Noi … XXIX

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Continuavo a rigirarmi il telefono di Brian tra le mani, tamburellandoci sopra con la punta delle dita. L’infermiera della reception era tornata al suo posto, ma l’unica notizia che ci aveva dato, era che presto il medico che aveva in cura nostro padre sarebbe venuto a parlarci.
Gemma si era un po’ calmata, se ne stava seduta sulle ginocchia di Ascanio lasciandosi accarezzare la schiena con movimenti lenti e delicati.
Pochi istanti prima erano arrivati anche Lorenzo e Bianca, si erano seduti vicino a me sulle due sedie libere e aspettavano preoccupati. Eravamo in attesa da più di un’ora, ma sembrava che tutti si fossero dimenticati di noi. Mi alzai nuovamente in piedi e mi avvicinai alla reception.
“Senta, non potrebbe chiamare qualcuno, per favore? È un’ora che aspettiamo senza che nessuno ci dica niente”.
“Mi dispiace, signore, ma il dottore che si sta occupando di suo padre è stato categorico, appena avrà maggiori notizie verrà lui a parlarvi”.
Sbuffai piuttosto contrariato e ripresi a muovermi avanti e indietro. Il pavimento scricchiolava sotto ai miei piedi, divoravo le larghe piastrelle di linoleum che si susseguivano su quel corridoio che ormai avevo percorso in lungo e in largo.
“I familiari del signor Raineri?”
Un medico sulla cinquantina era appena uscito dalla porta bianca che era rimasta serrata fino a quel momento.
“Siamo noi”.
Mia sorella balzò in piedi e si avvicinò al dottore, Lorenzo e Bianca fecero lo stesso ed io, senza rendermene conto, mi ritrovai al loro fianco. Era vestito come se fosse appena uscito da una sala operatoria, la divisa sanitaria blu a maniche corte, una mascherina semi allacciata, che gli ricadeva sul petto e una specie di cuffietta verde in testa.
“Come sta?” domandò Bianca, stringendo nelle mani un fazzolettino accartocciato.
“Lei è la moglie?”
“Sì, sono io”.

Il medico la fissò per un istante e poi si voltò a guardarci. Aveva le mani nelle tasche del camice e la fronte aggrottata.
“Suo marito ha avuto un infarto del miocardio”.
Bianca sussultò portandosi una mano alla bocca e Lorenzo le circondò le spalle con un braccio.
Il medico si interruppe per un istante e poi proseguì. “Abbiamo riscontrato la quasi totale occlusione di un’arteria coronarica”.
“Ma è… è in pericolo di vita?”
“No, al momento non più, ma data la situazione, se suo marito non si fosse trovato già in ospedale, avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi. È stato molto fortunato, gliel’assicuro. Siamo intervenuti d’urgenza e abbiamo rimosso la stenosi dell’arteria, anche se è stato necessario applicare uno stent”.
Lo guardammo un po’ disorientati.
“Si tratta di una specie di minuscola protesi che consente di mantenere aperto il vaso dopo la disostruzione. È andato tutto bene, quindi non preoccupatevi”.
“Possiamo vederlo?” domandò Gemma che aveva di nuovo le lacrime agli occhi.
“Per ora non è possibile, il signor Raineri si trova in terapia intensiva. ma le sue condizioni sono stabili. Domani, dopo che avremo ripetuto una serie di analisi. vi saprò dire se potrete vederlo, ora, se volete scusarmi. devo tornare dai miei pazienti”.
“Certo, la ringrazio dottore”, Bianca gli porse la mano e lui gliela strinse gentilmente prima di essere inghiottito di nuovo dalla porta bianca.
Mio padre aveva avuto un infarto.
Mio padre aveva avuto un infarto ed era vivo per miracolo.
In quel momento mi passarono davanti agli occhi tutte le volte in cui. negli ultimi giorni gli avevo urlato contro, tutte le cattiverie che gli avevo detto solo per ferirlo e mi sentii uno schifo. Mi sentii smarrito, come se avessi appena rischiato di perdere l’ultima possibilità di sistemare le cose. Fu in quel momento che mi resi conto che. forse, non avevo più voglia di essere arrabbiato con lui; forse volevo solo abbracciarlo e dirgli che mi era mancato terribilmente in quegli anni e che qualsiasi cosa fosse successa sarebbe rimasta nel passato.
Meritava una seconda possibilità e io gliel’avrei data perché in fondo, sarebbe rimasto per sempre mio padre.

Era passata più di una settimana dal giorno dell’incidente.
Un lunghissimo periodo in cui aveva preso il via una sorta di routine quotidiana: visite mediche, analisi e riposo. Potevo fare solo questo e nonostante la mia permanenza in ospedale fosse stata allietata dalla presenza di Ollie, Gemma e di tutti gli altri, non vedevo l’ora di andarmene.
Avevo bisogno di uscire e respirare un’aria che non fosse stata filtrata attraverso un condizionatore e poi volevo andare a trovare Andrew.
Da quando si era sentito male non mi avevano più permesso di vederlo; prima perché era ancora troppo debole e poi, perché non volevano che ne rimanessi turbata.
Anthy era stato irremovibile, il terzo piano era off-limits per me. mentre lui. negli ultimi tre giorni. si era diviso tra la mia stanza e quella di suo padre. Tutta quella storia lo aveva profondamente turbato, era diventato taciturno, assente e anche se fingeva di essere perfettamente padrone della situazione, era chiaro che non fosse così.
Anche con sua madre le cose erano abbastanza tese. Margaret aveva lasciato il paese e da quel momento, non aveva più parlato con suo figlio; non perché lei non si fosse fatta sentire, semplicemente, era lui a non volerle rispondere.
Cercai di convincerlo a chiamarla ma, come sempre, la sua ostinazione batteva ogni record.
Mi sciacquai la faccia con dell’acqua fresca e mi asciugai il viso tamponandolo con un telo di spugna. Il mio riflesso nello specchio mi sorprese. I lividi erano scomparsi quasi del tutto e il braccio era tornato a funzionare normalmente. Se non fosse stato per la nausea che mi devastava rendendomi pallida e inguardabile, avrei potuto anche sembrare in buono stato.
La dottoressa Briani mi aveva visitato quella mattina. Era stata un’esperienza entusiasmante, non solo perché avevo rivisto il mio piccolo puntino, ma anche perché, a differenza della prima ecografia, non c’era più una massa indefinita che scalpitava e si dimenava a ritmo convulso; in quel momento nella mia pancia c’era un bambino vero, con piccole braccia, appena abbozzate e due buffe, minuscole gambine. Era lungo poco più di due centimetri, una monetina praticamente, ma per me era assolutamente perfetto.
Dopo aver firmato il foglio delle dimissioni, la dottoressa mi disse che avrebbe voluto rivedermi dopo qualche settimana poiché tutto stava procedendo per il meglio. Potevo ritenermi felice e in effetti lo ero. Lo ero immensamente. Anthy mi stava aspettando in corridoio mentre finivo di preparare le mie cose. Stavo ricontrollando i cassetti, in modo quasi ossessivo per non dimenticare nulla.
“Sei pronta per andare?”
“Solo un attimo!”
Non appena notai la sua figura appoggiata allo stipite, feci scorrere con un po’ troppa veemenza quello in cui stavo rovistando. “Che cosa nascondi?”
“Niente!”

“Non è vero, stai nascondendo qualcosa. Che cos’hai li?”
“Non è niente”.
Si avvicinò pericolosamente, sempre più curioso di scoprire cosa tenevo al sicuro dietro la schiena.
“Allora, signorina, posso vedere di cosa si tratta?”
Sbuffai sollevando gli occhi al cielo e gli mostrai il pacchetto che stringevo tra le mie mani.
“Che cos’è?” domandò.
“Non lo so, me lo ha dato tuo padre e mi ha chiesto di aprirlo insieme a te, solo dopo essere usciti dall’ospedale”.
Corrugò la fronte e mi sorrise. “Non dirmi che hai resistito davvero tutto questo tempo senza aprirlo”.
“Certo che ho resistito, che cosa credi? So ancora mantenere una promessa sai?!”
“Non intendevo quello, ma di solito sei così curiosa che… lascia stare, andiamo?”
Infilai il pacchetto nella borsa e mi avviai verso il corridoio. L’infermiera, Laura, era di turno in quel momento e quando ci vide uscire ci sorrise in modo del tutto inaspettato. Varcammo la soglia del reparto e io mi fermai all’improvviso.
“Amore?”
“Sì?”
“Prima di andare, vorrei vedere tuo padre”.

Anthy scosse la testa sollevando gli occhi al soffitto illuminato.
“Ne abbiamo già parlato, nelle tue condizioni è meglio che tu stia lontana da situazioni che potrebbero turbarti e…”
“La vuoi smettere, per favore! Sono solo incinta, accidenti!”
“E ti sembra una cosa da niente?” disse accarezzandomi lentamente il viso. Mi guardò con quegli occhi color petrolio, che facevano tremare la terra e scivolò sul mio corpo con l’indice fino a sfiorare l’addome. “Qui dentro c’è mia figlia, e voglio che sia perfettamente al sicuro”.
Scossi la testa e non trattenni un sorriso.
“Sei ancora convinto che si tratti di una bambina?”
“Ne sono certo. Sarà una bambina bellissima con due occhi azzurri come il mare”.
“E se invece fosse un maschietto?”
“Impossibile”, si avvicinò alla mia pancia strofinandoci il naso contro. “Tua madre non sa riconoscere una principessa, ma io sì, vero piccolina?”
Mi guardai intorno imbarazzata mentre alcune persone ferme ad aspettare l’ascensore continuavano a sorriderci. Era così dolce e affettuoso che mi lasciava ogni volta senza parole. Salimmo nella cabina e premetti il tasto numero tre.
“Che cosa credi di fare?”
“Vado a trovare tuo padre, semplice, e tu, mio caro tiranno, sei libero di accompagnarmi oppure no, ma sappi che io ci andrò comunque”.
Anthy scosse la testa e mi regalò uno di quei sorrisi che solo io riuscivo a strappargli, erano un misto di esasperazione e amore incondizionato.
“E va bene, andremo da mio padre, ma solo per pochi minuti, lui non si deve affaticare e nemmeno tu”.
Annuii tutta soddisfatta mentre le porte dell’ascensore si aprivano di fronte a noi.

Non avrei mai pensato che un ambiente sterile e asettico potesse diventare familiare invece. ultimamente. era stato proprio così.
L’odore acre del disinfettante mi accoglieva al mattino come faceva normalmente l’aroma del caffè e poi c’era quel rumore. Il suono strascicato dell’apparecchio per la respirazione risuonava nelle stanze della terapia intensiva accompagnato da innumerevoli bip. Bip regolari, che si susseguivano ininterrottamente come se ci fosse un concerto di cuori che cercavano di lottare con tutte le forze.
Avevo sempre odiato gli ospedali, me ne tenevo alla larga ma questa volta non avevo potuto proprio farlo, prima c’era Susan e adesso lui…
Guardarlo inerme e avvinto da un dedalo di tubi mi faceva strozzare il respiro. Era pallido e senza forze. Non avevo mai visto mio padre così, in tutti i miei ricordi di bambino era un supereroe dai magici poteri che riusciva a sollevarmi in aria con un semplice gesto, adesso invece, era soltanto un uomo scampato al peggio.
Sembrava invecchiato di dieci anni, la barba era leggermente ricresciuta e molti fili perlacei risaltavano tra la massa scura dei capelli.
Non volevo che Susan lo vedesse in quello stato, non era un bello spettacolo e avevo paura che ne rimanesse impressionata. Fortunatamente, però, lo avevano spostato dalla terapia intensiva al reparto, così quando lei aveva insistito per andare a trovarlo avevo acconsentito. Sicuramente non era ancora una visione tranquillizzante, ma almeno non si trovava più in quell’antro di sopravvissuti.
Le feci strada attraverso il corridoio lastricato di linoleum granigliato. Susan mi seguiva in silenzio stringendomi la mano. Quando arrivammo di fronte alla sua stanza, lei si fermò, mi oltrepassò e bussò piano prima di dischiudere la porta. Mio padre le sorrise come si può sorridere a un raggio di sole.
“Principessa”, mormorò.
Susan si avvicinò al letto e si sedette di fianco a lui. Il materasso si inclinò appena sotto al suo peso e lui le circondò la vita con un braccio. “Come stai, principessa?”
“Questo lo dovrei chiedere io a te?”
Lui le sorrise e sollevò l’angolo della bocca facendo spuntare una fossetta sulla guancia irsuta.
“Ho avuto giorni migliori, ma sono ancora una roccia”.
“Non farmi più prendere uno spavento del genere, hai capito, Andrew?!”
“Prometto”, sollevò una mano come se pronunciasse un giuramento e lei si chinò a baciargli la fronte.
Ero stupefatto della complicità che avessero raggiunto in così poco tempo. Scherzavano, chiacchieravano come se si conoscessero da sempre, come se…
Scossi la testa e mi avvicinai anch’io. Fino a quel momento ero rimasto in disparte, appoggiato allo stipite della porta li avevo osservati e qualcosa dentro di me si era stretto a doppio nodo. Invidiavo la loro affinità naturale e il modo in cui si comprendevano al volo. Una volta anche io e lui avevamo questo legame speciale poi, però, era svanito.

“Anthy, avvicinati”, professò con voce debole.
Avanzai di qualche passo e mi sedetti sulla sedia vicino al letto. “Come ti senti oggi?” domandai titubante.
“Meglio… adesso sto meglio”.
Accennò un sorriso e i nodi che si stringevano divennero tre, quattro, cinque. Stargli vicino avrebbe dovuto essere facile, automatico, naturale; invece, per me era difficile. Era difficilissimo.
“Sono contento che siate venuti”.
“Secondo te potevamo tornare a casa senza venire prima a salutarti?”
Lui sorrise ancora e gli occhi tracimarono dalla felicità. “Giusto. E dimmi un po’, come sta la piccola principessa lì dentro?”
Susan sbuffò arricciando le labbra e sollevando gli occhi in aria. “Anche tu?”
“Cosa?” domandò ansimando. Stava cercando di spostarsi e l’operazione era più difficile del previsto. Mi alzai in piedi e lo aiutai a sollevarsi sistemandogli il cuscino dietro le spalle.
“Va meglio così?”
“Sì, grazie, figliolo”.
Non mi aveva più chiamato in quel modo da… dalla nostra ultima discussione. Lo avevo odiato in quel momento per un termine che trovavo fin troppo confidenziale ora, invece, ne ero quasi contento.
Mio padre giocherellava con l’orlo del lenzuolo e poi inspiegabilmente allungò una mano verso di me. Aspettai. Aspettai che le sue dita si muovessero, che mi cingessero il dorso e si incatenassero alle mie. Erano secoli che non ci toccavamo, non in quel modo almeno. Susan si alzò dal letto, si accarezzò la pancia e finse di non essersi accorta di nulla.
“Questo piccolino mi sta rendendo la vita difficile”, disse con una smorfia delle sue, “devo proprio andare in bagno”.
Si voltò verso di me e mi strizzò un occhio prima di sparire dietro la porta. Sapevo benissimo che si trattava di una scusa, c’era stata esattamente due minuti prima, ma questo era solo un dettaglio. La verità era che per la prima volta, dopo tanto tempo voleva che stessi da solo con lui.
“È una ragazza incredibile”, sussurrò.
“Già”, replicai scuotendo la testa. “È proprio incredibile”.
“Sei stato fortunato ad incontrarla, non capita molto spesso di trovare l’anima gemella al primo tentativo”.

“Come è successo a te, no? Ci sono voluti due tentativi e tre figli…”
“Anthy, ascoltami per favore”. Lo guardai come non avevo mai fatto prima, occhi contro occhi, uomo contro uomo. “Quello che è successo con tua madre… quello non riguarda te, è una cosa tra noi due e io non avrei mai voluto che le cose andassero così”.
“Lascia perdere, il passato è passato”.
Mi fissò attentamente senza mai spostare gli occhi più di qualche millimetro a destra e a sinistra. “Hai parlato con lei, vero?”
Chinai la testa in segno di assenso e lui inspirò.
“Mi dispiace. Mi dispiace tanto”.
“Non è stata colpa tua, non del tutto almeno”.
La sua mano si serrò ancora di più sulla mia. “Potrai mai perdonarmi, Anthy?”
Potevo perdonarlo? In realtà lo avevo già fatto. Lo avevo fatto molto tempo fa anche se, allora, non lo avevo capito. Spostai la mano stringendogli a mia volta la sua. Quel gesto silenzioso non era solo un patto di non belligeranza, quella stretta era la fine delle ostilità, una bandiera bianca sventolata ai quattro venti.
Rivolevo mio padre.
Lo rivolevo sul serio.
Senza lasciare la presa, mi attirò a sé e mi ritrovai seduto sul letto mentre il mio braccio gli cingeva le spalle. Faticavo a rimanere impassibile. Sentivo gli occhi liquefarsi e il cuore martellare all’impazzata. Ero vittima di una sensazione forte, fortissima.
“Voglio ricominciare tutto da capo”, sussurrò con la voce rotta dall’emozione.
Annuii e poi annuii con ancora più decisione. “Voglio che torniamo a essere una famiglia, non convenzionale, magari, ma comunque una famiglia”.
“Va bene, papà”.
“Che cosa hai detto?” domandò quasi incredulo.
“Ho detto va bene, papà”.

I suoi occhi si erano colmati di lacrime e il macchinario a cui era ancora attaccato cominciò a emettere dei suoni piuttosto acuti. Qualche istante dopo, un’infermiera entrò di corsa nella stanza. Si voltò verso di me ancora seduto sul suo letto e mi lanciò un silenzioso rimprovero.
“Andrew, che cosa mi combina? Non avevamo detto niente stress emotivi? Il suo cuore è ancora in fase di rodaggio, ricorda? Non è proprio il caso di farlo correre in questo modo”.
“Hai ragione, Angela, ora mi calmo, promesso”.
“Lo spero”. Si rivolse a me con un monito negli occhi, “credo sia meglio lasciarlo riposare”.
“Certo”.
Susan rientrò in quel momento e il suo sorriso si tramutò in preoccupazione non appena vide l’infermiera.
“Che cosa è successo?”
“Niente di che, amore, papà deve riposare”.
“Okay”, bofonchiò non troppo convinta.
“Vieni un attimo qui, principessa”.
Le fece cenno di avvicinarsi e le disse qualcosa all’orecchio. Lei annuì, mi guardò e sorrise.
“Sarà fatto!” disse depositandogli un bacio sulla guancia.
“Tornerò presto a trovarti, Andrew”.
“Va bene, principessa, e porta le carte, magari stavolta che i ruoli sono invertiti riuscirò a vincere una partita”.
Susan scoppiò a ridere. “Se fossi in te non ci spererei molto”.
“Sperare non ha mai fatto male a nessuno”.
Le strizzò l’occhio e si appoggiò al cuscino. Era stanco, si vedeva chiaramente.
“Noi andiamo, ci vediamo presto”.
“Va bene, figliolo”.
Infilai un braccio in quello di Susan e ci avviammo verso il corridoio.
“Anthy”, mi richiamò con un filo di voce.
“Sì, papà?”
“Ti voglio bene”.

Trovarmi all’aperto dopo, essere stata chiusa in una stanza per due settimane, sembrava strano. Era una bella giornata e la temperatura era assolutamente perfetta, di qualche grado inferiore rispetto al mese precedente, ma estremamente piacevole.
Anthy mi teneva per mano con le dita intrecciate, si fermò un istante e mi attirò a sé circondandomi la vita con le braccia. Atterrai sul suo torace, con i palmi e chiusi gli occhi.
Era così bello. Assaporai il tepore del sole sulla pelle e il suo odore, un misto di Anthy e agrumi che mi lasciava stordita ogni volta. L’avrei riconosciuto ovunque, quella nota sensoriale era in grado di sollevare ricordi piacevoli. Pelle, labbra e noi.
“A cosa stai pensando?”
Mi guardò con quel sorriso sghembo che era riservato a provocarmi.
“Niente in particolare”.
“Niente di particolare, certo”.
Mi sfiorò i capelli spostandone una ciocca dietro all’orecchio sinistro. Con le punte delle dita mi accarezzò il collo in un modo che mi faceva accapponare la pelle. Scivolò col pollice lungo il perimetro della mascella fino a risalire le labbra. Il polpastrello si muoveva lento e deciso. Sospirai appena prima che si appropriasse delle mie labbra. Quando dischiuse la bocca invadendomi con la lingua, sciami di farfalle con le ali spiegate si librarono in quel piccolo spazio che divideva stomaco e cuore.
Occhi chiusi, respiro concitato e gambe traballanti.
Riusciva sempre a farmi quell’effetto, come fossi un’eterna adolescente coi fremiti nel petto e le ginocchia di gelatina.
Baci sfiorati, sospesi, pretesi. La sua bocca si muoveva sulla mia ora dolcemente, ora in modo del tutto ardito. Quel contatto fatto di prendere e lasciare, dare e togliere mi spezzava il fiato. Quando si allontanò rimasi per un attimo con le labbra dischiuse e le palpebre abbassate.
“E adesso?”
“Uhm?”
“A cosa stai pensando, adesso?”
Sorrisi riaprendo gli occhi. Sapeva benissimo a cosa stessi pensando. Erano giorni che non mi sfiorava e quel bacio, aveva risollevato il livello degli estrogeni nel sangue. Lo afferrai per un braccio strattonandolo verso il cancello. Anthy rideva, rideva di gusto a dire il vero.
“Hai fretta?”
“Moltissima!” dissi avanzando implacabile come i soldati di una legione romana.
“Okay, okay. Andiamo”.

Mi seguì continuando a sorridere finché non mi bloccai di scatto.
“Che c’è?” domandò preoccupato.
Non risposi. I miei piedi erano fermi, inchiodati al suolo. Avevo iniziato a sudare e non era il caldo. Avevo le mani umide e il cuore che martellava.
“Amore, va tutto bene?”
Non riuscivo a staccare gli occhi dal parcheggio. La vista delle auto mi aveva paralizzato. Non avevo riflettuto sul fatto che dovessi salire di nuovo in macchina, ma ora, quel pensiero mi stava facendo tremare.
“Susan?!” mi scosse per le spalle e mi ritrovai a sbattere più volte le palpebre prima di rispondere.
“Sto… sto bene”.
“Sei sicura? Sembri terrorizzata”.
Si voltò ad inseguire il mio sguardo e capì immediatamente qual era stato il motivo del mio improvviso malessere. Mi abbracciò stringendomi a sé.
“Vieni qui!”
“Io… io non so se…”
“Shh, è normale avere paura dopo un incidente, ho fatto fatica anch’io, all’inizio, ma devi provarci, non puoi evitare di salire in auto per sempre”.
Annuii poco convinta.
“Ti prometto che andremo piano, non permetterò mai più che ti succeda qualcosa”.
Piegai la testa fissandomi le punte dei piedi. Mi circondò il mento con la mano e lo sollevò incrociando i miei occhi.
“Ti fidi di me?”
Mi sfiorai la pancia con la mano e lui appoggiò la sua esattamente sopra la mia. “Credi che potrei mettere in pericolo le mie principesse?”
“Non è detto che sia una bambina, Anthy”.
“Impossibile”.
Strabuzzai gli occhi sbuffando rumorosamente e poi sorrisi. Anthy infilò la mano in tasca e tirò fuori un mazzo di chiavi. Poco dopo le quattro luci di un enorme macchinone nero si illuminarono.
“E questo?”
“Ho deciso che da ora in poi la sicurezza verrà prima di tutto”.
Mi prese per mano e si diresse verso quell’astronave corazzata.

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