DVX IV

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Milano, gennaio 1945
Un uomo e una donna, Ferruccio Parri e sua moglie, si sorrisero davanti al cancello del carcere di San Vittore. 2Li separava una siepe di mitra puntati contro di loro. Era il giorno anniversario del loro matrimonio. Prima entrò la donna, poi l’uomo.
Parri aveva 55 anni. Da poco più di tre mesi egli era, con Luigi Longo, il vicecomandante del Corpo Volontari della Libertà. In quel momento egli poteva aspettarsi d’essere interrogato e torturato a lungo, e poi scambiato con qualche alto ufficiale nazista prigioniero degli alleati o dei partigiani.
Parri non era soltanto un capo di grado elevatissimo: era tra coloro (Giancarlo Pajetta, Edgardo Sogno e Alfredo Pizzoni) che il 7 dicembre avevano firmato insieme con il generale Wilson i “protocolli di Roma”. In base ai “protocolli di Roma” gli angloamericani finivano per riconoscere nel CLNAI un’autorità di diritto, un autentico governo della resistenza.
Mentre Ferruccio Parri, pur aspettandosi la tortura, veniva trasportato con inusitata cortesia e segretezza da una cella all’altra – da San Vittore all’Hotel Regina, e di qui alle cantine dell’Istituto Assicurazioni di Verona – i “protocolli di Roma” subivano uno sviluppo di cui Mussolini sapeva poco o nulla. Firmati i protocolli, il governo legale del Sud Italia, presieduto da Ivanoe Bonomi, delegava al CLNAI i propri poteri per l’Alta Italia. C’era un filo diretto tra le “interpretazioni” date da Longo al proclama di Alexander, i protocolli di Roma firmati da Parri e il documento “tra le due Italie”. La guerra partigiana continuava, gli angloamericani avevano riconosciuto nel CLNAI un governo di diritto, ed ora questo governo di diritto riceveva anche la benedizione del governo ufficiale sì da formare con esso un tutto unico. Automaticamente la RSI si trovava fuori legge, non soltanto per gli italiani o per la storia, ma anche giuridicamente. Su Mussolini si stringeva come un cappio.
Diceva il trattato tra le due Italie:
“Il Governo Italiano riconosce il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia quale organo dei partiti antifascisti nel territorio occupato dal nemico. Il Governo Italiano delega il CLNAI a rappresentarlo nella lotta che i patrioti hanno impegnato contro i fascisti e i tedeschi nell’Italia non ancora liberata. Il CLNAI accetta di agire a tal fine come Delegato del Governo Italiano il quale è riconosciuto dai Governi alleati come successore del governo che firmò le condizioni d’armistizio, ed è la sola autorità legittima in quella parte d’Italia che è già stata o sarà in seguito restituita al Governo Italiano dal Governo militare alleato. Per il Governo Italiano, F.to Ivanoe Bonomi. Per il CLNAI, F.to Mare (Giancarlo Pajetta)”.
Era a questo punto che Ferruccio Parri aveva smesso d’essere capo di una schiera di banditi-patrioti per assumere, anche agli occhi dei nemici nazisti, la veste di alto funzionario governativo di uno Stato con il quale, presto o tardi, bisognava rassegnarsi a trattare. Purché Mussolini, naturalmente, non lo sapesse. Il vecchio dittatore era un ingombro fastidioso e patetico.
Gargnano, villa Feltrinelli, fine gennaio 1945
Sulla copertina rossa del libretto in sedicesimo che avevano appena recapitato a Mussolini c’era scritto: Cassius – “Il Processo Mussolini” – (Edizione clandestina) – Milano, Casa editrice La Fiaccola.
Il Duce, con la gola secca, tagliò con cura le pagine. La stufa ardeva, sul lago nevicava. Secondo l’antica abitudine, Mussolini cominciò a leggere le ultime righe, ma la conclusione del libretto gli fu oscura:
“Se odiate Mussolini per il suo fascismo, se lo odiate per quello che ha fatto di male all’Italia, alla Spagna, all’Abissinia, all’Albania e alla Grecia, se lo odiate per il valoroso sangue britannico che ha fatto spargere su tanti campi di battaglia, allora confido che non vi tratterrete dal pronunciare un verdetto secondo la vostra coscienza solo perché ne sarebbero posti in stato d’accusa taluni complici inglesi. Se quello è colpevole, anche questi hanno colpa, sia pure in grado minore. Non dovete temere di punirli in modo esemplare come potete desiderare di punire in modo esemplare Benito Mussolini”.
Possibile che qualcuno dei suoi nemici mortali avesse osato scrivere ciò ch’egli stesso pensava: ossia che nessuno al mondo poteva illudersi di processarlo e condannarlo senza coinvolgere gli stessi vincitori di ora? Possibile che gli uomini che si proponevano di portarlo al patibolo penetrassero così a fondo nel suo pensiero da indovinare ciò che egli stesso meditava di dire a propria discolpa il giorno in cui fosse stato processato?
Oltre che emozionarlo, tutto ciò gli dava l’ebbrezza di veder confermati gli alibi, le autodifese, che, di nascosto, andava preparando.
Ebbe l’impressione, a sessanta e più anni, di leggere un libro proibito. Poiché non era nelle sue abitudini chiudersi a chiave in ufficio, tenne l’opuscolo sotto il piano della scrivania, in modo da poterlo più facilmente nascondere.
Il libro si presentava come una traduzione dall’inglese, ma l’introduzione, a firma Procopio, era sicuramente di un italiano:
“Mussolini, in questo libro, è l’imputato; ma Cassius, l’autore, pone tra gli imputati anche Austen Chamberlain,3 lord Rothemere, Ward Price, Emil Ludwig, e poi finalmente Winston Churchill e Neville Chamberlain; tutti costoro hanno portato il loro contributo alla costruzione del fascismo mussoliniano; hanno giudicato il fascismo, al suo sorgere, una resistente muraglia contro il cosiddetto pericolo bolscevico; non si sono scandalizzati di fronte ai delitti della dittatura, agli attentati contro la libertà, ai progressi della schiavitù politica in Italia; anzi quando l’occasione si è presentata hanno sempre tenuto a testimoniare a Mussolini la loro simpatia e ammirazione; e ciò per un gretto calcolo politico, quello stesso gretto calcolo per cui l’agnello della favola diceva all’agnello vicino, mentre lo scannatore scuoiava altri agnelli del gregge: non scanna me e non scanna te, stiamo quieti”.
Chi era questo Procopio? Mussolini cercò di immaginarlo, cercandolo nella memoria tra quei ragazzi, amici di suo figlio, o del povero Ciano o di Bottai, che da tempo avevano saltato il fosso ed erano passati all’antifascismo: ragazzi ambiziosi, che s’erano fatti raccomandare per poter scrivere sul “Popolo d’Italia”, ai bei tempi, e che per poco non avevano trasformato il suo giornale in un organo sovversivo.
“Il processo di Mussolini” scriveva Procopio “è il processo di tutte le forze reazionarie italiane che erano vive quando Mussolini salì al potere e sono vive più che mai oggi, mentre Mussolini sta per essere travolto nel baratro della guerra da lui scatenata. Per liberarci dal fascismo, dobbiamo individuarne bene l’origine e considerarlo non come un incidente casuale della nostra vita politica, ma come il portato di un certo equilibrio di forze che deve essere spostato a tutti i costi. Ecco perché non si tratta di restaurare la situazione precedente al fascismo e dalla quale appunto il fascismo è sorto di necessità storica; si tratta di fare almeno un passo in avanti e di piantare più solidamente la democrazia in Italia. Si tratta di fare davvero una rivoluzione, non a parole, ma a fatti. Grave è l’odierna responsabilità delle forze conservatrici italiane, che si annidano particolarmente tra i liberali, nel voler restaurare la situazione prefascista: essi sono imputati al processo Mussolini e accusatori sono tutti i morti per la causa della libertà italiana…”
“Il Processo Mussolini”: un libro di poche pagine, d’autore ignoto, destinato a scomparire persino dalle biblioteche subito dopo la guerra. Eppure Mussolini, leggendolo, era convinto che di quel libro si sarebbe parlato per decenni. Ogni qualvolta leggeva il proprio nome, accompagnato da insulti e da minacce, Mussolini sobbalzava come colto di sorpresa, perché nel libro c’era molto di giusto.
Sapeva benissimo che tra le colpe del fascismo c’era quella di aver lasciato spazio ai conservatori e proprio per ciò, recentemente, egli aveva farneticato di voler consegnare la RSI “ai repubblicani e ai socialisti”.
Ma alle prime righe del testo vero e proprio, quello firmato Cassius, le labbra gli si contrassero. Parlava l’immaginario presidente del tribunale inglese:
“Quello che oggi s’inizia è un processo singolarissimo. Non c’è esempio, a mia memoria, d’un uomo imputato di un insieme di delitti così enormi e mostruosi quali udrete elencati nell’accusa… L’imputato oggi detenuto è stato, fino a poco tempo fa, il capo riconosciuto di uno stato nemico. Normalmente, quando la guerra o altre simili convulsioni scuotono il nostro pianeta, a far giustizia dei capi sconfitti provvede, se pur qualcuno se ne incarica, un singolo assassino o il furor popolare. Spesso la decisione è lasciata ai posteri; e nella storia dei delitti umani forse non c’è un delinquente, per quanto feroce, che non abbia trovato un difensore nelle età successive… La giustizia non può certo affidarsi alle pallottole dell’assassino: vero è che queste possono essere talora i soli strumenti di giustizia disponibili, quando ogni norma di diritto è abrogata dal capriccio del tiranno… Nemmeno il furore popolare e il tumulto popolare possono sempre accettarsi come dispensatori di vera giustizia: spesso hanno operato con saggezza e a buon diritto, spesso hanno vendicato torti mostruosi e spaventosi; ma spesso anche la giustizia del popolo si è confusa col linciaggio… Queste sono le eccellenti ragioni per cui è stato deciso di dar corso a un pubblico dibattimento in confronto di Benito Mussolini. Se egli ha da morire, vogliamo che il mondo intero e le generazioni venture siano convinti della giustizia del suo fato… Non vi è luogo preferibile, per essere giudicati, a questa città di Londra. In questa sala furono processati e ritenuti colpevoli gli eroi del popolaccio e i favoriti dei potenti… io spero che faremo tutti insieme del nostro meglio: giacché se riusciamo a trattare veramente secondo giustizia l’uomo che sta chiuso in gabbia davanti a voi…”.
Dunque Mussolini non esagerava in pessimismo quando nel cercare di immaginare il proprio destino si figurava chiuso nella “Torre di Londra come una belva feroce”, e neppure quand’era costretto a scacciare l’incubo del linciaggio. C’erano, nel libretto, le due immagini più atroci che gli passavano per il cervello: la “gabbia” esposta allo scherno dei vincitori o il suo corpo straziato dal furor popolare. Quest’ultima tetra fantasia era nata in lui, la prima volta, ventidue anni innanzi: il giorno stesso in cui aveva preso il potere. Uno dei suoi luogotenenti, Giuseppe Mastromattei, voleva vendicarsi sanguinosamente degli antifascisti:
– Duce, – gli aveva detto – non si fanno le rivoluzioni con i pugnali asciutti.
E Mussolini: – Ma io non voglio fare la fine di Cola di Rienzo.
Ora Mussolini lesse i capi d’imputazione che gli venivano mossi:
4“Benito Mussolini, voi siete imputato davanti a questa Corte speciale come uno dei peggiori nemici della razza umana e come uno dei criminali principalmente responsabili per la più grande guerra della storia. In particolare vi si fa carico nell’imputazione: di esservi insediato al potere, senza pietà e brutalmente, come dittatore fascista d’Italia mediante la soppressione del parlamento, l’impiego della violenza contro i vostri oppositori e l’eliminazione di ogni libera istituzione nel territorio italiano; di avere ripetutamente e sempre più gravemente violato tutte le obbligazioni internazionali da voi stesso assunte; di avere, in violazione di tali obbligazioni, proditoriamente fatto guerra all’Abissinia nel 1935; di avere, ancora in violazione di tali obbligazioni, fatto guerra in Spagna durante gli anni 1936, ’37, ’38 e ’39; di esservi proditoriamente alleato con la Germania nazista e di avere fatto da allora tutto ciò che era in vostro potere per assistere la Germania stessa nelle sue ambizioni contro il mondo libero; di avere proditoriamente pugnalato alla schiena la Francia nel 1940; di avere proditoriamente fatto guerra alla Grecia, alla Gran Bretagna, e alla Russia, paesi tutti coi quali avevate firmato trattati di non aggressione; in breve di avere consacrato la vostra vita e le vostre energie, nonché tutte le risorse che riusciste a raccogliere per lo Stato italiano, allo scopo di spargere distruzione e rovina fra i vostri contemporanei e di immergerli nella guerra più sanguinosa. Benito Mussolini, confessate o negate di essere reo dei delitti a voi contestati?
Benito Mussolini: – Lo nego”.
Da questo punto in avanti, Mussolini continuò a leggere, resistendo a fatica a una specie di asma che gli toglieva il respiro. C’era, nel libro, qualcosa di diabolico. Le accuse mossegli dal procuratore generale erano secche, puntuali: si sarebbero potute neutralizzare solo replicando che, all’epoca in cui i fatti si erano svolti, uomini politici potentissimi e “democratici” si erano mostrati sostanzialmente d’accordo. Ma via via che Mussolini pensava a questa sorta di autodifesa, ecco che trovava le medesime argomentazioni nel libro, nelle parole dell’immaginario avvocato d’ufficio.
Se la scena era del tutto fantastica, se i giudici, gli accusatori e il difensore non avevano volto, le parole e le fisionomie dei testimoni avevano, per Mussolini, suoni e tratti ben precisi. Non c’era nulla di inventato, anche se lo stesso Mussolini aveva dimenticato alcuni degli episodi citati.
Il difensore chiamava al banco dei testimoni sir Austen Chamberlain, e questi, ripetendo parola per parola un’intervista concessa nel 1924, era costretto a dire:
“Il signor Mussolini è un uomo meraviglioso e un lavoratore formidabile. Non posso entrare nella politica interna dei paesi stranieri, ma debbo dire che il signor Mussolini lavora per la grandezza del suo paese e porta un peso tremendo sulle spalle…”.
Ed ecco il proprietario del “Daily Mail”, lord Rothemere, ripetere ciò che aveva scritto nel 1928:
“Mussolini è la figura più grande della nostra epoca. Mussolini dominerà probabilmente la storia del ventesimo secolo come Napoleone dominò quella della prima parte del secolo decimonono…”.
L’ansia della lettura sfumava, adesso, nella commozione. Ecco chi aveva inventato il paragone con Napoleone: gli inglesi! Non quel povero bersagliere di Starace, corto d’ingegno e di statura.
Ed ecco rievocato l’incontro con lo scrittore Ludwig. Mussolini ricordava quei colloqui mattutini con lo storico, la minuzia con la quale si sforzava di rispondere alle domande più insidiose, l’attenzione con cui aveva preteso di correggere personalmente le bozze del libro-intervista.
Leggeva da ore, gli occhi gli dolevano, quando arrivò alle pagine in cui l’anonimo scrittore immaginava che Mussolini stesso chiedesse la parola per scolparsi. Il suo stile era imitato perfettamente; le argomentazioni erano, in gran parte, quelle che lui stesso avrebbe usato se la circostanza fosse stata reale.
“La guerra” diceva “fu un errore, un tragico errore per me e per il mio paese. Se io avessi trattenuto la mia mano in quel momento fatale, quali prospettive mi si aprirebbero ora! quali sfilate avrei visto a Roma! quali omaggi sarebbero stati resi alle mie qualità di statista!”
Ma le conclusioni dell’autodifesa gli parvero straordinariamente assurde:
“Sì, ho commesso un errore, un errore che mi ha portato al fallimento. Condannatemi, impiccatemi, fucilatemi per il mio fallimento, ma risparmiatemi l’ipocrisia inglese di chiamarlo un delitto. Gli uomini di stato non commettono delitti, perché nei rapporti tra le nazioni non c’è codice penale. Se mi condannate, ci saranno sempre altri che combatteranno per il dominio del mondo. Se mi impiccate, la cerimonia non porrà fine al culto della forza. La potenza è ancora il dio dei popoli; questi non conosceranno altra divinità finché esisterà il mondo. Gli uomini sono vigliacchi e traditori: solo per mezzo dei loro vizi si può governarli, alzando la voce, stordendoli e conducendoli come un gregge, attraverso il sangue e la sporcizia, per la maggior gloria dei loro capi. Il mondo è di quelli che sanno capirlo, ed è stato mio per vent’anni. Io ero invasato da un selvaggio desiderio: imprimere l’orma della mia volontà nella mia era come fa un leone coi suoi artigli. Ebbene, l’ho impressa: eccola, sanguinosa, ributtante, ma immane, formidabile. Ci vorranno molti anni, perché si rimargini questa ferita. Quindi non sono forse da compatire quanto voi credete: sono fallito, ma conosco la ricetta del successo. L’Inghilterra ha vinto un’altra volta, ci ha rimesso i piedi sul collo, ma non potrà tenerveli senza combattere. Perciò vi consiglio di dimenticare le vostre finzioni legali e le vostre prediche morali: l’Inghilterra avrà da combattere per conservare il suo posto. Io prevedo un’epoca di guerre senza fine e di stupende agitazioni. E un giorno, con l’aiuto di Dio, l’Inghilterra con tutti i suoi pudori e sotterfugi sarà sopraffatta da un nuovo gigante che avrà una grande nazione alle sue spalle e che forse, nell’ora del trionfo, alzerà un monumento all’esempio e alla memoria di Benito Mussolini”.
Si può immaginare che Mussolini, letto questo delirio che gli mettevano in bocca, si abbandonasse sulla poltrona a quadratini con l’indice infilato a pagina 115 del libro. Erano parole “straordinariamente assurde” queste che gli facevano dire. Straordinarie, perché forse avrebbe voluto pronunciarle davvero, pugni sui fianchi, dinanzi a un’assemblea grande come l’universo; assurde, perché non solo non aveva mai pensato simili idiozie, ma perché, pur comprendendo quale efficacia esse avrebbero avuto sugli ascoltatori e riscoprendo analogie con certi suoi pensieri (notturni più che diurni), erano l’opposto di quanto avrebbe detto in un processo.
Sentiva la fine dentro di sé, come i tisici o i cancerosi. Suo unico e banale desiderio era di poter scomparire in5 tranquillità; magari piatendo, ginocchioni. Inoltre, contrariamente al dottor Zacharias, egli era sicuro di essere mortalmente ammalato. Voleva morire di morte naturale, anche se presto. Tutto qui.
Non si aspettava un monumento alla memoria. Ricordava, nella sua sonnolenza, le parole con le quali, appena liberato dal Gran Sasso d’Italia (Ah, se non lo avessero liberato!), aveva detto a Hitler che gli proponeva di ricostituire il fascismo: – Ma no, sono ormai vecchio, vorrei ritirarmi per sempre…
Ricordava l’ultimo colloquio, a cena, con il genero Galeazzo Ciano che, pure, lo aveva tradito. Era stato il colloquio di un vecchio con un giovane, senza rancori, senz’altre perentorietà di quelle proprie dei contadini capifamiglia. Come lui era oramai: un capofamiglia.
Stanco di mente, di occhi e di stomaco, finì il libro di malavoglia. Si accorse appena che la condanna chiesta dal procuratore (la morte, senza dubbio) non era per il suo modo di pensare, ma per l’odio da lui suscitato negli uomini liberi del mondo. Da quest’odio egli meditava, da mesi ormai, di ripararsi con la fuga. Lui era prontissimo a ritirarsi.
Si contrastarono e si unirono nella sua fantasia stordita due progetti di segno opposto, che nei giorni seguenti si sarebbero tradotti in atti (o in mezzi atti) e che avrebbero assillato gli storici degli anni a venire.
Nel “Processo” appena letto si parlava spesso del Primo ministro Churchill. Costui era, tra gli uomini politici nemici, colui che in passato aveva dimostrato nei confronti di Mussolini più stima di chiunque altro. Era stato il primo, in anni lontani (ma subito dopo l’assassinio fascista del deputato socialista Matteotti), a dire apertamente: – Se io fossi italiano, non potrei che essere fascista e credere nel Duce. – Al contrario di Churchill, Mussolini non era uomo da credere che le simpatie personali potessero del tutto scomparire sotto le varie ragioni di Stato: egli aveva fiducia nelle amicizie mantenute sottobanco – e sotto i cimiteri di guerra. Così cominciò a riprendere forma, nella sua fantasia, la possibilità di riallacciare i rapporti con Churchill e salvare la pelle. Churchill, come diceva il libro, era o no suo “complice”?
Se, per ipotesi, Mussolini avesse dovuto sul serio comparire davanti a un pubblico tribunale, avrebbe avuto o no il diritto di invocare la testimonianza di Churchill? Certo che sì. Churchill poteva ammetterlo? Certo che no. Rapito da una logica elementare nella quale credeva fortissimamente (tutto il suo successo non derivava forse dalla elementarità dei suoi ragionamenti contrapposti agli arzigogoli dei politici di professione?), Mussolini credette seriamente che Churchill avrebbe potuto salvargli la vita.
Come in novembre, all’epoca del proclama di Alexander, Mussolini si ritrovò a studiare un sistema per far pervenire a Churchill una lettera amichevole. Ma questa volta non pensava ad acrobazie politiche: solo ad un patto di mutua assistenza tra due uomini: tu salvi me e io non ti darò fastidio. Una lettera segreta. E se Churchill non avesse accettato la proposta? Peggio, se avesse reso pubblica la lettera? Il dubbio dilazionava il progetto. Bisognava che Churchill ricevesse la lettera soltanto quando Hitler fosse stato fuori gioco. Già, ma se nel frattempo i partigiani lo avessero catturato? Se il corso della guerra fosse precipitato all’improvviso?
Mussolini capì, a fatica, che la lettera andava scritta ma non spedita: bisognava consegnarla a qualcuno che, al momento giusto, potesse recapitarla a Churchill. Eliminò dalla sua fantasia delirante tutti i nomi famosi: il messaggero avrebbe dovuto essere sconosciuto e insospettabile. Un uomo interessato, e non solo per amicizia, a salvarlo: un tipo insomma che, aiutando Mussolini, aiutasse anche se stesso. Un tipo come Spoegler, l’ufficiale delle SS Franz Spoegler, quel giovanotto mezzo innamorato di Claretta cui Rachele aveva graffiato un braccio a sangue.
6La storia non sarebbe mai riuscita ad appurare come un uomo del calibro di Mussolini, uso a trattare con tutti i potenti della terra, potesse seriamente pensare di accoppiare i nomi di Churchill e di Franz Spoegler. Mussolini aveva fiducia nella ruvida astuzia della sua gioventù, quando, pur dormendo sotto i ponti, non dubitava affatto di riuscire, un giorno, a impadronirsi di un impero. Seguiva una logica paradossale. Spoegler non era uno sciocco e aveva bell’e capito che la guerra precipitava. Già una volta Mussolini gli aveva affidato la propria reputazione: quando Claretta era scappata a Merano e lui, di notte, insieme a Spoegler, era andato a supplicarla di tornare indietro. Spoegler al volante e lui, intabarrato, al suo fianco: a parlargli dell’amore che lo torturava. Nessuno, tranne Spoegler e Claretta, aveva mai saputo nulla di quella fuga notturna: Mussolini s’era fatto trasportare un divano in ufficio e aveva ufficialmente annunciato alle SS di guardia (e a Rachele) che avrebbe dormito nello studio. Poi era sgattaiolato via, e Franz Spoegler aveva tenuto il segreto.
Spoegler era quindi la persona più indicata per ricevere la lettera segretissima che Mussolini avrebbe scritto a Churchill e spedirla al momento giusto.
Avrebbe fatto senz’altro così: domani, dopodomani, un giorno o per l’altro, ma presto.
Fu allora, pensando a Spoegler, che Mussolini si fissò improvvisamente su di un altro progetto dal quale Churchill era escluso. Spoegler aveva una casetta sperduta sulle montagne: perché non fuggire lassù, per sempre, insieme a Claretta? Perché non scomparire nel mistero, nel verde alpino, lasciando che il mondo si affannasse a cercarlo?
Questa seconda idea, così diversa da quella di trattare una pace separata con Churchill, così remota dal progetto di resistere a oltranza in Valtellina, non era nuova in lui.

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30 pensieri su “DVX IV

  1. Un bel capitolo, caro Ninni, sul fascismo cadente. Sul tramonto italiano e popolare di un’epoca dolorosa, oppure – secondo altri – della fine di un sogno italiano.
    Hai affrontato, come stai affrontando, oltre l’aspetto storico, quello sociologico, ma anche quello umano e morale.
    Fuori la politica, dentro i fatti umani.
    Bravo.
    Buona giornata

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    • un fascismo cadente e decadente.
      La RSI ebbe il merito di aver salvato dall’invasione, distruttiva, nazista.
      Ebbe il demerito di esersi poggiata, in ritardo, su una nuova linfa politica di tutto rispetto. il socialismo sociale.
      Occasione perduta sia per i tempi, sia per il modo.
      Grazie

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  2. Un appuntamento inscindibile. Dopo aver letto la puntata precedente, pure a conoscenza dei fatti, la curiosità per il prosieguo è grande.
    Questo capitolo è importante perché analizza, un momento politico, importante per la conoscenza dei motivi del periodo.
    Importante il suo lavoro. Importante e molto serio.
    Buona giornata

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  3. Importante come lavoro e bellissimo come capitolo. Un esperto in materia.
    Bravo bravo bravo.
    Per cui, il prossimo capitolo sarà incredibilmente interessante. Incalzante, proprio, come la storia stessa.
    Ciao

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    • ne siamo convintissimi.
      la Repubblica Sociale Italiana fu un cuscinetto tra le truppe naziste in fuga, furiose e distruttive e l’Italia sventrata dalla guerra, il dolore e la ri-occupazione.
      Grazie e cordialità

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