Francesco II di Borbone

 

FRANCESCO II DI BORBONE
L’ultimo Re delle Due Sicilie

La faziosa storiografia risorgimentalista, sempre pronta a denigrare, calunniare e demonizzare i Borbone con il chiaro intento di sminuirne la figura e renderne insignificante l’operato, lo definì spregiativamente con il nomignolo di Franceschiello. Il suo ricordo ci è stato tramandato, quindi, come quello di un “ragazzo” indifeso e debole, come una persona bigotta, pavida ed incapace.

Invece non fu così!
Francesco II di Borbone ebbe invece soltanto la sventura di trovarsi dalla parte sbagliata: quella di chi perde. E chi perde ha sempre torto, poiché la storia la scrivono i vincitori.
Quel giovane, esile e gentile, era dotato di un’etica politico-militare e di una morale cristiana granitiche, le quali gli “imposero” di prendere o di non prendere talune decisioni, in un momento difficilissimo della storia del Sud.
In particolare, non volle piegarsi ad alcun compromesso e allorquando gli fu proposto di espandere i domini del Regno delle Due Sicilie mediante la spartizione (insieme con il Piemonte) dei territori dello Stato Pontificio, egli, che era per le cose chiare e giuste, nonché alieno dal compiere torti e sopraffazioni, rispose deciso e risoluto: “Chella è robba d’ ‘o Papa!”.
Ma, anche qualora non si fosse trattato del Capo della Cristianità, bensì di qualsiasi altro Sovrano, italiano o straniero, sono certo che avrebbe risposto in maniera non troppo dissimile, poiché i Borbone non hanno mai avuto mire espansionistiche o brame di conquista ed hanno sempre nutrito un profondo rispetto per i diritti degli altri Monarchi.
Quale garante di questi princìpi, ne era allo stesso tempo sottoposto e ben pochi erano i margini discrezionali a sua disposizione. In ragione di questo, pur volendolo, Francesco II di Borbone non avrebbe mai adottato gli stessi metodi politici e le medesime strategie militari che Vittorio Emanuele II di Savoia stava, invece, usando proprio contro le Due Sicilie.
E mentre quest’ultimo poté giovarsi dell’operato di un primo ministro scaltro e cinico, quale fu Camillo Benso conte di Cavour, Francesco si trovò ad essere attorniato da un nutrito nugolo di traditori, i quali altro non fecero se non accelerarne la sconfitta.
Questa fu la sua vibrante denuncia: “Traditi egualmente, egualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; ché mai ha durato lungamente l’opera della inequità, né sono eterne le usurpazioni … ho guardato con isdegno i tradimenti, mentre che tradimenti e calunnie attaccavano soltanto la mia persona … I traditori pagati dal nemico straniero sedevano accanto ai fedeli nel mio Consiglio; ma nella sincerità del mio cuore io non potea credere nel tradimento … i promotori della guerra civile, i traditori al proprio paese ricevono pensioni, che paga il pacifico contribuente. L’anarchia è da per tutto”; questa la sua accorata confessione: “Per non versare il sangue ho preferito rischiare la mia Corona … ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori di un bombardamento … Ho creduto di buona fede che il Re di Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico … non avrebbe rotto tutti i patti e violate tutte le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra“; questa la sua dolorosa testimonianza: “Le finanze un tempo così floride sono completamente rovinate: l’Amministrazione è un caos; la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni son piene di sospetti: in luogo della libertà lo stato d’assedio regna nelle provincie, ed un Generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli fra i miei sudditi che non s’inchinino alla bandiera di Sardegna” e questa, infine, la sua drammatica profezia: “Voi sognate l’Italia e Vittorio Emanuele, ma purtroppo sarete infelici. … I napoletani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta; io però ho la coscienza di aver fatto sempre il mio dovere, ma però ad essi rimarranno solo gli occhi per piangere“.
Molti storici, non tenendo conto della sua onestà o, peggio, disprezzando anche con termini oltraggiosi il suo modo di governare, misurano quello che Francesco II avrebbe dovuto fare o non fare per «non perdere il Regno», alla luce però di logiche e di strategie stridenti con l’etica e la morale che hanno sempre caratterizzato l’opera sua e di tutti i re Borbone.

Il Re e la Regina partono per Gaeta
In procinto di lasciare Napoli e di imbarcarsi per Gaeta, il 5 settembre 1860 denunciò alle diplomazie d’Europa le manifeste violazioni del diritto internazionale che le orde garibaldine, sostenute dal Piemonte e dall’Inghilterra, stavano perpetrando ai danni delle Due Sicilie: “Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, non ostante ch’io fossi in pace con tutte le Potenze Europee”. Quindi, profeticamente, sentenziò:
“Questa guerra spezza ogni fede ed ogni giustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere di soldato …
L’Europa non può riconoscere un blocco decretato da un potere illegittimo … L’azione di Garibaldi è quella di un pirata.
Accettandola, l’Europa civile tollererebbe la pirateria nel Mediterraneo e le potenze marittime assisterebbero impassibili al rovesciamento del diritto pubblico”.
Ma l’Europa restò sorda a questi avvertimenti e, per aver tollerato le ingiustizie e le prevaricazioni denunciate dal re di Napoli nella metà del XIX secolo, ha poi patito tutte le sciagure da cui è stata afflitta nel successivo XX secolo.

A quest’ultimo riguardo è interessante leggere una pagina di storia poco conosciuta. Nel 1887, il barone liberale Nicola Nisco (1820-1901) pubblicò una biografia di Francesco II, nella quale, fra l’altro, asseriva che questi, mentre si trovava ancora a Napoli, non avrebbe ottenuto neanche l’appoggio diplomatico richiesto ai ministri di Russia, Prussia ed Austria. In risposta e smentendo tali asserzioni, un non meglio identificato signor Notus scrisse ed inviò al Nisco, sotto forma di relazione epistolare, un lunghissimo documento con il quale, fra l’altro, spiegava in dettaglio i motivi che avevano persuaso Francesco a lasciare la capitale del Regno: “Quelle tre potenze [Austria, Prussia e Russia, n.d.r.], giunte all’apice dell’onta nella quale vedevano collocato il diritto pubblico europeo, non tanto per Garibaldi e per Cavour, quanto temendo fortemente che Napoleone, dopo la guerra portata in Italia volesse con un programma occulto aprire il varco, di qua, di là, e verso la Polonia, e verso l’Ungheria, per giungere al completo laceramento della situazione europea creata dal Congresso di Vienna, di già si apparecchiavano per una comune e reciproca intelligenza sul da farsi, per un rimedio reciso ed assoluto”. Il Notus riferiva inoltre che, in seguito a tale lavorio diplomatico, il Sovrano aveva ricevuto una lettera, definita “intima e familiare”, da parte di una delle tre potenze (scritta molto probabilmente dal cognato Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, n.d.r.) contenente queste precise raccomandazioni: “Nel caso che non poteste reggervi oltre in Napoli, cercate di riunire un corpo d’armata, campeggiando tra il Volturno ed il Garigliano, in attesa di risoluzioni”.
E, dopo aver smentito l’affermazione dello stesso Nisco (notizia questa che era stata creduta vera anche dallo storico de’ Sivo) secondo la quale il re Borbone, dopo la battaglia del Volturno, avrebbe voluto piombare su Napoli con un esercito di 30mila uomini, lo stesso relatore puntualizzava che “Francesco non poteva sbilanciare l’alta confidenza fattagli dai sovrani nordici, di riunirsi in Varsavia il giorno dieci ottobre [1860, n.d.r.], onde forzare la mano di Napoleone per l’adempimento del Trattato di Zurigo”. Infatti, il rispetto di tale Trattato di Pace, stipulato in seguito all’armistizio di Villafranca, avrebbe vietato al Piemonte di invadere le Due Sicilie, vincolandolo invece alla formazione di un Regno dell’Alta Italia, base questa sulla quale si sarebbe poi giunti ad una Confederazione fra gli Stati italiani. Il Notus affermava quindi che, se il Congresso di Varsavia avesse avuto un esito positivo, Francesco II “da re pacifico, mercé una completa amnistia, sarebbe ritornato re delle Due Sicilie obliando il passato e spandendo l’operosa sua gioventù in utile della monarchia e dei suoi popoli”. Ma il citato relatore, dopo aver evidenziato come sia l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, che il re di Prussia Guglielmo, fossero stati in tal senso pienamente d’accordo, così seguitava: “… con grande sorpresa si trovò in Alessandro II sì incerto e volubile, un mutamento radicale allo stabilito dai tre gabinetti. Napoleone era riuscito presso quel sovrano a girare la posizione politica mercé menzognere vedute”.
Il Congresso di Varsavia, pertanto, si concluse con un nulla di fatto, spianando così la strada all’incontrastata invasione piemontese ed alla caduta del plurisecolare, prospero e pacifico Regno delle Due Sicilie. Tuttavia, le pagine citate costituiscono l’eccezionale testimonianza di una persona che senz’altro visse intensamente quegli avvenimenti, considerato che i fatti risultano narrati con gran dovizia di particolari e, si ritiene, con indubbio rispetto della verità storica. Atteso poi che lo stesso scritto contiene informazioni diplomatiche confidenziali e riservate, non è da escludersi che l’estensore di quel documento sia stato un personaggio molto vicino all’ultimo re Borbone, se non proprio il medesimo Francesco II, il quale avrebbe assunto in tal modo la veste di “storiografo” d’eccezione.
Nonostante tutto, anche dopo la battaglia del Volturno, mentre combatteva a Gaeta, Francesco continuò ad agire sul fronte della diplomazia, sebbene fosse oramai consapevole di poter salvare solamente l’onore: “Fra i doveri prescritti ai Re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandi e solenni, e io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti Monarchi”.

Francesco II a Gaeta
Fu un re che aveva abbracciato un modello di regalità totalmente diverso da quello usualmente inteso. Grazie alla sua profonda religiosità, Francesco concepì la regalità non come un’egoistica gestione del potere, ma come un servizio verso i propri sudditi, che egli continuò ad amare, ben dopo la caduta del regno e la perdita del trono, sino alla fine dei suoi giorni. E, rivolgendosi loro, fu orgoglioso di puntualizzare che:
“Ho combattuto non già per me, ma per l’onore del nome che portiamo … io sono napolitano; nato in mezzo a voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non ho conosciuto che solo la mia terra natale. Ogni affezione mia è riposta nel Regno, i costumi vostri sono pure i miei, la vostra lingua è pure la mia, le ambizioni vostre sono pure le mie. … Mi glorio di essere un principe che, essendo vostro, ha tutto sacrificato al desiderio di conservare ai sudditi suoi la pace, la concordia e la prosperità». Rivelò così l’orgoglio della napoletanità sua e della sua Famiglia, che per 126 anni aveva governato pacificamente il Sud d’Italia, perseguendo solo e sempre l’autentico benessere dei propri sudditi.
Avrebbe potuto, ma non volle piegarsi nemmeno per salvare i propri beni, cioè quelle cospicue ricchezze che egli aveva ereditato dagli avi Farnese e Borbone, così replicando al suo interlocutore: “Per ciò che concerne la mia fortuna confiscata, io non soffrirò – e voi come gentiluomo lo comprendete – che mi si pongano condizioni o mediazioni o che se ne discuta punto. Quando si perde un trono, importa ben poco perdere anche la fortuna; se colui che me lo ha tolto, un giorno me lo renderà, né costui ciò facendo, ha dritto alla mia gratitudine. Sarò povero come tanti altri che sono migliori di me; ed ai miei occhi, il decoro ha pregio assai maggiore della ricchezza”.
Francesco II, così come il padre, il nonno ed il bisnonno, da italiano autentico qual era, perseguiva il progetto unitario in coerenza con quanto i più grandi e veri patrioti italiani avevano tracciato: una Confederazione di Stati nella pace, nella giustizia, nella concordia e nella condivisione. Tale progetto non poté trovare una concreta realizzazione solo perché sgradito all’Inghilterra – la perfida Albione! – la quale vedeva nella nascita di una vera nazione italiana, forte e potente nel cuore del Mediterraneo, una sostanziale minaccia per i propri interessi. Fu questa la vera ragione che spinse i padroni del mondo di allora ad “assoldare” il Piemonte dei Savoia affinché fosse realizzato quel “capolavoro” politico chiamato Regno d’Italia, fondato sugli intrallazzi, sulle ruberie, sulla corruzione, sugli scandali, sulle menzogne, sugli inganni, sulla violenza, sui massacri, sull’odio razziale.

Confortato dalla benedizione del Pontefice, Francesco II (che era nato a Napoli il 16 gennaio 1836) si spense in esilio, ad Arco di Trento, il 27 dicembre 1894, laddove era conosciuto, nella più assoluta riservatezza, come “il signor Fabiani”.
Solamente dopo la sua morte gli abitanti di quel paesino tirolese conobbero la vera identità di quel distinto e gentile signore che, puntualmente, ogni mattina ascoltava la Santa Messa ed ogni sera partecipava alla recita del Santo Rosario presso la locale chiesa della Collegiata.

Aveva solo 58 anni.
Il 27 dicembre di quest’anno, pertanto, ricorrerà il 120° anniversario della scomparsa di questo grande re.
Nel suo testamento aveva scritto: “Ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto del bene, perdono coloro che mi hanno fatto del male e domando scusa a coloro ai quali ho in qualche modo nuociuto”.
Napoli apprese la notizia della morte di Francesco II di Borbone dalle colonne de Il Mattino. Matilde Serao (1856-1927) scrisse in prima pagina un articolo dal titolo “Il Re di Napoli”, laddove fra l’altro diceva:
“Don Francesco di Borbone è morto, cristianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l’anima tribolata ma serena.
Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla ineluttabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetrassero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell’esilio e vi è restato trentaquattro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo… Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone”.
Il testamento spirituale di Francesco II, destinatari del quale, oltre ai sudditi dell’allora Regno delle Due Sicilie, siamo anche noi loro eredi, è racchiuso nelle seguenti parole: “Vi è un rimedio per questi mali, per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell’avvenire. Unitevi intorno al trono dei vostri Padri. Che l’oblio copra per sempre gli errori di tutti; che il passato non sia mai pretesto di vendetta, ma pel futuro lezione salutare”.
Francesco II di Borbone, quindi, oltre a fornire, attraverso il proprio modello di vita, un prezioso esempio di amore e di fede per un futuro di dignità e di pace, ha in tal modo indirizzato a tutti i duosiciliani del terzo millennio, un messaggio di speranza che da anni sta guidando il difficile cammino verso la rinascita culturale, sociale e politica del Popolo che fu il Due Sicilie.

NB:
In data odierna sono state rimpatriate le salme dei reali d’Italia
Vittorio Emanuele III, fuggito dall’Italia
Elena del Montenegro, Regina della carità.

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32 pensieri su “Francesco II di Borbone

  1. Il sud che e stato massacrato e derubato di tutti i beni e i valori anche umani dai piemontesi che poi, loro dicono di essere onesti, perchè non tutti sanno la verità e perchè non facciamo il modo di dire a tutti gli italiani.

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  2. Lettrice di passaggio

    La vera storia del sud dici??? dove quelli del nord rubano e massacrano????? Mi hai incuriosito dove posso trovare tali informazioni???
    Boh … io sono piemontese e i siciliani mi sono simpaticissimi!

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    • ma cosa centra anche io sono amica di siciliani,ma quello che hanno fatto 150 anni fà per far diventare il sud che è ora, informati che il re d’italia ha fatto dei massacri anche al nord.
      Ma io l’articolo me lo leggo che è bello

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  3. Antonmaria, è lodevole il Vostro costante impegno per dare riscatto alla Giustizia ove è oltraggiata e, seguendo questa linea di comportamento, per ripristinare, con questa pubblicazione, la Verità sul passaggio di Francesco II nella storia del nostro Paese. E lo fate col vostro Stile e con l’ onestà intellettuale che Vi è propria e che Vi rende Unico: certificando la Verità unicamente dalle tracce che la Storia ha lasciato. Farlo, è particolarmente importante nel periodo che stiamo vivendo, in cui c’ è tendenza a sabotarla, la Verità. Evidentemente, da parte di chi, malgovernando, non vuole ammettere la profonda delusione che prova la gente sullo stato attuale delle cose. Da qui si giustificano le manifestazioni nostalgiche di quando i diritti sociali erano meglio ottemperati.
    A dispetto di chi lo vorrebbe, la Storia rimane immutevole nel suo passato e, dico io, per fortuna perché possa essere insegnamento di cose valide da mantenere o riproporre oppure fallimentari da evitare.
    Caro Kren, avete reso giustizia ad un re che, in atipicità con l’ andazzo di altri sovrani, era mosso, nelle sue decisioni, dall’ amore sincero e inperturbabile per i suoi sudditi e per il loro tornaconto, anche a scapito di rimetterci personalmente ed indipendentemente dalle critiche che, sul suo comportamento, altri monarchi sollevarono. In tutti i tempi, è difficile trovare governanti che, osservanti la moralità, abbiano un comportamento dì coscienza onesto nelle relazioni con gli altri Stati o che abbiano scrupoli, nelle decisioni governative, di fare gli interessi dei governati.
    La sua, di Francesco II, fu una vita ed una regnanza, di leale dedizione ai suoi sudditi.

    Grazie per questa interessante lettura, un altro Vostro lavoro, Kren, che ha in sé la Bellezza che è propria solo della Verità.
    Infiniti sono l’ Affetto e la Stima che ho per Voi.

    Maria Silvia
    Vostra Sil

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    • Lady Maria Silvia

      Ferdinando II concepì la presenza del Regno delle Due Sicilie, sullo scacchiere europeo, come quella di un’entità politica in crescita.
      Benedetto Croce notava che, nelle intenzioni di Ferdinando II, il regno doveva essere un organismo politico “nelle cui faccende nessun altro Stato avesse da immischiarsi, tale da non dar noia agli altri e da non permetterne per sé”.
      Così, il figlio di Francesco I, guardingo e abile si avvicinò alla Francia, si liberò della tutela dell’Austria, che aveva sorretto e insieme sfruttato la monarchia napoletana e mantenne sempre contegno non servile verso l’Inghilterra che era stata la protettrice e dominatrice della sua dinastia nel ventennio della Rivoluzione e dell’Impero.
      Ma l’Inghilterra riteneva che l’aver difeso i Borbone, ai tempi di Acton e di Napoleone, le desse i titoli per poter ottenere una totale subalternità da parte di Ferdinando II.
      E dava segni di fastidio per quel “contegno non servile” di cui parlava Croce.

      Fu così che, Ferdinando II, firmò (inconsapevolmente) la condanna a morte del suo regno.
      Quell’anno, nel pieno della “prima guerra carlista”, Ferdinando rifiutò di schierarsi a favore di Isabella II contro Carlo Maria Isidro di Borbone-Spagna, nel conflitto per la successione a Ferdinando VII sul trono iberico.
      Dalla parte di Isabella, figlia di Ferdinando VII e contro don Carlos, fratello del re scomparso, erano scese in campo Francia e Inghilterra, che considerarono quello del regime borbonico alla stregua di un vero e proprio atto di insubordinazione.
      Londra ci vide, anzi, qualcosa di più: il desiderio del Regno delle Due Sicilie di elevarsi, affrancandosi dalle antiche subalternità, al rango di medio-grande potenza, proprio perché il suo denaro era convertibile in oro “fino” e le casse erano pienissime.
      E da quel momento iniziò a tramare per destabilizzarlo.
      La storia di questa trama è raccontata da un importante libro di Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (1830-1861).

      Da lungo tempo il Regno Unito non aveva nascosto un grande interesse per la Sicilia.
      “Quest’isola non rappresenta, per l’Inghilterra, soltanto un importante avamposto strategico, da preservare, ad ogni costo, da una possibile occupazione della Francia che la minaccia dalle sue coste, ma costituisce anche il centro di tutte le operazioni politiche e militari, che l’Inghilterra intende intraprendere nell’Italia e nel Mediterraneo.

      Onde ragion per cui ….

      Grazie milady per le vostre generosissime espressioni.
      Vi baciammo sul nasino…

      Cordialità

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      • Grazie, Antonmaria, per aver ulteriormente approfondito l’ argomento. Ciò a vantaggio di quanti leggeranno che, come me, non si erano capacitati appieno della specifico realtà storica.
        Siete, Kren, il mio più bel sorriso. Grazie.

        Vostra Sil

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  4. Un brano che affronta la verità in modo pragmatico. Il racconto diventa un resoconto che prende. Sembra di parte, ma si rivela una analisi storica piena di riferimenti. Certamente lei ha compiuto studi approfonditi su questo tema e si vede.
    Una descrizione che prende e ti lascia quel sapore amaro che, soltanto la storia che si rivela corrotta, fa sentire.
    Una versione, della storia recente, che mi ha affascinata.
    Grazie davvero, lo farò leggere alle mie amiche.

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    • Irene

      Grazie per le gentili espressioni.
      raccontare e condividere una storia, abbastanza prossima, è difficile.
      Le resistenze, molto spesso, legate a “oscure” verità, sono difficili.
      Grazie e buona giornata

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  5. Scusate, ho un dubbio che mi ronza in testa da tempo e volevo sottoporvelo.
    Con riferimento all’Unità d’Italia spesso si sente dire che l’annessione da parte del regno di Sardegna del Regno delle due Sicilie fu un atto illegale in quanto derivante da una guerra di aggressione (non preceduta da adeguata dichiarazione formale di guerra).
    E’ la critica che spesso viene mossa da certa parte di storiografia nei confronti del processo risorgimentale.

    Grazie Milord per questo articolo così bello e completo.

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    • Giovanna A.

      Il Regno delle Due Sicilie non fu annesso, ma conquistato da Garibaldi con la spedizione dei mille (dietro c’erano i Savoia) che poi lo donò al Regno di Sardegna quindi formalmente ci fu solo una rivolta nazionalista che portò al Regno di Sardegna il Regno delle Due Sicilie poichè, formalmente, il Regno di Sardegna non era coinvolto.
      Quindi alla domanda che ponete non vi si può dare risposta.
      Grazie per essere intervenuta.
      Cordialità

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  6. Il Regno del Piemonte (di sardegna e l’annessione vigliacca) si allargò all’Italia grazie a una guerra non dichiarata?
    Tutto questo mi lascia molto perplesso perché ritengo che il concetto di guerra lecita e illecita sia figlia del Novecento e del tutto estranea al concetto europeo ottocentesco di “guerra giusta”.
    Per lo jus europeum vigente all’epoca il ricorso alla guerra era considerata la forma consueta di tutela degli interessi di uno Stato.

    Interessante concetto

    Lei ha colpito nel segno facendo un altro centro.
    Grazie dottore

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    • Furioc

      Il concetto di guerra giusta non esiste poichè molte guerre iniziarono senza dichiarazioni di guerra nel ‘900, prendete Pearl Harbor, nell’ottocento prendete noi italiani.
      Durante la Prima guerra d’Indipendenza il concetto di guerra lecita e illecita non esiste e al massimo era un concetto di onore, quello delle dichiarazioni d’indipendenza, che si è perso nei tempi moderni

      Grazie per essere intervenuto
      Cordialità

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  7. La realtà, come ben sappiamo, è parecchio diversa, così come andrebbe citato il supporto inglese, ma per quanto riguarda il diritto bellico (o equivalente del periodo) si trattava praticamente di un’insurrezione.

    L’annessione al Regno di Sardegna avvenne in un secondo momento, dopo il consueto plebiscito.

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  8. Si ha un’iniezione di storia, con la S maiuscola.
    Caro Ninni Milord, hai/avete portato l’attenzione alle origini.
    Grazie e grazie anche perché conosco il tuo impegno costante e approfondito.
    Una storia che affascina, ma porta raccapriccio. Possibile? Eppure il 1860 e dintorni segna, già, la storia moderna.
    Come fu possibile che un altro stato (Regno di Sardegna) che doveva impensierire già da allora per la sua arroganza, abbia potuto fare quello che ha fatto?

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  9. Caro Milord, con questo tuo “ultimo” ci regali una lezione di stile e giustizia.
    Una giustizia che deve travalicare la storia stessa e il tempo remoto. Che cos’é il tempo remoto?
    Era ieri o l’altro ieri.
    Certe cose non si dimenticano, non si sputa sui morti.

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  10. L’italia era garantita dai francesi e poi i borbonici gli avevano sparato contro gli austriaci.
    Gli austriaci non sarebbero potuti intervenire perchè sarebbe stata una guerra d’aggressione, senza nessun casus belli.
    Formalmente c’era una rivolta nazionalista anche se, sotto sotto, finanziata da UK e i Savoia mangiarane).
    Questi sono i motivi principali.
    Si ricorda Napoleone III? In quegli anni era amico dell’italia e se ne faceva garante.
    Si ricorda di Plombiers? (il trattato se non erro era ancora in vigore)

    Questo è un articolo bello e particolareggiato e mi creda, non potevo attendermi nulla di diverso dalla sua penna.
    Buona giornata

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    • Seamur

      Gli accordi di Plombieres del 1858 prevedevano che il Regno delle due Sicilie sarebbe rimasto inalterato.
      I piani di Napoleone III, infatti, prevedevano tutt’altro che un Regno d’Italia unificato, al contrario.
      Napoleone desiderava la creazione di un Regno dell’Alta Italia e di un regno di Napoli, magari sotto un Murat, ma non unito al Piemonte.
      Ovviamente l’accordo fu travolto dagli eventi del 1860 e non ebbe applicazione, ma questo mi fa pensare che l’annessione del Regno delle Due Sicilie fu solo tollerato da Napoleone.
      Ha ragione a dire che, Napoleone, era amico dell’Italia, ma aveva anche una forte pressione cattolica e borbonica all’interno del proprio paese, che era critica verso la politica filo-sarda dell’Imperatore francese.
      In conclusione si può dire che, Francia e Inghilterra, condussero un gioco diplomatico, cercando di manipolare il Piemonte, contro l’una e l’altra.
      Napoleone ci mise i soldati, ma il progetto finale che venne fuori fu una vittoria per i britannici e li favorì, creando un “fantoccio” inglese nel Mediterraneo (perdoni l’espressione) ed estromettendo l’influenza francese e austriaca dalla penisola.

      Grazie per essere intervenuto

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  11. Scusa ma non erano solo due le navi con cui i mille arrivarono in Sicilia?
    Se non erro le due navi, mercantili, appartenevano alla compagnia Rubattino, forse con sede a Genova, ed ufficialmente furono rubati da Garibaldi e dai suoi, anche se in realtà il furto fù concordato con la compagnia.

    Un lavoro notevole
    Grazie

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    • Grande Flagello

      Sì, ed erano le navi già da me citate.
      Altre servirono per sbarcare in Calabria insieme ai volontari siciliani.
      Furono noleggiati 7 trasporti a vapore sardi e oltre al Torino vi erano: Colonnello Sacchi, Spedizione, Febo, Generale Garibaldi, Veloce (non quella borbonica omonima) e Stella d’Italia.
      Con soldi torinesi furono anche noleggiati navi francesi Algerie, Amazon, Isere, Medeah, Provence, Saumon, Abatucci, Byzantin. l’inglese Sydneyhall, il clipper americano Sheaperd e la Washinghton (che era l’ex nave francese Helvetie), la Provence e la Fairy Queen, che ebbero un ruolo non trascurabile poi nella battaglia di Milazzo.
      Garibaldi di certo non li noleggiava di tasca sua, era evidente un supporto di molte forze politiche interessate alla disgregazione del Regno Partenopeo, di sicuro gli inglesi erano interessati, da tempo, allo zolfo e quindi alle zolfatare siciliane …

      Aggiungo:
      Il Lombardo fu una nave sfortunata, arenata il giorno dello sbarco in Sicilia, fu portata a Palermo e da lì mai più uscita per tutta la guerra.

      Noleggiarono, anche, un altro clipper americano, Charles and Jane, ma fu presto catturata dai borbonici e insieme ad essa un vapore sardo Utile…
      In Inghilterra acquistarono, durante la guerra, anche la Panther (ex Plebiscito ), Cambria, Indipendence, London (la ex Vittoria), Badger (la ex Ferruccio ), Ferret (ex Calatafimi), Weasel e Queen of England (ex Anita ), che ebbero ruolo logistico nella marina dittatoriale di Garibaldi.
      Grazie per essere intervenuto

      Cordialità

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  12. bello.
    Un pezzo semplicemente magistrale e chiaro.
    un vero spettacolo milord.
    Ma quanta segretezza nelle operazioni di “svendita£ di una nazione…
    Se, da quanto ho capito, c’era tutto sommato un largo consenso all’interno del Concerto Europeo nel ridefinire (o almeno un’acquiescenza) il regno borbonico, perché tanta segretezza e circospezione?
    Se Inghilterra e Francia erano d’accordo perché ricorrere a tanti stratagemmi per mascherare l’operazione?
    Mi riferisco in particolare alle due lettere scritte da Cavour a Garibaldi…
    Forse perché l’unica che avrebbe avuto da ridire sulla fine del Regno delle Due Sicilie era l’Austria?
    Grazie milord per questa bellezza.
    Buona giornata

    Loredana

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  13. Loredana Simoncelli

    Tutto sommato era anche questione di prestigio supportare, apertamente, la spedizione di Garibaldi.
    Sarebbe stata una violazione delle norme internazionali.

    Difatti non ci fu alcuna dichiarazione di guerra fra Napoli e Torino e Torino, comunque, non si curava poi tanto dei trattati, come dimostrò, dopo, con il passaggio “non richiesto”, attraverso il territorio pontificio, per congiungersi con Garibaldi e annettersi il Napoletano (intesa come “operazione di polizia”), per ridare ordine al Regno rimasto senza un governo centrale che si è trasferito a Gaeta. (Mentre Napoli spalancava le porte all’invasore).

    L’Austria non avrebbe detto niente, perché durante la prima guerra d’indipendenza, ci fu un reparto borbonico mandato a supportare i piemontesi e poi l’Italia (Sardegna) era ancora protetta dalla Francia e Francesco Giuseppe non era nel momento migliore. Infatti, in quegli anni, dovette concedere una costituzione.
    Francia e Inghilterra, che avrebbero mandato i loro soldati al fronte, volevano anche che, i duosiciliani, crollassero per avere egemonia l’economica in quella zona praticamente.
    Supportavano tutto quanto, ma non volevano entrarci direttamente per non rischiare un opinione pubblica, arrabbiata, contro la morte di soldati ect. ect.

    Grazie per essere intervenuta.
    Buona giornata a voi

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    • Secondo me l’Austria aveva ben da ridire sulle sorti del Regno borbonico, per quanto magari non nutrisse particolari simpatie per esso. Al principio degli anni ’60 del 1800 l’Austria, malgrado la sconfitta nella II Guerra d’Indipendenza, si riteneva ancora la garante dell’equilibrio europeo stabilito (non a caso) a Vienna tra il 1814-1815 e continuerà a ritenersi la potenza egemone almeno fino al 1866 al conflitto austro – prussiano.

      Grazie milord

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      • Loredana Simoncelli

        Il Regno delle Due Sicilie era stato figlio di quella sistemazione e l’Austria certamente aveva tutto l’interesse a preservarne l’integrità, allo stesso modo in cui nel 1821 decise l’intervento militare contro le rivoluzioni liberali nell’Italia meridionale.

        Certamente nel 1860 l’Austria si era indebolita, ma proprio per questo era desiderosa di prendersi una rivalsa contro quel piccolo, insolente regno piemontese che aveva violato la legalità internazionale (sponsored by UK).

        Il riconoscimento austriaco del Regno d’Italia avverrà solo implicitamente nel 1866 con il Trattato di Vienna e la cessione del Veneto all’Italia.
        Grazie per essere intervenuta

        Piace a 1 persona

  14. Un periodo storico controverso e direi quasi pericoloso. Non è molto chiaro, infatti. Almeno la chiarezza è demandata alle parti che, materialmente, persero la guerra. Un’annessione, una conquista genera sempre malcontento. Ma da più parti (se permettete milord, mi sono documentata per rispondere ed è stato piacevole) le masse popolari indifese e private della propria dignità hanno, da sempre, dovuto soffrire la verità imposta dal vincitore/padrone.
    Sembra, proprio, che questa sia la misura con cui avete affrontato l’argomento.
    Ho letto e mi sono documentata dia dal verso dei piemontesi, sia da quello dei duosiciliani e il risultato è sempre quello: c’è qualcosa di poco chiaro in tutta questa vicenda.
    Faccio riferimento a quello che avete scritto in risposta alla signora Simoncelli:
    “Il Regno delle Due Sicilie era stato figlio di quella sistemazione e l’Austria certamente aveva tutto l’interesse a preservarne l’integrità, allo stesso modo in cui nel 1821 decise l’intervento militare contro le rivoluzioni liberali nell’Italia meridionale.”…

    mentre non trovo rispondenza a quanto asserito dall’Istituto di Studi Patri di Torino che asserisce la fraudolenza con la quale i duosiciliani si lamentano.
    Da più parti si invoca verità storica e va da se, giustizia storica.

    Io credo (e questa è l’idea che mi sono fatta) la verità propria bella e buona risiede, in questo caso, non nel mezzo, ma da tutta una parte: quella duosiciiana.
    Tensioni fortissime dovute a materie prime e loro lavorazione; denaro pronto e situazioni di investimenti hanno fatto il resto.
    Ma la carognata dei mangiarane (i piemontesi) è saltata fuori quando il re del Piemonte/Sardegna si definiva amico fraterno di Francesco.
    Sono sempre i soliti bugiardi e la storia ce ne ha dato menzione varie volte e in vari frangenti.
    Io, per parte mia, ho difeso e sarei per esempio, per riportare alla verità storica il Lombardo-Veneto, ma siamo tanto avanti. Era un piccolo stato che si riconosceva in tante piccole particolarità.
    Il regno duosiciliano, però, era la seconda potenza nel continente europeo (dopo la Gran Bretagna).
    Quanto ha pagato e cospirato Cavour per farlo crollare?
    Probabilmente la bontà di Re Francesco ha fatto il resto.

    Grazie milord per questa splendida lezione di storia e di stile.
    Da voi sempre classe.

    Buona giornata

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