poi venne a presentarsi e cortesemente m’invitò al loro tavolo. Avrei desiderato rimaner solo per pensare con tranquillità a quanto scritto durante il giorno, ma, non trovando una scusa valida per rifiutare, accettai. E’ una caratteristica dei miei connazionali quella di ricercare fuori casa altri italiani coi quali parlare la propria lingua e scambiare impressioni. Per conto mio, quando mi trovo all’estero, preferisco affondare il più possibile nell’indigeno, lasciando gli italiani, se ve ne sono, in pace. Di questi, infatti, ne troverò al mio ritorno in patria fin quanti ne voglio, degli altri invece, non potrò goderne che per qualche ora. Subito dopo le presentazioni si parlò del Liechtenstein in genere e di Vaduz in specie. E’ un posto per innamorati stanchi e per gente annoiata dalle convenzioni sociali. Se non ci siete mai stati, farete bene ad andarci. Catene montuose di un bel verdazzurro strisciate da nubi basse e trasparenti, un tappeto cosparso di case e solcato da una linea grigia, il Reno. In alto vi è il castello. Là abita il Principe con la famiglia, alcune armature, qualche capitolo di storia e molte leggende. Il dottor Iresta mi disse che apprezzava molto il Liechtenstein. Lui e sua moglie, venivano dall’Austria dove avevano festeggiato un loro anniversario, ma fu tanto discreto da non specificarmi di quale anniversario si trattasse. La moglie, quando aprì bocca, lo fece per annunciare che stava a dieta, cosa assai fastidiosa in specie quando ci si trova fuori casa. A conferma di ciò, essa ordinò una ignota marca di acqua minerale. Ne dedussi che apparteneva a quella categoria di donne che hanno fatto della propria salute, insieme alla linea beninteso, un costoso monotono passatempo.

Già al dolce, ormai, meditavo di eclissarmi per salire in camera e preparare un articolo da inviare al giornale, quando in sala comparve Odilio. Italiano, sin da quando mi aveva scoperto, subito dopo il mio arrivo, era divenuto un’ossessione. Me lo trovavo continuamente davanti, sia a passeggio, sia in albergo. Tuttavia il suo desiderio di parlare con me essendo italiano anch’io, era scusabile. Egli abitava a Vaduz da tempo e diverso è il caso di due turisti che s’incontrino all’estero da quello di chi, vivendo all’estero, vede giungere un connazionale. E’ naturale che desideri far conoscenza per conversare.
Romano come gli Iresta, Odilio costituiva un pericolo non solo per il resto della serata ma anche per i giorni successivi se gli Iresta si fossero trattenuti a Vaduz. Lo vidi avvicinarsi al nostro tavolo e capii che qualunque manovra per evitarlo era destinata a fallire. A rischio d’investire la cameriera che passava nel corridoio con la brocca dell’acqua, si precipitò verso di me. “Caro il mio amico!”, mi disse. “Odilio non sbaglia mai. O questi vostri amici sono italiani o io non sono più Odilio!” Glieli presentai ed egli, senza esser stato invitato, prese una sedia dal tavolo vicino e la collocò fra me e la signora Iresta. Quando apprese che i coniugi erano romani, temetti per l’incolumità del mio abito. Con le sue effusioni infatti rischiò di rovesciarmi addosso la frutta candita ed il bicchiere.
“Melene, portaci dello spumante! Odilio il romano ha trovato i romani!” Così disse e la signora ungherese la quale pranzava ogni sera nel solito angolo, ci dedicò un’occhiata paurosa. Forse stava pensando che gli italiani sono troppo rumorosi. Non avrei trovato dentro di me argomenti validi per contraddirla.
Odilio si dimenava, nominava Villa Borghese, la passeggiata archeologica ed urlava che chiese come Trinità dei Monti ve ne è una sola al mondo. Stavo pensando proprio al modo di trascorrere la serata e di farlo chiacchierare sui motivi del suo soggiorno nel Liechtenstein, per questo considerai assai opportuna la domanda che gli rivolse la signora Iresta. “E lei è di passaggio qui?”

Odilio guardò me.
Forse aspettava che intervenissi per dire una cosa qualsiasi utile a deviare il discorso ed impedirgli di rispondere, ma di proposito tacqui.
“Sì, posso dire di essere di passaggio”, rispose Odilio dopo un attimo di riflessione. “Venni qui parecchio tempo fa durante una gita, come voi, e mi trovai così bene che non mi sono più mosso.” Poi rise scuotendo il suo viso pieno. “Nelle notti di luna guardo il Reno, socchiudo gli occhi, aspiro profondamente, poi ripeto mentalmente a me stesso che quello è il Tevere, due, tre volte, fin quando non mi convinco, poi mi do del sentimentale e vado a dormire. “Odilio, sei un romantico!”, esclamò e bevve in un sol fiato lo spumante nella coppa.

“C’è molto movimento di turisti, qui?”, domandò la signora Iresta che mi pareva taciturna. “Sì, è un porto di mare. Passano tutti di qui; il Liechtenstein è un luogo incantevole.”
“Ma scusi”, aggiunse poco dopo rivolto al dottore, “Lei a Roma frequentava il bar…” “Si, ci sono andato alcune volte”, rispose lui. “Eppure no, non è neanche là che ci siamo incontrati” Odilio aveva perso molto del suo brio. “Alla domenica andava alle corse dei cavalli qualche anno fa?”
“Ci siamo andati una sola volta”, spiegò la signora Iresta, “due o tre anni fa.”
“No, nemmeno alle corse, ma dove allora…”
“E’ una sensazione che accade a tutti abbastanza di frequente”, dissi per rompere quell’atmosfera noiosa. “Già è proprio così”, aggiunse Odilio “Alle volte mi dà veramente fastidio; mi capita come accadeva ad un mio amico. Era capace di svegliarsi in piena notte e di gettare tutto all’aria finché non trovava qualcuno disposto a rammentargli la data di una battaglia o la nascita di Nelson.
“E lei è in giro per svago o per affari?”, mi domandò Iresta. “Sono giornalista”, dissi. “Ieri l’altro è stato a Zurigo per i funerali di Thomas Mann”, spiegò Odilio, mentre pensavo che avrebbe fatto meglio ad occuparsi dei suoi affari. Da fuori giunsero in quel momento voci e suoni. “Sono valligiani che salgono al castello”, disse Odilio. Uscimmo in strada a vedere i gruppi che cantando si avviavano lentamente per la mulattiera la quale attraverso il bosco porta alla rocca del Principe.

“Ecco una sera piacevole, peccato che stia per piovere”, commentò Odilio. Restammo per un po’ davanti all’albergo poi compimmo qualche passo sullo stradone. Ora cominciava a piovere con decisione. Laggiù, in basso, un brulicare di lumi indicava la fine di Vaduz e, oltre il ponte, l’inizio di Buchs. La signora Iresta suggerì di rientrare al Weinstube per non bagnarci; Odilio propose di “andare a fare una bevuta colossale” a casa sua, ma il dottor Iresta, pur ringraziando, rispose che era un po’ stanco per il viaggio, cosicché desiderava andare a riposare.
“Ripartite già domani?”, domandò Odilio.

“Dipende dal tempo che farà”, disse Iresta. Rientrammo al Weinstube e, prima di lasciarci, Armonio fissò soprappensiero il dottore poi sussurrò: “Eppure ci siamo già visti”. Era una fissazione, pensai.
Il mattino seguente non scesi in sala. Scrissi fin quasi a mezzogiorno e consumai la colazione in camera. Soltanto nel tardo pomeriggio incontrai gli Iresta. Avevano fatto una lunga passeggiata fino al castello e sembravano di buonumore. Lui aveva acquistato il giornale locale e lei un mucchio di cartoline. Il tempo si manteneva grigio. Passo a passo, quasi senza accorgercene, raggiungemmo il ponte sul Reno. Là ci raggiunse con clangore di clacson l’automobile azzurra di Odilio. Indossava una giacca a vento e pareva ancor più grasso e più unto del solito. “Avevo in mente di investirvi, poi ho cambiato idea”, esclamò ridendo. “E se vi ho risparmiati un motivo vi deve essere. Sicuro: tutti a bordo, che andiamo a casa mia!”. Parve un ordine perentorio e sorridendo accettammo, anche perché, in un modo o in un altro, bisognava far venire la sera.
Il villino in cui abitava Odilio era a tre piani. Una vecchia domestica, quando arrivammo, innaffiava il giardino, ed un gatto rossiccio che doveva avere il compito di fare le fusa quando c’erano visite, ci accolse miagolando. Quadri orribili deturpavano le pareti. Per fare dello spirito la signora Iresta disse qualche cosa a proposito del Tintoretto, ma non capii bene. Odilio ci fece accomodare in una sala vasta, o almeno che pareva tale non fosse altro per la mancanza quasi assoluta di mobili. Dalla finestra si vedeva Vaduz, la catena dei monti, il Reno, la rocca del castello.
Il nostro ospite, dopo pochi minuti che eravamo là dentro, ci riservò la sorpresa. Ci presentò sua moglie. Questa non era altri che la domestica vista in giardino. Grassoccia e cadente con in testa capelli rossi, pareva, con quel colore, voler fare concorrenza al gatto di casa. Non immaginavo che Odilio avesse una moglie. Dacché ero a Vaduz egli mi aveva parlato di tutto tranne che di casa sua. Il pensiero che fosse sposato, chissà perché, mi suscitava una certa impressione. Come la prima donna, la moglie di Odilio si chiamava Eva; c’era comunque da sperare che la nostra lontana progenitrice non le assomigliasse affatto, almeno per compassione verso Adamo. Truccata in modo orrendo, mani grassocce, indossava una vestaglia color foglia secca che forse non era mai stata lavata.

“Eva, ti presento questi amici italiani”, le disse. “Ed ora portaci della tisana da bere.” Quando la donna si alzò, Odilio si scusò di non poterci offrire liquori. “Non ne tengo in casa altrimenti mia moglie se li scola tutti.” Ci guardammo in faccia e cominciammo a temere per l’arrivo della tisana.
“Non è molto fresca”, disse la donna ritornando con un vassoio, “ma è più buona quando è così.”
“Si tratta di una specialità di Eva”, disse suo marito illudendosi in tal modo di incoraggiarci. La signora Iresta sorrise con grazia, il dottore, più pratico e rassegnato, diede il via alle libagioni profondendosi in complimenti.
“Sua moglie è italiana?” domandai ad Odilio.
“No, è bulgara”, disse. “Ma conosce benissimo l’italiano.” Non domandai di più. Dopo un quarto d’ora che eravamo là, ritenevo che potevamo benissimo congedarci, ma le due donne continuavano a conversare, l’una spiegando all’altra come si faccia la torta di spinaci in cambio della ricetta per la tisana.
“Vorrei domandarle una cosa, dottore”, soggiunse Odilio. “Anni fa, a Roma lei era solito andare a giocare a tennis a Villa Glicini?”
“Non so neppure esattamente dove sia”, rispose Iresta.
Evidentemente Odilio era ancora tormentato dall’idea di aver già visto il suo ospite in un altro luogo “E neanche al Circolo del Whist?”

“Neppure”. Era sera ormai quando rientrammo al Weinstude. Odilio, che aveva voluto accompagnarci, ci promise di venirci a trovare il giorno seguente, forse l’ultimo della nostra permanenza nel Liechtenstein.
“Dottore Iresta, voglia scusare la mia insistenza, ma quando mi prende una di queste idee non me ne libero più. Lei è stato forse al Cairo dopo la guerra?”, disse ancora.
“Non sono mai stato in Egitto in vita mia”, disse Iresta, un po’ imbarazzato.
Le cameriere mi avevano già preparato il pasto per la cena al tavolo degli Iresta. Non parlammo molto; accettai comunque l’invito, nel caso avessi deciso di partire il giorno seguente, ad andare fino a Zurigo con la loro macchina. Essi infatti erano diretti là da certi parenti svizzeri. Prima di ritirarmi in camera, mentre sua moglie era uscita per impostare le cartoline, il dottore mi rivolse una domanda curiosa. “Odilio però è un nome, non un cognome, non è vero?” “Sì, è strano, eppure lo chiamano tutti Odilio qui. ”Iresta non disse più nulla. Eravamo intesi che ci saremmo rivisti al mattino.
La Lancia degli Iresta era già pronta per partire. Le cameriere avevano già provveduto a caricare le valige e la grossa borsa da viaggio della signora. Con piccoli sprazzi di azzurro, Vaduz pareva voler farsi perdonare il grigio dei giorni passati. Già l’auto stava per mettersi in moto quando giunse trafelato Odilio con un grosso mazzo di margherite.

“Ehi! Si va via così senza salutare gli amici?”, gridò.
“Contavamo di passare a salutarla uscendo dal paese”, spiegò Iresta anche se non era vero.
“Ho portato due fiori per la signora, in ricordo di Vaduz, si capisce.” La signora ringraziò poi ci scambiammo le strette di mano.
“Siete capaci di inviarmi da Roma una cartolina con Trinità dei Monti? Mi farete un grosso piacere. Scrivetevi il mio indirizzo: Odilio Ferreri, Vaduz, Liechtenstein.” La signora estrasse la matita e scrisse il recapito su un foglietto. Iresta impallidì come non si sentisse bene.
“Ferreri…”; mormorò. Anche Odilio aveva cessato di sorridere.
“Sì”, disse, “mi è venuto in mente ora dove ci siamo già visti.”
“Già nel 1936”, soggiunse Iresta, “ricordo bene anch’io. Aprile del 1936!”
“Lei era il Pubblico Ministero”, disse Odilio. Ci guardò tutti con occhi un po’ strani. “Beh, ma son cose passate, buon viaggio lo stesso!”
La Lancia partì silenziosamente senza lasciar polvere dietro di sé. Il sobbalzare dell’auto sulle assi del ponte ci richiamò alla realtà.

“Così vi siete ricordati dove vi eravate già visti?”, domandai.
“Sì, non ho più dubbi”, rispose il dottore.
“Ricordo ogni particolare come fosse ieri. C’incontrammo in Corte D’Assise. Io ero il Pubblico Ministero, lui l’imputato. In un impeto di gelosia aveva assassinato la moglie con una sbarra di ferro. Parve fosse pazzo. Perciò gli diedero trent’anni.”

19 pensieri su “FERRAGOSTO

  1. Finalmente un segno di vita Milord.
    Vi davamo oer disperso lungo le correnti caraibiche un po’ a sfidarci, noi poveri reietti, che vi oensammo con tanta nostalgia.
    Andiamo a leggervi Milord e ci faremo vive un po’ più in la.
    Intanto prendetevi a nostra ammirazione.

    A Paris

    Annelise

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  2. Milordissimoooooooooooooooooooooooo, parlavo di voi giusto questa mattina: Come mi piacerebbe rileggere quell’uomo …
    Eccolooooooooooo
    Un abbraccio e leggo
    (vi seguimmo, comunque, sulle varie testate)
    😀

    Ely

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  3. L’ originalità, che vi rende sempre sorprendente, Caro Milord, è la Vostra Unicità e nei vostri racconti, questo compreso, ci si immerge nelle situazioni coinvolti davvero verosimilmente. Più semplicemente, date anima a ciò che scrivete.
    Son sempre bellissimi momenti quelli passati a leggervi.
    Grazie, mio Caro Kren

    Vostra Sil

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  4. Quanto tempo non vi si leggeva Milord.
    Con alcune amiche e colleghe siamo venute varie volte presso queste pagine, queste stanze, per vedere un vostro cenno.
    Eccovi con un racconto liscio come l’olio, diretto e con quella piccola vena che si fa leggere con scorrevolezza.
    Grazie davvero.
    Buona giornata a voi, mio Signore

    Susy

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  5. Ahhhhhhhhhhhhhhhhhh ecco il Milorderrrrr
    Buongiorno Milord ma che bella sorpresa. Dalle nebbie del mondo lontano degli Dei è tornato il Milord.
    In forma smagliante vedo.

    bello il racconto: che dici riprendete a scrivere con a vostra verve oppure dobbiamo soffrire per i prossimi tremila anni?

    Buona giornata

    lamanucontentadellanovità

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