DVX IX

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Milano, 24 aprile 1945
Luigi Longo, nell’appartamento dov’era nascosto, girò la manopola della radio non appena lo speaker ebbe 2smesso di parlare. Era un mattino pieno di pioggia. Longo stava per prendere la decisione più importante della sua vita di combattente. Entro le prossime ventiquattr’ore, l’Italia ancora occupata sarebbe insorta.
Quella mattina, le notizie del giornale radio erano state scarne e scarse: pareva non fosse successo niente. La novità più sconvolgente era proprio questa: per la prima volta il bollettino di guerra tedesco non era stato trasmesso e al suo posto era stato ripetuto quello del giorno prima. Questo significava, indubbiamente, che i tedeschi non avevano più nulla da comunicare: la rotta era totale, l’esercito germanico in Italia era sul punto di arrendersi.
Luigi Longo prese un foglio di taccuino e una matita blu. Scrisse al compagno Pietro Secchia, coordinatore delle staffette partigiane e dei servizi d’informazione, di diramare immediatamente l’ordine di insurrezione “che ti allego in più copie”.
Poi Longo cominciò, personalmente, a battere a macchina, nel maggior numero di copie possibili, un foglio che diceva:
“La battaglia insurrezionale precipita verso la sua conclusione vittoriosa. Nelle fabbriche, negli uffici, nelle aziende, non si deve più lavorare. Dappertutto si deve solo parlare della resa che si deve imporre ai nazifascisti per accelerare la fine della guerra, per salvare dai bombardamenti e dalle distruzioni i nostri impianti e le nostre città… La Valdossola, la Valsesia, il Biellese, il Canavese, le Valli di Lanzo come le valli piemontesi occidentali, le Langhe e il Monferrato, l’Oltrepò Pavese e la IV zona ligure, le zone appenniniche, possono essere liberate già oggi. Questo dev’essere fatto senza esitazioni…”.
Con l’ordine d’insurrezione in tasca, Luigi Longo uscì per le strade deserte e bagnate. Non erano ancora le otto. A un angolo di strada una donna in bicicletta, con la borsa della spesa agganciata al manubrio, si avvicinò a Longo e frettolosamente prese il plico.
Alle 8.30 Pietro Secchia inviava le prime staffette alle fabbriche e ai capi partigiani comunisti. C’era un punto, nell’ordine di insurrezione, terribile: “Nessun lasciapassare, nessun ponte d’oro a chi se ne va, ma guerra di sterminio”.
Qualche ora più tardi, nella chiesa di San Giuseppe, al centro di Milano, due uomini si sfiorarono appena nella penombra, sotto la navata centrale. In chiesa, oltre a loro, c’era soltanto qualche donna che aspettava di confessarsi. I due uomini, tuttavia, fecero finta di non conoscersi. L’ultimo arrivato, l’avvocato Achille Marazza, si segnò devotamente e rimase qualche minuto in meditazione, poi uscì. L’altro gli tenne dietro, a una ventina di metri, fuori della chiesa: era l’industriale Gian Riccardo Cella.
Marazza camminò svelto verso via dell’Orso, senza mai voltarsi indietro: vide che davanti al portone del Monte di pietà non c’erano più sentinelle fasciste né guardie. Entrò e salì le scale come un qualsiasi cliente del Monte. Cella, benché l’eleganza del suo abito lo rendesse poco attendibile in quel luogo, fece lo stesso. I due entrarono, senza che nessuno li notasse, in uno dei molti salottini dove i commessi, di solito, ricevono i clienti che esigono discrezione. Chiusero la porta alle proprie spalle e si tesero la mano:
Cella disse: – Naturalmente non sono qui in veste ufficiale. Faccio semplicemente un favore a qualcuno… lei sa chi, avvocato.
– Mussolini.
Cella annuì: – Vuole trattare.
Marazza era un cattolico, politicamente moderato, ma antifascista deciso. La lunga lotta combattuta nella resistenza, la consapevolezza che, per la prima volta nella storia d’Italia, era il popolo a volersi battere e che la resistenza era quindi una rivoluzione, avevano indurito la sua pietà. In quel momento la vita di Mussolini era per lui “cosa senza importanza”. “Mussolini era già morto”. Tuttavia Marazza aveva vissuto e viveva fino in fondo i contrasti e le tensioni che dividevano i vari partiti del Comitato di Liberazione. Sapeva che l’insurrezione era un’esigenza delle sinistre, che l’intransigente Comitato insurrezionale era composto da gente che voleva instaurare in Italia il socialismo. Il suo intuito politico gli faceva capire che la resa di Mussolini (forse anche la sua vita) avrebbe potuto equilibrare le forze avversarie confluite nella resistenza. Se la democrazia cristiana, il cui contributo alla resistenza antifascista era indubbiamente minoritario rispetto a quello socialcomunista, fosse riuscita ad avere nelle mani la resa di Mussolini, avrebbe di necessità ottenuto un ruolo politico determinante nelle ultime decisioni del Comitato.
Nonostante ciò, Achille Marazza non se la sentiva di acconsentire senz’altro a incontrarsi con l’uomo che forse, in quel momento, più disprezzava al mondo. Disse:
– Ma cosa vuole trattare Mussolini? Diciamo che vuole arrendersi: in tal caso basta informare il Comitato di Liberazione.
Nel rievocare quel colloquio con Cella avvenuto nella polverosa atmosfera del Monte di pietà, Marazza avrebbe scritto:
“Il Cella era a disagio. Sì, in fondo Mussolini voleva arrendersi: ma non così brutalmente, voleva parlare, voleva trattare. Il Cella proponeva un incontro a casa sua, e intanto accennava timidamente alle richieste di Mussolini: lasciar partire i gerarchi con le loro famiglie per Varese, dove avrebbero aspettato gli Alleati, lasciare che la milizia si concentrasse in Valtellina. – In Valtellina a far che cosa? – chiesi io, ed egli mi spiegò che là, poi, si sarebbe consegnata agli Alleati. Di altre condizioni non mi disse, e io non lo sollecitai ad esporre il quesito che certo gli bruciava le labbra: ‘Che fareste di Mussolini?’ Il nostro colloquio fu breve: avrei riferito al CLNAI; un eventuale incontro sarebbe dovuto avvenire in Arcivescovado”.
Secondo la testimonianza di Marazza, il colloquio, bisbigliato, non ebbe altre battute. Gian Riccardo Cella abbandonò il salottino per primo, assicurando che avrebbe riferito a Mussolini e si sarebbe fatto risentire. Achille Marazza terminò la sigaretta: la riunione del CLNAI era stata fissata, indipendentemente dai desideri o dalle speranze di Mussolini, per la mattina dopo, 25 aprile, ore otto.
Esattamente alla stessa ora in cui Luigi Longo consegnava alla donna in bicicletta gli ordini d’insurrezione da trasmettere a Pietro Secchia – tra le 8 e le 8.15 del mattino del 24 aprile -, Benito Mussolini che indossava ormai da giorni la stessa divisa da caporale della milizia e gli stessi stivali scalcagnati (era tornato alla trascuratezza nel vestire propria della sua giovinezza) chiamava a Monza, alla Villa Reale, sua moglie Rachele. La distanza tra marito e moglie era, ormai, di soli dieci chilometri; eppure, nonostante le preghiere di Rachele, quella distanza bastò a separarli per sempre.
– Non posso, non posso proprio venire – scandì Mussolini al telefono. – Ti raccomando i ragazzi.
Rachele, sfinita dal viaggio durato tutta la notte piovosa, perduta nel silenzio stantio della deserta Villa Reale di Monza, trovò la forza per insistere: – Vengo io allora.
Mussolini rispondeva a mugolii, a brevi dinieghi. Disse qualcosa come: – È finita, Rachele, se vi raggiungo è finita anche per voi.
E poiché Rachele, che in ventidue anni era stata assai più moglie che prima donna d’Italia urlava: – Molla tutto e tutti e vieni qui! -, il dittatore disse con decisione:
– Dovete partire immediatamente per Como. Ho dato ordine a Gatti di venirvi a prendere e di portarvi a Como subito. – Poi gemette: – Qui è uno sfacelo.
Luigi Gatti, l’ultimo segretario di Mussolini, non dormiva né mangiava da oltre quarantotto ore. Prima era3 stato in angoscia nell’attesa che i contatti di Carlo Silvestri con i socialisti dessero qualche risultato; poi era precipitato in un tale stato d’abbattimento che, appena giunto a Monza, Rachele dovette accoglierlo come un ragazzino sfinito: – State male Gatti? E voi dovreste essere la nostra guardia del corpo?
Gatti disse soltanto: – Ho fame, donna Rachele.
Faceva pena: segretario di Mussolini da un mese e mezzo soltanto, andava incontro a morte sicura senza saper bene il perché. Si lasciò cadere su una sedia della cucina, con la testa abbandonata sul tavolo di marmo. Era mattino, tuttavia Rachele disse: – Se avete fame, ci penso io.
Rachele Mussolini mise a bollire due cosce di pollo portate da Gargnano: diede a Gatti prima il brodo poi il pollo ormai sfatto, e mentre il giovanotto mangiava gli domandò: – Così, Gatti, anche voi siete di quelli che non aspettano altro che tradire il Duce?
Gatti alzò gli occhi rossi dalla scodella di brodo: – Vi giuro, donna Rachele, che, se muore il Duce, muoio anch’io. – Avrebbe mantenuto la parola.
Nella stessa ora in cui Achille Marazza discorreva con Gian Riccardo Cella nel salottino del Monte di pietà – il primo pomeriggio del 24 aprile -, Benito Mussolini riceveva l’ultimo telegramma di Adolfo Hitler. Proveniva dal bunker scavato nella Wilhemstrasse di Berlino, già sotto il tiro dei cannoni sovietici. Mussolini aprì il dispaccio, cercando in esso qualche notizia o proposta. Lesse (e dovette rileggere più volte per cercar di capire) questa specie di testamento:
“La lotta per l’essere o il non essere ha raggiunto il suo punto culminante. Impiegando grandi masse e materiali il bolscevismo e il giudaismo si sono impegnati a fondo per riunire sul territorio tedesco le loro forze distruttive al fine di precipitare nel caos il nostro Continente. Tuttavia, nel suo spirito di tenace sprezzo della morte, il popolo tedesco e quanti altri sono animati dai medesimi sentimenti si scaglieranno alla riscossa, per quanto dura sia la lotta, e con il loro impareggiabile eroismo faranno mutare il corso della guerra in questo storico momento, in cui si decidono le sorti dell’Europa per i secoli a venire”.
Mussolini, nel rileggere, si strinse nelle spalle: pigiò un campanello e al primo che gli capitò davanti mostrò il telegramma. Disse:
– Vedete un po’, se si fa in tempo, di farlo pubblicare sui giornali di domani.
– Se si fa in tempo…
Milano, collegio dei Salesiani, ore 8 del 25 aprile
Cinque uomini bagnati di pioggia attraversarono svelti il porticato del chiostro ed entrarono nella biblioteca fredda e semibuia. Preti in tonaca vigilavano l’ingresso, pronti a dare l’allarme. I cinque uomini erano: Giustino Arpesani (liberale), Achille Marazza (democristiano), Sandro Pertini (socialista), Emilio Sereni (comunista), Leo Valiani (partito d’azione).
Cominciava così la riunione forse più importante e determinante di tutta la storia del CLNAI. Due ore prima Luigi Longo era entrato nella stanza dove dormiva Emilio Sereni scuotendolo con queste parole: – Avanti, ci buttiamo.
“Buttarsi” significava insorgere: occupare Milano, costringere alla resa fascisti e tedeschi, emanare dei decreti legislativi: e tutto ciò prima che gli Alleati vincitori arrivassero a Milano. “Buttarsi” significava zittire i moderati e lo stesso Cadorna che avrebbero preferito agire di concerto con gli Alleati.
Lo sciopero dei ferrovieri era in pieno svolgimento. Nelle industrie i comitati di fabbrica erano pronti ad agire. La guardia di Finanza, comandata dal colonnello Alfredo Malgeri, era già in allarme: unica forza armata “regolare” sulla quale il Comitato d’insurrezione potesse fare affidamento pieno.
4Nella biblioteca dei Salesiani i rappresentanti del CLNAI si trovarono a decidere, più che a discutere, ciò che il Comitato d’insurrezione aveva già tradotto in pratica: l’assunzione di tutti i poteri di amministrazione e di governo da parte del CLNAI stesso. La maggioranza di sinistra dei partecipanti non faticò molto a far approvare il primo decreto intitolato: “Tutti i poteri al CLNAI”.
Il secondo decreto proposto e discusso riguardava l’amministrazione della giustizia.
“Articolo 1 – I membri del Governo fascista ed i gerarchi del fascismo colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del Paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e nei casi meno gravi con l’ergastolo.”
Valiani, Sereni e Pertini sollevarono occhi e sopracciglia. Nessuno aveva fatto il nome di Mussolini, ma era ovvio per tutti che Mussolini era il primo a dover essere giustiziato. Non erano ancora scoccate le nove del mattino del 25 aprile, Mussolini era libero, ma la sua sentenza di morte era già pronunciata. Avrebbe potuto salvarsi, forse, con una fuga acrobatica, con un colpo di rivoltella alla tempia, con una qualsiasi delle soluzioni che suo figlio Vittorio gli proponeva (un sommergibile per il Borneo, un idrovolante per il Sudamerica): non certo con un colloquio o una trattativa.
Achille Marazza lo capì e, sul momento, rinunciò a parlare dell’incontro avuto il giorno precedente con Cella.
Il nome di Mussolini restò in tutte le gole. Pronunziarlo, in quel momento, sarebbe stato come mettere in discussione tutte le disposizioni e gli accordi intercorsi tra il Comitato e il comando alleato.
La radio alleata aveva già trasmesso da giorni un ordine perentorio:
“È desiderio degli Alleati catturare Mussolini vivo. Notificare a questo Quartier generale se è stato catturato e tenerlo sotto protezione fino all’arrivo delle truppe alleate”.
Di quest’ordine il Comitato d’insurrezione e il CLNAI non sapevano niente, o fingevano di non saperlo; il problema era già stato risolto da Sandro Pertini, quando aveva detto: – Noi non siamo i servi degli Alleati. Uccidere Mussolini sarà come asserire la nostra indipendenza.
L’articolo 1 del secondo decreto del CLNAI, firmato a maggioranza prima delle ore 9 del 25 aprile, sanciva questo principio. Achille Marazza dovette aspettare la fine della riunione, l’ora del congedo, per dire, quasi incidentalmente, che Mussolini sarebbe stato disposto a trattare. Si sentì dire la stessa frase da lui già detta a Cella: – Trattare che cosa? – Lasciò perdere.
Marazza, come il liberale Arpesani, firmò al termine della riunione anche il proclama insurrezionale che Longo, a nome del PCI, aveva già trasmesso da ventiquattro ore. Cambiavano le parole, si aggiungeva qualche aggettivo, ma la sostanza era la stessa: il proclama del CLNAI, approvato all’unanimità, consegnava alla storia sotto forma di documento ciò che stava già accadendo in tutta l’Italia del nord:
“Cittadini! Lavoratori! Sciopero generale! Contro l’occupazione tedesca. Contro la guerra fascista. Per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Manifestate nelle strade sotto la bandiera tricolore del Comitato di Liberazione Nazionale! Come a Genova e a Torino ponete i tedeschi davanti al dilemma: ‘Arrendersi o perire!’ Viva lo sciopero generale! Viva l’insurrezione nazionale! – Milano, 25 aprile 1945 – il CLNAI”.
La storia d’Italia cambiava pagina o capitolo, e fu soltanto allora che Achille Marazza lasciò cadere la frase: – Comunque sia, Mussolini chiede di trattare: indipendentemente dalla sua sorte credo che questo varrebbe a risparmiare un bel po’ di sangue.
Qualcuno disse, stizzoso: – Stiamo già trattando coi tedeschi: è sufficiente a risparmiare sangue! – Qualcun altro sorrise e alzò le spalle. Nessuno degli uomini che discutevano su questo problema che pareva fittizio – un’appendice, una variante – s’era mai incontrato faccia a faccia con Mussolini. E non si può escludere che in quel momento altre leve psicologiche abbiano sopraffatto quelle politiche: Pertini, Sereni, Valiani (a loro modo anche Marazza e Arpesani) avevano conti personali in sospeso con il dittatore. Poterlo guardare in faccia, da vivo, privato ormai d’ogni rimasuglio di potenza, era un desiderio macerato nei lunghi anni di carcere o di confino.
Emilio Sereni troncò netto la discussione: – Accettiamo pure di parlare con lui, sentiamo cos’ha da dire: ma a titolo personale. Il partito comunista non si impegna su niente di niente.
Milano, palazzo dell’Arcivescovado, ore 15 del 25 aprile 1945
Achille Marazza fumava una sigaretta nello studio di don Giuseppe Bicchierai, assistente del cardinale Schuster. Ufficialmente Marazza e don Bicchierai stavano discutendo della resa tedesca al
CLNAI, della quale il prete si stava occupando come poteva da circa due mesi. Nella realtà don Bicchierai e Marazza non facevano che continuare un colloquio iniziato segretamente, nella 1100 Fiat del sacerdote, subito dopo la riunione del CLNAI.
Marazza, sensibile come ogni avvocato agli umori dei colleghi e avversari, aveva detto a don Bicchierai che l’incontro con Mussolini era possibile. Non ne sarebbe sortito gran che – della sopravvivenza del “duce” era meglio non parlare. Molto sarebbe dipeso dall’atteggiamento di Mussolini.
Il sacerdote e il delegato democristiano del CLNAI avevano girovagato in auto per la città per due ore. S’erano dati appuntamento verso le dieci davanti alla stazione Centrale e lì s’erano lasciati sul mezzogiorno. Dal lungo colloquio – avvenuto nelle stesse ore in cui gli operai della Pirelli, dopo aver occupato la fabbrica, erano costretti5 a ritirarsi sotto il tiro dei cannoncini di tre carri armati – era emersa una conclusione base: l’incontro con Mussolini sarebbe avvenuto, purché il CLNAI avesse l’impressione che fosse il dittatore a supplicare; purché, insomma, non ci fosse un appuntamento prestabilito, bensì un Mussolini in attesa.
Don Bicchierai aveva capito perfettamente. Tornato in Arcivescovado a mezzogiorno già sapendo che Marazza sarebbe giunto “casualmente” verso le due, aveva riferito a Schuster. E questi, esperto di stati d’animo non meno che di anime, aveva immediatamente trasmesso alle parti avverse due comunicazioni: a Mussolini tramite Cella: “Il CLNAI è pronto a trattare”. A Cadorna, tramite lo stesso Cella e l’aiutante di campo del generale, Pio Bruni: “Mussolini chiede un colloquio”.
Alle 15 esatte il cardinale Schuster entrò nello studio di don Bicchierai dove Marazza stava finendo la sua sigaretta, discorrendo della resa tedesca, in realtà guadagnando tempo. Marazza avrebbe ricordato, anni più tardi, che il cardinale Schuster “era molto agitato e si rivolse direttamente a don Bicchierai”.
Ossuto, glabro, eccezionalmente rosso sugli zigomi tirati, il cardinale Ildefonso Schuster aveva in mano un foglietto di appunti:
– Ho parlato adesso con Mussolini – disse. – Chiede, urgentissimamente, di incontrarsi qui con il generale Cadorna e con un certo Marazza del CLNAI.
Marazza, scattato in piedi, si inchinò reverente; e il cardinale, trascurandolo: – Buongiorno Santi. – Santi era il nome di battaglia di Achille Marazza.
– Lei lo conosce questo Marazza? – insisté il cardinale rivolto a don Bicchierai. Santi-Marazza, sempre inchinato, s’interpose:
– Marazza sarei io, Eminenza.
– Ah, Marazza è lei, signor Santi?
– Per servirla.
La parte fu recitata senza errori: il cardinale arcivescovo propose, fingendo di rileggere il foglietto d’appunti:
– Se lei fosse in grado di cercare il generale Cadorna e di condurlo qui, io le presterei la mia automobile.
– Credo di poter trovare Cadorna – disse Marazza. – Proprio a quest’ora dovrebbe radunarsi il CLNAI.
Non disse dove: la riunione era in casa del dottor Foglia, dirigente bancario.
Marazza vi arrivò poco, più tardi, lasciò al portone l’automobile del cardinale protetta dalla bandierina bianco-gialla del Vaticano, e trovò Riccardo Lombardi.
– Vieni tu a trattare con Mussolini? – disse ansioso Marazza. Lombardi, che non sapeva ancora nulla, cercò per telefono Valiani, suo superiore, ed ebbe una risposta di questo tenore:
– Vai pure, ma senza salvacondotto, a titolo personale, tratta pure della resa, purché sia senza condizioni e purché il colloquio non duri più di un’ora.
Trascorsero invece quasi tre ore, perché Achille Marazza riuscisse a rintracciare in uno qualsiasi degli appartamenti dove, per l’ultimo giorno, si riuniva clandestinamente il Comitato, il generale Cadorna.
Mussolini seppe subito che l’appuntamento era stato in linea di massima accettato. Non si cambiò la divisa ormai sudicia da caporale della milizia né si fece ripulire gli stivaloni opachi e slabbrati. A Cella che, timidamente, gli suggeriva di andare disarmato disse borbottando: – È naturale. – Così tolse dalla fondina la rivoltella dall’impugnatura intarsiata d’oro (la stessa che aveva ostentato, scarica, durante il discorso del Lirico) e se la lasciò cadere in una tasca dei pantaloni.
Davanti alla Prefettura attendeva una limousine austera e antiquata mandata dal cardinale arcivescovo. Mussolini avrebbe voluto andare da solo: per pudicizia e, chissà, per speranza. Si sarebbe vergognato a morte di dover dire a Pavolini, fissato ormai nel suo progetto Valtellina, dove tutti “sarebbero morti con le armi in mano”, che s’era rassegnato a trattare con il Comitato di Liberazione. D’altro canto il cardinale gli aveva detto che la stanza degli ospiti era già pronta per lui (per lui solo, naturalmente) e che dopo il colloquio avrebbe potuto benissimo fermarsi in Arcivescovado, finché fossero arrivati gli Alleati.
Ma Mussolini non era più l’uomo dalle decisioni personali assolute. Non aveva ancora oltrepassato il cancello della Prefettura che il suo sottosegretario, il gigantesco Barracu dall’occhio sinistro coperto da una benda nera, gli sbarrò il passo.
– Uscite, Duce?
– Mi aspetta il cardinale Schuster.
– Uscite… in città, Duce?
– È evidente.
– No, Duce. Non andrete solo: vengo con voi.
– Se volete.
Accorsero Cella, il prefetto Bassi, il ministro Zerbino. Era impossibile capire se volevano proteggere Mussolini o farsi proteggere da lui. Nel volgere di un minuto – il tempo, per Mussolini, di accomodarsi nella limousine insieme ai fascisti – anche i tedeschi si misero in allarme. Fritz Birzer, l’SS di guardia, gridò un paio di ordini secchi il cui significato recondito era: “Occhio, che il duce sta scappando!” Le Mercedes blindate si misero in moto prima ancora della pacifica limousine cardinalizia. Lo stesso Birzer aprì lo sportello della limousine dalla parte di Mussolini ed entrò di forza, coscia a coscia con il dittatore.
Da una finestra del primo piano il maresciallo Graziani, impettito e imponente, assisteva a questo fuggi fuggi senza capire. Fu tra i pochi a non farsi venire in mente di seguire Mussolini, ma all’ultimo momento Gian Riccardo Cella lo raggiunse trafelato:
– Maresciallo, il Duce vi ordina di seguirlo in Arcivescovado.
Graziani ebbe un moto di stizza:
– Non è affatto prudente uscire in città. Lo dico e lo ripeto!
Un quarto d’ora più tardi, attraverso le vie deserte (i tram erano rientrati nei depositi da mezzogiorno, l’insurrezione era cominciata col silenzio), il piccolo corteo entrava nel cortile dell’Arcivescovado. I tedeschi e i fascisti della scorta improvvisarono nell’androne e lungo le scale di marmo un fortilizio di mitragliatrici puntate.
Mussolini si lasciò alle spalle la guardia armata, i gerarchi, gli ultimi amici. Entrò, da solo, nella sala delle udienze.
– Benvenuto, benvenuto! – disse nella penombra lustra di legni di noce e di antichi damaschi il cardinale, scivolandogli incontro.
“Comincio con l’assicurargli che io apprezzavo assai il suo sacrificio personale, di iniziare cioè colla capitolazione 6una vita di espiazione in prigionia o in esilio, pur di salvare il resto d’Italia dalla estrema rovina”, avrebbe scritto di lì a qualche tempo il cardinale. “Lo assicuro che almeno gli onesti avrebbero riconosciuto il valore del suo ultimo gesto. Non volevo illuderlo. Siccome poi io gli avevo ricordato la caduta di Napoleone, Mussolini osservò che anche per lui stava ormai per spirare il suo secondo impero dei cento giorni! Non gli restava che di affrontare, rassegnato, il suo destino, al pari del Bonaparte.”
Il colloquio privato su Bonaparte durò almeno due ore e mezza. Altri personaggi storici furono evocati dall’arcivescovo: Totila, per esempio, nel momento in cui si umiliò davanti a San Benedetto.
– Desidero, eccellenza, farle omaggio di una mia piccola opera su San Benedetto – sussurrò il cardinale, e ordinò a uno dei suoi segretari che portasse il volume.
Mussolini aveva voglia di piangere, e si vedeva. Stava seduto mollemente sul divano, a fianco del cardinale, con il capo ciondoloni e le mani abbandonate tra le ginocchia. Schuster alternava consolazioni a foschi, spietati presagi: forse intendeva “frollare” Mussolini prima che giungessero gli esponenti del CLNAI.
– Ella ha qualche progetto per i prossimi giorni, eccellenza?
– Scioglierò esercito e milizia della RSI, poi mi ritirerò in Valtellina con almeno tremila volontari. Continuerò… lassù.
– A combattere, eccellenza?
– Sì, Eminenza… per lo meno qualche settimana. Senza speranza: poi mi arrenderò, naturalmente.
– Ella crede sul serio che tremila volontari siano disposti a seguirla?
– Pavolini lo assicura.
– Oh, eccellenza, io non sarei così facile all’illusione. Sì e no ella troverà trecento camicie nere fedeli.
Mussolini trovò la forza di sorridere: nascose il viso tra le mani:
– Probabilmente lei ha ragione, Eminenza.
– Si faccia animo. La vedo troppo abbattuto. La storia ricorderà che il Duce, volontariamente, pur di salvare l’Italia, ha scelto la via di Sant’Elena.
– La storia, Eminenza? Ormai credo solo alla storia antica, quella che si scrive dopo secoli.
– Ha pranzato, eccellenza?
– Come dice?
– Ha pranzato?
– No, non mi sono sentito. Mangio pochissimo.
– Anch’io, da sempre. Gradisca qualcosa, la prego.
– No, Eminenza, no: grazie. Mi farebbe male.
– Qualche biscotto: sono freschi, soffici.
– Grazie, no, Eminenza.
– Via, un biscotto e un bicchierino di rosolio. Le terrò compagnia.
Quel bicchierino di liquore verdastro, un biscotto sbriciolato a metà e abbandonato sul piattino, il libro su San Benedetto posato sul tavolo, furono i soli particolari che gli esponenti del Comitato di Liberazione avrebbero ricordato in comune. Per il resto, negli anni a venire, ognuno avrebbe dato una sua interpretazione del concitato colloquio tra Mussolini e i suoi giudici. Certe frasi furono realmente pronunciate: di altre si è persa la memoria nella confusione delle testimonianze. Bastano quelle frasi, tuttavia, a scandire gli ultimi istanti dell’esistenza politica del capo del fascismo.
Erano circa le diciotto. Mentre nella sala delle udienze Mussolini accostava alle labbra il rosolio, fuori, nell’atrio, uomini che in qualsiasi altro momento si sarebbero parlati soltanto a sventagliate di mitra, stavano gomito a gomito, assiepandosi sempre più sotto le armi inutilizzate delle sentinelle fasciste e tedesche.
Il primo ad arrivare era stato Riccardo Lombardi, poi Marazza e il generale Cadorna, infine il liberale Arpesani: ma l’ampia scalinata marmorea che, da un istante all’altro, avrebbe potuto trasformarsi in una macelleria umana era un via vai di uomini che avevano tutti una condanna a morte sulle spalle: pronunciata dai fascisti o dal CLNAI. Cella arrivò insieme a Graziani, che parve ri-prendersi soltanto quando si sentì protetto dalle mitragliatrici tedesche postate attorno alla statua di Sant’Ambrogio. Venne il liberale Filippo Jacini: dall’anticamera del cardinale pareva che l’incontro segreto fosse il fatto più discusso di tutta Milano.
CELLA (a Cadorna) – Io non c’entro, naturalmente, generale, ma una soluzione pacifica mi sembra la cosa più ragionevole. Non ho mai visto il Duce così ben disposto.
CADORNA – Vada al diavolo.
BARRACU (a Jacini) – Ma perché non ci uniamo tutti, noi e voi, contro i tedeschi?
JACINI – Non le pare un po’ tardi?
DON BICCHIERAI (a Marazza e a Cadorna) – Siamo a buon punto per la resa tedesca. Il generale Wolff dovrebbe firmare tra poche ore.
MARAZZA – Vogliamo entrare?
Don Bicchierai fece un cenno e don Galli, uno dei segretari dell’arcivescovo, scivolò fino- alla porta della sala delle udienze, spalancandola. Il cardinale si alzò dal divano e prese tra le sue le mani di Marazza, di Cadorna, di Lombardi. Anche Mussolini si alzò pesantemente, puntando le mani sulle cosce e mosse qualche passo verso i nemici. Avrebbe scritto Marazza:
“Seguì una scena che a me pareva di vedere dall’esterno, e di cui la mia mente registrava le forzature penose, le sfumature quasi ridicole. Presentai al Cardinale Cadorna e Lombardi; il Cardinale, a sua volta, fece un largo gesto verso Mussolini, come per presentarlo a noi, forse sentendo al tempo stesso la convenzionalità di quel gesto. Mussolini, a sua volta, tese la mano, impacciato, forse, da quel ritorno a un gesto antico, dopo tanto salutare romanamente, e qui toccò a noi di non saper rifiutare il tocco di quella mano, in un contatto riluttante e rapido… Di fronte a noi era un uomo vecchio, dalla larga faccia smagrita e cascante, di un giallo malsano, solcata da pieghe, gli occhi sbarrati privi di espressione, e tuttavia, su quella faccia, passava a tratti come un’ombra oscura, come un moto d’ira subito contenuto, che lasciava il posto al sorriso sforzato di chi vuol conciliarsi un interlocutore difficile”.
Prima che la porta fosse richiusa, s’infilò Giustino Arpesani. Mentre il cardinale ripeteva a Mussolini il suo nome e la sua funzione,
Arpesani bisbigliò a Cadorna: – Devo stringergli la mano?
E Cadorna: – Io l’ho appena fatto.
SCHUSTER – Signori, io mi ritiro…
MUSSOLINI – Oh no, la prego Eminenza, rimanga.
CADORNA – Resti, Eminenza.
MUSSOLINI – Potremmo convocare il maresciallo Graziani? Credo che la sua presenza sia utile.

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24 pensieri su “DVX IX

    • Grazie per gli auguri, che ricambio.
      Grazie, anche, per l’espressione gentilissima. Certo è difficile poter raccontare qualcosa che è già stato, ampiamente, raccontato.
      Buona giornata

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  1. Ser Ninni, illuminante questo scritto, come tutti, ovviamente.
    Sono palpabili i dialoghi, senza il velo del tempo.
    Incredibile è “sentire” la presenza dei personaggi e ascoltare ciò che hanno da raccontare..
    Vi ringrazio di cuore.
    Rinnovo la mia stima e affetto.
    A noi.
    S.

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    • Lady Serephina

      Benvenuta presso le umili pagine di questo spazio web, milady.
      Grazie per le gentilissime espressioni e per la recensione, decisamente, generosa.
      Come, ampiamente, pubblicizzato in calce alla prima puntata di DVX, sia per il primo capitolo, sia per tutta la durata del sequel, abbiamo sospeso il “Voi” (è uso, presso queste stanze, l’uso del Voi, appunto).
      Per cui, milady, grazie e a rì leggerla.

      A noi, a voi, a tutti.

      Ninni

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      • Me misera! Me tapina! Mi era sfuggita questa “sospensione”.
        Fortunatamente ho un bel palo a portata di mano che generosamente mi darò in testa. Magari la mia attenzione subirà dei miglioramenti.
        Cercherò di adeguarmi caro.
        Grazie dell’ospitalità.
        S.

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  2. Mussolini aveva molte cose da dire. I giornali, i testimoni, le numerose interviste con partigiani del tempo, sono concordi nel riferire ciò che il Capo della Repubblica Sociale avrebbe detto ai suoi carcerieri: “Voglio parlare un’ultima volta al mondo, prima di morire. Sono stato tradito nove volte. La decima, sono stato tradito dai tedeschi”.

    Un gran bel capitolo. Profondo e pieno.
    Buona notte milord

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    • Carissima Giorgia,
      la ringrazio per le belle espressioni che mi hanno lusingato.
      E’ vero.
      La frase che lei riporta si ricollega ai dialoghi, inseriti nelle memorie, del conte Pier Bellini delle Stelle che ebbe in custodia l’anziano dittatore, la notte prima del suo assassinio.

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