Garthander XV

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1Mentre Albert rientrava nel club, Juliet lo chiamò con una voce che non riusciva a rendere ferma. – Albert…
Era poco più di un bisbiglio: probabilmente lui non l’udì neppure, ma la vide, tutta vestita di bianco, contro lo stipite della porta. La fece entrare nello studio, richiudendo la porta dietro di sé.
La voce di Juliet era bassa e soffocata, quando riuscì a chiedere: – Che cosa sta accadendo?
Albert le mise un braccio intorno alle spalle. – Sembra che non abbiano più tanta fretta di arrestarmi: perfino Scott si è lasciato distrarre. Ma non può durare. Cerchiamo di approfittare della tregua e andiamo a mettere qualcosa sotto i denti: devono essere le sette passate.
Juliet non gli badò: si era girata verso di lui, aggrappandosi alla sua giacca. – Che cosa sta accadendo? Non me l’hai ancora detto, voglio saperlo.
Lui la guardò leggermente accigliato, con una mano sulla sua spalla. – Mary ha cambiato la sua deposizione. Dice che Robert era già morto, quando lei è arrivata qui, alle tre.
Juliet senti una vampata di rossore salirle al viso. – Allora non possono più sospettare di te!
– Se le crederanno.
– Non le credono?
– Non ne sono troppo sicuro: non so nemmeno io se sia il caso di prestarle fede. Questo è il guaio: è una bugiarda matricolata.
– È bugiarda?
Lui dovette fare uno sforzo per afferrare le sue parole. – Oh, fin dall’infanzia: non lo sapevi?
Il sangue abbandonò il viso di Juliet. Le sue mani ricaddero inerti, mentre diceva: – No, non me l’avevi mai detto.
Albert la guardava attentamente. – Perché avrei dovuto dirtelo?
Non ebbe riposta. Gli occhi di Juliet erano scuri e spaventati.

Lui ripeté: – Perché avrei dovuto dirtelo? Sarebbe servito a qualcosa?
– Albert…
– Va bene: te lo dirò adesso. Non era un argomento troppo piacevole. Io non so quanta gente lo abbia sospettato o se se ne sia accorta. Abbiamo sempre nascosto la testa nella sabbia, sperando che le cose si rimettessero a posto. Tu sai che Mary è stata adottata dai miei. Mia madre voleva un figlio e temeva di non poterne avere. Quando vide Mary se ne innamorò: era una bellissima bambina. Tre anni dopo, nacqui io. Credo che questo sia stata la causa di tutto. Prima lei era stata il centro dell’attenzione generale, poi a un tratto le cose cambiarono.
Lei era la figlia adottiva e io il figlio vero. Non che mia madre fosse cambiata verso di lei: almeno non più di quanto cambi ogni madre quando venga ad avere due figli invece di uno. Ma la situazione cambia: il primo figlio non è più solo e deve abituarsi a dividere l’affetto dei genitori con il fratello. Ebbene, questo è sempre stato il guaio con Mary: lei vuol essere il centro di tutto, non è capace di dividere niente con gli altri. Quando non poteva avere quello che desiderava, se ne impadroniva con la forza.
Ha incominciato a posare per essere notata: è una cosa che molti bambini fanno. Mia madre ha tentato di correggerla, ma è stato peggio. Aveva due difetti gravi: diceva bugie e rubava. A quell’età si era fatta bruttina, e nessuno si occupava di lei, ma verso i quindici anni era molto graziosa e sembrava che fosse guarita anche dei suoi difetti: noi almeno ci eravamo illusi che così fosse. Invece, dopo un fidanzamento andato a monte e un altro stupido affare, ha ricominciato daccapo. Credo che mia madre ne sia morta per il dispiacere. Quando mi sono sposato speravo… ma non è servito a niente.
La sua mano, che era rimasta per tutto il tempo sulla spalla di Juliet, si trasformò improvvisamente in una morsa di ferro. Tenendola così, le chiese con voce aspra: – Che razza di bugie ti ha raccontato sul mio conto?
– Mary?
– Sì, Mary. Hai fatto presto a crederle, non è vero? Ebbene, adesso avremo una spiegazione: che cosa ti ha detto per farti scappare da me come se fossi stato un appestato?
Juliet non avrebbe mai pensato di poter ripetere a Albert quello che Mary aveva detto. Le era sembrato che la vergogna sarebbe stata sufficiente a uccidere entrambi: non i loro corpi forse, ma tutto quello che contava in loro e tra di loro. Ma in quel momento ogni barriera era caduta: le sembrava che la sua lingua non le appartenesse più, che quello che diceva non avesse più importanza. Vergogna e falsi pudori erano scomparsi. Quando parlò la sua voce era bassa e tranquilla.
– Mary mi ha detto che rubavi: soldi e tutto ciò che poteva essere trasformato in denaro. Ha detto che l’avevi sempre fatto e che lei e tua madre dovevano riportare le cose al loro posto e mettere tutto a tacere.
– E tu le hai creduto così semplicemente?
– Non lo so. Ha incominciato a parlarmene appena siamo arrivati e non ha mai smesso di fare delle allusioni più o meno velate. Eravamo sposati da meno di un mese. Io non sapevo giudicare le persone e non ero sicura di aver saputo giudicare te. Ero spaventata, irritata e gelosa. Oh, non so che cosa sarebbe riuscita a farmi credere. Tu eri andato in città per parlare di Rosbury con gli avvocati: sapevo che volevi tenerlo e non vedevo come avresti potuto farlo.
Mary voleva che le promettessi di non ripeterti quello che mi aveva detto, ma non l’ho fatto. Ho detto che avevo mal di testa e sono andata a letto: ed era vero, mi doleva terribilmente. Volevo stare sveglia e parlartene appena tu fossi tornato, invece mi sono addormentata. Quando mi sono svegliata, c’era la luce accesa in camera tua, e la porta era accostata. Mi sono alzata per venire da te…
– Sì? Che cosa ti ha trattenuto?
– Nulla… – Più che una parola fu un sospiro.

2La stretta sulla sua spalla non si era allentata. Albert chiese: – Cosa è successo?
– Ho guardato dentro: tu eri in piedi accanto allo scrittoio con la collana di Damaris Geary tra le mani. Robert ce l’aveva mostrata insieme al resto della collezione. Ed era fra le tue mani.
Lui rise senza allegria. – E invece di entrare e chiedermi una spiegazione, sei tornata a letto fingendo di dormire e la mattina dopo all’alba sei scappata di soppiatto. Non hai mai pensato di darmi la possibilità di spiegarti?
Juliet lo guardò con gli occhi scuri e dilatati per la pena. – Non credo che tu ti renda conto del colpo terribile che è stato per me. Non riuscivo a pensare a niente: volevo solo scappare e nascondermi. – Distolse lo sguardo arrossendo fino alla radice dei capelli. – Io… io mi vergognavo tanto.
– Vedo. Non ti sei preoccupata molto di me, vero?
– No. Albert, lasciami andare!
– Tra un secondo: prima dobbiamo sistemare questa faccenda.
– Albert…
– Dobbiamo arrivare in fondo alla cosa. Guardami!
Juliet sollevò lo sguardo.
– No, non così! Continua a guardarmi e dimmi la verità! Mi hai lasciato perché credevi che fossi un ladro e che avessi rubato la collana. Lo pensi ancora?
Lei lo guardò.
– No.
– Perché?
– Non sono più così giovane e sciocca come ero tre anni fa.
– Non pensi che Mary abbia detto la verità?
– Oh, no!
– E la collana?
– Non lo so, ma non l’hai rubata.
– Ne sei certa?
La voce di Juliet era adesso ferma e sicura. – Più che certa.
– Va bene, quand’è così, te lo dirò. La collana apparteneva ai Geary: non era di Robert. Siccome sua madre era una Geary, ho lasciato che ne facesse una copia per la collezione: era una copia quella che hai visto, quando Robert ci ha mostrato i gioielli. La collana vera si trovava da Goldsmith & Goldsmith perché fosse ripulita per te. L’ho portata a Rosbury e l’ho tirata fuori per guardarla. Pensavo che, se ti fossi svegliata, te l’avrei data subito. Colpa mia!
Quando te ne sei andata l’ho ceduta a Robert per ottomila sterline. Lui la desiderava da tanto tempo e io ho adoperato il denaro ricavato per sistemare Rosbury. Non volevo venderlo, se potevo farne a meno. E questo è tutto. Una stupida faccenda, non ti pare? Ebbene, adesso credo che faremo bene ad andare a mangiare.
Juliet rimase dov’era, di nuovo pallidissima. – Albert…
– Cosa c’è?
– Non potresti… perdonarmi?
Lui le rispose col più affascinante dei suoi sorrisi: – Ma, naturalmente, tesoro. Dopotutto è stata un’esperienza utilissima e senza conseguenze.
Lei capì che era tutto inutile: quando si è buttata via una cosa, non basta fischiare per riaverla.

3Dopo circa mezz’ora l’ispettore Scott fece ritorno al club in compagnia della signora McQueen e del maggiore Griffiths. Un sergente di polizia guidava la macchina accanto al maggiore, mentre Scott sedeva sul sedile posteriore con la signora McQueen. Aveva detto soltanto che il capo della polizia desiderava vederli a Styles Hedingham House. Lungi dal mostrarsi riluttanti, i due si erano mostrati lieti della cosa.
Seguendo le istruzioni ricevute l’ispettore li condusse direttamente nello studio, dove il capo della polizia aveva fatto uno spuntino insieme alla signorina Scarlets.
Clancy sedeva alla scrivania: quando tutti furono entrati li invitò gentilmente a prendere posto.
Una volta seduta, Eve trasse dalla borsetta di lucertola una scatola di sigarette: ne scelse una con cura e si volse verso Francis Griffiths per farsela accendere: il tutto con la massima calma, come se stesse recitando.
– Ebbene, signor Clancy – disse – Che cosa c’è di nuovo? Spero che non si tratti di una cosa troppo lunga.
Era seduta disinvolta sulla sedia preparata apposta per lei, con un traccio appoggiato allo schienale: i suoi capelli sembravano di fuoco, nella penombra.
Kate Scarlets stava studiando Francis Griffiths: anche questi sedeva perfettamente a suo agio, ma senza fumare. Aveva l’aspetto classico del militare: robusto e abbronzato.
Come se avesse sentito il suo sguardo indagatore, lui si girò e le rivolse una lunga, fredda occhiata. Per un attimo i ferri della signorina Scarlets si arrestarono. I pallidi occhi azzurri avevano la durezza dell’acciaio: dietro di essi c’era un cervello acuto, pronto, spietato.
Clancy disse: – Vi ho fatto chiamare a causa di due nuove deposizioni che gettano una luce completamente diversa sulla morte del signor Dennon.
Eve alzò le spalle. – Oh, bene, suppongo che sia vostro dovere occuparvene. Ma a che pro? Ormai lui è morto. In fondo la persona più direttamente interessata sono io: ho perso un marito e un patrimonio nello stesso tempo. Anzi, forse voi potreste darmi un consiglio. Come sapete, il signor Dennon aveva firmato quel testamento in mio favore: credete che avrei qualche probabilità di ottenere quel che mi spetta se intentassi una causa? Francis dice di no, ma io non so, forse…
Francis Griffiths intervenne: – Non ho detto che non avreste nessuna probabilità. Sarebbe necessario, però, consultare un avvocato. Non ho ragione?
Si era rivolto a Clancy, il quale rispose: – Se non vi dispiace, resteremo in argomento. La signorina Stoner ha dichiarato che Dennon era già morto, quando lei è andata da lui, poco prima delle tre. Dato che voi due siete andati lì circa dieci minuti prima, la vostra posizione viene ad essere sostanzialmente diversa.
Eve aspirò una boccata di fumo. – Mary sarebbe capace di dire qualsiasi cosa – disse con lentezza voluta. In quanto a bugie non c’è chi la batta: non ve ne siete accorto? Ma ve ne accorgerete presto, non dubitate. Essere il centro dell’attenzione generale, ecco quello che vuole.
Clancy proseguì come se non l’avesse udita. – La vostra posizione è piuttosto falsa. Debbo avvisarvi che tutto quello che direte potrà essere usato contro di voi.

4Scott sedette accanto alla porta preparando il blocco degli appunti e la matita. Francis Griffiths disse: – Ma è ridicolo. Non penserete che Eve… io ho visto Dennon dopo di lei.
– Quello che ho detto si riferisce a voi come alla signora McQueen.
– Ma è una pazzia! Io sono andato a prendere la borsa di Eve e non ho trovato niente di anormale. Lui, anzi, le ha parlato per telefono, mentre io ero lì.
– Qualcuno ha parlato per telefono: ma siete voi e la signora McQueen che lo dite. La signorina Genas ha sentito solo una voce di uomo: l’accusa sosterrà che era la vostra.
– Così siamo già a questo punto – disse Griffiths rovesciando indietro la testa e ridendo. – Ma dovete trovarvi piuttosto in difficoltà per le prove. Forse sarete così gentile da dirci che motivo avremmo avuto per ucciderlo. Eve si era appena fidanzata con lui ed era stata nominata sua erede universale. Badate che io non ne sapevo niente, l’ho appreso solo in seguito. E adesso lei è sospettata non solo di aver ucciso quel poveraccio, ma di averne distrutto anche il testamento: un’accusa priva di senso, mi pare!
Clancy lo guardò con fermezza. – È stata la signorina Stoner a distruggere il testamento.
Eve gettò via la sigaretta per protestare. – Mary è pazza: l’ho sempre pensato. Non mi meraviglierei se lo avesse ucciso lei,
– Perché avrebbe dovuto ucciderlo?
– Non lo so. E perché avrei dovuto ucciderlo io? Avevo tutte le ragioni per non farlo.
– Davvero, signora McQueen? Se volete, possiamo parlarne. Credo che giovedì sera voi abbiate scritto due lettere.
– E con questo?
– Una di esse era diretta a Dennon.
– Ero fidanzata con lui, sapete: non è un delitto scrivere al proprio fidanzato.
– C’era anche un’altra lettera, indirizzata a una certa signora Stevens.
– Questo costituirebbe un capo d’accusa?
Clancy rispose: – Temo di sì. Perché, vedete, avete scambiato le buste delle vostre lettere.
– Che cosa avrei fatto?
– Avete messo la lettera destinata alla signora Stevens nella busta indirizzata a Dennon. Questi l’ha ricevuta venerdì con la seconda posta e poco dopo vi ha telefonato. Barret ha sentito quello che vi ha detto. Voi conoscete bene il contenuto della lettera diretta alla vostra amica, signora Stevens. Barret ha sentito Dennon che diceva: “Hai scambiato le buste delle due lettere e ben ti sta! Forse ti sei dimenticata i termini in cui ti sei compiaciuta di descrivermi. Potrai rinfrescarti la memoria quando ti ridarò la lettera nel pomeriggio”.

5Poi ha aggiunto qualcosa circa il suo desiderio di farvi assistere alla distruzione del testamento che aveva firmato quella mattina e infine ha accennato al proverbio: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.
Francis Griffiths stava fissando Eve. Questa rispose in tono sprezzante: – Barret! Direbbe qualunque cosa! Si trova nei pasticci e naturalmente cerca di far ricadere i sospetti su altri.
A questo punto, il telefono squillò. Clancy sollevò il ricevitore e rimase in ascolto. Era un agente che annunciava l’arrivo di una signora che chiedeva della signora McQueen.
– Si chiama Stevens, signora Stevens.
Clancy chiese con voce indifferente: – Ha detto di che cosa ha bisogno?
Il sergente George si schiarì la gola. Secondo lui, la signora aveva bisogno solo di andarsene a casa a smaltire la sbornia: ma non ebbe il coraggio di dirlo al capo della polizia. Si limitò a spiegare: – Veramente, ha chiesto da bere e ha detto che vuol vedere la signora McQueen per parlarle di una lettera. Ci sono due uomini con lei.
Clancy rispose: – Sta bene – e riattaccò. Scarabocchiò qualcosa su un pezzo di carta e lo passò a Kate. – Forse non vi dispiacerà occuparvi di questa faccenda.
Dopo aver letto il biglietto, la signorina Scarlets lo ripose nella borsa da lavoro insieme ai ferri e alla lana rosa e uscì dalla stanza. L’intera operazione aveva richiesto pochi secondi.
Non ebbe difficoltà a individuare, nel vestibolo, la signora Stevens. Era decisamente ubriaca. Kate rivolse all’esuberante signora, chiedendo:
– La signora Stevens?
– Sono proprio io, Holly Stevens. Chiamatemi Holly, lo fanno tutti. Siete voi la direttrice? Perché, se lo siete, devo dirvi che avete un pessimo servizio. Sono qui da Cinque minuti buoni e non sono ancora riuscita ad avere qualcosa da bere. Questo è un mio amico e questo è mio marito: e siamo tutti assetati – aggiunse presentando i due uomini che erano con lei.
Kate affrontò la situazione con fermezza. – Venite a sedervi a questo tavolino, signora Stevens. Credo che abbiate chiesto di vedere la signora McQueen.
Holly piombò con un tonfo sulla sedia che le era stata offerta. – Proprio cosi – disse. – Voglio bere e voglio vedere Eve, ma sembra che non riesca a ottenere né l’uno, né l’altro. Che razza di taverna è questa?
– Sarete servita fra breve. La signora McQueen vi aspetta?
Holly rise. – Nemmeno per sogno! È una sorpresa, anzi uno scherzo, se capite cosa voglio dire, lo scherzo più divertente di questo mondo. State a sentire: lei mi scrive e io sono fuori. La lettera arriva a casa mia, ma io non ci sono; così mio marito me la porta quando viene a prendermi questa mattina.
Quando la apro, sapete che trovo?
Sulla busta c’era scritto: “Signora Al Stevens” e dentro: “Mio caro Robert”. Non credo di aver mai riso tanto! È davvero buffo, no? Perché se ha mandato a me la sua lettera, ebbene, deve per forza aver mandato la mia a lui. E Dio solo sa cosa c’era scritto, perché, non lo so, ma se era qualcosa di simile a quello che diceva le altre volte, credo proprio che ci sarà bisogno di più di una spiegazione.
– Non avete letto i giornali di oggi?
– Non ho letto nessun giornale. Ma, dico, non arriva proprio niente da bere?
Kate chiese di nuovo: – Oggi non avete letto i giornali: e ieri?
Holly Stevens si raddrizzò, appoggiando le mani sui braccioli della poltrona. In tono più addolorato che risentito disse: – Non leggo mai… i giornali. Dicono solo… bugie. Dov’è Eve?
– Vi condurrò da lei. Dov’è la lettera di cui mi avete parlato?
La signora Stevens frugo affannosamente nella borsetta, facendone cadere a terra il contenuto.
Kate si chinò e raccolse una busta azzurra, poi disse con vivacità: – Andiamo, signora Stevens, adesso vi condurrò dalla signora McQueen.

6Nello studio il capo della polizia stava segnando il tempo. Sapeva di aver affidato alla signorina Scarlets un compito particolarmente delicato: non dubitava che questa l’avrebbe portato felicemente a termine. Aveva appena terminato di rivolgere al maggiore Griffiths una serie di domande, dirette a scoprire se questi fosse stato al corrente dell’esistenza della rivoltella di Albert Geary e del posto dove era tenuta. Griffiths aveva risposto con una franca indifferenza che sembrava aver tolto alle domande ogni importanza.
– Naturalmente sapevo che aveva una rivoltella. Ne parlava sempre: diceva che era appartenuta a suo padre e che aveva salvato la vita al vecchio. Mi chiedete se sapevo dove la teneva? Ebbene, non ne sono sicuro: credo in un cassetto dello scrittoio, ma non ci giurerei.
Clancy chiese: – Da quanto tempo conoscete la signora McQueen?
– Da quanto tempo, Eve? – rispose egli ridendo.
Lei aspirò una boccata di fumo, poi rispose: – Oh, ci siamo conosciuti durante la guerra. Siamo andati insieme a qualche ballo, a qualche cocktail…
– E vi conoscevate bene?
– Ve l’ho già detto.
– Niente di più?
Francis Griffiths lo fissò.
Eve agitò una mano. – A che cosa mirate infine? Solo perché io e Francis ci siamo incontrati di tanto in tanto, dovremmo essere accusati di aver ucciso Robert? Cercate di ragionare, signor Clancy! In vita mia ho ballato e bevuto con una quantità di uomini. Ne ho anche sposato uno, per poi pentirmene amaramente.
Ebbene, ho divorziato e stavo per sposare Robert.
Non fingerò di esserne stata innamorata: non mi credereste nemmeno. Ma gli ero affezionata: era migliore di quel che sembrava. E lui era pazzo di me, basta pensare al modo in cui si è precipitato a firmare quel testamento. Ora vi sembra possibile che io abbia buttato via tutto ciò? – Rise e aspirò un’altra boccata di fumo. – Quella storia della lettera è una sciocchezza. Barret l’ha inventata di sana pianta per salvare sé stesso. Tutti sanno come lo trattava Robert, povero disgraziato.
Io gli dicevo sempre che l’avrebbe spinto alla disperazione, una volta o l’altra. Ma supponiamo che fosse vero, che Robert fosse arrabbiato con me: non lo era in realtà, ma supponiamo per un momento che lo fosse. – Fece udire di nuovo la sua risata. – Ma via, avrei potuto calmarlo in cinque minuti. Che bisogno avevo di ucciderlo? Potevo fare di lui quello che volevo. Voi state dicendo delle sciocchezze.
Clancy riprese: – Dipende da quello che c’era scritto nella lettera della signora Stevens, quella che Dennon ha ricevuto per sbaglio.
Eve disse: – Non c’era nessuna lettera. – Non aveva finito di parlare quando la porta si spalancò ed apparve Holly Stevens.
Questa rimase sulla soglia, ondeggiando leggermente e spandendo intorno a sé un vago odore di alcool. La stanza con la finestra volta a nord, verso la montagna, le sembrò scura. Nell’aria indugiava il fumo della sigaretta di Eve. La mente di Holly era offuscata dall’alcool. Tutto le sembrava confuso.
Kate le passò davanti e consegnò a Clancy la busta azzurra: era indirizzata alla signora Stevens ed era aperta.
Holly vide Eve: per prima cosa i capelli di fiamma, poi la mano che reggeva la sigaretta, il leggero abito nero, gli occhi.

7Daniel Clancy si protese in avanti con un foglio di carta azzurra in mano. – La signora Stevens vi ha riportato la lettera che le avevate mandata per sbaglio.
Holly Stevens rimase appoggiata allo stipite della porta mentre attorno a lei succedeva il finimondo. Qualcuno gridò: – La finestra! – mentre una sedia volava attraverso la stanza. Una rissa in piena regola, ecco cos’era, con Eve che scavalcava la finestra e scappava di corsa e un uomo che la seguiva. Holly incominciò a emettere urla laceranti.
Era Francis Griffiths che aveva gridato mentre scagliava la sedia. L’aveva lanciata contro Scott, cogliendolo nel momento in cui si stava alzando in piedi e facendolo cadere lungo disteso per terra. Clancy vide arrivare una seconda sedia e cercò di schivarla, ma fu raggiunto a una spalla e costretto a fare un mezzo giro su se stesso. Quando raggiunse a sua volta la finestra, Eve era scomparsa e Francis Griffiths stava svoltando dietro l’angolo della casa.
Clancy scavalcò il davanzale e si diede al loro inseguimento, mentre Scott, rialzatosi col viso sanguinante, si precipitava fuori lungo il corridoio e attraverso l’ingresso.
Arrivarono al porticato quasi insieme, in tempo per vedere la macchina di Scott che partiva lungo il viale. Furono costretti a servirsi della Vauxhall del capo della polizia per inseguirli, ma i fuggiaschi avevano già un bel vantaggio su di loro.
L’ispettore si infilò nella macchina e si asciugò il sangue con un gesto furioso, gridando contemporaneamente degli ordini all’agente Mollighton, mentre il capo della polizia faceva manovra per partire.
– Dite a George di telefonare a tutti i posti di polizia! Trasmettete il numero dell’auto! Devono fermarla e trattenerne gli occupanti! Voi, Hewett, saltate dentro!
La macchina fece un mezzo giro e filò lungo il viale. Mentre imboccavano la strada per Styles videro in lontananza la macchina della polizia sulla lunga salita di fronte a loro. Doveva seguire per forza quella strada fino a Garthander, ma poi che via avrebbe scelto?
Clancy si volse a guardare l’ispettore. – Tutto bene, Scott?
– Si, signore. È solo un piccolo taglio.
L’auto della polizia era scomparsa oltre la sommità della collina, giù per la discesa di Garthander. Clancy disse: – A Garthander non li fermeranno, e ormai hanno un bel vantaggio su di noi. Cosa faranno dopo? Non si arrischieranno di certo a raggiungere Hedingham Court, con tutte quelle viuzze strette e la polizia che li cerca.
Penso piuttosto che dopo Garthander si dirigeranno nell’interno e prenderanno la vecchia strada dei contrabbandieri, che attraversa Cliff. Conteranno di guadagnare terreno su di noi in quel tratto e di liberarsi della macchina non appena saranno arrivati in mezzo ai sentieri. Io almeno al loro posto farei cosi.
– Non ci sfuggiranno – affermò Scott con ostinazione.
Sulla salita, oltre una svolta pericolosa, videro di nuovo l’altra macchina: Clancy osservò: – Abbiamo ridotto la distanza.
E Scott di rimando: – Non quanto basta.
La macchina nera davanti a loro raggiunse la sommità della collina e scomparve giù per la discesa.
Anch’essi arrivarono in cima alla salita e videro la lunga discesa che correva lungo la scogliera per terminare in fondo in una tranquilla campagna interrotta da alberi e siepi. La macchina della polizia si trovava a un terzo della discesa e avrebbe potuto rimanere fuori di vista il tempo necessario per infilare una delle tre vie oltre la curva in basso, se solo fosse riuscita a svoltare in tempo. Con la strada libera ci sarebbe riuscita.
Ma la strada non era libera: un camion stava venendo su per la salita al centro della strada. In un lampo Scott si sporse fuori dalla sua parte, mettendo ben in mostra la divisa e alzando una mano in alto come il braccio di un semaforo. Clancy incominciò a frenare. Il camionista esitò: guardò le due macchine che correvano verso di lui e pensò di tirarsi da parte; poi vide i frenetici segnali di Scott e l’uniforme della polizia e si fermò. Mentre Francis Griffiths urlava come un pazzo contro di lui, si fermò esattamente al centro della strada.
Ma non vi fu bisogno neppure di saltar fuori, Francis Griffiths misurò rapidamente lo spazio ai due lati del camion, pronto ad approfittare della minima opportunità: ma non ve n’erano. Rise, mentre Eve gridava, poi diresse la macchina verso il precipizio. Eve gridò di nuovo mentre precipitavano.
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Le immagini, a corredo, sono rigorosamente made in Ninni Raimondi.
Ricordiamo la definitiva disattivazione dei “Like”.

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24 pensieri su “Garthander XV

  1. Siamo ai livelli letterari conmplessi.
    Sai cosa t’invidio? Il fatto che tu riesca a farci sentire presenti alle discussioni e partecipi alle indagini.
    bello proprio da leggere con molta attenzione.
    Ciao

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  2. passavo per vedere … e ho fatto bene.
    Mi manca qualcosa all’appello, ma direi che li ha fatti ballare tutti quanti, lady Kate.
    Allora ho capito: domenica c’é l’ultimo.
    Ciao, in bocca al lupo, buon lavoro e stai attento.
    Ciao

    Louis

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  3. leggemmo con avidità questo splendido capitolo, mio signore.
    E rimanemmo affascinata: la storia è veramente complessa.
    Un bacio e ci permettemmo un abbraccio mio signore.

    buona giorntata milord

    😀

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    • Oh mia signorina che parole comprensive e nobilitanti.
      Siete un po’ troppo giovane (praticamente sentimmo il “profumo” del latte) perché la nostra umile figura possa essere attratta dalla vostra).
      A quando la maggiore età?

      Abbiate, splendida Miss, tutta la nostra considerazione e stima.

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    • beh, la macchina (o l’attrezzo) meritò. la passione per la fotografia, pensate, ci nacque ai tempi delle lastre in ioduro d’argento (intorno agli anni 1870/1878.
      Durante la terza guerra d’Indipendenza fotografammo di tutto.
      Prima Guerra Mondiale resocontammo, con le immagini, le trincee
      Seconda Guerra fotografammo le prime spedizioni dei MAS contro le navi britanniche e recentemente fotografammo la madonna, S.Giuseppe e il bambinello.
      (Era natale e ci dissero dopo il servizio fotografico che si trattava del presepe)

      🙂

      Cordiality

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  4. Quando la “semplice” scrittura si trasforma in “letteratura”, il lettore attento non può che restare soggiogato, ammaliato e felicemente perso nei meandri del racconto.
    Radiosità a voi, Milord, e un caro saluto a lady Annelise Baum.

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    • Voi ci ammaliaste il cuore, mia signora. Come rimanere insensibili davanti (ma anche di lato) a cotante espressioni?
      Girammo i vostri saluti, volentieri, a m.me Annelise che rispose girandole a voi, a noi e a essi.
      Una girandola, insomma.

      Abbiate le migliori cordialità e grazie per esserci

      🙂

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  5. Un bel pò di spiegazoni, rettifiche e rivelazioni… si avvicina la fine. Devo essere sincera, questa ambientazione e questo genere sono nei miei gusti più di altro che ho letto di suo. Non so cosa poi ci aspetterà ma, per quanto mi riguarda, lei potrebbe scrivere anche un elenco telefonico trovando il modo di renderlo interessante.
    (Anche se questa specifica “puntata” forse è una di quelle che mi è meno piaciuta…forse sono io stanca dei rimandi sull’infanzia, dei flashback utilizzati come spiegazione di comportamenti estremi poi nell’età adulta….Non so dire se è per questo. Boh). Comunque curiosa vado avanti!😊

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    • Grazie per aver letto ed apprezzato questo capitolo che, memore del sopraggiungere dell’epilogo – secondo una consolidata tradizione – mostra tutti quei risvolti atti a condurre la soluzione dell’Enigma.
      Tutto sommati ci sedemmo accanto lady Kate e ne ascoltammo i discorsi per poi resocontarvi.

      Abbiate le nostre cordialità vivissime e i nostri ringraziamenti

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