Katana, lo spirito del guerriero

Katana, lo spirito del guerriero
di Ninni Raimondi

La vita del Samurai, effimera come un fiore di ciliegio, aveva un solo credo: la spada.



Il bushido
“Il bushi (il guerriero)”, diceva un saggio taoista, “deve plasmare la propria vita come una tersa lama di spada: de­v’essere pura, senza macchia. Se una sola ombra ne offuscasse la lucentezza, essa dovrebbe essere spezzata così come la sua stessa vita”. Queste poche parole possono descrivere da sole la leggenda dei Samurai, i guerrieri vissuti in Giappone tra il XII ed il XIX secolo nel lungo medioevo della storia di questa nazione. Come gli “hapiru” mediorientali o i “dacoit” asiatici, che già mille anni prima di Cristo si erano trasformati da contadini in guerrieri mercenari al soldo di chi garantiva loro la guerra, anche il samu­rai era un “nobile della terra”. Prima del XII secolo, nelle campagne del Giappone i membri di alcune famiglie di possidenti terrieri si videro costretti a diventare militari di mestiere per difendere i propri averi dalle angherie dei banditi e dagli altri feudatari imbaldanziti dalla caotica si­tuazione politica nella quale versava il paese.
Dai “Sette Samurai” al recente “Kagemusha”, il cinema ha dato però all’Occidente una immagine ambigua di questo personaggio, ridotto spesso ad una specie di isterico Don Chisciotte dagli occhi a mandorla che urlando dispensava ferite terrificanti di arma da taglio e da punta, protetto dal curioso apparato della sua corazza: un misto di cuoio, paglia e bambù con una bandiera che spuntava sul tutto.
In realtà il Samurai, terzo nella scala sociale dopo l’imperatore e i nobili Daimyo, oltre a essere una macchina da guerra di carne e d’acciaio era un filosofo dell’onore che non esitava a indirizzare su di sé la propria forza distruttiva facendo harakiri se glielo chiedeva il suo signore o se s’accorgeva d’aver messo in pericolo la sua reputazione di “lama senza macchia”.

I Clan
La loro storia era iniziata durante le lotte tra le famiglie Minamoto e Taira che insanguinarono il paese dal 1180 al 1185. Inviati dall’imperatore a governare alcune sue province, queste famiglie aveva­no cercato di conquistare sempre più potere a scapito della pace del paese. Fu allora che i Samurai d’entrambe le fazioni, reclutati tra le famiglie di militari per vocazione, dimostrarono una lealtà e una bravura capaci di trasformare la loro storia in leggenda. Quando a Kamakura dopo la vittoria di Yoritomo del clan dei Minamoto si stabilì lo shogunato, cioè il comando militare dell’intero paese (praticamente contrapposto a quello imperiale di Kyoto), i Samurai diventarono vassalli fedeli, orgogliosi della forza che aveva dato origine al potere dello Shogun.

La letteratura giapponese, che fino ad allora era stata molle come un cicisbeo di corte, s’accorse di questi guerrieri tramandandone le numerose leggende. Sappiamo così dei 47 ronin (le “onde”) di Edo, com’erano chiamati i Samurai senza padrone, i quali, dopo aver vendicato il loro Daimyo (suicidatosi dopo un affronto subito) e aver lasciato diligentemente sulla sua tomba la testa di colui che ne aveva provocato la morte, fecero tutti insieme harakiri (o meglio seppuku, come si diceva allora), poiché, in fondo, avevano violato la legge dell’imperatore che vietava ogni congiura.
Anche il teatro popolare, detto kabuki, s’appropriò delle gesta di uomini come lo spadaccino Minamoto Musashi, dei monaci guerrieri dei monasteri di Nara e Kyoto, tutti legati all’amore della guerra e della spada.
Per i popoli orientali la spada conteneva lo spirito Yan, un demone che eseguiva miracoli per suo mezzo. “Si dice”, scrisse l’antropologo Frazer a proposito di questo culto, “che lo spirito sia quello di uno schiavo il cui sangue cadde per caso sul filo della spada quando veniva lavorata e che si sottopose volontariamente alla morte per espiare l’involontaria offesa ( … )

Se il re del fuoco estraesse la spada magica dal fodero anche per pochi centimetri, il sole si oscurerebbe e uomini e animali cadrebbero in un sonno profondo; se poi la tirasse fuori interamente, il mondo intero crollerebbe a un tratto”. Per questo la katana, il tipo di lama più usato dai Samurai, era considerata davvero “l’anima” stessa del guerriero. Uno strumento di morte che andava sguainato soltanto al momento di combattere. Pertanto la fabbricazione della katana, o delle più grandi daito e shira tachi, seguiva rituali per i quali i fabbri godevano fama di maghi, rivestono un ruolo importante nella società degli uomini, dialogando, si diceva, con il dio fabbro Ameno mahitotsu nokami, la “divinità orba del cielo”. Un nome curioso che richiama alla mente l’Odino dei vichinghi, anch’egli orbo di un occhio.
Soprannaturale a parte, il prodotto finito dei fabbri era un magnifico lavoro composto da ben trentuno pezzi, ognuno dei quali aveva un nome, un significato.

La Katana
Dalla tsuba (la guardia) alla kisaki (punta della lama), dalla boshi (la parte temprata della punta) alla nagasa (la lama), l’arma era curata nei minimi dettagli e riposta infine nel suo saya (il fodero) abbellito da tanti altri elementi decorativi, non ultimi due curiosi spilloni, i kodachi, e da un coltellino, il kogatana, detto anche kozuka, l’uso dei quali è tuttora dubbio. Qualcuno dice che gli spilloni servivano come bacchette per mangiare. Altri affermano invece che servissero allo scopo di dare il colpo di grazia al cuore dei compagni feriti.
Resta il fatto che il coltellino lo si trovava spesso piantato nella caviglia dei nemici uccisi come una firma. Un marchio per indicare chi era staio il vincitore dal momento che gli spilloni o il coltellino portavano l’emblema dei proprietari, nelle caviglie dei quali spesso, prima o poi … ritornavano! Persino sfoderare la spada divenne un’arte, la “jaijutsu”: un gesto veloce, un colpo secco che poteva significare un nemico ucciso senza che neppure se ne accorgesse.
Per questo l’impugnatura della spada (detta menuchi, e considerata un po’ come un amuleto) era ricoperta di pelle di pesce (razza o squalo) e da strisce di cuoio, per assicurare una presa sicura ed un fendente terribile considerando che quello spadone era tagliente come un rasoio.
Per provare le lame appena uscite dalla forgia, i Samurai più ricchi non si facevano scrupoli. Compravano un condannato a morte il quale veniva sdraiato su di un monticciolo di terra per poi essere tagliato letteralmente in due all’altezza del torace con un colpo solo… se la lama era buona! La crudeltà purtroppo era un prodotto dei tempi. La vita una cosa da prendere sul serio quel poco che bastava per farsi onore. Tutto il resto non aveva senso.
Per questo il Samurai amava il fiore di ciliegio.

L’armatura
Era bello, ma durava poco. In effetti era difficile che questi uomini potessero raggiungere l’età della pensione. Prima o poi incontravano un guerriero più forte di loro e se anche sopravvivevano allo scontro avrebbero dovuto suicidarsi per dimostrare che almeno il loro onore non era stato macchiato. La spada era dunque il perno attorno al quale ruotava questo mondo guerriero. Tutto il resto, per loro, erano orpelli come le loro armature, l’okegavado (la corazza di piastre metalliche), o il grottesco elmo, l’hachi, o la maschera ghignante, il mempo, che servivano oltre che a ripararli dai colpi avversari a renderli simili a demoni il cui solo apparire doveva incutere paura. Sottile, psicologica, come psicologico sarà vietare al resto della popolazione di portare la grande spada.
Nessuno al di fuori del Samurai e dei nobili poteva indossare la katana. Questa, insieme all’altra spada più corta, la wakizashi (o il tanto), era il simbolo distintivo del guerriero di classe.
Il mercante, il viaggiatore potevano al limite armarsi con una corta daga, anche se, al lato pratico, sarebbe servita a malapena contro i banditi da strada.

La spada
In contrapposizione alle arti marziali imbastite di Zen dei Samurai, si svilupparono così altre forme di combattimento a corpo a corpo, a mani nude, dal karate all’aikido, praticamente forme di combattimento anti Samurai. E a lungo andare furono proprio queste arti marziali a determinare la fine dei Samurai. All’avvento dello shogunato dei Tokugawa, dal 1615 al 1867, in Giappone seguì una specie di pax augustea nella quale gli antichi signori della guerra si trasformarono a poco a poco in sedentari burocrati. Le condizioni di povertà in cui generalmente si trovavano (ricevevano dallo Shogun il solo permesso di vivere con il ricavato della coltivazione di riso dei loro campi!) li costrinsero in molti casi a impegnare le loro spade sostituendole con fac simile in legno, almeno per salvare l’onore. La spada e il Samurai persero in questo modo il loro potere, nonostante continuassero a essere il simbolo della casta guerriera fin nella guerra del Pacifico, quando molti soldati nipponici emularono l’epoca andata impugnando la katana negli ultimi folli “banzai” contro i lanciafiamme americani. Quell’arma era stata il simbolo di un’epopea.
In una strana dicotomia quella lama aveva dato la morte e la … vita.
Uccideva il nemico e dava gloria al suo possessore in un rapporto proporzionale, logaritmetrico.
“In fondo è solo questa”, diceva il solito saggio, “la vera essenza del Samurai. Il suo Bushido. La regola di vita”. Gloria, ferro, devozione su uno scenario di fiori di ciliegio stagliati sull’immenso sole nascente che inondava quel mondo guerriero di riflessi rossastri: sangue e pagode color lacca dalle cuspidi appuntite. Un insieme di bellezza, di crudeltà, di poesia, com’era stato il culto per la spada che strinse il Samurai con lacci sempre più stretti fino a decretarne la fine.



Le arti marziali
Il vero guerriero deve saper dominare il Ki, la “forza interiore” grazie alla quale potrà compiere ogni impresa. Deve conoscere la futilità di opporre violenza a violenza, per imparare a controllare, incanalare e sfruttare a proprio favore la forza aggressiva del nemico. E deve esercitarsi perché l’intenzione e l’azione siano simultanee, sgorghino nel medesimo istante. La pratica che viene dal corpo attraverso l’inconscio è fondamentale: la vita del guerriero è un lungo processo d’educazione al comportamento giusto. È questo il segreto del budo, la via (Do) che raggruppa l’insieme delle arti marziali giapponesi (Bu): il kendo, l’arte della spada; il kyudo, il tiro con l’arco; lo judo, l’aikido, eccetera. Ma la via del guerriero (Bushido) non si esaurisce nel dominio delle tecniche militari: è un’educazione spirituale, basata sui “sette principi” ricavati dalla fusione del buddhismo e dello shintoismo: Gi, la decisio­ne giusta nell’equanimità; Yu, la bravura, il coraggio; Jin, la benevolenza verso l’umanità; Rei, il comportamento giusto; Makoto, la sincerità totale; Meryo, il senso dell’onore; Chugi, la devozione e la lealtà. Il segreto delle arti marziali è imparare a dirigere lo spirito.

I Samurai e lo Zen
La “scuola della meditazione” (Ch’an in cinese, Zèn in giapponese) fu introdotta in Cina nel VI secolo dal venerato Bòdhidharma, che vi fondò il monastero di Shaolin. In Giappone arrivò nel XIII secolo.
Lo Zen, essenzialmente, è una disciplina spirituale che mira a raggiungere la grande esperienza (sa tori) del vuoto superiore a ogni contrasto terreno, ma per praticarlo è richiesta tutta una propedeutica di severi esercizi fisici. Un corpo perfettamente sano e forte è la strada attraverso cui giungere all’illuminazione, come ben sapeva Bòdhidharma che dall’India aveva portato le antiche tecniche yoga di respirazione, rilassamento e concentrazione.
La leggenda racconta che i monaci di Shaolin, che non portavano armi, vivevano esposti a insidie di ogni genere, ma, temprati dalla severa disciplina del maestro, divennero in breve combattenti così agguerriti che nessuno osò più molestarli. Ma non è necessario credervi alla lettera per spiegarsi il rapporto, dal nostro punto di vista un po’ strano, instauratosi nei secoli tra Zen e arti marziali.
Le onde senza padrone e la storia dei 47 rònin di Edo
Ci sono sempre, nella storia di un popolo o di un’epoca, episodi che a volte sembrano mostrare aspetti nascosti di uno stesso problema.

Il racconto dei 47 “Samurai ronin” di Edo, le 47 “onde senza padrone” che nel 1701 si suicidarono per vendicare l’onore del loro Daimyo beffato, mostra appunto l’esistenza di un doppio del Samurai. Un alter ego spesso confuso dal cinema e dalla televisione con il vero Samurai. La storia dei ronin di Edo dà un’idea invece di cosa potevano fare questi fuoricasta, non più vincolati alle ferree leggi dello Shogun, dell’imperatore, e alle stesse regole buddhiste che consigliavano atteggiamenti più umani nei guerrieri del Sol Levante.
Tutto era iniziato con uno scherzo che nelle corti europee sarebbe stato preso abbastanza sul ridere.
Un poco nobile di provincia, Asano, insieme ad un altro Daimyo, era stato convocato a corte dallo Shogun per il giorno del giuramento di fedeltà dei feudatari.
Felici e orgogliosi, i due nobili s’erano immediatamente posti il quesito di come vestirsi per l’occasione. Decisero di domandare consiglio a Kira Kozuke Toshinaga, un feudatario locale noto per la sua influenza presso lo Shogun.
Furono mandati allora i rispettivi servi al castello di Kira a chiedere se era disposto ad aiutare i due. La proposta venne accettata anche se Kira rimandò indietro i servi promettendo le istruzioni ai due futuri notabili di corte. Ciò significava che avrebbe mantenuto l’impegno dietro un preliminare ricevimento di doni.
Il primo dei due nobili capì e inviò un regalo ricevendo in cambio l’informazione circa il protocollo e i vestiti da sfoggiare nella grande occa­sione.
Asano purtroppo non inviò doni, imperdonabile dimenticanza che gli fruttò la vendetta di Kira il quale gli con­sigliò una toilette che lo avrebbe messo in ridicolo dinanzi allo Shogun. Il che avvenne puntualmente. Quando Asano capì che la corte stava ridendo di lui si avvicinò al cattivo consigliere ed estratta la spada lo colpì sulla fronte senza ucciderlo. L’irreparabile era fatto. Perse per sempre la faccia, si ritirò in una sala del castello e naturalmente fece seppuku. La storia ebbe un seguito. Oishi, il Samurai di Asano che al momento del fattaccio era in missione con altri 46 compagni, riuscì a raccogliere dalle labbra del suo Daimyo morente la storia e, non potendo fermarlo, gli promise (si dice con uno sguardo) di vendicarlo.

La promessa di Oishi non era motivata dal solo affetto per il padrone.
Un Samurai che perdeva il suo Daimyo cadeva automaticamente in disgrazia; non a caso era chiamato ronin, l’onda che le maree della vita da quel momento avrebbero rovesciato da una spiaggia all’altra.
Nel ‘600 esisteva inoltre una legge dell’imperatore che vietava la sedizione e la vendetta. Il Samurai di Asano e i suoi compagni decidendo di far pagare a Kira il fallimento delle loro esistenze sapevano che una volta compiuta la loro vendetta avrebbero dovuto suicidarsi.
Per convincere l’opinione pubblica che non avevano nessuna cattiva intenzione, iniziarono dunque a comportarsi in maniera riprovevole per un Samurai. Uno dei compagni di Oishi non ci pensò due volte a vendere la moglie ad una casa di tolleranza per ottenere denaro necessario ad armare la vendetta. L’odio per Kira era talmente forte che, quando un fratello della donna scoprì che ella voleva divulgare il segreto covato dai 47, non esitò ad ammazzarla.
Un altro dei 4 7 ronin fece la stessa cosa con il suocero ed un amico anch’essi intenzionati a tradire. Insomma, quando la loro apparente abiezione morale fu al culmine trasformandoli in fuoricasta incapaci di meditare una qualsiasi vendetta, uscirono invece dall’ombra e finalmente colpirono. S’introdussero nel castello di Kira e dopo aver massacrato servi e Samurai fu lo stesso Oishi a troncare di netto la testa del nemico. Un macabro trofeo che in processione portarono sulla tomba di Asano. Deposero sul tumulo anche una spada affinché il padrone potesse vendicarsi del nemico nell’aldilà, poi, dopo essersi vestiti per lo scopo, tutti e 47 si tolsero la vita. Insieme, come insieme erano sempre stati nel bene e nel male.

Questa storia mostra in sintesi cosa poteva fare un Samurai di segno opposto a quello tradizionale.
Al guerriero di rango superiore, affiliato cioè ad un clan, si contrapponeva il ronin, un Samurai caduto in disgrazia e che allontanato dall’establishment militare covava in cuore odio per i suoi ex colleghi o per chi aveva provocato la sua caduta. Costretto a vendere i suoi servizi persino ai contadini, che in altre circostanze avrebbe disprezzato, il fuoricasta finiva tuttavia per ac­cumulare un’esperienza nel combattimento che i Samurai regolari stentavano a raggiungere. In certi casi la polizia faticò notevolmente a domare molti di questi guerrieri senza padrone ritrovabili dovunque c’era una rivolta, una rissa, tra i sicari ed i brutali banditi che terrorizzarono il Giappone fino all’arrivo dei più temibili “diavoli dagli occhi rotondi”: gli europei!

Samurai: antenato o nobile selvaggio?
“Ancora una volta abbiamo perso. Loro, i contadini, sono i veri vincitori”. Con queste parole del nobile mercenario, Akira Kurosawa chiudeva l’epica impresa dei suoi “Sette Samurai” (1954), dando adito fra gli sbalorditi europei a un complesso groviglio di interpretazioni (ivi compresa una curiosa lettura in termini di lotta di classe). Di fatto, quella dichiarazione suggerisce una riflessione: per il cinema d’autore in Giappone (Kurosawa e illustri colleghi), il Samurai è sempre stato un perdente. Glorioso perché votato alla sconfitta. Nobile perché consapevole del suo inevitabile scacco.
La filmografia di Kurosawa ne fornisce ampie prove. Nelle sue opere in costume, dense di spade e di sangue (“Il trono di sangue”, ’57; “Yojimbo”, ’61; “Sanjuro”, ’62; fino ai due estremi e disperati “Kagemusha”, ’80, e “Ran”, ’85), il coraggio del guerriero è sempre bello e vano: la crudele ragnatela del destino (o del potere) non gli consente scampo. Il gesto di valore, la fedeltà al proprio signore e clan, non salvano né lui né la sua casta. Solitario e finale, sconta una condanna storica. Quasi una rimozione. E ogni volta, come gli spettri evocati per incantesimo, finirà per al lontanarsi. Non placato.

Non esorcizzato.
Proiezione inconscia di un paese traumatizzato da ondate troppo impetuose di modernizzazione, il Samurai che compare nei film dei maestri giapponesi è un eroe in crisi. Un vinto, nonostante la perizia con cui maneggia la spada e nonostante il numero dei nemici sterminati. Non fa eccezione a questa regola il cinema di Kenji Mizoguchi (“I 47 ronin”, ’41-’42 in due parti; “Miyamoto Musashi” del ’44, dedicato all’archetipo del sa­murai; “Ugetsu Monogatari”, ’53), che addirittura antepone alla figura dell’uomo d’armi il ruolo e il mistero della donna. Ancora più risoluto Masaki Kobayashi, che in “Harakiri” (’62), cruda descrizione di un suicidio rituale, esalta proprio la scelta di morte del suo eroe. Mortificati dagli schermi eccellenti, però, i signori della spada si sono abbondantemente rifatti con i vittoriosi duelli e i successi popolari dei filoni commerciali e seriali. A loro è dedicato il sottogenere dei chambara, racconti di cappa e spada, rapidi e incisivi come fumetti, modulari e riproducibili come oggetti a largo consumo. Votati a un pubblico di poche pretese, i chambara hanno prodotto divi (Takakura Ken) e maestri (Tai Kato: il suo “Sandaime-shumei” è ritenuto un classico fra gli intenditori). Affini alle storie di yakuza (i gangster dal corpo istoriato di tatuaggi), i chambara non circolano fuori dai confini del Giappone. Eppure compongono, in geometrie nemmeno poi troppo ingenue, l’almanacco più completo del Samurai vittorioso. O almeno di quello che oggi la sua figura può ancora suggerire o rappresentare.
Tenuti lontani da tali miniere di cultura bassa, gli occidentali si sono comunque lasciati stregare da quel mito di forza e di valore. Prova ne siano le molte trasposizioni (o furti) perpetrate. Dai remake hollywoodiani (“I magnifici sette” di John Sturges dai “Sette Samurai”, e “L’oltraggio” di Martin Ritt da “Rashòmon) al libero calco italiano (“Per un pugno di dollari” di Sergio Leone da “Yojimbo”) è stato Kurosawa il più saccheggiato. Ma in un eventuale elenco di giapponesismi di eroico tipo non va dimenticato l’insolito “Sole rosso” di Terence Young (un western con Toshiro Mifune in spada e kimono fra pistoleri alla Billy the Kid). Così come un capitolo a sé meriterebbero i vari film di guerra e prigionia nel secondo conflitto mondiale dove l’immagine del Samurai si ripartisce egualmente fra lo spietato comandante del campo (“Il ponte sul fiume Kwai” di David Lean e “Furyo” del giapponese Nagisa Oshima, ma ispirato ai racconti dell’inglese Laurens Van der Post) e il giovane kamikaze votato al sacrificio (“L’impero del sole” di Steven Spielberg dal romanzo di Jim Ballard).

Su tutti gli osservatori stranieri, però, il più attento è stato Paul Shrader: soggettista per Sidney Pollack ha narrato in “Yakuza” la sopravvivenza emarginata e criminale del codice d’onore fra le bande mafiose di oggi; regista in proprio, con “Mishima”, ha composto il più commosso canto d’addio allo scrittore che sognò un colpevole e impossibile ritorno al passato. Sconfitto dalla storia, poco prima del suo plateale suicidio, in una sorta di testamento (“Istruzioni spirituali per giovani Samurai”) Mishima aveva così definito la figura e il mito dell’eroe guerriero: “Per noi giapponesi il Samurai è l’immagine di un antenato. Per gli occidentali è la figura di un nobile selvaggio. Dobbiamo sentirci fieri di essere dei selvaggi”. Probabilmente sapeva che gli antenati non possono tornare se non nei sogni. Ma da vero e ultimo Samurai Mishima scelse di tentare l’estrema sfida. Di assaporare il gusto feroce della sconfitta. Con nobiltà. Con valore. Senza creare nessun’altra assoluzione alla sua follia che il suo coraggio disperato e inutile.

27 pensieri su “Katana, lo spirito del guerriero

  1. Ciao Ninni ben tornato.
    Quasi quasi andrei dai nostri politici per spiegare il senso dell’onore e in caso di “mancata” comprensione li costringerei al “Seppuku”.

    Il pezzo è bellissimo, caro Ninni, come di meno non ci si poteva aspettare.
    Grazie da parte mia e da parte di tutti quelli che sono curiosi e appagati come me.
    Grazie, un abbraccio

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  2. Una lettura di grande soddisfazione, come sempre quando si tratta di interiore cultura valoriale e, quella che fu dei samurai, rimane impressionata nel profondo.
    Mi piace pensare che, ovunque si leggano realtà e leggende dei Samurai e del loro onore specchiato come la propria spada, si stimoli un po’ di riflessione.
    Nulla di più onorevole della dedizione della propria vita a dei profondi e incorruttibili Ideali.

    Grazie per questo prezioso momento di lettura

    Tua Sil

    Piace a 4 people

  3. Leggere del Samurai, che è un militare del Giappone feudale, appartenente ad una delle due caste aristocratiche giapponesi, quella dei guerrieri e leggere della bellezza della moralità da loro promanata, sono un tutt’uno con il tuo rientro a scrivere Milord.

    Ci avevi abituati malissimo
    Grazie

    Piace a 1 persona

  4. Quel comportamento sull’esercizio delle sette virtù:

    giustizia,
    coraggio,
    compassione,
    cortesia,
    sincerità,
    onore e lealtà.

    Ti riconosco, assolutamente in tutto questo, caro Ninni:
    Grazie per questi pezzi pieni di “Virtù”, ce n’è bisogno.

    Ciao e bentornato

    Anna

    Piace a 1 persona

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